martedì 4 dicembre 2012

Giustizia: la Comunità Papa Giovanni XXIII risponde a Travaglio e a Saviano sull’ergastolo

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Abbiamo letto con interesse il confronto sul tema dell’ergastolo tra Roberto Saviano, di cui condividiamo la presa di posizione, perché lo Stato “non può non tentare il tutto per tutto per recuperare chiunque” e Marco Travaglio, a cui invece vogliamo parlare della nostra esperienza diretta con gli ergastolani.
oi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere anche dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre.

Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori, persone che l’ergastolo se lo vivono sulla propria pelle, giorno dopo giorno, anno dopo anno, da decenni. Noi li incontriamo: sono sempre lì, estate, inverno, Natale e Pasqua, hanno la cella del carcere come tomba. Noi vediamo il tempo scorrere sui loro volti, settimana dopo settimana, e lasciare solchi profondi. 
Chi non collabora, per paura di vendette omicide sulla propria famiglia, per non mettere un’altra persona in carcere al proprio posto o perché non è in grado di dimostrare che non può aggiungere altro a quanto già emerso sull’associazione di cui ha fatto parte, queste persone sono condannate a restare per tutti i giorni della propria vita in carcere. 
Molti di loro nella riflessione e nella sofferenza, sono arrivati ad una revisione interiore sugli errori del passato, hanno studiato, tutto questo nonostante un sistema carcerario che non favorisce la rieducazione e riduce a beffa l’articolo 27 della Costituzione che sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione. 


Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore e rende irrilevante il cammino della persona. 
Al 30 giugno 2012 gli ergastolani in Italia erano 1.546, più di 100 hanno alle spalle oltre 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale, la metà di questi 100 ha addirittura superato i 30 anni di detenzione. 
Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, afferma: 
(…) Forse una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua. (Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno “Il limite penale ed il senso di umanità”).
Noi sosteniamo che questo sistema di fatto viola il diritto di ogni persona detenuta al reinserimento sociale. Don Oreste Benzi, il nostro fondatore, diceva che ogni detenuto in carcere è un bene che manca a noi come società: fino a quando questo bene non sarà restituito alla società saremo tutti più poveri.
La persona che ha commesso reati ha bisogno e deve riparare il mal fatto, con un percorso rieducativo che porti al pentimento interiore e, laddove è possibile, verso la richiesta di perdono e l’incontro con le vittime dei reati, attraverso comunità educative, per il reinserimento sociale che porti al recupero vero, reale e concreto della persona. L’uomo non è il suo errore, ma è molto più grande, diceva Don Oreste Benzi.
Siamo convinti che occorra promuovere l’incostituzionalità dell’ergastolo, pena vendicativa e disumana, che in realtà è una pena di morte mascherata, che non dà speranza di vita.
Aldo Moro nelle sue lezioni universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici: “Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta”.

Giovanni Ramonda
Responsabile Generale 
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

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