domenica 25 febbraio 2018





Carceri: i nostri politici ci sono o ci fanno?


Mi hanno appena chiuso il cancello della cella. Quello che mi colpisce più di tutto dell’Assassino dei Sogni è il silenzio che cala quando ci chiudono nei nostri canili. (Da “La Belva della cella 154”, ultimo libro di Carmelo Musumeci, distribuito da Amazon)


   Il Consiglio dei Ministri dell’altro giorno non ha approvato la tanto attesa riforma dell’Ordinamento penitenziario. Non è passato neanche l’importante provvedimento che eliminava le preclusioni all’accesso dei benefici e alle misure alternative al carcere. Tanti anni di lavoro, di persone preparate e intelligenti, che hanno scritto i decreti e che hanno fatto parte degli Stati Generali sull’esecuzione della pena, buttati via. E tutto per paura di perdere qualche voto alle prossime elezioni.
Mi ha fatto rabbrividire leggere certe dichiarazioni di alcuni politici, prima che il Governo si riunisse per decidere:
"Il Governo vuole meno galera e più misure alternative. Noi saremo dalla parte delle vittime e non dei delinquenti: più carceri e meno moschee abusive".
"Il Consiglio dei Ministri, invece di parlare di nuove carceri, mi parla di lasciar liberi migliaia di spacciatori, è folle".
Possibile che questi politici non sappiano che il carcere in Italia non è la medicina ma, invece, la malattia, che fa aumentare la criminalità e la recidiva? E che molto spesso aiuta a formare cultura criminale e mafiosa?
L’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) è molto peggio di quello che comunemente si crede. E non è vero che l’illegalità istituzionale è colpa di alcune “mele marce”. No! Piuttosto è vero il contrario: in carcere ci sono solo poche mele buone. La galera in Italia è spesso una macelleria che non ha nessuna funzione rieducativa o deterrente, come dimostra il fatto che la maggioranza dei detenuti ritorna a delinquere in continuazione.  Inoltre il carcere è cancerogeno non solo per chi è detenuto, ma anche, se non di più, per chi ci lavora.
E poi come si può pensare di garantire la sicurezza sociale tenendo in carcere tossicodipendenti, che hanno bisogno solo di cure e che se curati non diventerebbero mai spacciatori? Come si fa a tenere un uomo dentro per sempre con l’ergastolo ostativo, molto spesso “colpevole” di avere rispettato le leggi della terra e della cultura dove è nato e cresciuto, senza dargli la speranza di poter diventare una persona migliore? Perché queste persone dovrebbero smettere di essere mafiose se non hanno la speranza di un futuro diverso? Cosa c’entra la sicurezza sociale con tutte le privazioni previste dal regime di tortura del 41 bis?
Il carcere in Italia, oltre a non funzionare, crea delle persone vendicative perché alla lunga trasforma il colpevole in una vittima: quando si riceve del male tutti i giorni si dimentica di averne fatto.
E che dire dei numerosi suicidi di questi mesi?  Io penso che molti detenuti che si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere.  Altri invece lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.
     Mi permetto di ricordare ad alcuni politici, che fanno certe dichiarazioni per avere consensi elettorali, che il carcere, così com’è oggi in Italia, non rieduca nessuno, anzi ti fa diventare una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato.
Credo che “maggiore sicurezza” dovrebbe significare carceri vuote, perché fin quando ci saranno carceri piene vuol dire che i nostri politici hanno sbagliato mestiere.
La nostra Costituzione stabilisce che la condanna deve avere esclusivamente una funzione rieducativa e non certo vendicativa. E la pena non deve essere certa, ma ci dev’essere la certezza del recupero, per cui in carcere un condannato deve stare né un giorno in più né uno in meno di quanto serva. Io aggiungo che ci deve stare il meno possibile, per non rischiare di farlo uscire peggiore di quando è entrato. Forse qualcuno commetterà ancora dei reati, ma sono sicuro che la maggioranza, con un carcere più giusto e umano, potrebbe rientrare nella società e diventare cittadino migliore, sicuramente più di alcuni attuali politici.

Carmelo Musumeci
Febbraio 2018
   
Carmelo Musumeci è nato nel 1955 in Sicilia. Condannato all’ergastolo, è ora in regime di semilibertà nel carcere di Perugia. Ha trascorso buona parte della sua vita in carcere e da questa esperienza scaturiscono i suoi scritti e i suoi romanzi.  Ha sempre studiato in carcere da autodidatta fino a conseguire tre lauree: nel 2005 in Scienze Giuridiche, con una tesi in Sociologia del Diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”; nel Maggio 2011 in Giurisprudenza, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”; nel 2016 si è laureato in Filosofia, con votazione 110 e lode, discutendo la tesi “Biografie devianti”.
Nel suo ultimo libro “La Belva della cella 154” affronta il tema dell’ergastolo e del carcere duro.





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