Muro contro
muro?
Questo governo non ha i quattrini
ma
ha i consensi.
In democrazia i consensi valgono più
dei quattrini. Non a Bruxelles.
(di Stelio W.
Venceslai)
Questo governo, a
furia di sognare il cambiamento, spesso dice sciocchezze. Può capitare, non è
cosa grave e ha buoni precedenti. Però ha anche buoni propositi, più o meno
realistici. Non ha i quattrini ma ha i consensi. In democrazia i consensi
valgono più dei quattrini. Non a Bruxelles.
La patria degli
eurocrati e l’universo mondo della finanza, infatti, criticano le scelte
finanziarie del Governo. Non sono d’accordo con la manovra finanziaria e l’Unione
minaccia sanzioni. Anche loro hanno molte ragioni, ma il muro contro muro non
ha speranza di soluzioni.
C’è, però, un
piccolo particolare. È in Italia che si governa l’Italia, non a Bruxelles. Se
la gente condivide quello che il governo fa e se il governo fa quello che vuole
la gente, il problema con l’Unione europea diventa politicamente insolubile.
Se il governo
facesse marcia indietro, perderebbe il consenso su cui si regge. Poco male,
morto un governo se ne fa un altro, ma la gente direbbe che è colpa di
Bruxelles e i sovranisti, gli euroscettici, gli anti europei crescerebbero a
dismisura.
Conviene al
governo far marcia indietro dopo tante dichiarazioni di fermezza un po’
spavalde? Dipende dalla reazione degli operatori economici nostrani che, alla
fine, sono quelli che producono la ricchezza del Paese. Gli imprenditori
settentrionali cominciano a mordere il freno. Le tasse sono rimaste più o meno
le stesse, gli investimenti di cui tanto si parla non arrivano, il costo del
denaro sale. Non si può dar loro torto e la Lega ne soffre.
D’altro canto, se
il governo dovesse tornare indietro e riformulare la manovra, oltre a perdere
la faccia, sarebbe stato sconfitto non tanto da Bruxelles, ma dai mercati. Una
riprova del fatto che chi governa il mondo non sono i principi o i re o i
presidenti, ma la finanza internazionale. Sarebbe però la prima volta che un
Paese democratico in Europa viene messo in ginocchio dai mercati. E la
democrazia? Chiacchiere.
La posta in gioco
è squisitamente politica. Bruxelles ha il dovere di difendere i Trattati e la
legalità comunitaria. Se L’Unione cercasse un accomodamento con l’Italia, a sua
volta, perderebbe la faccia con gli altri Paesi membri. Non solo, ma anche
altri Paesi membri potrebbero comportarsi come l’Italia. Un domino, dove a un
primo pezzo perduto se ne potrebbero aggiungere altri. Conviene svenare
lentamente ciò che si è costruito in settant’anni di europeismo?
Peraltro, la
posizione dell’Europa è perfettamente in linea con quella dei mercati
finanziari. L’Europa politica è l’Europa dei banchieri e della finanza
internazionale. Conviene all’Europa, politicamente, confermare pubblicamente questa
coincidenza?
Tiriamo le somme:
non conviene all’Italia, non conviene all’Unione europea. A chi conviene,
allora? Solo ai mercati.
La disputa è
tutta qui. Si possono contrastare i mercati? Il vero potere è altrove,
inafferrabile ma cogente. Ecco il punto dove siamo arrivati. Lasciati come cani
sciolti, la finanza è diventata un branco famelico incontrollabile. Non fanno
politica, speculano, accumulano ricchezze con le quali sono in grado di
ricattare tutti, anche gli Stati Uniti. Senza lilleri, non si lallera (v.
America latina).
Per trovare una
soluzione, proviamo a ragionare alla rovescia. In Italia, su circa sessanta
milioni di abitanti, l’Istat ci dice che quasi sei milioni di persone sono al
limite della sopravvivenza. Non mangiano o rischiano di non mangiare tutti
giorni. Può un Paese civile dell’Occidente far finta di nulla? Questo è un
problema drammatico. Non sono chiacchiere da bar. La Bengodi Italia per gli
immigrati è l’inferno per gli Italiani poveri. Qui non si tratta di elargire
elemosine o di concedere redditi di cittadinanza, di discettare su questo o su
quello, sul come e sul quando. Queste sono polemiche da PD, non da persone
serie.
Questi sei
milioni di persone hanno il diritto di vivere e hanno bisogno dell’aiuto di
tutti. Si tratta di un’emergenza nazionale, come una catastrofe naturale. Chi
può opporsi a misure immediate d’intervento nei confronti di sei milioni di
poveri? Neppure Bruxelles e, forse, neppure la finanza internazionale (in
fondo, anche i poveri, se non altro, consumano).
Altro aspetto su
cui meditare. In Italia ristagna il lavoro, l’occupazione non cresce, le
imprese non sono in grado di rispondere all’offerta di lavoro. Occorrono
interventi tali da rimettere in moto la macchina produttiva e, con essa,
l’occupazione. Riducendo o rendendo più difficile il precariato? Difficile.
La strada maestra
è quella degli investimenti in grandi opere pubbliche, quelle infrastrutture
che non si fanno da tempo. Il Paese è fermo e lo Stato assente, da
quarant’anni. Vogliamo parlare della sanità o della scuola, oppure delle
ferrovie meridionali, dei porti che languono o dei traffici marittimi
inesistenti, del rifacimento della rete degli acquedotti nostrani, delle strade
siciliane o sarde oppure del trasporto aereo?
E che dire della manutenzione di ponti, strade e viadotti?
Qualunque settore si voglia appena sfiorare, siamo in ritardo di decenni.
Certo, se sulle
grandi opere, Tav e altro, ci si mette a discutere e a rifare i conti, come se
in vent’anni non fossero mai stati fatti, come si vuole rilanciare l’economia nazionale? Una visione
ristretta, da provincia sonnolenta e moralmente bigotta, vede le novità come un
nemico. Questa è una strada sbagliata perché le grandi opere infrastrutturali
sono necessarie, danno lavoro, creano un indotto, migliorano il Paese. Pensare
che sia meglio favorire le PMI è solo teoria da salotto, neanche tanto buono.
I 5Stelle, sin
dall’inizio del loro mandato di rappresentanza, hanno rinunciato a parte dei
loro proventi in favore delle PMI. Una decisione lodevole e, perciò, non
seguita dai parlamentari di altri partiti. Ma che è successo? I soldi li hanno
dati al sistema finanziario e, cioè, alle banche, E tutto è finito lì, nel
sistema dei mutui.
Concludendo, per
uscire dalla difficile situazione del muro contro muro esistono almeno due
argomenti fatali: i sei milioni di poveri e un serio programma d’investimenti
pubblici, senza reticenze o compromissioni. Questi sono fatti concreti che
anche i mercati potrebbero digerire, perché sugli investimenti si fonda il business. Non vogliamo il business ma l’obolo parrocchiale? Ma
allora, abbiamo sbagliato tutto, non abbiamo uomini di Stato ma dei Masaniello.
Ho l'impressione
che la stagione dei Masaniello duri ancora, ma sempre di Masaniello si
tratta. Eppure, per il governo, questa è una situazione impagabile: ha i
consensi, non c’è opposizione, può fare quel vuole. Ha in mano l’Italia. Ma non
per strangolarla arroccandosi su questioni di principio e non su cose concrete.
Roma, 24/11/218


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