Vecchie facce e vecchi
riti. Il Pd si rinnova
(di Stelio W.
Venceslai)
Martina
si è dimesso. È una perdita per gli umoristi.
Dopo
pochi mesi di segretariato, il PD è di nuovo senza testa. Non che l’avesse,
prima, ma almeno c’era uno con cui prendersela. Ora, sono tutti dimissionari in
vista del Congresso. Spuntano all’assemblea dei mille delegati del PD le
candidature: due, tre, quattro, sei, Martina, Renzi, Zingaretti, Minniti, Boccia
e qualchedun altro.
Gentiloni
e Calenda si chiamano fuori. Peccato, ma mi sa che non ci credono neppure loro.
Fare
previsioni è impossibile. La gara è molto combattuta. I riti sono sempre gli
stessi: Comitato centrale, primarie, Congresso con mozioni. Sa di stantio, ma
non c’è nulla di nuovo all’orizzonte, solo la speranza che il governo cada. Poi,
cosa accadrebbe, è nel limbo dei contestatori.
Martina
dimissionario non si sa se corre o no. La maratona non è per lui. Troppo lungo,
troppo triste, con un’aria da menagramo da far paura ma, in fondo, è un
brav’uomo. Vorrebbe fare una candidatura “di squadra”. Cosa significhi lo sa
solo lui. Mi ricorda il sor Tentenna.
Di
Renzi non si sa nulla. Non si è neppure fatto vedere in giro. Neppure la
Boschi. Veleggia, in pieno, invece l’Orfini. L’ombra di Renzi aleggia pesante
sull’assemblea, foriera di disastri. Si teme che voglia fare un altro partito,
con i fedelissimi, Boschi, Lotti e soci. Si aspettano clamorosi insuccessi.
Minniti
riemerge con l’aureola dell’unico ministro serio dell’ultimo governo. Peccato
che sia stato trombato alle ultime elezioni. Forse, come nuovo Segretario di
partito, avrà più consensi. Un tempo
fedelissimo di Renzi ha dichiarato che, se si presenterà, non ne sarà l’ombra ossequente.
Da che era un titolo di merito essere renziani ora lo è di demerito. Così va il
mondo ma, in realtà, i renziani tifano per lui e questo non piace a molti.
Zingaretti
ci prova, anche se Roma non porta fortuna al PD che è stato schiacciato dal
plebiscito, ahimè, a favore di 5Stelle. Poi, i Romani sono stati puniti, non
perché hanno abbandonato il PD, ma perché hanno scelto la Raggi come suprema
espressione dell’auspicato cambiamento capitolino. Il cambiamento s’è visto, in
peggio. In teoria potrebbe essere il
più votato alle primarie ma potrebbe non diventare Segretario. Se, infatti,
nessuno dei tre candidati arrivati alla sfida otterrà il 50% dei voti, la
scelta dovrebbe essere demandata a un’altra assemblea.
Poi
c’è Francesco Boccia, il più giovane e, forse per questo, l’unica faccia nuova
che ha il coraggio di competere. Boccia è bravo, capace e intelligente. Per questo
sarà difficile che sia eletto. Sarebbe una rivoluzione.
Fra
Assemblee. Circoli, Comitato centrale, Primarie e Congresso, l’elezione del
nuovo Segretario del PD sembra un affare di Stato. Procedure complesse, vecchi
riti per facce non nuove. Il PD si rinnova rispolverando nomi stantii.
Quello
che emerge da questo assemblearismo confuso, è un’aria di vecchio, di deja vu, come nelle assise democristiane
e socialiste di un tempo.
La
nostalgia di Renzi, il rinnovatore, il rottamatore è molto forte. Faceva tutto
lui ed era una tranquillità. Ora, invece, bisogna competere e proporre idee
nuove o, perlomeno, ragionevoli.
Di
queste idee non se ne sono viste molte. Eppure, la scommessa futura è
importante. O il Pd si dà una mossa, come ci si dovrebbe aspettare da un grande
partito, o rischia un altro disastro. I commentatori politici, anche di parte
sinistra, rilevano che, ad oggi, non c’è opposizione. Con i rituali e i
rimpianti non si fa opposizione. Gli
elettori che non hanno votato PD difficilmente torneranno ai loro vecchi amori. La
politica corre mentre il PD è restato indietro.
Questo auspicato rinnovamento ancora
non si vede. Renzi ha fatto strage spingendo nell’angolo o alla scissione i
suoi detrattori. Ha fatto del partito una sua estensione personale, convinto
che il partito fosse il popolo e il popolo il suo elettore. Ora, è un deserto
di voci e d’intelligenze, e il dialogo interno nel PD continua: Renzi o non
Renzi? Piagati da questo dilemma esistenziale, il fuori praticamente non
esiste, salvo il dir di no consueto alle decisioni del governo. Molto male,
perché dall’altra parte, l’opposizione di Forza Italia è inesistente, attaccata
al refrain: Salvini, torna con noi.
Alle prossime elezioni europee che,
vivaddio, saranno proporzionali, senza trucchi e senza premi, si conteranno i
pesi e le misure, la vera consistenza elettorale delle formazioni politiche
presenti nel nostro Parlamento. Non bastano i sondaggi, occorrono i voti veri.
Il prossimo scontro elettorale non
sarà fra il Pd e Forza Italia contro i gialloverdi, ma fra 5Stelle e la Lega, i
due nuovi comprimari sulla scena politica. Gli altri staranno a guardare e si
leccheranno le ferite. Abbiamo già visto la vecchia DC andare alle elezioni
contrastando il PCI e il PSI, ma ciò non vietò né alleanze né assenze
compiacenti e concordate, nei momenti difficili della legislatura. Chi s’illude
che il patto di governo fra Lega e 5Stelle potrebbe andare in frantumi commette
un errore.
Il Parlamento europeo è una cosa e
va rinnovato totalmente, quello italiano resterà così com’è. Indubbiamente,
però, un’ulteriore disfatta di Forza Italia o del PD a Strasburgo peserà sulle
vicende italiane.
Non credo che, dopo, si andrà alle
elezioni nazionali per ottenere una nuova rappresentanza in Parlamento secondo
i nuovissimi orientamenti dell’elettorato. Saranno la Presidenza della
Repubblica e i partiti all’opposizione a non volere nuove elezioni.
Roma, 21/11/2018

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