IL DELITTO DI CORI (LATINA)
E' RIPORTATO NEL MIO LIBRO
"DELITTI IN BIANCO E NERO".
IL FIDANZATO UCCISO ERA DI CELLOLE LO SCRITTORE ANTONIO PENNACCHI
( PREMIO STREGA PER
"CANALE MUSSOLINI")
NE HA TRATTO UN APPASSIONANTE RACCONTO PER LA MONDADORI
( PREMIO STREGA PER
"CANALE MUSSOLINI")
NE HA TRATTO UN APPASSIONANTE RACCONTO PER LA MONDADORI
Sull’agorà greca si faceva filosofia ad Agora si spettegola su due ragazzi morti
La prima incursione dell’autore di Canale Mussolini
nei territori del poliziesco è un fatto realmente accaduto. Una giovane coppia
viene assassinata con 184 coltellate, l’intero paese «s’impiccia» ma tutti
sembran mentire
Antonio Pennacchi è un giallista riluttante. «Io questo
libro non lo volevo fare» è il folgorante incipit della Parte Prima del libro.
Poco dopo rinnova la sua presa di distanza: «non mi sono mai occupato di
gialli». Il suo proposito va in frantumi quando viene scosso (sturbato, dice
lui) dalla morte atroce di due giovani fidanzati a poca distanza da casa sua. E
allora di gialli ne...continua
IL DELITTO DI CORI (LATINA)
E' RIPORTATO NEL MIO LIBRO
"DELITTI IN BIANCO E NERO".
IL FIDANZATO UCCISO ERA DI CELLOLE
Ex maresciallo dei carabinieri
scopre la figlia e il fidanzato riversi in un lago di sangue profondo almeno
quanto le coltellate ricevute. Assassinati
due fidanzati lui 23 anni, lei 17 – Il giovane era di Caserta primo di sette
fratelli viveva con la madre separata-
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Accadde a Cori ( Latina)
il 10 marzo del 1997
UN DELITTO PASSIONALE CON SETTANTASETTE COLTELLATE
Ex maresciallo dei carabinieri
scopre la figlia e il fidanzato riversi in un lago di sangue profondo almeno
quanto le coltellate ricevute. Assassinati
due fidanzati lui 23 anni, lei 17 – Il giovane era di Caserta primo di sette
fratelli viveva con la madre separata-
Questa è la storia del tremendo
fatto di sangue ricostruita attraverso i giornali dell’epoca. Quando domenica
sera, di quel 10 marzo del 1997, ha
sentito battere le undici senza aver ancora visto tornare la figlia, Elisa, ha
preso il giaccone, è salito in auto e, senza una parola, si è diretto verso
Cori Monte, la parte più alta di questo paese in bilico tra le paludi pontine e
i colli dei Castelli romani. Non sapeva esattamente dove cercare, ma non ha
avuto difficoltà nel trovare qualcuno che lo accompagnasse fino alla casa di
Patrizio Bovi, da cinque-sei mesi il fidanzato della figlia, l’unico motivo di
screzio che di tanto in tanto l’uomo aveva con la sua primogenita. Con il cuore
in gola ha affrontato anche l’ultimo pezzo di salita, il più ripido, poi ha
iniziato a suonare il campanello. Nessuna risposta: via Fortuna 41 sembrava
immersa nel sonno o deserta, ma Angelo Marafini aveva quel presentimento. Ha
rotto il vetro di una finestra, è entrato. Aveva un pessimo presentimento, ma
non fino al punto da immaginare quell’orrore: la figlia e il fidanzato riversi
in un lago di sangue profondo almeno quanto le oltre sessanta coltellate
ricevute.
Erano al primo piano della casa:
ai piedi del letto lei, in bagno lui. Doveva esserci stato un tentativo di
difesa perché i due giovani avevano le mani strette intorno al petto, come per
tentare di proteggersi, ma nessuna difesa aveva potuto frenare quella furia che
si era abbattuta alla cieca, con odio, per quarantadue volte su di lei e oltre
venti su di lui. Angelo Marafini ha osservato la scena e, per sua sfortuna, ha
anche capito tutto: del tentativo di difesa e del fatto che dovevano essere
trascorse almeno quattro cinque ore dal delitto. Era stato proprio il fiuto a
suggerirgli quel pessimo presentimento alle undici di sera e, in genere, a
ispirargli una profonda diffidenza nei confronti di Patrizio. La figlia ne era
innamorata. L’ostacolo principale era il
lavoro. Non quello di Elisa, al quarto anno di ragioneria, sempre fra le prime
della classe. Ma quello di Patrizio, che nessuno sapeva bene come e di che cosa
vivesse. Al padre aveva raccontato di avere un impiego in un cantiere edile. Un
amico sostiene di averlo visto lavorare negli ultimi tempi presso un
tappezziere. Un altro amico, invece, rivela che era cameriere in una pizzeria,
ma che era anche stato licenziato. Il giorno dopo, dunque, Patrizio veniva
ammazzato. Dopo aver constatato l’accanimento dell’assassino, e dopo aver
ricostruito la storia di Patrizio, gli investigatori si sono immediatamente
orientati su due piste: una passionale, l’altra finanziaria.
Due uomini sono stati interrogati
per tutta la giornata come persone informate dei fatti. Sono Piero Agnoni,
macellaio di 43 anni, al quale era stata
trovata una macchia di sangue sui jeans, già ascoltato in precedenza per
un’intera notte, e Massimiliano Placidi, 26 anni, che domenica sera aveva
accompagnato il padre di Elisa Marafini, a cercare la figlia. Il macellaio, che abita a Cori insieme alla
moglie, al fratello e alla madre, ha un negozio nella piazza principale di
Nonna, un paese vicino. Nel pomeriggio sono state fatte perquisizioni a Cori,
dove fino a tarda sera era in corso un vertice tra gli inquirenti nella caserma
dei carabinieri. Altre voci parlano di cinque indagati I due giovani fidanzati della provincia di
Latina erano forse colpevoli soltanto di amarsi, come sostengono amici e
parenti. 0 forse nascondevano un segreto più grande di loro, a quanto parrebbe
dagli avvisi emanati?. Dei cinque che saranno sottoposti alla prova del Dna,
solo due sono per il momento noti. Piero Agnoni è la prima di queste persone. A
giudicare dalle mosse degli inquirenti, Angelo Marafini, il padre di Elisa,
dovrebbe essere fra loro. Probabilmente solo per aver scoperto il cadavere
della figlia. 0 probabilmente per chiarire alcuni dubbi, nonostante le dodici
ore di interrogatorio, insieme con la
moglie, e la lunga perquisizione nella sua casa nel centro di Cori. Come mai
era così sicuro che dietro il ritardo di domenica sera della ragazza si
nascondeva una disgrazia?
Un party con
droga e sesso o
un ménage à trois?
Come mai si sarebbe fatto guidare
proprio da Massimiliano Placidi, detto Citozza? Lui alle domande degli
inquirenti, per un’intera notte - ha risposto con fastidio. Più calmo, qualche
ora dopo, intorno alle due, ha risposto anche alle domande del parroco don
Ottaviano Maurizi: “Erano le otto e un quarto, poi le nove, poi le nove e
mezza. Elisa non rientrava mai dopo le sette e mezza, e io ho il telefonino
sempre acceso. Alle undici non ci ho visto più e sono schizzato via. E sono
entrato in casa perché sono un ex-maresciallo, conosco i metodi dei
carabinieri: bisogna porli davanti al fatto compiuto per sperare che
intervengano”.
E’ stato convalidato il
fermo per l’omicidio dei due
fidanzati si tratta di Massimiliano
Placidi, 28 anni. Lo hanno annunciato il procuratore di Latina Antonio
Gagliardi e il pm Gregorio Capasso che hanno diretto le indagini. A Cori,
Placidi, conosciuto con il soprannome di “Citozza”, viene descritto come un
frequentatore di ambienti omosessuali.
Un giallo nel
giallo? Il padre
di Elisa ha
mentito?
Concorso in duplice omicidio
aggravato è l’accusa che i giudici di Latina muovono a Marco Canale, 26 anni,
arrestato ieri, accusato dalle macchie di sangue sui jeans che gli vennero
sequestrati all’indomani del delitto di Cori. Le analisi del Cis di Roma (la
scientifica dei carabinieri) hanno accertato che il sangue su quei pantaloni
appartiene alle due vittime. Il gip Mario Gentile ha firmato ieri il
provvedimento di arresto, i carabinieri sono andati subito a casa di Canale. Lui
si è lasciato portare via senza dire una parola. Venerdì notte, ai magistrati
che gli contestavano quelle macchie, rispondeva che non sapeva spiegarsele, che
nella casa del delitto lui non andava dal martedì precedente il fattaccio:
“Forse ho toccato qualcosa allora, non so dare altra spiegazione”. Ma i
risultati del Cis non lasciano spazio a dubbi. “Saremmo degli irresponsabili a
pensare il contrario - aveva detto l’avvocato Michele Pierre, legale di Canali
- ora andrà verificato il grado di compatibilità del sangue con quello delle
vittime. Poi si dovranno verificare tutti gli altri elementi e la compatibilità
tra loro: ora del delitto, alibi del mio assistito e quant’altro”. E così ieri
alle 13 Canale è entrato nel carcere di Latina. Lo stesso dove ha trascorso 24
giorni Massimiliano Placidi, detto Citozza, arrestato il 15 marzo e rilasciato
dal tribunale del riesame. Era' stato arrestato sulla base di numerosi indizi a
suo carico. Ma nessuna prova. Ora una prova c’è, l’unica, e incastra Canale.
Concorso in omicidio, dicono gli inquirenti, come a dire che Canale non sarebbe
l’unico presunto |omicida di Gianni ed Elisa, ma che agì eventualmente insieme a un altro.
E il movente? Per Placidi la
passione: di lui si diceva che fosse omosessuale, innamorato di Gianni, ostile
a Elisa. E per Marco? Lui era l’ex fidanzato di Elisa, forse riforniva Gianni
di cocaina, e, secondo Pietro Agnoni (un altro indagato) aveva litigato
violentemente con la vittima e lo aveva minacciato perché non gli restituiva
dei soldi. “Non l’ho minacciato - ha risposto Canale - mi sono scattati i
nervi, e poi io questo Agnoni non lo conosco neanche”. Sul movente si interroga
anche Placidi: “Ma perché tutte quelle coltellate ad Elisa. Per depistare?”… e
racconta: ”La sera dell'omicidio era prevista una cena con lui a casa di
Gianni, me lo voleva presentare. Non credo che Canale fosse d’accordo sulla mia
presenza, ma Gianni lo aveva rassicurato. Gianni mi aveva detto che in
settimana avrebbe avuto tanti soldi, ma non spiegò il perché. La mattina del 9
l’ho visto con Elisa in piazza, l’ho salutato; poi gli ho detto che a quella
cena non volevo andare, non volevo incontrare gente di Cisterna e di quel giro.
Ricordo anche che Gianni era preoccupato per quella cena ma non mi disse il
perché. Se è stato Canale, per fortuna non ci sono andato, sennò sarei anch’io
morto”.
Di tutti gli indagati Canale
aveva l’alibi migliore: all’ora del delitto (tra le 20,15 e le 20,30) era a
Cisterna, l’han visto in molti. Fu il primo ad essere indagato, e stava per
essere fermato. Ora il punto è stabilire con esattezza l’ora della morte. Mai
come in questo caso cinque minuti possono confermare o far cadere
definitivamente un’accusa.
Confessa: ”Sono io
l’assassino”… poi ritratta”… L’ipotesi
del magistrato: ” Servono altre indagini”.
Gli investigatori rifiutano di parlare di
svolta clamorosa delle indagini.
L’arresto di ieri - ha dichiarato il comandante dei carabinieri di
Latina, Vittorio Tommasone - non cambia nulla: continuiamo a lavorare sulla
stessa tesi”. Dello stesso tono le dichiarazioni del pubblico ministero Gregorio Capasso, il magistrato titolare
dell’inchiesta sul duplice omicidio di Cori: “Noi proseguiamo a condurre le
nostre indagini come dal primo giorno - ha dichiarato Capasso - del resto non è da un anno che stiamo
lavorando su questo caso, ma solo da un mese. Gli elementi che fino ad oggi
abbiamo raccolto li riteniamo sempre validi. Questo significa che la pista che
abbiamo individuato e seguito sin dall'inizio rimane sempre in piedi e non assume
certo una rilevanza minore solo perché da ieri è stata arrestata un'altra
persona”.
Come a dire, Massimiliano Placidi
non è da considerarsi fuori dall’inchiesta. Tutt’altro. Anche perché gli
inquirenti hanno sempre in mano quella cassetta nella quale Citozza ha
confessato l’omicidio per poi ritrattare dopo qualche giorno. E a supporto
della convinzione degli investigatori che hanno seguito il caso di Cori fin
dalle prime battute, c’è il ricorso che il pubblico ministero Capasso ha
presentato contro il provvedimento di scarcerazione del riesame su Placidi.
Venti pagine inviate alla Cassazione in cui viene sottolineata “l’illegittimità
e illogicità dell’ordinanza per omessa e in alcuni casi infedele valutazione di
dichiarazioni e circostanze di fatto”.
Tre capelli
contro l’assassino Interrogato il parroco che conosce i segreti
del delitto di
Cori
Sono tutte notizie infamanti,
lasciatemi stare». E' una replica stizzosa, quella di don Gianni Toni, il
sacerdote della parrocchia di San Pietro e Paolo a Cori, il centro dei Monti
Letini dove il 9 marzo scorso sono stati trucidati Gianni Bovi, 23 anni, e la
sua fidanzatina diciassettenne Elisa Marafini. I carabinieri lo hanno
sottoposto a un lungo interrogatorio, i cui contenuti non sono stati divulgati.
In particolare, gli sarebbe stato chiesto che tipo di rapporti legassero i
quattro indagati del duplice omicidio: Marco Canale (in carcere da quattro
settimane), Piegno Agnoni, Angelo Maragini, Massimiliano Placidi. Il sacerdote
li conosceva assai bene, così come conosceva bene le vittime.
E’ nascosta fra le dita di Elisa Marafini la
prova che potrebbe inchiodare il responsabile del suo feroce assassinio e di
quello del fidanzato Patrizio Bovi. I carabinieri del Cis hanno proceduto a
esaminare i frammenti piliferi e i capelli rimasti fra le dita della
diciassettenne uccisa con oltre 160 coltellate il 9 marzo a Cori. Stando ai
risultati del Centro di investigazione scientifica dei carabinieri, il
materiale sub unghiale non apparterrebbe alla ragazza. Questo significa che ci
sono buone probabilità che l’assassino abbia lasciato proprio sul corpo di una
delle due giovani vittime una sorta di “firma”, la prova decisiva per la sua
identificazione. E‘ un passo importante, delicato e forse risolutivo per le
indagini tese a stabilire a tre mesi e mezzo di distanza l’autore di
quell’atroce duplice omicidio. Certo non sarà facile determinare con certezza
le caratteristiche dei frammenti di peli trovati sotto le unghie di Elisa,
visto che sono tutti e tre privi di bulbo, anche se lunghi due centimetri. Sarà
possibile, però, determinare il tipo di capelli dell’assassino e confrontarlo
con quello dei quattro indagati: Massimiliano Placidi, scarcerato dal Tribunale
del Riesame dopo 24 giorni di carcere;
Pietro Agnoni, il macellaio, Angelo Marafini, il padre della vittima, e
Marco Canale, l’amico di Cisterna, che aveva affittato a Patrizio la casa di
via Della Fortuna a Cori e che riforniva la vittima di droga, l’unico tuttora
in carcere per concorso in duplice omicidio volontario aggravato.
Il processo
per il delitto di Cori con una condanna a 30 anni di carcere. Il pubblico
ministero aveva chiesto l’ergastolo. La Cassazione confermò.
E' un fiume in piena Massimiliano Placidi, il
ventottenne di Cori che ha trascorso oltre venti giorni in isolamento nel
carcere di Latina con la pesante accusa di essere il presunto assassino di
Patrizio Gianni Bovi e della sua fidanzata Elisa Marafini. Dalle ore
immediatamente seguite alla sua libertà decretata dal tribunale del riesame e
per un giorno intero Massimiliano, ormai per tutti «Citozza», non ha fatto
altro che soddisfare le richieste dei giornalisti di tutta Italia. Ed ogni
volta Placidi ha ribadito le sue posizioni, le sue valutazioni sulle
metodologie seguite dagli inquirenti nel condurre le indagini sul duplice
omicidio di Cori. Ecco il colpo di
scena, il vero assassino per concorso in duplice omicidio volontario aggravato
non è lui. Marco Canale è colpevole.
Dopo otto ore e mezzo di camera di consiglio la Corte d’Assise di Latina ha
deciso che l’assassino di Elisa Marafini, 17 anni, e Patrizio Bovi, 23 anni, è
stato lui, il trentenne di Cisterna di Latina in carcere dall’aprile del 1997,
un mese dopo il massacro dei fidanzati di Cori. E per questo dovrà scontare
trent’anni di reclusione. Sui suoi jeans vennero trovate tracce di sangue
compatibili con quello dei due ragazzi morti sotto la furia di oltre 200
coltellate. Era l’unica prova a suo carico che
è stata anche la sua condanna. La sentenza è arrivata alle 20,30. In
aula c’erano i protagonisti di questo giallo: Angelo Marafini, il padre di
Elisa; Massimiliano Placidi, detto
Citozza, il primo a finire in carcere, come detto, poi scarcerato dal Tribunale del Riesame. Mancava lui,
l’assassino vero, Marco Canale. “E’ stata una sua scelta, hanno detto i legali.
Ad ascoltare del suo destino il fratello Massimo Canale e il padre Luigi Canale, svenuto non
appena il presidente ha finito di leggere la decisione: trent’anni di
detenzione e risarcimento alla famiglia Marafini di 250 milioni come
provvisionale. Per la Corte, dunque, Canale è colpevole. Ma i giudici non hanno
accolto la richiesta del pubblico ministero
Gregorio Capasso, il quale al termine della sua appassionante e spietata
requisitoria ha chiesto il massimo della pena per il truce assassinio: “una
condanna all’ergastolo”; e hanno invece concesso le attenuanti generiche,
perché l’imputato era incensurato.
“Ricorreremo in appello - hanno dichiarato i difensori, Michele Pierre e
Umberto Salvatori - attendiamo di conoscere le motivazioni della sentenza che
accettiamo con rispetto e considerazione: ma non possiamo nascondere la nostra
delusione”.
Il verdetto ha lasciato tutti scontenti.
“Canale deve pagare per quello che ha fatto, per quello che la famiglia di
Elisa ha patito in questo anno e mezzo”, ha detto l’avvocato Cesare Gallinelli,
abbracciando Angelo Marafini. Il padre di Elisa ha commentato la sentenza con
calma apparente: “Per me trent’anni o l’ergastolo non fa alcuna differenza,
tanto nessuno mi ridarà mia figlia, nessuno mi potrà più veder ridere”.
Non è soddisfatto nemmeno il pubblico
ministero Gregorio Capasso, anche lui attende la motivazione. “Vedremo - dice -
le sentenze si accettano, non si commentano”.
Dopo la falsa pista di Citozza,
il colpevole, per la legge, fu in seguito individuato in Marco Canale,
operaio di Cisterna, 29enne all’epoca del delitto, condannato in primo e
secondo grado, a Latina e Roma, a 30 anni di reclusione. Sentenza confermata
nel 2001 dalla Suprema Corte di Cassazione. Furono gli accertamenti dei
carabinieri dei Ris a incastrarlo: sui suoi pantaloni di jeans furono trovate
tracce ematiche riconducibili ai due fidanzati trucidati. Sostenne di aver
trovato i due già morti alle 17, ma testimoni dichiararono il contrario: Elisa
Marafini e Patrizio Bovi erano vivi alle 19 di quel 9 marzo 1997, morirono
forse alle 19,30.





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