INNOCENTI
SCONVOLGENTE
UNA IMPICCAGIONE
Pochi giorni fa si
è spento a Fukuoka, nel sud del Giappone, Sakae Menda. Aveva 95 anni, 34 dei
quali passati in carcere. Per l’esattezza, nel braccio della morte. Una cella
di 5 mq, senza riscaldamento d’inverno o aria condizionata d’estate, con la
luce sempre accesa e dove la minima violazione delle crudeli regole imposte
(tipo il divieto di dormire a pancia sotto o sul fianco opposto alla porta,
impedendo così alle guardie di controllare se il detenuto respira) comporta il
chobatsu, l’ammanettamento per almeno 48 ore che costringe i detenuti a
trattenere i bisogni fisici e a mangiare in ginocchio, direttamente da una
ciotola sistemata per terra, come i cani.
Condannato nel
1948, all’età di 22 anni, per un omicidio che non aveva commesso ma che aveva
confessato dopo due mesi di carcerazione preventiva, incessanti interrogatori
senza la presenza di avvocati e vere e proprie torture (venne appeso al
soffitto varie volte, per ore, a testa in giù) Menda era stato finalmente
liberato nel 1983, dopo ben 7 appelli per la revisione del processo, tutti
respinti. Dal quel momento, Menda era diventato un po’ il simbolo della lotta
contro la pena di morte, e più in generale degli errori giudiziari (dopo di lui
ci sono stati altri 4 condannati a morte liberati) partecipando a numerosi
eventi sia in patria che all’estero (è andato anche a Roma, ospite della
Comunità di Sant’Egidio) e devolvendo un terzo del risarcimento ottenuto dallo
Stato circa un milione di euro, dopo un lunga battaglia giudiziaria ad alcuni
movimenti ed associazioni impegnate nella battaglia per l’abolizione o quanto
meno la moratoria della pena di morte […]. Assieme agli Stati Uniti, il
Giappone è l’unico Paese del G7 a prevedere e applicare senza alcun segnale di
ravvedimento la pena di morte, che avviene per impiccagione in assoluta
segretezza e secondo un rituale tanto bizzarro quanto crudele (per chi volesse
approfondire l’argomento, consiglio la visione del bellissimo quanto pressoché
sconosciuto film di Nagisa Oshima, Koshikei, l’Impiccagione su You Tube:
https://www.youtube.com/watch?v=FXlZzZfmjfY). Il numero delle esecuzioni, che
avvengono all’improvviso, avvertendo i condannati pochi muniti prima e parenti
e legali addirittura dopo, è limitato: quest’anno appena 3, l’anno scorso, ma è
stata un’eccezione, 15. In genere sono meno di una decina l’anno, e vengono
stabilite senza alcun ordine logico, a discrezione assoluta del ministro della
giustizia in carica, che deve firmare personalmente l’ordine di esecuzione. La
legge stabilisce tuttavia che l’esecuzione non può avvenire in costanza di
appelli o ricorsi, ed è per questo che spesso i condannati passano molti anni
nel braccio della morte, nelle condizioni disumane che abbiamo descritto sopra.
Tra tutti, va ricordato il caso di Iwao Hakamada, un ex pugile che ha passato
ben 46 anni nel braccio della morte record assoluto, certificato dal Guinness
dei primati prima di essere finalmente liberato nel 2014, dopo che il tribunale
di Shizuoka aveva finalmente disposto la revisione del processo. Nel frattempo,
Hakamada ha riportato gravi danni alla sua salute mentale. La cosa più
terribile, che Menda definiva una vera e propria tortura, era il fatto che le
esecuzioni venivano annunciate solo pochi minuti prima: «A noi dicevano che era
per evitarci lo stress dell’attesa, di fatto nel mio caso lo stress è durato 34
anni. Ogni mattina, quando passava la ronda, vivevo nel terrore che si
fermassero di fronte alla mia cella. In Giappone, prima del corpo, le autorità
cercano di uccidere l’anima. Ma con me non ci sono riusciti. Sono entrambi
sopravvissuti».
Fonte: di Pio
D’Emila/ Il Messaggero -
Vedi: film di
Nagisa Oshima, Koshikei, l’Impiccagione su You Tube:
https://www.youtube.com/watch?v=FXlZzZfmjfY

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