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lunedì 8 agosto 2022

     

1956 – Antonio Di Bernardo tentò di uccidere Luigi Diana in San Cipriano d’A

versa – Condannato dalla Corte di assise morì nel carcere prima del giudizio di appello  – di Ferdinando Terlizzi

 

Verso le ore 18:00 del 6 luglio del 1956 l’appuntato dei carabinieri Cosimo Leopardi e il carabiniere Pasquale Papagno, mentre si trattenevano nella piazza Guglielmo Marcone di San Cipriano d’Aversa insieme all’insegnante Nicola Caterino udirono l’esplosione di alcuni colpi di arma da fuoco e contemporaneamente notarono Luigi Diana impegnato, a breve distanza da loro, in una violenta colluttazione con Antonio Di Bernardo per far deviare i colpi di una pistola che costui stringeva nella mano destra. I militari, prontamente intervenuti mentre continuavano ancora il fuoco, riuscirono non senza sforzi  a strappare al Di Bernardo l’arma, una pistola automatica calibro 7,65 ancora carica con  due cartucce di cui una in camera di scoppio e a trarlo in arresto. Nel corso delle indagini, tempestivamente espletate, furono repertati sul posto quattro bossoli di cartucce per pistola automatica calibro 7/ 65, un proiettile dello stesso calibro ed una scheggia di proiettile. Da quanto dichiarato dal Luigi Diana e dalle deposizioni di: Nicola CaterinoGiuseppe PaganoArmando Coppola,  Giuseppe Capoluongo,  inoltre risultò qui Di Bernardo aveva chiamato il Luigi Diana il quale si tratteneva in un bar sito nella a Piazza affermando di dovergli parlare; che i due si erano allontanati di circa dieci metri  dalla porta del locale quando improvvisamente il Di Bernardo aveva afferrato l’altro con la mano sinistra alla spalla destra, ed estratto contemporaneamente una pistola dalla cinta dei pantaloni aveva aperto il fuoco contro di lui. Che i primi due colpi avevano forato la maglia indossata dal Diana – rimasto però incolume – nella parte anteriore all’altezza dell’addome e alla manica sinistra e indi l’aggredito aveva prontamente reagito colluttando con lo sparatore ed afferrandogli il braccio destro ed era così riuscito a fare andare a vuoto  altri tre colpi sparati dal Di Bernardo. Nulla di preciso emerse invece circa la causale dell’azione compiuta dal Di Bernardo. I  presenti al fatto dichiararono di non essere in grado di dare indicazioni in proposito e solo Luigi  Diana avanzò l’ipotesi che il Di Bernardo si fosse indotto ad aggredirlo perché, avendo reso una falsa deposizione in un procedimento penale in corso contro di lui, suo zio Fausto Del Villano ed altri per lesioni ed altri reati in danno del segretario comunale avvocato Luigi Grassia, temeva una reazione violenta da parte sua e dei suoi familiari.  Al Di Bernardo subito dopo l’arresto vennero riscontrate contusioni, abrasioni ed altre lievi  lesioni al viso io alla spalla sinistra. Egli dichiarò hai verbalizzanti che era stato Luigi Diana ad avventurarsi insieme al fratello Mario, contro di lui, che la pistola era di  Luigi Diana che costui gli aveva escluso contro numerosi colpi che egli era riuscito ad evitare impegnando la colluttazione. Contestatogli  però che la pistola sequestrata risultava di sua proprietà, da lui regolarmente denunciata, cambiò versione precisando che, assalito dai Diana, aveva fatto fuoco in aria per farli allontanare. A seguito di tali risultanze – oggetto di rapporto dei carabinieri di Casal di Principe in data 8 luglio 56 – si procedeva a carico del Di Bernardo col rito formale in ordine ai reati di tentato omicidio e di porto abusivo di pistola emettendosi mandato di cattura. Il predetto negli interrogatori resi al Magistrato raccontava che i fratelli Diana di Paolo,  i quali pretendevano  di “spogliare” lo avvocato Grassia del possesso di un suo terreno, nutrivano odio contro di lui perché ritenevano che egli fosse molto amico del Grassia e lo istigasse a resistere alle loro pressioni. Aggiungeva che vi era stata anche un’aggressione dei Diana contro il Grassia e che egli, “benché diffidato dai Diana con minacce di morte affinchè si astenne dal deporre” aveva reso regolarmente la sua deposizione nel procedimento penale relativo all’episodio suddetto. In merito poi al fatto per cui è processo riferiva che la sera del 6 luglio 56 passando per la piazza di San Cipriano chiese al Luigi Diana,  che era seduto presso il bar, di passargli una sedia ma il Diana si alzò e fece il gesto di estrarre la propria pistola; vi fu poi  una colluttazione nel corso della quale dalla sua arma partirono dei colpi diretti verso l’alto. Indi intervennero i carabinieri ed egli venne malmenato e ferito da Mario Diana e da un cugino dello stesso Luigi Diana mentre Luigi Diana (di Paolo) con abile passamano faceva scomparire la propria pistola. Il Di Bernardo inoltre in data 7 settembre 1956 sporgeva querela contro i responsabili delle lesioni da lui subite (che dalla perizia medica risultarono guarite in giorni 20) e successivamente precisava che aveva inteso querelare Luigi Diana di PaoloMario Diana di Paolo  e Luigi Diana fu Domenico e per quanto riguarda la precisazione dei fatti addebitatigli si riportava agli interrogatori già resi.  Luigi Diana e i testi già escussi in sede di indagini confermavano le loro prime dichiarazioni; Giuseppe Capoluongo però aggiungeva che il predetto Diana quando si allontanò con il De Bernardo dal bar, disse: “Io non so niente”, in risposta ad una domanda di questo ultimo che fu possibile percepire.

L’avvocato Carlo Cipullo del collegio difensivo con Ciro Maffuccini

In dibattimento la difesa del Di Bernardo chiese  che fosse sottoposto a perizia psichiatrica ma la Corte rigettò l’istanza.

Luigi Diana costituitosi parte civile, dichiarava che il Di Bernardo durante la colluttazione tentò di liberarsi e di dirigere l’arma in modo da colpirlo, e che era stato lui a produrre allo stesso tutte le lesioni riscontrategli. I testi appuntato Armando Leopardi Coppola  e Giuseppe Capoluongo escludevano che l’imputato fosse stato percosso da Mario Diana e gli ultimi due affermavano anche che Luigi Diana intervenne per sostenere il De Bernardo ad aggressione iniziata. Il Capoluongo riferiva altresì che alcuni giorni dopo il fatto Luigi Diana gli disse che il prevenuto gli aveva contestato di frapporre  ostacoli a che il Grassia realizzasse la vendita di un suo terreno ed alla sua risposta “di non sapere nulla” aveva estratta la pistola e fatto fuoco. Terminata l’assunzione delle prove, veniva contestato all’imputato la recidiva specifica per il tentato omicidio il recidiva generica per gli altri reati nonchè la continuazione per il reato di calunnia. Il difensore della parte civile concludeva per la condanna al risarcimento dei danni. Il pubblico ministero da parte sua chiedeva che l’imputato fosse condannato per il reato ascrittogli alla pena complessiva di anni 10 di reclusione e mesi quattro di arresto. I difensori dell’imputato chiedevano a loro volta che lo stesso fosse dichiarato “non punibile per il tentato omicidio per avere agito in stato di legittima difesa” e in subordine che fosse pronunciata condanna, anziché “per il delitto di tentato omicidio, per il delitto di minaccia”, al minimo della pena con le attenuanti generiche e della provocazione; quanto al delitto di calunnia chiedevano “l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato”  e in subordine la condanna al minimo della pena con le attenuanti generiche.   Di parere diverso, naturalmente,  la Corte che rintuzzò, tra l’altro:

“… La Corte rileva innanzitutto che non può condividersi il dubbio avanzato della difesa del prevenuto circa la imputabilità dello stesso. Mancano infatti indizi concreti che il Di Bernardo sia o sia stato affetto da infermità che abbiano potuto avere influenza per escludere o comunque diminuire la sua capacità di intendere e di volere nel momento in cui commise i fatti per i reati di cui è processo. E’ vero che dalla cartella clinica del manicomio giudiziario di Reggio Emilia risulta che egli venne ricoverato in quell’istituto con la diagnosi di demenza il 29 settembre del 1918, ma successivamente egli fu dichiarato guarito e d’altra parte non risulta che nel lungo periodo di tempo successivo al suo ricovero in manicomio si siano manifestati nuovi sintomi della malattia suddetta. Né poi possono autorizzare a nutrire sospetti circa la capacità mentale del prevenuto le circostanze che egli  – come rilevasi della cartella clinica, fu sifilitico durante la vita militare ed è figlio di genitori alcoolista e neurastenico. Non vi sono elementi che confortino l’ipotesi che la sifilide, anche essa rimontante ad epoca quanto mai remota, abbia aggredito i centri nervosi con ripercussioni sulla facoltà intellettive e volitive del Di Bernardo, e, quanto alla anamnesi familiare, questa, in mancanza di indizi circa la esistenza di una sintomatologia morbosa proprio dell’imputato, non è atta da sola a far desumere uno stato di minorata capacità di intendere di volere”. “Ciò premesso – stigmatizzarono ancora i giudici della Corte di assise –  va presa in esame la richiesta difensiva secondo cui l’imputato dovrebbe essere dichiarato “non punibile” in ordine al delitto di tentato omicidio “per avere agito in stato di legittima difesa”. Anche tale richiesta deve essere disattesa. Essa si basa sulla affermazione, fatta dal Di Bernardo in uno dei suoi interrogatori innanzi ai carabinieri, di essere stato aggredito dei fratelli Mario Luigi Diana e di avere esplosi i colpi di pistola in aria per indurre gli aggressori ad allontanarsi, affermazione che però è smentita in pieno da contrastanti versioni dell’accaduto fornite dallo stesso imputato nel corso del giudizio. E’  chiaro che, ove l’episodio si fosse svolto così come raccontato dal Di Bernardo il predetto, non avendo interesse ad alterare la verità a lui favorevole avrebbe insistito in quella versione anche negli altri interrogatori. E invece immediatamente dopo l’arresto tentò addirittura di attribuire il possesso della sua pistola e gli spari a Luigi Diana e soltanto dopo che i carabinieri gli contestarono che la pistola risultava essere di sua proprietà finì col dire di essere stato lui a sparare per fare allontanare i due fratelli Diana che lo avevano assalito”.

 

Il processo con la condanna  ad anni 8 e mesi 4. I motivi di appello e la morte in carcere

“In istruttoria, infatti, ha precisato di essere stato aggredito soltanto da Luigi Diana di Paolo, il quale fece anche la mossa di estrarre un’arma, che nel corso della colluttazione seguita all’aggressione partirono chissà come, dei colpi dalla sua pistola che gli aveva impugnata per difendersi, e che soltanto dopo che gli era stato fermato dai carabinieri intervennero anche il Mario Diana e il cugino Luigi Diana fu Domenico, i quali lo percossero, mentre Luigi Diana di Paolo faceva scomparire la propria pistola. E in dibattimento infine ha di nuovo mutato tesi affermando di avere impugnata la pistola durante la colluttazione per disfarsene e che Luigi Diana non mise fuori alcuna arma. L’assurdità della tesi della legittima difesa è già evidente per la contraddittorietà delle versioni date dal Di Bernardo, è ulteriormente confermata dalle concordi deposizioni della parte lesa, dell’appuntato dei carabinieri Leopardi, del carabiniere Papagno ed agli altri testi che furono presenti al fatto. Da tali deposizioni  è emerso in maniera non dubbia che fu il Di Bernardo ad aggredire Luigi Diana di Paolo, che era inerme, dopo di averlo fatto allontanare dal bar per parlargli sparando all’improvviso con la pistola contro di lui, e che il Diana fu costretto ad impegnare la colluttazione al fine di deviare i colpi. Respinta la tesi della legittima difesa, va poi osservato che l’imputato ogì senza dubbio con volontà omicida. Che egli, invero, aggredendo Luigi Diana di Paolo si sia proposto il fine di ucciderlo e non già di ferire o minacciare soltanto è ampiamente dimostrato dalle modalità esteriori dell’azione, e in particolare dalle circostanze che egli esplose, contro la parte lesa, da vicino, dapprima due colpi di pistola in direzione di parti vitali del corpo sì da perforare la maglia in corrispondenza dell’addome oltre che del braccio destro, indi, durante la colluttazione, ma non inavvertitamente, a causa di questa bensì sempre tentando di mirare al corpo della vittima, altri tre colpi andati a vuoto, e infine insistette nel tentativo di sparare ancora sì che i carabinieri accorsi dovettero fargli forza per togliergli l’arma”. Essendo pertanto l’aggressione diretta a cagionare la morte del Diana e non potendosi d’altra parte contestare l’idoneità dell’azione a realizzare tale scopo, che non fu raggiunto soltanto per caso e per l’abilità e tempestiva reazione della vittima, va senz’altro affermata la responsabilità del Di Bernardo per il delitto di tentato omicidio. In ordine a tale delitto non compete al prevenuto la invocata attenuante della provocazione in quanto egli agì sì nello stato di ira determinato in lui dalle risposte evasive del Diana ma queste non possono qualificarsi fatto in giusto perché, a prescindere da ogni altra considerazione, il Diana non era affatto tenuto a dargli spiegazioni in merito ai suoi rapporti con il Grassia. Tuttavia l’avere il Di Bernardo agito per un improvviso impulso, nella convinzione di dover vendicare una ingiustizia che egli riteneva essere stata commessa ai danni di persona alla quale era devoto, è una circostanza che attenua indubbiamente l’entità del delitto onde è il caso di concedere le circostanze attenuanti generiche. Tenuto conto dei criteri indicati nell’articolo 133 ed in particolare delle modalità dei fatti e della personalità dell’imputato, stimasi infliggere per il tentato omicidio la pena gli anni sette mesi sei di reclusione, da ridursi per le attenuanti generiche ad anni cinque di reclusione da aumentarsi per la recidiva specifica ad anni sei di reclusione; per la calunnia  la pena di anni due di reclusione, da elevarsi per la recidiva generica da anni due e mesi quattro di reclusione.  Con sentenza del 28 novembre del 1957 la Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere, composta dal presidente, Eduardo Cilento; dal giudice a latere, Guido Tavassi; pubblico ministero Nicola Damiani; e dai giudici popolari: Antonio BolognaFerdinando BeneficoAntimo PozziOreste Malasomma, Nicola Canzano e  Antonio Milza) condannò il Di Bernardo  ad anni 8 e mesi 4. In appello la difesa insistette per far sottoporre il Di Bernardo a perizia psichiatrica, invocò di nuovo una diversa configurazione del reato ( non già tentato omicidio bensì minaccia aggravata ); fu invocata nuovamente la legittima difesa, la provocazione, e l’assoluzione per il reato di calunnia. Ma ironia della sorte il Di Bernardo – mentre era in attesa del processo di appello – il 9 marzo del 1959  morì nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Gli avvocati impegnati nei processi furono Luigi Patroni GriffiCarlo CipulloVittorio Verzillo e Ciro Maffuccini .

domenica 31 luglio 2022

 

1957, Santa Maria a Vico – Pellegrino Arvonio uccise la fidanzata Maria Diglio – I giudici ritennero accidentale l’omicidio perché il colpo partì mentre entrambi maneggiavano l’arma – di Ferdinando Terlizzi  

     

1957, Santa Maria a Vico – Pellegrino Arvonio uccise la fidanzata Maria Diglio – I giudici ritennero accidentale l’omicidio perché il colpo partì mentre entrambi maneggiavano l’arma – di Ferdinando Terlizzi

 

   La vicenda fu così ricostruita: alle ore 21:30 del 3 maggio del 1958 il giovane Pellegrino Arvonio, accompagnato dal fratello Augusto, si presentava i carabinieri di Santa Maria a Vico e riferiva che poco prima, mentre si intratteneva con la sua fidanzata Maria Diglio nell’abitazione della stessa, si era accinto ad esaminare la propria rivoltella tipo “Smith” a cinque colpi ma la ragazza, nonostante egli si opponesse, aveva tentato di prendere delle sue mani l’arma per esaminarla a sua volta ed all’improvviso era partito un colpo che aveva raggiunto la predetta al petto. Precisava l’Arvonio che al momento dello sparo lui e la Diglio erano seduti l’uno di fronte all’altra e che subito dopo il fatto  egli aveva gettato l’arma nel giardino antistante l’abitazione,  aveva adagiato la ragazza sul letto ed aveva chiamato aiuto facendo accorrere così delle persone del vicinato. Successivamente si era portato prima a casa sua – ove aveva raccontato l’accaduto ai familiari – e poi in caserma.

I carabinieri si recarono immediatamente nell’abitazione della Diglio  e constatarono che la fanciulla giaceva cadavere sul letto, regolarmente vestita, presentava un’unica ferita da arma da fuoco “al secondo spazio intercostale sinistro sulla linea parasternale”. Nel giardino sito davanti alla casa, la quale era composta di un unico vano a pianterreno, fu rinvenuta l’arma omicida, una rivoltella calibro sette 65 del tipo Smith, a tamburo,  a cinque colpi la quale conteneva nel tamburo una pallottola ed un bossolo. Sottoposto ad interrogatorio, l’Arvonio raccontò che si era fidanzato ufficialmente con la Diglio nel settembre del 1957 e dopo 2/3 mesi aveva incominciato ad avere con essa rapporti intimi superficiali. La sera poi del sabato santo del 58 la ragazza era stata da lui deflorata  e da quell’epoca si erano congiunti carnalmente un paio di volte alla settimana. I congressi carnale avvenivano lungo il viottolo che dalla frazione “Figliarini” conduce alla strada ferrata. Dichiarò ancora l’Arvonio che i rapporti tra lui e la fanciulla erano in sostanza buoni benché egli fosse molto geloso tanto è vero che era giunto a dirle “che l’avrebbe uccisa se fosse stato da lei abbandonato” ed a mostrarle perfino – in tale circostanza evidentemente in segno di minaccia –  “la propria rivoltella”, arma questa che trovavasi in suo possesso fin dal 57 e che egli portava sempre con sé. Qualche volta, però, vi erano stati degli screzi.  Invero qualche mese prima egli, credendo che la Maria avesse pronunciato un’imprecazione verso i suoi morti si era  risentito ed aveva dato la rivoltella scarica ad un bambino,  figlio della sorella di Maria, Assunta “dicendogli di sparare contro la zia”. Redarguito poi dal padre del bambino, Antonio Perrotta, aveva ripresa la rivoltella ed aveva anche accompagnato la fidanzata in chiesa ad assistere alle funzioni serali. Senonché il giorno successivo, incontrata in strada Assunta Diglio le aveva mostrato dei proiettili,  che aveva allora acquistati, dicendole: “Tieni portali  a tua sorella e dille  di mangiarseli, così sta bene”.

Ed inoltre il 2 maggio, cioè il giorno prima dell’omicidio, egli non aveva trovata la fidanzata in casa ed avendo saputo dalla di lei madre, Francesca De Lucia che essa era andata in casa del fratello Angelo Diglio, si era risentito, non gradendo che la fanciulla andasse in giro. Ma poi, vista tornare la Diglio in compagnia del fratello, si era rasserenato. Continuò a narrare l’Arvonio che infine la sera del 3 maggio egli giunge in casa della Diglio verso le 19:30 o verso le 20. E poco dopo il suo arrivo Francesca De Lucia,  uscì per recarsi in chiesa cosicché lui e la fidanzata rimasero soli. Infatti nella casa abitavano solo la Diglio e la madre. La fanciulla lo invitò a partecipare alla sua cena (un piatto di patate e fagioli rinvenuti poi pressocché intatto), ma egli, avendo mangiato da poco declinò l’invito e disse di conservargli una porzione del cibo che avrebbe consumato più tardi prima di andare via.  Presa tale precauzione, per celia, puntò  l’arma contro la ragazza dicendo: “Ora ti sparo”. Tirò anche il grilletto provocando, come previsto,  lo scatto a vuoto.  A questo punto Maria lo esortò a desistere da quel gioco pericoloso. Ma egli continuò a tirare il grilletto  e,  poiché, purtroppo a seguito della rotazione del tamburo uno dei due colpi era ormai giunto in corrispondenza del percussore, partì il colpo che uccise la povera giovane. Dai familiari della vittima ( Francesca De LuciaAngelo DiglioAssunta DiglioAntonio Perrotta) venne riferito che i due giovani si amavano ed andavano d’accordo. Che i due episodi di minacce narrati dall’Arvonio ( la consegna della rivoltella al bambino e la offerta dei proiettili alla Assunta Diglio) si erano verificati il 13 e il 14 aprile e che la frase detta alla Assunta Diglio suonava così: ”Portali a tua sorella e dille che si spara in bocca” . Che l’Arvonio era geloso fino al punto di vietare alla Diglio di recarsi ad attingere l’acqua alla fontana. Che il giovane era stato rimproverato da Angelo Diglio perché si recava in casa della sorella anche quando la madre era assente e da allora aveva proibito alla fidanzata perfino di recarsi dal fratello e che, infine, il giovane era solito andare armato della rivoltella.

In piedi l’avvocato Leucio Fusco

La morte della Diglio fu causata per errore e deve essere affermata la responsabilità dell’imputato non in ordine al delitto di omicidio volontario  ma come omicidio colposo –

Risultò altresì dalle dichiarazioni rese dalle vicine della Diglio, Giuseppina De LuciaAntonietta Papa e Michelina Calcagno, che dopo l’omicidio erano accorse in casa dell’uccisa, dapprima la Giuseppina De Lucia, per avere udito delle grida di un uomo provenienti da detta abitazione, e poi, nell’ordine, Papa, chiamata da Giuseppina De Lucia e la Calcagno, avvertita a sua volta dalla Papa. Le predette precisarono che avevano trovato la Diglio distesa supina sul letto come se fosse svenuta ed accanto al letto l’Arvonio che piangendo gridava: “Maria perdonami per quello che ti ho fatto, andate a chiamare un medico”. Delle ulteriori indagini praticate dall’arma dei carabinieri al fine di stabilire il dolo da parte di Arvonio  Pellegrino nell’omicidio da lui commesso in persona della fidanzata Maria Diglio si è venuto a conoscenza che il detto Arvonio il giorno stesso dell’omicidio, verso le ore 12:00 circa, mentre faceva colazione dell’interno della cava di pietra sita in località “Appia Vecchia”, ove lavorava, si era espresso con la seguente frase: “Questa è l’ultima giornata di sole che prendo“, espressione questa alla quale gli altri operai non avevano dato alcuna importanza. Tale frase è stata rivolta direttamente ad Antonio Guadagno, da  Santa Maria Vico e sentita anche da Armando Campagnuolo. Il giorno stesso  Antonio Guadagno riferì poi al suo compagno di lavoro Sabatino De  Lucia, tagliatufo, la frase pronunciata da Pellegrino Arvonio .  Si iniziò pertanto procedimento penale, con il rito formale con mandato di cattura, a carico dell’Arvonio per il reato di omicidio volontario, detenzione e porta abusivo di rivoltella ed atti osceni continuati. L’indagine autopsica  accertò che la Diglio era deceduta per l’emorragia in seguito alla rottura del cuore causa del proiettile; che il colpo era penetrato nella regione anteriore dell’emitorace sinistro, a livello del secondo spaccio intercostale, ed aveva seguito un percorso dall’alto in basso è un poco da sinistra verso destra. Che la Diglio era stata deflorata da vecchia data e non aveva avuto gravidanze. Innanzi all’istruttore l’imputato confermò l’interrogatorio reso ai carabinieri. Nel dibattimento  l’imputato, la madre ed i fratelli della vittima costituitisi parte civile, e gli altri testi confermavano le dichiarazioni rese in istruttoria.  Secondo i giudici  era però da ritenere  che l’Arvonio non abbia avuto intenzione di sparare e di uccidere la Diglio bensì abbia impugnato a rivoltella al solo scopo di minacciare la ragazza e premuto infine, anche a tal fine, il grilletto, nella persuasione che l’arma non fosse in condizione di sparo. Il racconto del prevenuto, come si è già visto – precisarono ancora una volta i giudici nella loro  motivazione – è certamente mendace riguardo alla ricostruzione dell’inizio dell’episodio ed anche nella rimanente parte non è immune da sospetti. Ma non può in verità escludersi del tutto che corrisponda alla realtà l’affermazione “che il grilletto venne reiteratamente azionato nella convinzione che i due soli  proiettili inseriti nel tamburo non fossero in corrispondenza del percussore e quindi non potesse avvenire lo sparo”. Di certo nella rivoltella al momento dello sparo vi erano solo due proiettili, proprio come dice l’imputato: l’arma fu repertata dai carabinieri nel corso del primo sopralluogo, fuori la casa della vittima,  ed in una non fu trovato che un solo proiettile ed un bossolo. La morte della Diglio fu cioè causata per errore – nell’uso dei mezzi di esecuzione di una minaccia – e conseguentemente deve essere affermata la responsabilità dell’imputato non in ordine al delitto di omicidio volontario contestatogli ma in ordine alla ipotesi delittuosa prevista dagli artt.  586 e 589 del codice penale. Ovvero omicidio colposo.

 

I processi:  la condanna ad anni 6 di reclusione (di cui 2 condonati) perché colpevole della morte come conseguenza non voluta. 

La Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere (Prisco Palmiero, presidente; Guido Tavassi, giudice a latere; Nicola Damiani pubblico ministero), giudicò Arvonio Pellegrino accusato di aver causato la morte della propria fidanzata contro la quale esplodeva – a distanza ravvicina – un colpo di pistola che attingeva la Diglio in pieno petto. Inoltre all’imputato venne anche contestato il reato di atti osceni in luogo pubblico per essersi più volte congiunto carnalmente in luogo pubblico con la propria fidanzata e lo condannò ad anni 6 di reclusione (di cui 2 condonati) perché colpevole della morte della sua fidanzata Maria Diglio come conseguenza non voluta. Ma non era dello stesso parere la pubblica accusa la quale nel corso della requisitoria scritta   aveva evidenziato – tra l’altro – che “Si può dire quindi che è sufficientemente provato il rapporto di causalità materiale fra l’azione commessa dallo imputato e la morte della povera Diglio”.  Ecco perché si parlava prima di una causale istantanea, sorta in un soggetto violento ed intollerante. Causale istantanea che si collega all’ultima “infrazione” agli ordini commesse la sera prima dalla Diglio, la quale si era ricavata presso il fratello e non era stata trovata in casa dal fidanzato. È caratteristico che questi non parli in presenza dei congiunti della ragazza, né quella sera né in quella del fatto; ma appena  rimasto solo con lei non trovi di meglio da fare che por mano alla pistola. Ed avendone tirato il grilletto sapendo che era carica difficilmente appare credibile, lui così pronto alla minacce e all’invettiva,  quando sostiene di averlo fatto per scherzo. Ma ad escludere l’ipotesi di una responsabilità a titolo di colpa sta anche il comportamento dell’imputato subito dopo il fatto. L’Arvonio deve  rispondere quindi di omicidio volontario”. La sentenza emessa il 29 settembre del 1959 venne appellata dall’imputato e dal Procuratore Generale Armando De Nigris. In particolare la difesa sostenne che…”La Corte avrebbe dovuto ritenere Pellegrino Arbonio responsabile di omicidio colposo attesa la mancanza di una qualsiasi causale che avesse potuto comunque spingere esso Arvonio ad estrinsecare nei confronti della Diglio un qualsiasi atto, sia pure di minaccia. Da tutte le risultanze processuali si evince chiaramente l’assoluta mancanza di una qualsiasi causa di gelosia, di intolleranza di odio, onde la struttura e la sagoma del delitto non può essere che colposo e tale si appalesa con l’evidenza della ragione giuridica e comune. È stata una sventura: l’Arvonio è un innocente che si dibatte sotto una valanga di dolore estrinsecatasi sin dal primo momento dopo il verificarsi dell’evento involontario. A tanto si aggiunga la valutazione di tutta la condotta dell’imputato prima e dopo il fatto onde tutte le prove nella loro concatenazione e della loro unità additano il fatto chiaramente colposo. In linea subordina si fa presente che in considerazione dei  precedenti dell’imputato, della atipicità dell’evento in relazione all’azione messa in essere dall’Arvonio, della sua condotta processuale, con la concessione delle attenuanti generiche, la pena può –  in ogni caso e per qualunque definizione giuridica del fatto-  essere ridotta in più modeste proporzioni”.  Nonostante queste considerazioni in appello la pena venne confermata. Gli avvocati impegnati nei processi furono: Nicola Cariota FerraraSalvatore Nuzzo e  Leucio Fusco.

 

 

martedì 26 luglio 2022

 

1957, Frignano. Tentò di uccidere con numerosi colpi di pistola il cognato per paura che gli sottraesse la casa già donata alla moglie in nuda proprietà di Ferdinando Terlizzi

     

1957, Frignano. Tentò di uccidere con numerosi colpi di pistola il cognato per paura che gli sottraesse la casa già donata alla moglie in nuda proprietà di Ferdinando Terlizzi

A giugno del 1957 Giuseppe Ceneri di anni 33 da Frignano, fu accusato di tentato omicidio perché aveva tentato di cagionare la morte del cognato Luigi Manno esplodendogli  contro vari colpi di pistola senza raggiungere l’intento per cause indipendenti dalla sua volontà e già l’11 settembre dello stesso anno Giuseppe Garofalo, suo difensore di fiducia, inviava una missiva al giudice istruttore chiarendo che “dall’istruzione compiuta da vostra signoria è certamente emerso che il Ceneri dell’esplodere i colpi di pistola, non era animato da intenzione omicida. La distanza ravvicinata e il numero dei colpi, qualora vi fosse stata tale intenzione, avrebbero reso inevitabile che le pallottole raggiungessero qualcuno. Il fatto stesso che sui muri vicini non si sia trovata traccia alcuna di proiettili, sta a significare che l’imputato esplose i colpi in aria o a terra, al solo scopo intimidatorio. Prego, pertanto, vostra signoria, perché degradi l’imputazione, e voglia scarcerare l’imputato o quantomeno concedergli il beneficio della libertà provvisoria”.

 

Ma per capire meglio il movente del mancato omicidio, i risvolti della vicenda, le incomprensioni che armarono la mente e la mano del mancato omicida è obbligatorio fare un passo indietro e andare al lontano 27 giugno del 1957 alle 5 di mattina mentre albeggiava nella terra dei fuochi, in Frignano, in località San Nicola allorquando i  carabinieri di Frignano furono avvertiti che poco prima, tale Giuseppe Ceneri aveva esploso numerosi colpi di pistola contro il cognato Luigi Manno. Accorsi  immediatamente sul posto, essi non rinvennero né il Manno né il Ceneri resisi  entrambi irreperibili, ma tuttavia non tardarono ad accertare le modalità dell’accaduto.

Immacolata Loffredo e suo figlio Luigi Bellopede riferirono infatti alle ore 4:00 circa, mentre erano nel loro cortile  – privo di portone sito in via San Nicola a preparare il carretto con cui recarsi al lavoro in campagna – avevano visto passare per la strada Luigi Manno che portava sulle spalle una rete da letto. All’altezza del loro cortile il Manno era stato affrontato dal Ceneri il quale gli chiese dove portassi la rete. Il Manno avevo risposto che portava la rete a casa della propria madre ed allora il Ceneri aveva estratto dalla tasca una pistola automatica ed alla distanza di 4, 5 metri aveva cominciato a sparare. Alla vista della pistola in Mann era fuggito nel cortile e,  gettata a terra la rete aveva tentato di ripararsi dietro essa Loffredo, mentre il Ceneri continuava a far fuoco. I due testimoni precisarono che erano infine fuggiti nella loro casa e dopodiché la sparatoria aveva avuto termini e sia il Ceneri che il Manno si erano allontanati.

Risultò inoltre che certo Vincenzo Mastroianni e lo spazzino comunale Gennaro Bove, accorsi sul posto subito dopo gli spari, avevano trovato 13 bossoli ed una pallottola per pistola calibro 7,65 –in uno spazio di pochi metri quadrati, nel cortile.

In data 29 giugno il Manno che si era rifugiato in Napoli, fece ritorno in famiglia e, interrogato dei carabinieri, dichiarò che il 26 giugno il suo padrone di casa gli aveva intimato di lasciargli l’abitazione da lui occupata e pertanto, non avendo trovato altro alloggio egli aveva pregato la propria madre  Ersilia Purgato di ospitarlo presso di sé per qualche tempo. La madre aveva acconsentito. Se non che il Ceneri, temendo che egli volesse stabilirsi definitivamente nell’abitazione della genitrice (che costei aveva già donato la nuda proprietà alla propria figlia, moglie di esso Ceneri ), lo aveva  affrontato mentre effettuava il trasporto delle masserizie e fatto segno ai colpi di pistola, fortunatamente andati a vuoto, nelle circostanze già riferite dalla Loffredo e dal Bellopede. Precisò il Manno che forse il Ceneri – che egli aveva visto con entrambe le mani ingombrate, aveva fatto fuoco con due pistole e che inoltre egli si era rifugiato a Napoli in quanto temeva ulteriori aggressioni da parte del cognato.

Risultò, inoltre,  che nella sparatoria era rimasto colpito un cane della Loffredo; ma non fu possibile constatare ove erano andate a finire le altre pallottole dei colpi esplosi nel cortile della Loffredo, che è ampio circa metri 10 × 10 ed era in gran parte incomprato di legna e di attrezzi agricoli. Iniziata l’istruttoria  formale, veniva contestata dal Ceneri, con mandato di cattura, il delitto di tentato omicidio in persona del Manno e della Loffredo. Tratto in arresto e in data 13 luglio 1957, il Ceneri confermava i precedenti del fatto riferiti dal Manno e confermava che in casa della suocera, che si compone di appena due stanze, abitavano già, oltre al suocera,  lui, la moglie ed i loro 6 bambini. Dichiarava ancora che la mattina del 27 giugno, egli si limitò a chiedere al cognato, che trasportava la branda in casa della madre, cosa intendesse fare, ma il Manno subito estrasse una pistola ed incominciò a sparare. Pertanto anche egli aveva estratta la propria pistola ed aveva  fatto fuoco sette volte.

L’avvocato Giuseppe Garofalo

Manno subito estrasse una pistola ed incominciò a sparare. Pertanto anche egli aveva estratta la propria pistola ed aveva  fatto fuoco sette volte.

La parte lesa ed i testi già sentiti dai carabinieri ripetevano in buona sostanza quanto già dichiarato nel corso dell’istruttoria e veniva espletata l’ispezione della località, nonché una perizia balistica, la quale accertava che i 13 bossoli repertati erano stati sparati da due distinte pistole automatiche, cioè sei bossoli da un’arma ed i rimanenti sette dall’altra e che inoltre la pallottola repertata, risultava lanciata da una pistola automatica del tipo Beretta e proveniva dalla stessa ditta fabbricante Fiocchi dei 13 bossoli repertati.  Infine, il giudice istruttore, ritenendo che fossero venuti meno gli indizi relativi alla sussistenza del delitto di tentato omicidio, con sentenza del 18 novembre del 1957 rinviava l’imputato al giudizio del Pretore di Trentola per rispondere di minacce gravi in danno del Manno, così modificata l’imputazione di tentato omicidio; dichiarava, poi, non doversi procedere per il tentato omicidio in persona della Loffredo perché il fatto non sussiste.  Il Pretore di Trentola, con ordinanza in data 23 marzo 58 sollevava conflitto di competenza sul presupposto che valutando le medesime risultanze istruttorie, il Ceneri dovesse essere chiamato a rispondere non già del delitto di minaccia con arma bensì  del delitto di violenza privata aggravata di competenza del tribunale. La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza del 4 dicembre 58,  opinando che al Ceneri fosse addirittura da ascriversi il delitto di tentato omicidio in persona del Manno – di  competenza della Corte di assise  – annullava la sentenza di rinvio e rimetteva gli atti al G.I. per nuova deliberazione. Il giudice istruttore, con nuova sentenza del 27 novembre 59 in conformità del deliberato della Suprema Corte, rinviava il Ceneri innanzi alla Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di tentato omicidio in danno del Manno ed ordinava la cattura dell’imputato. “È fuor di dubbio  – scrissero i magistrati nella motivazione della loro sentenza – che l’episodio per cui è processo trova spiegazione nel vivo disappunto del Ceneri dovuto al fatto che il Manno, fratello di sua moglie, rimasto privo di abitazione, intendeva trasferirsi nella casa che si apparteneva in usufrutto alla madre e la nuda proprietà alla sorella e che era già abitata dalla predetta e dai suoi sei figli. Infatti la mattina del 27 giugno del 1957 il Manno, ottenuto dalla madre il consenso a trasferirsi presso di lei, si accinse ad effettuare il trasloco, e mentre si avvicinava alla casa della madre, con una rete da letto sulle spalle, venne affrontato dal Ceneri il quale prima gli chiese cosa intendesse fare  e poi sparò numerosi colpi di pistola. L’imputato assume che dei colpi esplosi ( che furono ben 13 giacchè nel cortile, ove il Manno si rifugiò ed avvenne la sparatoria, si rinvennero 13 bossoli), solo sette furono sparati da lui. A suo dire gli altri colpi  vennero superati dal Manno che fu anzi il primo di aprire il fuoco”.

Il processo la condanna ad anni uno e mesi otto di reclusione per violenza privata – La mancanza di volontà omicida

“Ma tale assunto per respinto. E’ vero che la perizia balistica ha accertato che i colpi furono sparati con due pistole diverse; ma deve ritenersi che le due pistole le avesse entrambe il Ceneri, giacché, a prescindere dal fatto che il Manno, pur dopo essersi riconciliato con il cognato, insiste nell’escludere di essere stato anche lui armato, sta di fatto che i testi Loffredo e Bellopede, sulla cui attendibilità non è stata avanzata alcun sospetto e che furono certamente in condizioni di conservare bene la scena dato che il Manno si rifugiò nel cortile e tentò di farsi scudo di uno di essi, hanno sempre affermato di aver visto solo il Ceneri armato”.

“Passando all’indagine circa la qualificazione giuridica da darsi al fatto, va osservato che è da escludere senz’altro che ricorrono gli estremi del tentato omicidio. E’ pur vero che il prevenuto insistette nell’azione, inseguendo il Manno nel cortile della Loffredo  esplodendo numerosissimi colpi, ma è da tener presente che tale circostanza induce proprio a ritenere che egli non avesse fatto intenzione di attingere il Manno –  in quanto il fatto si svolse in un cortile quanto mai ristretto (ampio metri 10 × 10 ma in parte ingombro) ed è chiaro che solo non volendo egli potevano non colpire neppure con uno dei tanti colpi esplosi a bravissima distanza l’avversario, che fu alla sua mercè almeno prima e dopo che si facesse scudo della Loffredo. Egli loro in realtà sparò a terra – come dimostra il ferimento di una cagnetta della Loffredo ad una zampa –  e quindi non con altro scopo che quello di fare una minaccia”.

“A tale conclusione deve pervenirsi anche valutando la causale dell’azione: l’imputato compì l’aggressione per vietare al cognato di entrare nella casa, e tale fine era facilmente raggiungibile (ed infatti fu raggiunto, almeno per il momento), mediante una semplice intimidazione, senza spargimento di sangue. Poiché la minaccia fu diretta ad imporre al Manno di astenersi dall’occupare la casa materna e conseguì tale scopo nel fatto vanno ravvisati gli elementi “subiettivi e obiettivi” del delitto di violenza privata consumata, aggravata per l’uso dell’arma, ed è in ordine a tale reato che va pronunciata la condanna. Al Ceneri possono concedersi le attenuanti generiche, in considerazione dei suoi incensurati precedenti e delle sue misere condizioni di vita; nonché   l’attenuante di cui all’articolo 62 (l’attenuante del particolare valore morale e sociale N.d.R) avendo egli risarcito il danno alla parte lesa. Tali attenuanti dato il loro numeri e la loro consistenza, vanno ritenute equivalenti alla aggravante dell’arma.  Non può invece trovare applicazione l’attenuante della provocazione, giacchè  il comportamento del Manno –  che suscitò l’ira del prevenuto – non può dirsi  ingiusto, il Manno intanto si accinse a trasferissi nella casa contesa in quanto era rimasto senza alloggio ed era stato peraltro a ciò autorizzato dalla madre, usufruttuario dell’immobile. Tenuto conto dei criteri tutti la pena per violenza privata può fissarsi in un anno e mesi otto di reclusione”.