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domenica 15 marzo 2026

Italia della cronaca nera tra processi, scarcerazioni e misteri irrisolti DI FERDINANDO TERLIZZI





L’Italia continua a fare i conti con una cronaca nera che non concede tregua. Tra richieste di ergastolo, rinvii a giudizio, scarcerazioni anticipate e casi storici che riemergono con nuovi elementi, i delitti – soprattutto quelli passionali o maturati in contesti familiari e affettivi – dominano le pagine di cronaca in questo inizio di marzo 2026. Dai femminicidi in aumento segnalati dalle associazioni alle indagini su omicidi premeditati, il quadro resta preoccupante, nonostante i dati nazionali indichino un calo storico degli omicidi dolosi complessivi.

Uno dei casi più recenti e discussi è quello dell’omicidio della tabaccaia Franca Marasco, avvenuto a Foggia il 28 agosto 2023. Il pubblico ministero Alessio Marangelli ha concluso la requisitoria chiedendo l’ergastolo (con isolamento diurno per 18 mesi) per Redouane Moslli, bracciante marocchino di 46 anni accusato dell’omicidio durante una rapina da appena 72 euro. Secondo l’accusa, non ci sono attenuanti: il delitto è stato aggravato da crudeltà, motivi abietti e futili. La vittima, commerciante conosciuta e stimata nella zona, fu uccisa nella tarda mattinata del primo giorno di riapertura dell’attività dopo una pausa. Il pm ha insistito sulla premeditazione e sulla violenza inaudita, chiedendo la pena massima in un processo che si sta tenendo in Corte d’Assise. La sentenza è attesa nei prossimi mesi e potrebbe segnare un punto fermo nella repressione delle rapine finite in tragedia.

A Lucca, invece, si è chiuso un capitolo processuale per l’omicidio di un uomo avvenuto il 7 gennaio 2025 nel piazzale di un’azienda a Lunata. L’imputato, Marjan Pepa (52 anni, di origine albanese), è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario e premeditato. Il delitto fu commesso a bruciapelo contro un amico: il gup ha respinto la richiesta di rito abbreviato, aprendo la strada a un dibattimento ordinario. Pepa, che si era costituito il giorno dopo il fatto, era stato scarcerato a gennaio 2026 per decorrenza dei termini di custodia cautelare, ma resta a processo. La famiglia della vittima – moglie, figli e parenti – segue con dolore le fasi giudiziarie, in un caso che ha scosso la comunità locale per la freddezza dell’esecuzione.

Non mancano i colpi di scena nei casi storici. Nel delitto di Garlasco (2007), l’omicidio di Chiara Poggi, a quasi vent’anni dai fatti torna al centro dell’attenzione il contenuto dei computer della vittima e di Alberto Stasi (condannato in via definitiva). Nuove perizie disposte dalla Procura di Pavia – in particolare sul PC di Chiara, mai analizzato in profondità prima – stanno consegnando elementi che potrebbero ridisegnare il quadro. Emerge che la cartella “Militare” sul computer di Stasi conteneva circa 7.000 immagini e alcuni video pornografici, ma non materiale “raccapricciante” come ipotizzato in passato; inoltre, Chiara non avrebbe aperto quella cartella la sera prima del delitto. Il mistero si infittisce: cosa scoprì Chiara poco prima di morire? Le consulenze di parte e le nuove analisi informatiche potrebbero portare a una svolta, in uno dei casi più discussi e divisivi della cronaca italiana.

Sul fronte delle scarcerazioni, scuote l’opinione pubblica l’uscita dal carcere di Marco Di Muro, condannato per l’omicidio della fidanzata sedicenne Federica Mangiapelo, annegata nel lago di Bracciano nel 2011. Dopo aver scontato circa 12 dei 14 anni di pena (ridotti dall’ergastolo iniziale grazie al rito abbreviato), Di Muro ha ottenuto l’affidamento in prova ai servizi sociali e sarà libero a giugno 2026.

La famiglia Mangiapelo esprime rabbia e dolore: «Non si è mai scusato», dicono i genitori, che ricordano come dal 2019 il rito abbreviato non sia più applicabile per i delitti punibili con l’ergastolo – un cambiamento normativo nato anche dalle loro battaglie. La vicenda riapre il dibattito sui tempi della giustizia e sul valore della vita delle vittime, soprattutto giovani donne uccise in ambito affettivo.

Questi casi si inseriscono in un contesto più ampio. Secondo i dati diffusi da Non Una Di Meno a marzo 2026, dall’inizio dell’anno sono già stati registrati almeno 10 femminicidi e 22 tentati omicidi di donne, con l’assassino quasi sempre conosciuto dalla vittima (mariti, ex, familiari). Gli omicidi dolosi complessivi restano storicamente bassi (intorno a 0,55 ogni 100.000 abitanti nel 2025), ma la violenza di genere non accenna a diminuire, con picchi in alcune regioni. Altri episodi inquietanti, come le indagini su morti sospette in ambulanza a Forlì (possibili omicidi premeditati con sostanze letali) o i delitti familiari, confermano che la cronaca nera italiana resta dominata da moventi passionali, economici o improvvisi.

In un Paese che ha ridotto drasticamente gli omicidi negli ultimi trent’anni, questi fatti ricordano quanto la prevenzione e la cultura del rispetto restino priorità assolute. Mentre i processi avanzano e i misteri si infittiscono, le famiglie delle vittime attendono verità e giustizia, in un’Italia che non smette di interrogarsi sui suoi lati più oscuri.

giovedì 12 marzo 2026

 

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mercoledì 11 febbraio 2026
Tortora e il referendum, Stellantis cadente, il j'accuse di Monti, le foibe di tutti
Rassegna 11 feb 2026

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36 min
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Rassegna cinepolitica

 Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora, nella serie «Portobello»)

 Marco Bellocchio 

 Romana Maggiora Vergano (Francesca Scopelliti) e Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora)

 Lino Musella (Giovanni Pandico)

 Il momento dell'arresto di Enzo Tortora, condotto in carcere in manette

mercoledì 11 marzo 2026

 

«Voto Sì perché voglio un giudice davvero terzo e un Csm libero»

L’ex presidente della Camera Penale di Milano difende la riforma: «Giudice davvero terzo, decisioni migliori e nessun rischio autoritario»

19 Dicembre 2025, 07:57

«Voto Sì perché voglio un giudice davvero terzo e un Csm libero»

Valentina Alberta, già presidente Camera Penale di Milano

Valentina Alberta, già presidente della Camera Penale di Milano: perché votare sì?

La separazione delle carriere è l’inevitabile sviluppo della scelta di un processo penale accusatorio. Voterò convintamente sì anche se la riforma introduce altri istituti, come il sorteggio e l’Alta Corte, che non rappresentano affatto quei rischi che i sostenitori del No descrivono con toni apocalittici. Bisogna far capire che il referendum riguarda tutti: chiunque può trovarsi nel ruolo dell’imputato. In questa campagna, le Camere penali hanno voluto essere molto ben riconoscibili per la loro impostazione assolutamente tecnica, coerente con la trasversalità da sempre praticata. La guerra la lasciamo semmai ad altri: noi crediamo ad un principio come questo da oltre trent’anni, e lo abbiamo sostenuto di fronte alla politica di ogni colore.

Cosa pensa quando sente il Governo dire che questa riforma serve a “ricondurre” la magistratura e che oggi è utile alla destra domani lo sarà alla sinistra?

La politica non ama il controllo della magistratura. Quello che ritiene il governo mi interessa fino ad un certo punto: i governi passano, le riforme restano. E poi, pannellianamente, se si crede in un principio, i compagni di percorso contano relativamente. Quello che non comprendo è quali delle norme che andremo a confermare aiutino il governo a “ricondurre” la magistratura. Si opera semplicemente una separazione anche ordinamentale. Qual è l’esigenza di un rapporto di colleganza tra giudice e pm? Questa dovrebbe essere la domanda. La paura di possibili derive autoritarie non poggia sulle nuove norme, nessuna delle quali legittima quella paura.

Da parte dei Sì si dice che grazie alla riforma ci saranno meno casi Tortora e Garlasco.

Ci saranno certamente decisioni migliori. Sono stupita dal fatto che l’Anm diffonda un concetto solo quantitativo di efficienza, quasi che un cittadino sotto processo possa preferire un processo veloce ad uno accurato. La decisione migliore è quella assunta in contraddittorio davanti ad un giudice terzo. Non mi interessano le percentuali, visto che la statistica rischia sempre di essere quella del pollo di Trilussa e che, soprattutto, nessuno sa dire quale sia la percentuale fisiologica di assoluzioni o di richieste di intercettazioni da accogliere. Ma mi interessa che, in ogni momento del procedimento penale, il giudice possa decidere con uguale diffidenza sulle richieste del pm e dell’avvocato. E la diffidenza nei confronti del collega di concorso, di formazione, di organizzazione, è complessa.

Lei fa parte anche dell’Osservatorio Ordinamento giudiziario dell’Ucpi. Come si può empiricamente sostenere che i pm influenzano le carriere dei giudici?

L’Osservatorio ha fatto molti lavori di studio su vari aspetti della riforma, ma non si può fare una ricerca empirica sulla “influenza”, ovvio. Abbiamo però qualche “indizio”, perché tutti abbiamo letto le chat di Palamara, e ricordiamo anche specificamente di un caso in cui un pm milanese voleva “fregare” un giudice della stessa sede che ambiva ad un incarico. Lasciamo stare la patologia, ma vediamo che le parti vengono viste dal giudice in modo molto differente. I pm votano sui colleghi nei consigli giudiziari, ma quando si è ipotizzato con la riforma Cartabia che lo facessero anche i laici, l’Anm ha addirittura proclamato uno sciopero. Quindi è evidente che una influenza possibile di chi partecipa all’ammini - strazione della giustizia c’è. Cito infatti il professor Lanzi, già laico al Csm, che ha sempre sostenuto la sua contrarietà agli avvocati con diritto di voto nei consigli giudiziari perché non ci dovrebbero essere neanche i pubblici ministeri.

E dove invece si vede l’opera del correntismo nelle nomine?

Non posso parlare io di guai del correntismo, ne hanno scritto anche magistrati molto autorevoli, il correntismo non piace a nessuno. Le numerose modifiche delle leggi elettorali non hanno funzionato. Quindi non si può far finta che la proposta del sorteggio sia arrivata all’improvviso. Peraltro, al referendum indetto dall’Anm nel 2022 hanno votato a favore del sorteggio quasi 1800 magistrati.

Lei è tra quelli da sempre favorevoli al sorteggio?

Non mi piace, ma ne capisco le ragioni. Ha pregi indubbi, perché elimina il rapporto tra eletto ed elettore, e questo, per le funzioni del Csm, è un bene. Se il Csm deve essere organo di alta amministrazione non ha bisogno di un “lega - me con la base”, che anzi lo snatura.

L’Ucpi da sempre critica il sistema di valutazione di professionalità. Non c’è il rischio che si sorteggi un magistrato non competente?

Mi sembra un paradosso. Miglioriamo i sistemi di valutazione, affinché ogni giudice che decide questioni importantissime e irroga pene gravissime sia all’altezza di farlo. Dopo di che, l’ipotesi di un magistrato “non competente” per decidere di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e promozioni mi pare veramente improbabile. Ci sarà chi non vorrà farlo e non potrà essere certo obbligato, e comunque ci saranno certamente dei requisiti di anzianità.

Nel corso dell’attuale consiliatura la sezione disciplinare ha emesso 194 sentenze di cui 80 condanne, 91 assoluzioni, 23 non luogo a procedere. Può dirsi allora davvero una giustizia domestica?

Ci sono dei temi tabù nello scambio di idee con la magistratura, da sempre. Uno è quello dell’errore giudiziario e l’altro è quello della sanzione disciplinare. Avvocati e magistrati dovrebbero puntare ad un sistema che dia risultati migliori; le Camere Penali nel 2010 proposero un’Alta Corte disciplinare condivisa, giudice di seconda istanza anche per gli avvocati. I dati sul disciplinare sono peraltro falsati dal fatto che vi è una quantità enorme di segnalazioni che sono archiviate direttamente ad opera del procuratore generale. In ogni caso, alcune decisioni lasciano perplessi. E allora perché tutta questa contrarietà ad un organismo diverso, che garantisca maggiore distanza tra giudicati e giudicanti? Ogni obiezione suona incomprensibile: si dice per esempio che sia previsto solo per la magistratura ordinaria, ma già oggi le magistrature speciali hanno disciplinari differenti, e che non sia prevista in Costituzione la composizione dei collegi, come non lo è per l’attuale sezione disciplinare del Csm … e allora qual è il problema?

martedì 10 marzo 2026

 

Notte di sangue. Delitti, follia e tragedie del lavoro: 24 ore nella cronaca nera italiana di Ferdinando Terlizzi

Italia, le ultime ore della cronaca nera. Notte di sangue.

Dall’omicidio-suicidio di Palermo al dramma di Genova, dagli agguati nell’hinterland di Napoli alla tragedia sul lavoro a Brindisi


C’è sempre un momento, nelle redazioni, in cui la notte sembra allungarsi. È l’ora in cui arrivano le telefonate delle questure, i dispacci delle agenzie, i primi lanci delle pattuglie che illuminano le strade con le luci blu. Nelle ultime ventiquattro ore la cronaca italiana ha raccontato una sequenza impressionante di violenze, tragedie domestiche e morti sul lavoro. Storie diverse, ma unite da un filo comune: l’imprevedibilità della tragedia.


Palermo, la pistola d’ordinanza. A Palermo la tragedia si è consumata dentro un appartamento. Una donna di 62 anni, agente della polizia municipale, avrebbe impugnato la pistola d’ordinanza e sparato al marito, un commercialista di 66 anni. Poi ha rivolto l’arma contro sé stessa. Quando i soccorritori sono entrati nell’abitazione hanno trovato i due corpi a terra. La donna aveva ancora la pistola in mano. A dare l’allarme è stata la figlia della coppia, preoccupata perché i genitori non rispondevano al telefono. Le indagini dei carabinieri dovranno chiarire cosa abbia trasformato una notte qualunque in un dramma irreversibile.


Friuli, l’amante colpito con le forbici. In Friuli la scena ha contorni quasi da tragedia teatrale. Una donna di 42 anni avrebbe colpito al collo l’uomo con cui aveva una relazione utilizzando un paio di forbici. Secondo le prime ricostruzioni, l’aggressione sarebbe avvenuta al culmine di una lite.

Ma l’episodio si sarebbe trasformato in qualcosa di ancora più brutale: prima che l’uomo morisse, la donna gli avrebbe gettato dell’acido sul volto. Un gesto di violenza estrema che ha lasciato sotto shock la comunità locale.


Genova, il delitto in famiglia. A Molassana, quartiere di Genova, un’altra tragedia domestica. Maria Marchetti è stata trovata morta nel suo appartamento, colpita con numerose coltellate. mLa polizia ha arrestato il figlio cinquanta-dueenne. Secondo gli investigatori la tragedia sarebbe nata da una lite improvvisa, forse per motivi banali. Il sospettato avrebbe problemi psichiatrici e avrebbe dichiarato di ricordare poco di quanto accaduto. Il quartiere è sotto shock.


Napoli nord, due omicidi tra la folla.  Nel frattempo nell’area nord di Napoli la tensione resta altissima. Tra Marano e Arzano due omicidi sono stati consumati a distanza di poche ore, tra strade affollate e quartieri popolari. Gli investigatori escludono per ora un collegamento diretto tra i due agguati, ma stanno analizzando le immagini delle telecamere e ascoltando testimoni. La zona è stata presidiata con controlli straordinari.


Brindisi, la morte nel nastro trasportatore. Non tutte le tragedie della cronaca nascono dalla violenza. Alcune arrivano dal lavoro. Nella zona industriale di Brindisi, dentro uno zuccherificio, un operaio di 46 anni stava eseguendo una manutenzione su un nastro trasportatore. Ha infilato il braccio nello sportello di ispezione del macchinario. Il nastro lo ha afferrato e gli ha tranciato l’arto, provocando una emorragia fatale. I colleghi hanno dato subito l’allarme, ma i soccorsi non hanno potuto fare nulla. È morto dissanguato.


I processi e i misteri. Mentre nuovi delitti occupano le pagine della cronaca, altri casi continuano a vivere nelle aule dei tribunali. A Rimini prosegue il processo per l’omicidio di Pierina Paganelli, uno dei procedimenti più seguiti degli ultimi mesi. Ogni testimonianza aggiunge un dettaglio, ogni deposizione sposta l’attenzione su un particolare diverso. Nei processi per omicidio la verità non arriva mai tutta insieme. Arriva a frammenti.


Le ombre della cronaca.  Guardate insieme, queste storie sembrano capitoli dello stesso romanzo nero. Il delitto domestico. La violenza improvvisa. La tragedia del lavoro.
Le indagini che cercano una verità. È il territorio difficile della cronaca nera. Quello dove il compito del cronista non è solo raccontare i fatti, ma ricostruire il momento esatto in cui la vita normale smette di essere normale. Quando la notte si accende di sirene. E la cronaca ricomincia.

lunedì 9 marzo 2026

 




“L’Italia della notte: agguati, branco e pistole. Ventiquattro ore di sangue nella cronaca nera” di Ferdinando Terlizzi