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domenica 22 marzo 2026

 22 Marzo 2026

Ferzan Ozpetek: “Amici, sesso, buon cibo, l’astrologo e il caso: sono nate ‘Le fate ignoranti’…”

“Un set dove accadeva di tutto. Accorsi viveva in una camera ammobiliata, Buy era in caduta libera”
Ferzan Ozpetek: “Amici, sesso, buon cibo, l’astrologo e il caso: sono nate ‘Le fate ignoranti’…”
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La poesia del caso (“il titolo l’ho trovato sfogliando un libro”); la forza del contesto astrale (“l’astrologo è stato importante”); il contagio, il confronto, l’amicizia (“con Stefano Accorsi ne abbiamo parlato un anno”). I dubbi. Il sesso (“su quel set è accaduto di tutto”). I successi. La sorpresa (“all’inizio non ci credevano”). Le conseguenze (“dopo anche Madonna ha comprato uno spazio all’Ostiense”).

Davanti e dietro c’è questo e parte di questo. In mezzo ci sono “Le fate” diventate per tutto “ignoranti” dal 16 marzo del 2001, quando il cinema e il pubblico scoprì – finalmente – l’occhio – e la vita – di Ferzan Ozpetek.

Prima data: da cinquant’anni è in Italia.

Dal 5 settembre 1976. Avevo solo 17 anni e mi manca tantissimo.

Cosa?

L’Italia di quel periodo: dal 1976 al 1982 ho vissuto stagioni meravigliose, anni in cui non c’erano telefonini, dove era normale incontrare persone, invitarle a cena o andare a casa loro. C’era una conoscenza diretta e già questo è unico.

Condivisione.

Magari la sera stavamo ai Fori Imperiali, a quel tempo aperti, quindi ci sdraiavamo, chiacchieravamo, fumavamo, poi ci spostavamo al Colosseo, anche lì senza vincoli, bisognava solo stare attenti alle macchine: non era zona pedonale, ti mettevano sotto; i rapporti erano un’altra storia.

Anche sessuali.

(Sguardo felice e rammaricato) Ammappa. È crollato tutto nel 1981-1982 con l’arrivo dell’HIV; se non ci fosse stato, il mondo e l’Italia sarebbero entrambi bisessuali.

Ne è sicuro.

A quel tempo ho vissuto situazioni totalmente impensabili. A quel tempo, sulla sessualità, c’era un’apertura mentale diversa da oggi.

Esempio di “situazione impensabile”.

(Ride) Che stronzi.

Insistiamo.

Vado a casa di amici, entrambi liberi professionisti di alto livello, carini, simpatici. Lei femminista. A fine cena proprio lei si congeda da noi: “Mio marito vorrebbe provare con te…”. Io stupito. “Ah, va bene”.

Qual è la morale?

Che nei giorni successivi, tra di noi, non c’è stato alcun imbarazzo, alcun se, ma, forse. È continuata l’amicizia.

Scelta libera.

Tempo dopo ero con delle amiche, specchio in mano, posizionato in mezzo alla gambe, parlavano con il proprio organo sessuale. Fino a quando una di loro mi domanda: “Ti va di leccarmela?”.

Si è dedicato?

A lungo.

Poliedrico.

Avevo una fidanzata molto carina, molto borghese. Mia madre arriva a Roma e vede mentre ci baciamo: “Come ti viene in mente? Con questa ragazza…”. Insomma, mamma si era ingelosita.

Qui siamo dentro lo stereotipo: è colpa delle mamme.

Esatto, ma al contrario.

Data: 16 marzo 2001 esce Le fate ignoranti.

È importante il periodo: non era c’era stata la tragedia delle Torri Gemelle, c’era ancora la speranza del bene, l’apertura verso l’altro, la curiosità per l’estraneo. Dall’11 settembre cambia tutto.

E per il film?

Abitavo all’Ostiense, dove tutti si impicciavano di tutto, dove viveva anche la prima trans di Roma, un tempo Pietro poi diventata Vera. Chiunque entrava nel palazzo veniva squadrato dagli inquilini attraverso lo spioncino o le serrande. Io ogni tanto frequentavo un tipo interessante, riservato, sempre elegante, con attorno a sé un’atmosfera bella. Ed ero convinto fosse fidanzato.

Non un limite…

Allora ero assistente di Marco Risi e vado con lui in un ristorante. La proprietaria resta con noi, chiacchieriamo, nonostante l’ora tarda ci chiede di restare: “Tra poco arriva mio marito, mi fa piacere presentarvelo”. Attenzione: parliamo di una famiglia borghese, felice, con quattro figli. Arriva lui, dentro di me sorrido, e fingo di non riconoscerlo.

È già sceneggiatura.

Il giorno dopo mi chiama: “Grazie”.

Lo ha rivisto?

Credo una volta; (cambia tono) nei giorni successivi muore il padre di un amico. Il mio amico è a casa, suonano alla porta, apre e trova una signora. Che si presenta: era l’amante della madre e del padre. Ho unito entrambe le situazioni e scritto la sceneggiatura con Gianni Romoli.

E da lì?

Arrivavo da Harem Suare e non era andato bene, per questo c’era scetticismo verso Le fate ignoranti: ottenni l’ok, ma pochi soldi, dovevo quindi girarlo come film a basso costo, attento pure al numero di comparse.

E lei?

Ero un po’ incazzato. Però una sera entro alla Centrale Montemartini (museo di Roma, sull’Ostiense) e dentro vedo un’opera su Antinoo, accanto Alessandro Magno e l’amante. E penso: ecco, vedi? Così decido di iniziare il film con una festa, ma prima della festa c’è un appuntamento al museo.

La sua vita nel film. Pure per il cast?

Con Stefano (Accorsi) ci siamo frequentati per un anno: abitava in una stanza ammobiliata alla Piramide, io stavo lì vicino. Quindi ci vedevamo, gli raccontavo la storia, ne parlavamo a casa. Io stavo da solo, ero da poco single.

Margherita Buy.

Mi piaceva molto e in quel periodo era in caduta libera. Con lei è stato tutto bello e facile.

Gabriel Garko.

Me lo porta il casting, lo guardo, non lo conoscevo. E gli dico: “Ti prendo se dimagrisci quindici o venti chili”. Mesi dopo è tornato da me deperito. All’inizio recitava in maniera eccessivamente drammatica. Quando me ne rendo conto, grazie ai filmati, lo fermo: “Non va bene, devi raccontare la tua storia con l’approccio di chi dice ‘ho mangiato gli spaghetti al pomodoro e c’era troppo basilico’. Voglio quel tono”.

Il titolo come arriva?

Sono a Istanbul da Serra (Yılmaz) e penso: voglio cercare un quadro e il titolo del quadro può ispirarmi. Mi siedo, sfoglio un libro regalato da Serra, giro la pagina e leggo La fata ignorante. Sento Gianni (Romoli) al telefono: “Che ne pensi?”. “Stupendo, ma è meglio al plurale”.

Tutto lineare.

Mica tutto: eravamo a Berlino, in concorso. Alla fine della proiezione arrivano grandissimi applausi. Mi ferma uno di Medusa (casa di distribuzione): “Ma no, è perché siamo a Berlino, qui si fa così”. Poi il film stava per uscire ma Stefano Accorsi aveva girato anche L’ultimo bacio, allora sempre Medusa mi spiega: “Prima Muccino”. “Perché?”. “Il tuo lo andranno a vedere in pochi”.

La stavano convincendo della scarsa bontà del suo film?

Non mi aspettavo nulla; al cinema L’ultimo bacio è un successone, nel frattempo il mio astrologo mi avverte: più tardi esce meglio è.

L’astrologo.

Ancora oggi mi indica tutto quello che devo fare. Per il titolo Saturno contro mi sono ispirato ad alcune sue osservazioni.

Alla fine.

Il film va in sala il 16 marzo, a quel tempo la stagione era quasi finita, e in appena 50 copie. E c’è l’immediata esplosione, il successo.

Alla prima dov’era?

A Bologna e lì, stupito per gli applausi, ho pensato: forse sono i bolognesi.

Quando ha capito la realtà?

Ero sull’elenco del telefono, avevo la targhetta sul citofono e accade un casino: suonavano in continuazione, magari saliva il pizzettaro con le pizze o un altro con i fiori; poi la sera, quando tornavo, trovavo la segreteria telefonica invasa di messaggi. Un giorno mi trovo al bar e sento due donne conversare: “Andiamo al cinema, ti accompagno io, è meraviglioso e voglio vederlo per la seconda volta”. “Davvero? Mi dicono che c’è una scena forte…”. “Ti avverto quand’è”.

Non l’avevano riconosciuta?

No. Stessa storia due giorni dopo mentre sono in aereo e ascolto due hostess: “Vai al cinema, Le fate ignoranti sembra la tua storia con Marcello”.

Navigava nel mare dell’anonimato.

Era bellissimo, sentivo parlare ovunque del film.

Non era ancora solo Ozpetek…

La scelta del solo cognome è stata della Warner come per Kubrik o Almodovar: “Vogliamo creare un marchio”.

Dopo Le fate ignoranti è cambiato qualcosa.

Anche per La finestra di fronte c’erano dubbi, visto che parla di un vecchio omosessuale ebreo. Invece è il mio più grande successo insieme a Diamanti; (ci pensa) per La finestra di fronte mi è dispiaciuto perché al momento di scegliere il film italiano da candidare all’Oscar, una grande sceneggiatrice sentenziò: “Con questo nome e cognome mi fa effetto mandarlo a Hollywood a rappresentare l’Italia”.

Perfetto.

Arrivo da una famiglia ricca, potevo andare a vivere ovunque nel mondo, anzi stavo per scegliere gli Stai Uniti in una scuola pazzesca. Ho voluto l’Italia non costretto dalla necessità.

Perché l’Italia?

Non lo so. Vedevo i film di Fellini e Visconti, andavo sempre al cinema, ma non conosco il motivo; (cambia tono) penso anche alle amiche di mia madre, per me delle zie, e un pomeriggio, a casa, mi domandano: “Allora, dove vai?”. “In Italia”. “Che meraviglia, gli uomini più belli del mondo”. E mio padre, immediato: “Cosa interessa a Ferzan?”. Quelle amiche viaggiavano in Italia e amavano in qualche modo flirtare, sentirsi corteggiate.

Le fate ignoranti: il dopo.

Ancora oggi Madonna ha un loft all’Ostiense; un anno organizza il compleanno, mi fa cercare tutta la notte, inutilmente.

Chissà dov’era..

A casa! A 300 metri dalla festa. Tra loro c’era un artista, amico comune, il giorno dopo lo cerco: “Perché non mi hai chiamato?”. “Non ti volevo disturbare”. L’ho mandato affanculo.

I prezzi delle case all’Ostiense sono impazziti.

Gli agenti immobiliari mi ringraziavano, commossi; non solo: il Gasometro lo stavano per abbattere, dopo il film è diventato un monumento nazionale; il museo Montemartini è finito sul New York Times.

I Tiromancino sono diventati i Tiromancino.

Il loro brano era in giro da un anno, senza successo.

Della sua carriera, di cosa va orgoglioso?

Penso a una frase di Piero Tosi: “Ricordati che hai il tocco di Ferzan: tutto quello che fai ha la tua cifra”.

Ha mai perso il “tocco”?

Con Rosso Istanbul, produzione turca pazzesca, tutto ricco e perfetto, quando doveva essere più sporco.

Oggi si vota.

Amo Gratteri e sono d’accordo con Fiorella Mannoia: la Costituzione non si tocca.

Chi era lei 25 anni fa?

Ero “sotto a chi tocca”. Prima di conoscere Simone.

Sì, ma allora?

Sul set de Le fate ignoranti c’era un’atmosfera pazzesca, una libertà sessuale e di cibo incredibile con delle bonazze e dei bonazzi assurdi: quando finivano le riprese, nessuno voleva andare via.

E…?

Ero sotto casa, passa un tizio, ci guardiamo, qualcosa di stupendo, poi arriva un assistente e mi distrae. Perdo il tipo. Salgo, trovo Gianni, gli racconto dell’uomo appena incrociato e gli dico: “Mi piacerebbe mettere nel film la frase ‘tante volte la vita ci passa accanto, ci sfugge. E non ce ne accorgiamo’”. “Ma da quando non te ne accorgi? Non ti fai sfuggire nulla…”.

domenica 15 marzo 2026

Italia della cronaca nera tra processi, scarcerazioni e misteri irrisolti DI FERDINANDO TERLIZZI





L’Italia continua a fare i conti con una cronaca nera che non concede tregua. Tra richieste di ergastolo, rinvii a giudizio, scarcerazioni anticipate e casi storici che riemergono con nuovi elementi, i delitti – soprattutto quelli passionali o maturati in contesti familiari e affettivi – dominano le pagine di cronaca in questo inizio di marzo 2026. Dai femminicidi in aumento segnalati dalle associazioni alle indagini su omicidi premeditati, il quadro resta preoccupante, nonostante i dati nazionali indichino un calo storico degli omicidi dolosi complessivi.

Uno dei casi più recenti e discussi è quello dell’omicidio della tabaccaia Franca Marasco, avvenuto a Foggia il 28 agosto 2023. Il pubblico ministero Alessio Marangelli ha concluso la requisitoria chiedendo l’ergastolo (con isolamento diurno per 18 mesi) per Redouane Moslli, bracciante marocchino di 46 anni accusato dell’omicidio durante una rapina da appena 72 euro. Secondo l’accusa, non ci sono attenuanti: il delitto è stato aggravato da crudeltà, motivi abietti e futili. La vittima, commerciante conosciuta e stimata nella zona, fu uccisa nella tarda mattinata del primo giorno di riapertura dell’attività dopo una pausa. Il pm ha insistito sulla premeditazione e sulla violenza inaudita, chiedendo la pena massima in un processo che si sta tenendo in Corte d’Assise. La sentenza è attesa nei prossimi mesi e potrebbe segnare un punto fermo nella repressione delle rapine finite in tragedia.

A Lucca, invece, si è chiuso un capitolo processuale per l’omicidio di un uomo avvenuto il 7 gennaio 2025 nel piazzale di un’azienda a Lunata. L’imputato, Marjan Pepa (52 anni, di origine albanese), è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario e premeditato. Il delitto fu commesso a bruciapelo contro un amico: il gup ha respinto la richiesta di rito abbreviato, aprendo la strada a un dibattimento ordinario. Pepa, che si era costituito il giorno dopo il fatto, era stato scarcerato a gennaio 2026 per decorrenza dei termini di custodia cautelare, ma resta a processo. La famiglia della vittima – moglie, figli e parenti – segue con dolore le fasi giudiziarie, in un caso che ha scosso la comunità locale per la freddezza dell’esecuzione.

Non mancano i colpi di scena nei casi storici. Nel delitto di Garlasco (2007), l’omicidio di Chiara Poggi, a quasi vent’anni dai fatti torna al centro dell’attenzione il contenuto dei computer della vittima e di Alberto Stasi (condannato in via definitiva). Nuove perizie disposte dalla Procura di Pavia – in particolare sul PC di Chiara, mai analizzato in profondità prima – stanno consegnando elementi che potrebbero ridisegnare il quadro. Emerge che la cartella “Militare” sul computer di Stasi conteneva circa 7.000 immagini e alcuni video pornografici, ma non materiale “raccapricciante” come ipotizzato in passato; inoltre, Chiara non avrebbe aperto quella cartella la sera prima del delitto. Il mistero si infittisce: cosa scoprì Chiara poco prima di morire? Le consulenze di parte e le nuove analisi informatiche potrebbero portare a una svolta, in uno dei casi più discussi e divisivi della cronaca italiana.

Sul fronte delle scarcerazioni, scuote l’opinione pubblica l’uscita dal carcere di Marco Di Muro, condannato per l’omicidio della fidanzata sedicenne Federica Mangiapelo, annegata nel lago di Bracciano nel 2011. Dopo aver scontato circa 12 dei 14 anni di pena (ridotti dall’ergastolo iniziale grazie al rito abbreviato), Di Muro ha ottenuto l’affidamento in prova ai servizi sociali e sarà libero a giugno 2026.

La famiglia Mangiapelo esprime rabbia e dolore: «Non si è mai scusato», dicono i genitori, che ricordano come dal 2019 il rito abbreviato non sia più applicabile per i delitti punibili con l’ergastolo – un cambiamento normativo nato anche dalle loro battaglie. La vicenda riapre il dibattito sui tempi della giustizia e sul valore della vita delle vittime, soprattutto giovani donne uccise in ambito affettivo.

Questi casi si inseriscono in un contesto più ampio. Secondo i dati diffusi da Non Una Di Meno a marzo 2026, dall’inizio dell’anno sono già stati registrati almeno 10 femminicidi e 22 tentati omicidi di donne, con l’assassino quasi sempre conosciuto dalla vittima (mariti, ex, familiari). Gli omicidi dolosi complessivi restano storicamente bassi (intorno a 0,55 ogni 100.000 abitanti nel 2025), ma la violenza di genere non accenna a diminuire, con picchi in alcune regioni. Altri episodi inquietanti, come le indagini su morti sospette in ambulanza a Forlì (possibili omicidi premeditati con sostanze letali) o i delitti familiari, confermano che la cronaca nera italiana resta dominata da moventi passionali, economici o improvvisi.

In un Paese che ha ridotto drasticamente gli omicidi negli ultimi trent’anni, questi fatti ricordano quanto la prevenzione e la cultura del rispetto restino priorità assolute. Mentre i processi avanzano e i misteri si infittiscono, le famiglie delle vittime attendono verità e giustizia, in un’Italia che non smette di interrogarsi sui suoi lati più oscuri.

giovedì 12 marzo 2026

 

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mercoledì 11 febbraio 2026
Tortora e il referendum, Stellantis cadente, il j'accuse di Monti, le foibe di tutti
Rassegna 11 feb 2026

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Rassegna cinepolitica

 Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora, nella serie «Portobello»)

 Marco Bellocchio 

 Romana Maggiora Vergano (Francesca Scopelliti) e Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora)

 Lino Musella (Giovanni Pandico)

 Il momento dell'arresto di Enzo Tortora, condotto in carcere in manette

mercoledì 11 marzo 2026

 

«Voto Sì perché voglio un giudice davvero terzo e un Csm libero»

L’ex presidente della Camera Penale di Milano difende la riforma: «Giudice davvero terzo, decisioni migliori e nessun rischio autoritario»

19 Dicembre 2025, 07:57

«Voto Sì perché voglio un giudice davvero terzo e un Csm libero»

Valentina Alberta, già presidente Camera Penale di Milano

Valentina Alberta, già presidente della Camera Penale di Milano: perché votare sì?

La separazione delle carriere è l’inevitabile sviluppo della scelta di un processo penale accusatorio. Voterò convintamente sì anche se la riforma introduce altri istituti, come il sorteggio e l’Alta Corte, che non rappresentano affatto quei rischi che i sostenitori del No descrivono con toni apocalittici. Bisogna far capire che il referendum riguarda tutti: chiunque può trovarsi nel ruolo dell’imputato. In questa campagna, le Camere penali hanno voluto essere molto ben riconoscibili per la loro impostazione assolutamente tecnica, coerente con la trasversalità da sempre praticata. La guerra la lasciamo semmai ad altri: noi crediamo ad un principio come questo da oltre trent’anni, e lo abbiamo sostenuto di fronte alla politica di ogni colore.

Cosa pensa quando sente il Governo dire che questa riforma serve a “ricondurre” la magistratura e che oggi è utile alla destra domani lo sarà alla sinistra?

La politica non ama il controllo della magistratura. Quello che ritiene il governo mi interessa fino ad un certo punto: i governi passano, le riforme restano. E poi, pannellianamente, se si crede in un principio, i compagni di percorso contano relativamente. Quello che non comprendo è quali delle norme che andremo a confermare aiutino il governo a “ricondurre” la magistratura. Si opera semplicemente una separazione anche ordinamentale. Qual è l’esigenza di un rapporto di colleganza tra giudice e pm? Questa dovrebbe essere la domanda. La paura di possibili derive autoritarie non poggia sulle nuove norme, nessuna delle quali legittima quella paura.

Da parte dei Sì si dice che grazie alla riforma ci saranno meno casi Tortora e Garlasco.

Ci saranno certamente decisioni migliori. Sono stupita dal fatto che l’Anm diffonda un concetto solo quantitativo di efficienza, quasi che un cittadino sotto processo possa preferire un processo veloce ad uno accurato. La decisione migliore è quella assunta in contraddittorio davanti ad un giudice terzo. Non mi interessano le percentuali, visto che la statistica rischia sempre di essere quella del pollo di Trilussa e che, soprattutto, nessuno sa dire quale sia la percentuale fisiologica di assoluzioni o di richieste di intercettazioni da accogliere. Ma mi interessa che, in ogni momento del procedimento penale, il giudice possa decidere con uguale diffidenza sulle richieste del pm e dell’avvocato. E la diffidenza nei confronti del collega di concorso, di formazione, di organizzazione, è complessa.

Lei fa parte anche dell’Osservatorio Ordinamento giudiziario dell’Ucpi. Come si può empiricamente sostenere che i pm influenzano le carriere dei giudici?

L’Osservatorio ha fatto molti lavori di studio su vari aspetti della riforma, ma non si può fare una ricerca empirica sulla “influenza”, ovvio. Abbiamo però qualche “indizio”, perché tutti abbiamo letto le chat di Palamara, e ricordiamo anche specificamente di un caso in cui un pm milanese voleva “fregare” un giudice della stessa sede che ambiva ad un incarico. Lasciamo stare la patologia, ma vediamo che le parti vengono viste dal giudice in modo molto differente. I pm votano sui colleghi nei consigli giudiziari, ma quando si è ipotizzato con la riforma Cartabia che lo facessero anche i laici, l’Anm ha addirittura proclamato uno sciopero. Quindi è evidente che una influenza possibile di chi partecipa all’ammini - strazione della giustizia c’è. Cito infatti il professor Lanzi, già laico al Csm, che ha sempre sostenuto la sua contrarietà agli avvocati con diritto di voto nei consigli giudiziari perché non ci dovrebbero essere neanche i pubblici ministeri.

E dove invece si vede l’opera del correntismo nelle nomine?

Non posso parlare io di guai del correntismo, ne hanno scritto anche magistrati molto autorevoli, il correntismo non piace a nessuno. Le numerose modifiche delle leggi elettorali non hanno funzionato. Quindi non si può far finta che la proposta del sorteggio sia arrivata all’improvviso. Peraltro, al referendum indetto dall’Anm nel 2022 hanno votato a favore del sorteggio quasi 1800 magistrati.

Lei è tra quelli da sempre favorevoli al sorteggio?

Non mi piace, ma ne capisco le ragioni. Ha pregi indubbi, perché elimina il rapporto tra eletto ed elettore, e questo, per le funzioni del Csm, è un bene. Se il Csm deve essere organo di alta amministrazione non ha bisogno di un “lega - me con la base”, che anzi lo snatura.

L’Ucpi da sempre critica il sistema di valutazione di professionalità. Non c’è il rischio che si sorteggi un magistrato non competente?

Mi sembra un paradosso. Miglioriamo i sistemi di valutazione, affinché ogni giudice che decide questioni importantissime e irroga pene gravissime sia all’altezza di farlo. Dopo di che, l’ipotesi di un magistrato “non competente” per decidere di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e promozioni mi pare veramente improbabile. Ci sarà chi non vorrà farlo e non potrà essere certo obbligato, e comunque ci saranno certamente dei requisiti di anzianità.

Nel corso dell’attuale consiliatura la sezione disciplinare ha emesso 194 sentenze di cui 80 condanne, 91 assoluzioni, 23 non luogo a procedere. Può dirsi allora davvero una giustizia domestica?

Ci sono dei temi tabù nello scambio di idee con la magistratura, da sempre. Uno è quello dell’errore giudiziario e l’altro è quello della sanzione disciplinare. Avvocati e magistrati dovrebbero puntare ad un sistema che dia risultati migliori; le Camere Penali nel 2010 proposero un’Alta Corte disciplinare condivisa, giudice di seconda istanza anche per gli avvocati. I dati sul disciplinare sono peraltro falsati dal fatto che vi è una quantità enorme di segnalazioni che sono archiviate direttamente ad opera del procuratore generale. In ogni caso, alcune decisioni lasciano perplessi. E allora perché tutta questa contrarietà ad un organismo diverso, che garantisca maggiore distanza tra giudicati e giudicanti? Ogni obiezione suona incomprensibile: si dice per esempio che sia previsto solo per la magistratura ordinaria, ma già oggi le magistrature speciali hanno disciplinari differenti, e che non sia prevista in Costituzione la composizione dei collegi, come non lo è per l’attuale sezione disciplinare del Csm … e allora qual è il problema?