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sabato 21 febbraio 2026

 


1️⃣ PEZZO PER CRONACHE



Malagiustizia, carriere, archiviazioni: quarant’anni dopo il caso simbolo

Enzo Tortora, dall’alba al Plaza all’assoluzione: la storia che nessuno ha pagato di Ferdinando Terlizzi 

                                                           SOMMARIO

Arrestato nel 1983 sulla base delle accuse dei pentiti, condannato in primo grado, assolto in appello, eletto eurodeputato, tornato in tv e morto senza vedere riconosciuto un errore istituzionale. Le toghe che lo accusarono fecero carriera. Il Csm archiviò. Il caso resta una ferita aperta.


Il 17 giugno 1983 è ancora buio quando Enzo Tortora viene arrestato all’Hotel Plaza di Roma. Le accuse sono devastanti: associazione camorristica e traffico di droga. Il volto rassicurante di “Portobello” diventa, nell’arco di poche ore, il simbolo di una presunta collusione tra spettacolo e criminalità organizzata.

Il blitz è firmato dal procuratore Felice Di Persia. Con lui, Lucio Di Pietro. L’istruttoria è affidata al giudice Giorgio Fontana. L’impianto accusatorio poggia quasi esclusivamente sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, in particolare Gianni Melluso, detto “il bello”. Secondo Melluso, Tortora sarebbe stato referente del clan per lo spaccio e destinatario di somme di denaro.

È l’epoca del trionfo del pentitismo giudiziario. La parola del collaboratore pesa più dei riscontri. I dubbi vengono accantonati in nome dell’urgenza repressiva.

Durante un interrogatorio, Fontana suggerisce a Tortora: «Lo dica che usava droga… non è mica un reato». Gli vengono negati gli arresti domiciliari nonostante le condizioni di salute, per la “pericolosità dell’imputato”. La custodia cautelare si trasforma in una pena anticipata.

Nel 1984 Tortora viene eletto al Parlamento europeo nelle liste radicali. Rinuncia all’immunità per affrontare il processo. È una scelta politica ma anche morale: difendersi da cittadino.

Il primo grado, celebrato a Napoli, si chiude nel 1985 con una condanna a dieci anni. Il pubblico ministero Diego Marmo lo definisce «cinico mercante di morte» e insinua che l’elezione europea sia frutto dei «voti della camorra». Le prove restano deboli, fondate su racconti contraddittori. Ma la sentenza arriva.

In appello l’impianto crolla. Le dichiarazioni dei pentiti si rivelano inattendibili. I riscontri non esistono. Emergono errori macroscopici, perfino casi di omonimia. Il 15 settembre 1986 Tortora viene assolto con formula piena. Il giudice Michele Morello, presidente del collegio, pronuncia una frase che farà discutere: «Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto». Per quella dichiarazione finirà sotto procedimento disciplinare, poi estinto per prescrizione.

Nel 1989 il Consiglio Superiore della Magistratura archivia ogni accusa verso i magistrati del caso. Solo poche voci dissenzienti, tra cui quella di Giancarlo Caselli, parlano di “sciatteria” e “gravi omissioni”. Le ispezioni volute dal ministro Giuliano Vassalli non producono sanzioni.

Le carriere proseguono. Di Persia diventa procuratore capo e membro del Csm. Di Pietro procuratore generale e poi aggiunto alla Direzione nazionale antimafia. Luigi Sansone presidente di sezione in Cassazione. Diego Marmo procuratore capo a Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità a Pompei. Orazio Dente Gattola presidente di sezione. Angelo Spirito in Cassazione. Giorgio Fontana si dimette e diventa avvocato a Napoli, difendendo anche Melluso.

Nessuna toga ufficialmente sbaglia.

Nel 1987 Tortora torna a condurre “Portobello”. L’ingresso in studio è un rito civile. Applausi, commozione, riabilitazione simbolica. Ma il corpo è minato dalla malattia. Il 18 maggio 1988 muore per un tumore ai polmoni.

La sua vicenda resta il paradigma dell’errore giudiziario italiano: uso esclusivo di dichiarazioni non riscontrate, custodia cautelare sproporzionata, esposizione mediatica devastante, assenza di responsabilità disciplinare. Il sistema si è difeso. L’uomo no.

Quarant’anni dopo, la domanda è la stessa: se nessuno ha sbagliato, come è potuto accadere?


 


2️⃣ SCHEDA MANUALE

Per Il mestiere della cronaca giudiziaria

Caso Tortora: paradigma di errore investigativo e tunnel vision

1. Il contesto

  • Arresto (1983) per associazione camorristica e traffico di droga.

  • Accuse fondate prevalentemente su dichiarazioni di pentiti.

  • Forte clima emergenziale e centralità del collaboratore di giustizia.

2. Indicatori di tunnel vision

a) Pre-giudizio accusatorio
L’ipotesi investigativa diventa tesi. Ogni elemento viene letto in chiave confermativa.

b) Centralità del pentito
Assenza di riscontri oggettivi indipendenti.
Affidamento quasi esclusivo alla parola del collaboratore.

c) Custodia cautelare come anticipazione di pena
Negati domiciliari nonostante condizioni di salute.

d) Esposizione mediatica irreversibile
La narrazione pubblica precede la sentenza definitiva.

e) Resistenza sistemica all’errore
Archiviazione disciplinare. Nessuna responsabilità formale.



3. Lezioni per il cronista giudiziario

  1. Non confondere ipotesi accusatoria con verità processuale.

  2. Distinguere tra dichiarazioni e prove.

  3. Analizzare sempre i riscontri indipendenti.

  4. Verificare eventuali errori di omonimia o incongruenze formali.

  5. Evitare titoli colpevolisti in fase cautelare.

  6. Seguire il processo fino alla fine: l’appello cambia spesso il quadro.

  7. Monitorare gli esiti disciplinari e istituzionali post-assoluzione.




4. Concetto chiave

Tunnel vision investigativa: processo cognitivo per cui investigatori e pubblici ministeri selezionano solo gli elementi coerenti con la tesi accusatoria iniziale, ignorando dati dissonanti.

Il caso Tortora resta manuale di studio per comprendere:

  • rischio epistemologico del pentitismo non corroborato;

  • fragilità dei sistemi di controllo disciplinare;

  • responsabilità etica del cronista nel raccontare accuse non definitive.



 


giovedì 19 febbraio 2026

 

Baci al profumo d’erba e ‘’Libertà’’: il racconto inedito di Goffredo Parise

Innamorarsi a guerra finita
Baci al profumo d’erba e ‘’Libertà’’: il racconto inedito di Goffredo Parise
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Il racconto inedito, di cui si riporta la seconda metà, sta tra le lettere d’amore di Goffredo Parise (1929-1986) conservate da Elsa Fonti e pubblicate a mia cura (“Lettere a Elsa”, Prospero). Ambientato a Vicenza nel dopoguerra, è senza data e titolo, ma la sua chiusa rinvia a quella di un elzeviro del 1978 uscito sul “Corriere della Sera” e inserito col titolo “Libertà” in “Sillabario n. 2” (1982). Lì, a proposito di una sconosciuta che passava “con la macchina e le due guardie del corpo per le sue passeggiate a Villa Borghese”, si dice: “Una giornalista le pose la domanda: ‘Senatrice, come definirebbe la libertà? Rosa Luxemburg…’. ‘Lo so, lo so…’ interruppe la donna”. La donna è Nilde Iotti e probabilmente l’inedito fu scritto a ridosso dell’elzeviro. Quanto alla Luxemburg, era già apparsa in un reportage su Laos del 1970, dove Parise si definisce “un uomo libero. E per libero intendo una cosa sola, così ben espressa dalla Luxemburg: ‘Libero è colui che può decidere altrimenti’”. E rispunterà con l’inedito in occasione della laurea ad honorem conferitagli a Padova (1986), quando ne attribuì il merito “alla libertà e allo spazio d’immaginazione che per la mia generazione è nato nel 1945 alla fine della guerra”.

Salirono lentamente fino alla sommità, al Santuario coi gessi dei malati e dei morti, poi proseguirono verso il grande parco del Museo del Risorgimento. Era primavera, avrebbero dovuto essere a scuola ma quel lieve mitissimo tepore li aveva spinti entrambi nelle braccia del primo vento con odori. Odori di residui invernali, di residui di vecchie stoppie, di sughero, di muschio e nuovissimi odori della stagione che mostrava le prime erbe e i puntini verdi sugli ippocastani. C’era odore anche di mucche, di capre e di latte. Qua e là c’erano mucche e si udì belare una capra.

Al Museo del Risorgimento, nel grande parco, si sedettero e si distesero sull’erba e si diedero grandi baci, succulenti di saliva profumata di aria e di erba. Quando lui tentava qualche mossa in più, come entrare con una mano nello scollo del vestito, Elisa lasciava un po’ fare, fin quasi al capezzolo, appena sfiorarlo e poi si ritraeva sorridendo ma sorridendo però in modo particolare, quasi per vincere o sfidare l’imbarazzo, il pudore. Si conoscevano da tanto tempo, è vero, erano quasi come fratello e sorella, ma proprio per quello Elisa mostrava maggior pudore. Si vedevano sempre in bicicletta, le loro madri si salutavano, come metter d’accordo tutto questo con il sesso? Il sesso, era poi il sesso? E lo sapevano loro? Non di certo, a quell’età, ne sapevano quello che avevano sentito dire ma che loro stessi non osavano mettere in pratica proprio perché si vedevano in bicicletta e le loro madri si salutavano. Avevano quindici, sedici anni, era appena finita la guerra, e c’era la libertà di fare tutto quello che si voleva. Andare a scuola oppure no, andare al Museo del Risorgimento oppure no, andare in bicicletta, mangiare castagnaccio, fumare le prime sigarette, avere dei fidanzatini, per un giorno, cinque giorni, dieci giorni, e poi basta o ancora, c’era la libertà. Poiché c’era la libertà essi non sapevano che c’era la libertà e con loro anche Beppino e Silvana, e Giorgio e Tina e tanti altri insieme a loro che erano tutti loro amici e si trovavano nelle piazze, nelle piazzette e in certi luoghi sconclusionati alla sera dopo cena. Da bere si beveva l’acqua delle fontane e anche quella era libertà perché durante la guerra spesso mancava l’acqua e non c’era nemmeno quella da bere.

La città era tutta una maceria, nulla era in ordine, la guerra era stata spazzata via come un gran vento spazza le nuvole o la foschia o la nebbia e ora tutta la vita era un cielo azzurro, sereno e di primavera. Ma lui ed Elisa, lassù. Nel grande Parco del Risorgimento in mezzo all’erba già quasi alta temevano quella faccenda che si vedevano in bicicletta da tanti anni e le loro madri si salutavano e c’era troppa famigliarità. Era come se lui sentisse l’odore della cucina di Elisa, un odore di pulito e di biancheria stirata e di cera da pavimenti e Elisa sentisse l’odore della cucina di lui, che era molto simile all’odore della cucina di lei dove fino a quel momento avevano vissuto con le loro madri e genitori, ed era un poco imbarazzante e disturbevole passare dal ricordo di quell’odore a un metter le mani nel seno di Elisa, anche se la cosa poteva sembrare di far piacere a tutti e due. I baci invece sì, ma erano baci un po’ fraterni come se li erano dati da bambini, un poco più cinematografici ora ma la sostanza era sempre quella. Poi scendevano dal Parco del Risorgimento tenendosi per mano e andavano fino alle biciclette che avevano lasciato ai piedi della salita, così, abbandonate e senza lucchetto perché c’era troppa libertà perché si rubassero biciclette che pure si rubavano in quei tempi.

Quando c’è la libertà nessuno se ne accorge. Quello che uno vede è una grande confusione e, siccome c’era stata la guerra, questa confusione si mostrava ovunque, nelle case fracassate e nei disastri, nelle bruciature dei cornicioni e delle finestre vuote che guardavano l’azzurro vuoto, nella mancanza di tutto ma nella pienezza della vita, nella gioia della vita.

È impossibile accorgersi della libertà quando c’è la libertà. Prima di tutto perché la libertà totale è il caos e infatti dopo la guerra c’era il caos e un gran muoversi come di formicaio nel tentativo di mettere a posto i danni, di incollare carta alle finestre perché non si trovavano i vetri, di rattoppare vestiti perché non c’era stoffa, di rattoppare gomme di biciclette perché non c’era né gomma né biciclette e il migliore mezzo di trasporto erano le proprie gambe. Non c’era niente di niente eppure tutti ridevano ed erano felici perché c’era la libertà. Non si poteva indicare dove era la libertà o come si manifestava, ma c’era e ognuno ne faceva un uso proprio e la scopriva senza saperlo in mille piccolissime cose.

Cos’è la libertà? È la libertà di agire altrimenti. Ma in quegli anni di enorme libertà nessuno conosceva Rosa Luxemburg e tanto meno quella definizione.


domenica 15 febbraio 2026

  

 

 

giovedì 12 febbraio 2026

 

Il caso Pelicot: la Francia sotto choc, il processo che interroga l’Europa di Ferdinando Terlizzi 




 


1) Il fatto

Per quasi dieci anni, tra il 2011 e il 2020, Dominique Pelicot ha somministrato alla moglie Gisèle Pelicot potenti sedativi e ansiolitici, riducendola in stato di incoscienza. In quelle condizioni, secondo l’accusa, l’uomo avrebbe invitato decine di uomini conosciuti online a violentarla nell’abitazione coniugale di Mazan, nel Vaucluse.

Il meccanismo è stato scoperto quasi per caso nel 2020, quando Pelicot venne fermato per aver filmato sotto le gonne di alcune donne in un supermercato. La perquisizione del computer portò alla scoperta di centinaia di video e fotografie che documentavano gli abusi sistematici.

Il dato che ha sconvolto l’opinione pubblica francese è la serialità e la “normalizzazione domestica” del crimine: non un delitto d’impeto, ma un disegno reiterato, pianificato, organizzato con metodo.


2) Il processo

Il procedimento si è celebrato davanti al Tribunal judiciaire di Avignone, con un numero elevatissimo di imputati: oltre cinquanta uomini identificati grazie alle immagini e alle tracce informatiche.

Le imputazioni principali:

  • stupro aggravato,

  • complicità,

  • somministrazione di sostanze atte a ridurre la vittima in stato di incoscienza,

  • produzione e detenzione di materiale video degli abusi.

Elemento centrale del dibattimento è stato il consenso: la difesa di alcuni coimputati ha sostenuto di non sapere che la donna fosse drogata; l’accusa ha replicato evidenziando lo stato di incoscienza evidente nei filmati.

Dal punto di vista tecnico-probatorio, il processo ha mostrato la forza dell’evidenza digitale: video, chat, tracciamenti IP, cronologia di navigazione. Una lezione anche per il cronista giudiziario: oggi l’archivio informatico vale quanto – e talvolta più – della testimonianza.


3) I protagonisti

  • Dominique Pelicot, ritenuto l’organizzatore, figura centrale e dominus dell’intero sistema.

  • Gisèle Pelicot, la vittima, che ha scelto di non chiedere il processo a porte chiuse, rinunciando all’anonimato per dare pubblicità alla vicenda. Una scelta simbolicamente potentissima.

  • I coimputati, uomini di età e professioni diverse: operai, impiegati, pensionati. Non un “mostro isolato”, ma uno spaccato sociale inquietante.


4) Le condanne

Le sentenze hanno inflitto pene severe all’organizzatore e condanne differenziate agli altri imputati, proporzionate al grado di partecipazione e alla prova della consapevolezza.

Il quadro sanzionatorio, nel sistema francese, ha previsto:

  • pene detentive elevate per il promotore del sistema,

  • reclusioni pluriennali per i partecipanti riconosciuti responsabili di stupro,

  • pene più contenute per chi è stato ritenuto colpevole di reati minori o con attenuanti.

Il messaggio del tribunale è stato netto: la vulnerabilità indotta con sostanze è aggravante piena; l’assenza di consenso non può essere neutralizzata da una pretesa ignoranza colpevole.


5) I commenti

Il caso ha generato un’ondata di indignazione in Francia e nel resto d’Europa. Le associazioni femministe hanno parlato di “processo sistemico” alla cultura dello stupro.

Il presidente francese e numerosi esponenti politici hanno commentato la necessità di:

  • rafforzare la prevenzione contro la sottomissione chimica,

  • intensificare l’educazione al consenso,

  • potenziare il contrasto alla criminalità online.

L’opinione pubblica si è divisa solo marginalmente sui dettagli giuridici; la sostanza morale della vicenda ha trovato consenso trasversale.


6) I risvolti giuridici e sociali

a) Sottomissione chimica
Il processo ha riportato al centro il tema della “chemical submission”, cioè l’uso di psicofarmaci per neutralizzare la volontà della vittima. Un terreno che interroga anche l’ordinamento italiano.

b) Prova digitale
Chat, video, archivi cloud: il processo Pelicot è una lezione contemporanea di criminologia digitale. Senza quei file, probabilmente la verità non sarebbe mai emersa.

c) Responsabilità collettiva
Non un singolo autore, ma una rete. Questo modifica la narrazione: il male non è solo devianza individuale, ma anche complicità sociale.

d) Diritto al processo pubblico
La scelta della vittima di rendere pubblico il dibattimento apre un fronte etico: trasparenza versus tutela della riservatezza.

 

  1. La centralità del consenso come categoria giuridica e culturale.

  2. Il rischio di banalizzazione del reato attraverso piattaforme digitali.

  3. La forza della prova tecnologica nel disvelare crimini reiterati.

È un processo che, come quelli che io amo raccontare nei miei saggi, supera il fatto di cronaca e diventa specchio di un’epoca.

 

 

domenica 8 febbraio 2026

 

Inaugurato il 52° Nauticsud. In futuro il salone nautico internazionale potrebbe cambiare date da febbraio ad ottobre  di Franco Cocozza  

[caption id="attachment_92914" align="aligncenter" width="300"] 20260207 Foto: Stefano Renna[/caption][caption id="attachment_92912" align="aligncenter" width="300"] 20260207 Foto: Stefano Renna[/caption]

Assenza di porti e ormeggi, con oltre 43mila posti mancanti in Campania, e la necessità chiesta da Afina 

di spostare il salone ad ottobre, restano i fattori che minano il settore.

   

Napoli, 7 febbraio 2026 – Inaugurazione articolata, con un convegno sull’economia della nautica da diporto al quale ha fatto seguito il taglio del nastro, quella del Nauticsud alla Mostra d’Oltremare di Napoli.  La 52esima edizione, che durerà sino a domenica 15, vedrà nei saloni dell’ente fieristico esposte oltre 500 imbarcazioni, tra gommoni, motoscafi, gozzi e yacht, e più di 800 brand del settore rappresentati dalle 121 aziende espositrici. L’apertura dei lavori è stata salutata dalle lettere di augurio del Ministro al Turismo, Daniela Santanchè, e dal neopresidente della Regione Campania, Roberto Fico.

 

La giornata inaugurale è stata aperta con il convegno, al quale hanno preso parte per il Comune di Napoli, l’assessore alla Salute e al Verde, Vincenzo Santagada in rappresentanza del sindaco Manfredi, l’onorevole Girolamo Cangiano, presidente dell’Intergruppo parlamentare della nautica, pesca e subacquea, Gennaro Amato e Remo Minopoli, organizzatori dell’evento, rispettivamente per Afina e Mostra d'Oltremare, dal titolo: L'impatto economico della nautica da diporto e dell'America's Cup 2027 sulla Campania, moderato dal giornalista de Il Mattino, Antonino Pane.

Lo studio realizzato da PWC Italia per il convegno e presentato da Egidio Filetto, partner di PwC Italia, ha evidenziato che la nautica da diporto produce un effetto moltiplicatore di 1.8, ovvero per ogni euro investito in questo settore se ne ricavano un 1 euro, 8 in più. Dato più interessante indica che il valore assoluto, nel sud ed isole, è il più alto italiano con oltre 24 miliardi, al quale, applicando il moltiplicatore indicato di 41 miliardi, porta ad un valore complessivo di quasi 70 miliardi di euro, risultando in assoluto il più alto dell’intero Paese.

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Eppure, la nautica, proprio nel sud ed isole, registra un calo del 25% di fatturato e -35% di produttività negli ultimi due anni, a causa dell’assenza di ormeggi. Lo studio dimostra che in Campania a fronte di 70 strutture di porti da diportismo, che possono accogliere 17.080 imbarcazioni, esiste, tra immatricolati e natanti, un parco imbarcazione di 61.658 unità in regione. Evidente quindi il gap negativo di circa 43.000 ormeggi.

 

Il dato ormeggi è una causale importante per il comparto produttivo e per la filiera vendita – conferma il presidente di Afina Gennaro Amato -, per questo da due anni si lavora a diverse soluzioni come l’ampliamento del porto di Mergellina, che siamo pronti a realizzare con fondi associativi, supportati da BCC Napoli, per 50 milioni di euro. Una goccia, ma pur una prima soluzione. La crisi ha però anche un altro indicatore: bisogna mettere in condizione produttori e compratori di programmare l’acquisto della propria barca. Il Nauticsud a febbraio non lo consente più, il mercato esige tempi più lunghi, perciò, chiediamo alla Mostra d’Oltremare, proprietaria del brand e della fiera, di prevederlo ad ottobre”.

 

 

Gli interventi dei relatori, tutti concordi sulla necessità di agire, indispettiti dalle promesse inattese di De Luca, che nel 2024 aveva annunciato pioggia di milioni di euro per le infrastrutture e mai arrivati se non per il litorale salernitano e isole del golfo (dichiarazioni trasmesse ai presenti in sala), sono stati allietati dalla buona notizia annunciata dall’assessore Vincenzo Santagada: “Posso rassicurare i presenti perché vi annuncio che in settimana si svolgerà un incontro tra il Sindaco e il presidente Amato, per affrontare le numerose problematiche annunciate. Il potenziamento delle infrastrutture è all’interno di un progetto di crescita e rilancio della nostra città”.

 

Toccato poi anche l’argomento America’s Cup. Lo studio presentato da Egidio Filetto, ha indicato che la 38ª Coppa America, in termini di effetto moltiplicatore di 1.1, lascerà a Napoli una eredità importante sotto il profilo economico. Quelli immediatamente osservabili indicano una stima di spesa turistica diretta di circa 370 milioni di euro, a cui va aggiunta la visibilità internazionale, che genererà nel biennio 2028/2030, secondo il Ministero del Turismo, un incremento del flusso visitatori del 5-10% con un indotto ulteriore di 200-400 milioni di euro annui di nuova spesa turistica e infine un incremento occupazionale che registrerà 10/12mila posti di lavoro temporanei e 1.000/2.000 a tempo indeterminato.

 

UFFICIO STAMPA:  Fabrizio Kühne – Mob. (+39) 339 83 83 413 - Brunella Bianchi – Mob. (+39) 331 26 30 029 -  E-mail: comunicazione@fabriziokuhne.co