lunedì 20 novembre 2017

Caserta, marito e moglie sgozzati in casa. Fermato il figlio

 Duplice omicidio nel Casertano, fermato il figlio per omicidio. Graziano Afratellanza, 40 anni, al termine di un interrogatorio, e' destinatario di un provvedimento di fermo di pm per duplice omicidio. Per il procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco, ci sono gravi elementi di prova di una sua reponsabilita' nell'uccisione del padre Francesco, 82 anni, e della madre Antonietta Della Gatta, 79 anni, avvenuta con un coltello nella loro abitazione di Parete. A dare l'allarme, la nuora delle vittime che abita al piano di sopra.

Dai primi accertamenti, l'omicidio della coppia e' avvenuto con colpi inferti al collo con un coltello dalla lama lunga 14-15 centimetri. L'aggressione alle due vittime sarebbe avevnuta mentre i coniugi dormivano la note corsa. Il coltello ritrovato nel pomeriggio lungo il ciglio di una strada di Parete, a un chilometro dell'abitazione dei coniugi, e' compatibile con le ferite ritrovate sul corpo dei due anziani. Questa mattina a trovare i corpi dei due anziani era stata la moglie di un altro figlio, Pietro, famiglia che abita nello stesso stabile delle vittime in via Scipione l'Africano a Parete, a un piano superiore. Graziano Afratellanza era l'unico dei figli a vivere ancora con i genitori. La donna ha immediatamente chiamato i soccorsi, ma oramai non c'era piu' nulla da fare per i suoceri. La coppia e' stata trovata in una pozza di sangue in camera da letto. Il figlio Graziano, all'arrivo dei carabinieri, gia' era sparito a bordo della sua auto, una Passat. Una famiglia di agricoltori quella dei Afratellanza, 3 figli, molto conosciuti nella piccola comunita' di Parete. Anche Graziano si interessava dei terreni di proprieta' della famiglia. L'uomo era in cura presso l'Asl da una decina di anni per gravi problemi psichici ed era stato sottoposto anche a trattamento sanitario obbligatorio. Piu' volte il 40enne ha tentato il suicidio. Tanti i vicini di casa accorsi sul posto questa mattina, appena appreso della tragedia. Secondo una vicina che conosceva molto bene la famiglia, Graziano era appellato da tutti a Parete come "il pazzo" per la sua instabilita' e tutti conoscevano i suoi problemi. Con un carattere allegro e molto socievole, invece, e' stato descritto il padre Francesco, amante del ballo. "Una tragedia per la nostra comunita' - l'ha definita il sindaco di Parete, Gino Pellegrino - conoscevo molto bene Francesco e la moglie, una famiglia di lavoratori e molto umili. Brave persone. Graziano lo conoscevo meno, e' un ragazzo molto chiuso. Ho saputo che piu' volte si era rifiutato di prendere le medicine". A coordinare le indagini, la Procura di Napoli Nord con il pm Valeria Esposito. Questa mattina, da un primo esame autoptico, il medico legale non e' riuscito a stabilire con certezza l'ora del decesso.

ALTRI  FATTI DI CRONACA
 ACCADUTI NEL TEMPO A PARETE 


Accadde a Parete nel 1955
30 anni al giovane che uccise 3 persone
AVVELENO’ LA MOGLIE( CHE ASPETTAVA UNA BAMBINA )  E IL FIGLIO -  POI UCCISE IL FIDANZATO DELLA COGNATA   PERCHE’ VOLEVA SPOSARLA -
Ritenuto sano di mente la Corte di Assise di S. Maria C.V. lo condannò all’ergastolo. – Pena ridotta in appello.  Veleno nel latte –
    

 Caserta -  Del “mostro” venticinquenne Pasquale Maione,  da Parete,  pochi ricorderanno i suoi tragici e dissennati  gesti. Si trattava di un  “folle reo” ( perché poi… alla fine confessò), oppure di un “reo folle”,  come dicono gli strizzacervelli? A leggere le cronache dell’epoca pare rivedere davanti agli occhi le scene dell’”Elogio della Follia” di Erasmo da Rotterdam. Un delitto crudele, barbaro, inumano, eseguito con una lucidità da un perfido mostro. Un delitto da  pena di morte… insomma. Buon per lui che era stata abolita 15 anni prima dei suoi crimini.
      L’uomo, follemente innamorato della cognata Maddalena Comune
( all’epoca 18enne )  avvelenò con dell’anticrittogamico la moglie Anna Comune di 24 anni ( che,  tra l’altro,  aspettava una bambina ) e il figlioletto Luigi di di 4 masi. Poi tese una imboscata al fidanzato della cognata Tobia Clausino,  di anni 18, e mentre questi,  in bicicletta,  attraversava una strada di campagna gli sparò due colpi di pistola. 
     Teatro di questa triste e squallida vicenda,  furono le zone dell’agro aversano,  tra Parete e Lusciano,  dall’aprile del 1955,  al marzo del 1962,  giorno in cui fu emessa la sentenza di appello. La Corte di Assise del Tribunale di S. Maria C.V. aveva condannato il “mostro” alla morte bianca infliggendogli un  ergastolo per i suoi 4 omicidi: la moglie, il figlio, la nascitura e il fidanzato della cognata. Mentre la Corte di Assise di Appello  di Napoli,  condannò poi,  in via definitiva il Maione – con il ricoscimento delle attenuanti generiche – alla pena complessiva  di anni 30 di reclusione.
    Ma prima di addentrarci nei meandri della truce storia ci domandiamo, ma è normale un individuo che progetta un tale disegno criminoso? Quali probabilità  di impunità? E come avrebbe potuto raggiungere il suo scopo,  lasciando tracce dei suoi delitti in ogni dove? Ma dove può portare la passione, l’amore  per una donna? A delitti come questi? Ad altro?  E… per dirla col poeta “L’amore piace per la gioia e per il dolore, per la speranza e per la delusione, per la fortuna e per la sventura, perché è l’unica passione in cui tutto ha valore”. ( Stendhal).
   
      Nei miei oltre 40 anni di cronista giudiziario, però, nonostante abbia seguito migliaia di processi con moventi aberranti questo mi sembra veramente da “guinnes” dell’orrore. Aveva ragione, allora,  il grande avvocato Alfredo De Marsico se al termine della sua arringa,  in difesa della vittima di Aurelio Tafuri ( un giovane massacrato e gettato nel Volturno )  allorquando affermò:”Uomo, guardati dall’uomo, capace di azioni più crudeli delle belvi”.
     Sulle prime “l’orco”,  tratto in arresto dai carabinieri di Aversa,   negò ogni addebito. Ma il rapporto partito dalla stazione di Parete lo inchiodò alla sue responsabilità.  “L'accusato", tratto in arresto nega. Ma ha ammesso di avere tentato una volta di attuare il criminoso disegno. Un “caso” di delinquenza, messo in atto con incredibile crudeltà,   che  potrebbe  portare ad un processo forse unico nella storia giudiziaria italiana, avvenuto nel piccolo centro di Parete, è all'esame delle autorità inquirenti”.
     “Il protagonista – scrive il maresciallo comandante la Stazione di Parete -  la cui personalità non si sa ancora se definire  “losca” o “folle”,  ma certamente assassina,  è il 25enne Pasquale Maione, la cui moglie Anna Comune, di 24 anni, mori la notte del 3 aprile scorso; la giovane era in stato interessante e il  suo decesso seguì di pochi giorni quello del  figlio  Luigi, di 4 mesi, attribuito a paralisi infantile. La donna morì   tra atroci spasimi e sua madre Maria Luisa Pellegrino, ricordò che durante il giorno aveva assaggiato una pozione di  camomilla preparatale dal marito, rifiutandosi però di berla tutta poiché  “puzzava come fosse vetriòlo”.
      Alcuni vicini di casa riferirono inoltre,  che  Pasquale Maione,  spesso si  recava  in casa del suocero Luigi Comune, ( quando la moglie era in campagna )  e lo si vedeva trattenersi e spessissimo  confabulare con la cognata Maddalena alla quale, giorni prima, aveva indirizzato una lettera nella quale, tra l'altro, le confessava di essere sempre e più che mai innamorato di lei e che tutto quello che era avvenuto lo aveva fatto perché intendeva sposarla.
     Perquisita l’abitazione della ragazza ( cognata del Maione  e già fidanzata con un giovane del luogo), veniva trovata la lettera incriminata. Nello stesso tempo venivano fermati la ragazza e Pasquale Maione; ma le indagini non si fermarono qui. Negli inquirenti nasceva il sospetto che alla morte del piccolo Luigi Maione e della madre di questi, il  Maione non fosse estraneo.
    A quanto si  apprese, l'accusato, messo a confronto con la suocera,  ammise  di aver somministrato mesi addietro del “solfato di rame” nei pasti della moglie e del figlio, di aver messo del veleno nel latte,  ma continuava  a negare di aver avuto intenzione di uccidere.


     Per fugare i sospetti,  il capo famiglia,  organizzò una cena alla quale prese parte  anche Tobia Clausino, il fidanzato ventitreenne della cognata  Maddalena, sorella di Anna. Il Maione,  però, benché atteso, non si presentò. Il giovane Clausino, dopo aver cenato in casa della fidanzata, si avviò in  bicicletta verso Lusciano, suo paese di residenza, quando, poco distante dal bivio “Parete-Trentola”,  venne raggiunto alle spalle da alcuni colpi di pistola. Raccolto da alcuni passanti; veniva trasportato a Napoli e quindi ricoverato all'ospedale dove morì dopo qualche giorno. Chi l’aveva ucciso e perché? Il paese è piccolo e la gente mormora… I carabinieri riuscirono – non senza fatica – a sbrigliare l’intrigata matassa.  
     Egli era – come detto -  fidanzato di  Maddalena Comune e nel mese precedente era giunta  alle orecchie dei carabinieri voce che Pasquale Maione — oltre a non essere affatto prostrato e  addolorato per la morte della moglie e del figlio, deceduti entrambi a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, ( la moglie, il 4  aprile ed il piccolo il 29 marzo) da qualche giorno lo si vedeva spesso circuire la giovane cognata.
      Messo nuovamente sotto torchio,  e contestategli tutti gli indizi che i carabinieri avevano raccolto il Maione, finalmente,  confessò l’orrendo crimine.  “Sì. Ho versato il veleno nel latte di mia moglie… ma non avevo intenzione di uccidere anche mio figlio… è stato un  errore”. Gli inquirenti ipotizzarono ( ma in parte avevano ragione ) che complice del duplice delitto fosse stata la cognata con la quale l'assassino coltivava una tresca.
     Al Maione, però,  non era stato ancora contestato l’omicidio del giovane Clausino, anche perché nessuno avrebbe potuto immaginare che per la sua passione amorosa,  un onesto lavoratore dei campi,  si fosse trasformato in un bieco assassino,  uccidendo la moglie che stava per partorire una bambina, il figlio di 4 mesi e addirittura  il fidanzato della cognata.
    I fatti di questo delitto  - che costituisce uno  dei  più efferati del dopoguerra - ebbero inizio il 29 marzo del 1955, e si deve alla sagacia di un coraggioso sottufficiale dell’arma,  il comandante della stazione dei carabinieri di Parete, Mar. Giuseppe Galletta, se si giunge ad un epilogo nel quale trionfò la giustizia. Si pensi al tessuto sociale e all’epoca in cui si svolse il delitto, alla omertà della zona, alla presenza di bande e delinquenti di ogni risma che infestavano ( e purtroppo infestano)  l’agro Aversano.
     Il solerte comandante non si fermò di fronte  alle risultanze peritali. Il medico condotto Dr.  Salvatore  Falco, infatti,  aveva diagnosticato  per il piccolo Luigi  “un decesso da eclampsia infantile”.  Continuò le sue indagini e raccolse  “vox popoli” una voce sulla morte del bambino che ritenevano fosse stato avvelenato.
      Mentre i carabinieri  svolgevano le loro indagini sulla misteriosa morte del bambino, la sera del 3 dello stesso mese, alle 21.10, un'auto che passava in località “Santa Caterina”, lungo la  Provinciale  che da Parete reca a Napoli, raccolse, gravemente ferito, un giovane, Tobia Clausino, da Lusciano, che fu ricoverato all'ospedale dei Pellegrini perché attinto da due colpi di pistola al torace, con lesione di un polmone. Il giovane, interrogato vin punto di morte  dichiarò che, mentre percorreva la via in bicicletta, aveva udito i colpi e s'era abbattuto, senza poter indicare altro. Ma i carabinieri di Parete accertarono che, in quel giorno, in quella via, vi era stato il  Maione. Un altro elemento che li orientò fu che il Clausino era fidanzato con Maddalena Comune, cognata del Maione, la quale, secondo le voci, era da un anno l'amante del cognato.
     Il Maione, fermato, non solo si confessò autore del ferimento, ma aggiunse di avere agito cosi perchè temendo che il  Clausino gli portasse via la ragazza — con cui convenne d'avere una relazione -  aveva voluto vendicarsi. Intanto il mattino del 4 aprile, all'ospedale degli incurabili di Napoli, moriva improvvisamente anche la moglie del Maione. Questa morte, giudicata normale dai sanitari, aumentò invece 1 sospetti dei carabinieri e il maresciallo Galletta compì una perquisizione nella casa del Maione trovandovi una lettera da lui scritta all'amante;  lettera in cui egli, pur  esprimendosi genericamente, diceva di aver ormai fatto il necessario per realizzare le sue promesse e i comuni sogni.

     Da questa rapporto epistolare  si svilupparono nuove e serrate indagini  ed il conseguente  l'ordine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere,  di esumare il cadavere della donna  per una perizia tossicologica. Ma ormai la stessa perizia era stata  in gran parte superata dalla spontanea ed ampia confessione dall'accusato che, presente il  comandante della tenenza di Aversa, Ten. Antonio Messina, narrò di come  ideò e come, poi, attuò il suo piano. La giovane Maddalena, sorella della moglie, di cui egli si era pazzamente innamorato, ogni tanto gli diceva che, avendo ormai lei una certa età, i genitori e i suoi quattro fratelli le consigliavano di non continuare a respingere le numerose offerte' di matrimonio. Allora, per evitare che Maddalena si maritasse, decise di sposarla lui. 
     “Il 26 marzo — spiegò l’assassino nella sua orribile confessione   — nella notte,  grattai all'interno dei  recipienti di rame e misi la polvere in una bottiglia di latte che sapevo destinata a mia moglie; il mattino mi recai regolarmente al lavoro in campagna, ma verso mezzogiorno, stimolato dalla curiosità, per vedere che. cosa fosse accaduto, ritornai a casa.  Niente. Anna non aveva avvertito nessun disturbo. Attesi altri tre giorni e il 29, improvvisamente, mio figlio si sentì male e poco dopo mori. Allora capii che la madre aveva fatto, bere al bambino una parte del latte. Poi, il 4 aprile, fu mia moglie a sentirsi male,  insieme ai suoi genitori l'accompagnai a Napoli, all'ospedale degli Incurabili. Poiché il medico di Parete aveva parlato di disturbi da gravidanza, essa fu ricoverata nel reparto ostetrico; ma là i sanitari, dopo averla visitata,  esclusero che si trattasse di gravidanza e la trasferirono a un altro reparto di medicina dove, in serata, morì”.
      A questo punto,  gli stessi carabinieri, pur allibiti dal racconto, continuarono  a scandagliare nella vita dei protagonisti,   per giungere al vero movente del duplice delitto. Fu convocata quindi la “cognata-amante”, Maddalena, sorella della morta e posta a confronto con il reo confesso. “Sapevate del piano di vostro cognato?”, chiese il Ten. Messina ». E la donna, fra lo stupore dei militi, disse: “Sì”.  “E…non interveniste per avvisare vostra sorella?... incalzò il Ten. Messina.    “Non potevo - rispose  lei - perchè lui (e  guardò l'amante) mi aveva detto chiaramente, ed era uomo da farlo, che se avessi parlato mi avrebbe uccisa”.
     Pasquale Maione fu tratto a giudizio  per triplice omicidio aggravato,  mentre  Maddalena Comune,  per correità nell’omicidio della sorella e del piccolo Luigi. La Corte di Assise del Tribunale di S. Maria C.V. lo condannò, come detto,  all’ergastolo assolvendo la ragazza dalla complicità. Quel giorno,  narrano le cronache dell’epoca, nell’aula della Corte di Assise,  gremita fino all’inverosimile,  all’atto della lettura della sentenza, che condannava il  “bieco assassino”,  alla morte bianca,  con un timbro sulla  sua scheda  nella matricola del carcere  con “fine pena mai”, scoppiò un fragoroso applauso.  Il giudizio di Appello svoltosi 7 anni dopo i delitti,  vide la richiesta della conferma della condanna all’ergastolo, da parte della pubblica accusa,  per il Maione,  ma la Corte,  dopo le arringhe difensive,  che invocarono “pietà” per quel misero bracciante agricolo, e dopo   5 ore di permanenza in Camera di Consiglio, concesse le attenuanti generiche e lo condannò soltanto a tren’anni di galera.







domenica 19 novembre 2017

     VERSO LA TERZA RISTAMPA 
IL NUOVO LIBRO DI
FERDINANDO TERLIZZI
DELITTI A CASERTA 



PROCESSI, ENIGMI, RETROSCENA, ORRORI E VERITA’. UN VIAGGIO ATTRAVERSO LA MORTE , LA PASSIONE , LA VENDETTA E L’ODIO IN TERRA DI LAVORO
Una storia di corna, di lettere anonime, di amori
saffici, di suore in convento e di follia omicida (*)



Enrico Gallozzi, Francesco Montesano, Teresa Fusaro, Pasquale Raimondo


Grazzanise, Vitulazio, “Masseria Piglialarmi”, agosto 1952


Spesso la realtà supera la fantasia. E questa storia lo conferma.
Un aggrovigliarsi di eventi satanici e diabolici che sembrano
usciti dalla mente di Satana… ma che invece, sono purtroppo,
cruda realtà. Correva il mese di agosto del 1952, da dietro un cespuglio
della tenuta “Piglialarmi” in tenimento di Vitulazio, esce
un individuo che con un fucile da caccia, caricato a pallettoni uccide
il Dr. Enrico Gallozzi, chirurgo, 61 anni, latifondista, nipote
del Sen. Carlo Gallozzi (deputato del Regno d’Italia, insigne professore
universitario, che succedette al chirurgo Ferdinando Palasciano;
a lui sono intitolati una strada e una scuola nella sua città
natale Santa Maria Capua Vetere) giunto sul posto a bordo della
sua auto condotta dall’autista Vito Di Lillo, anche lui sammaritano
e il suo fattore Vincenzo Montesano, di anni 52 da Grazzanise. A
scoprire i cadaveri fu il contadino Antonio Mercone, da Pastorano,
il quale avvisò i carabinieri e sul posto convennero il mar. Giovanni
Pautasso e il Brig. Raffaele D’Alessandro, con il medico di turno
Dr. Raffaele Cuccari. Il primo ad essere sospettato è il guardiano
dell’azienda agricola Pasquale Raimondo, 49 anni da Grazzanise.
Perché? Le prime indagini sulla perizia medico-legale eseguite dai
periti dottori Michele Sanvitale, Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese,
retrodatarono la morte alle 24 ore precedenti, ed accerta-
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rono che il Gallozzi era stato attinto ai polmoni, il Montesano agli
organi interni, ma era stato finito con un colpo alla testa.
Per prima cosa destò sospetto il fatto che il guardiano si
diede alla macchia, poi, in seguito ad una perquisizione effettuata
dopo il delitto, dal maresciallo Luigi Bruno, comandante la Stazione
dei Carabinieri di Vitulazio, fu rinvenuta l’arma del delitto
e si consolidò il sospetto che lui fosse l’assassino anche perché vi
erano stati numerosi episodi venuti alla luce nel corso delle indagini.
Costituitosi al direttore delle carceri Enrico Matano confessò:
“Ho ucciso Gallozzi perché aveva sedotto mia figlia ed era l’amante
di mia moglie e Montesano perché, pur sapendo la cosa, ed essendo
mio compaesano, non mi aveva riferito della tresca”.
Il tutto era frutto della sua fantasia. Ossia, era la sua versione
dei fatti, instillatasi nella sua mente malata e perversa. Ma facciamo
un passo indietro per meglio capire l’intrigata vicenda. I carabinieri
accertarono, anche in base a serrati interrogatori di Maria Petrella,
moglie del fattore ucciso Montesano, che a Pasquale Raimondo,
guardiano delle terre del Dr. Gallozzi, da un poco di tempo arrivavano
lettere anonime dalle quali si evinceva che sua figlia Maria
Raimondo (all’epoca dei fatti 16enne) era stata deflorata dal Dr.
Gallozzi, e che la madre Giovannina Tessitore, 46 anni, moglie del
Raimondo era l’amante del Gallozzi. La teste precisava, inoltre, che
in paese correva voce che la figlia del Raimondo Maria era stata
“deflorata” e “riparata” nella sua verginità dal Dr. Gallozzi (egli infatti
era un ottimo chirurgo) ma la madre della ragazza sosteneva
che era una calunnia.
Inoltre, un tale Enrico Parente da Grazzanise, andava da
tempo sparlando e sostenendo che Giovannina Tessitore, moglie
di Pasquale Raimondo, faceva la “puttana”, ed era amante del Dr.
Gallozzi. Ciò precisava di aver appreso da Vincenzo Montesano
fattore dei beni Gallozzi. Intanto continuavano ad arrivare lettere
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anonime ed una giunse addirittura alla moglie del Montesano con
la quale si annunciava “l’assassinio del marito per mano di Pasquale
Raimondo” da lui più volte calunniato. La moglie del Raimondo,
informata dell’arrivo della lettera anonima che parlava del suo marito
come probabile assassino dedusse che a Grazzanise vi erano
molte persone che erano invidiose delle famiglie “Raimondo-Montesano”
perché alcuni membri delle stesse lavoravano presso il latifondo
del Dr. Gallozzi.
Allora si faceva veramente la fame poiché era da pochi anni
terminata la guerra. Ecco il primo atto di pazzia. Venuto a conoscenza
di questa circostanza, Pasquale Raimondo prese un pugnale
e lo consegnò alla moglie e le ordinò di uccidere Enrico Parente e
chiunque avesse parlato male della figlia e della moglie. Il Raimondo
riteneva il Montesano un “traditore“ ed un “fetente” perché
essendo paesano e conoscendo dei fatti scabrosi non glieli aveva riferito.
Dal canto suo il Dr. Gallozzi, che riteneva tutte le accuse
infondate, essendo egli innocente degli addebiti, si adoperò per
una riconciliazione, ma il Raimondo restò fermo sulla convinzione
che a inviare le lettere anonime fosse stato il fattore Vincenzo Montesano.
I carabinieri appurarono che il Raimondo, da circa tre anni
aveva scacciato di casa la moglie e la figlia Maria perché le lettere
anonime gli avevano comunicato che la figlia era stata “sedotta” e
la moglie era “l’amante” di Gallozzi. A questo punto della vicenda
il primo colpo di scena. Maria Raimondo, scacciata da casa, con
un’accusa assurda e calunniosa, (la madre addirittura l’aveva fatta
controllare ad un professore di Napoli che la dichiarò “illibata”), e
presa dallo sconforto, anche per sottrarsi ai continui maltrattamenti
del padre (pare che avesse tentato anche di violentarla) si andò a
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fare suora presso il Convento di “Calvi dell’Umilia” in Terni.
Tra gli episodi “singolari” per non dire “strani” di questa vicenda
è da inquadrare il rapporto di coppia tra la moglie e l’assassino.
Lei, pur essendo divisa da oltre tre anni, il sabato sera andava
a coricarsi con il marito, nella masseria “Piglialarmi” a Pastorano,
venendo apposta da Grazzanise. Perché lo faceva? Per dimostrare
che non aveva rapporti con altri uomini? Lei stessa raccontò agli
inquirenti i risvolti dei bruschi colloqui amorosi. Pasquale Raimondo,
infatti, mentre sfogava i suoi istinti sessuali l’apostrofava
con epiteti (puttana, troia) ed a fine rapporto la picchiava selvaggiamente
con una frusta e poi le sputava in faccia. In una circostanza
cercò addirittura di strangolarla. Ma subito dopo averle
contestato che era l’amante del Gallozzi e che non aveva avuto cura
della figlia, scoppiava in un pianto dirotto. Le ecchimosi, le ferite
ai glutei e alle braccia della donna furono riscontrate dal dr. Giovanni
Izzo, da Grazzanise, che confermarono l’assunto della stessa.
Insomma Pasquale Raimondo era un pazzo, un feticista, un
voyer o un sadico sessuale? Ma chi continuava a far arrivare al Raimondo
le missive anonime? Mistero!
Nell’ultima (le lettere sono tutte allegate al processo) veniva
descritta tutta una circostanza precisa. “La ragazza è stata deflorata.
La mamma l’ha portata dal Dr. Gallozzi e questi l’ha “riparata” facendola
ritornare vergine e lei… per ricompensarlo si era concessa”.
Non era affatto vero, ma nella mente del Raimondo si instillò
il “tarlo del dubbio” e della veridicità dei fatti. E lui diventava
sempre più violento e sadico contro le sue donne. Tanto è vero che
la figlia Teresa di 21 anni, fu costretta per sottrarsi alle sue violenze
e fare la “fuitina” dopo essere stata sedotta, e si sposò con Giuseppe
Fusaro, lontano da Grazzanise.
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Ed inoltre si appurava che il Raimondo nutriva dissapori
contro il Vincenzo Montesano, una delle sue vittime (nonostante
che fosse stato il fratello di quest’ultimo, il sacerdote Francesco
Montesano, a farlo assumere nell’azienda Gallozzi) perché questi
era riuscito ad emergere nel suo lavoro ed era nelle grazie del padrone.
Ed eccoci al secondo colpo di scena. Angelo Parente, ricevitore
postale di Grazzanise, rivelò che autrice delle lettere anonime
che giungevano al Raimondo era tale Angelina Fusaro, 32 anni,
da Grazzanise, una sarta “lesbica”, presso la quale in passato aveva
lavorato la figlia del Raimondo, che poi si era fatta suora.
Il perito calligrafico di ufficio, Prof. Attilio D’Angelo, da
Caserta, dopo la comparazione con altri scritti, attribuì le lettere
anonime alla sarta Angelina Fusaro. Intanto Pasquale Raimondo,
detenuto nel carcere di S. Maria C.V., con la pesante accusa di duplice
omicidio aggravato, appariva depresso e malinconico (un reo
folle o un perfetto simulatore?) e per questo fu sottoposto, su ordine
degli inquirenti, a perizia psichiatrica dai Prof. Pasquale Coppola,
Primario del Manicomio di Aversa e dal Prof. Filippo
Saporito (il più noto psichiatra dell’epoca).
Subito si scoprirono antenati pazzi (è un classico nei processi
penali). Maria Raimondo, sua zia paterna, era una psicopatica;
altri antenati erano morti per lue e per mente debole. In 117 pagine,
i due periti di ufficio (ai quali venne liquidata una parcella
di lire 43 mila quasi 600 euro di oggi) conclusero che Pasquale
Raimondo risultava già “costituzionalmente predisposto alle malattie
mentali, per eredità psicopatica, e per precoce involuzione
senile. Che, le lettere anonime a lui e ad altri pervenute intorno
alla sua onorabilità di marito e di padre, con i relativi commenti
corsi nel suo ambiente, nei rapporti, soprattutto coi suoi datori di
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lavoro, agirono su di lui come altrettanti “traumi psichici” in tutto
il loro valore clinico-psichiatrico. Che, sotto l’azione di tali traumi
sommantisi, man mano, nei loro effetti patogeni il Raimondo contrasse
una vera e propria psicosi, in forma delirante paranoidea, a
contenuto geloso, ammantate da taciturnità, ma a decorso continuo
e progressivo, con rare episodiche manifestazioni esteriori
espressive della loro morbosità. Che, nella notte precedente al delitto,
la psicosi ebbe una esplosione acuta, a forma di confabulazione
rappresentativa della sua vicenda familiare quale gli era stata
configurata dalla psicosi, e dalla quale trasse il motivo morboso a
delinquere. Che la sindrome psicopatica svelatasi nel corso della
istruttoria, e tuttora in atto, a carattere confusionale, non è che
una fase di collasso strettamente connessa con le sindromi precedenti
e costituisce, insieme con esse, tutto un unico processo psicosico,
ancora capace di non prevedibili sviluppi. Che, nell’atto
dei commessi reati, il Raimondo trovavasi in tale stato di infermità
di mente da escludere la capacità di intendere e volere e che l’imputato
è persona socialmente pericolosa”.
Anche in questo processo, come del resto nel processo ad
(*1) Aurelio Tafuri, ho riscontrato una grande battaglia tra i periti.
Una guerra fredda, calcolata, che spesso approda a risultati di
”parte”. Raimondo per i periti di ufficio è pazzo e non è punibile.
Per quelli di parte (Prof. Annibale Puca e Prof. Giacomo Cascella,
per conto della vedova Montesano) è sano di mente ed è un simulatore.
Alla fine chi ha vinto? Non certo la giustizia!
Infatti i giudici, due anni dopo il delitto, furono costretti a
rivedere le cose ed ordinarono una perizia “suppletiva” che fu estesa
al Prof. Vincenzo Barbuto, e al Prof. Filippo Saporito. Ai quali fu
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chiesto espressamente: “Dite se le lettere anonime ricevute dall’imputato
abbiano avuto efficienza causale scatenante il delirio di gelosia
ovvero furono solo un fattore condizionante dello stesso, se il
delitto si sarebbe verificato senza l’arrivo della lettere anonime”.
Il loro responso fu che “le lettere anonime pervenute all’imputato
non hanno avuto efficienza causale scatenante il delirio di
gelosia del Raimondo accertato con la precedente perizia giudiziale
e che esse furono soltanto un fattore accessorio concomitante di
un processo psicopatologico a lungo decorso, dovuto a cause precedentemente
intrinseche alla sua personalità e che avrebbe potuto
insorgere anche senza di esse”.
Di parere diverso, il prof. Puca e il prof. Cascella, Direttore
e Assistente dell’Ospedale S. Maria Maddalena di Aversa (così si
chiamava prima il manicomio) per la parte civile. “E’ spiegabile, è
possibile, che un uomo, fino a poche ore prima che si era dimostrato
lucido, logico, coerente, consequenziale, senza deficienze psichiche
e senza disturbi “psico-sensoriali” improvvisamente - con
un trasformismo da palcoscenico - diventi dissociato e confuso al
punto da non riuscire neppure a pronunciare una frase sensata? Vi
è un capitolo in Psichiatria che contempla tale evenienza al di fuori
della simulazione? “Noi non lo crediamo - continuarono i consulenti
di parte - ed abbiamo dati a iosa, per sostenere, senza ricorrere
alle fantasie ed al possibilismo, la tesi della volontarietà del Raimondo
di recitare la parte dell’ammalato di mente. La goffaggine
con cui recita la sua parte, la nessuna attendibilità di essa, il modo
con cui è stato preordinato e portato a termine il delitto, la linea
difensiva impostasi, la monotonia delle sue frasi, e dei suoi atteggiamenti
e soprattutto un dato importante che è stato messo in risalto
dagli stessi periti di ufficio, e che è comune a tutti i simulatori
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o pseudo dementi, e come tale facile a riscontrarsi, Raimondo si
rifiuta di sottoporsi a visite e colloqui e bisogna portarcelo con la
forza, tipico dei criminali. Sottoposto a perizia, si rifiuta ed ha
paura del confronto”.
I due insigni psichiatri così conclusero - confutando le tesi
dell’accusa - “Pasquale Raimondo attualmente presenta una sindrome
reattiva facilmente inquadrabile in quella descritta da (*2)
Ganser e che si riscontra in alcuni detenuti al carcere preventivo”.
“Tale sindrome è insorta in lui dopo il suo internamento al
carcere ed è da mettere in rapporto al desiderio di trovare una scappatoia
alle sue responsabilità ed alle sanzioni conseguenti al delitto.
Il movente che lo spinse ad uccidere va ricercato in un complesso
di odio e rancore generatosi nel suo animo in quanto si sentiva
esautorato dal rivale e soppiantato nei favori del padrone che negli
ultimi tempi lo aveva messo da parte”.
“Le lettere anonime furono il paravento - scrivono ancora i
periti di parte - dietro cui mascherò il suo rancore per il Montesano,
e gli servirono per giustificare il proprio delitto. Per le ragioni
sopra esposte il delitto fu premeditato ed eseguito con piena e
fredda determinazione. E quindi in assoluta capacità di intendere
e di volere. La volontà di uccidere è ampiamente dimostrata dal
mezzo usato e dalla localizzazione dei colpi che furono diretti tutti
in parti vitali ed inoltre la freddezza emozionale del momento si
evidenzia palesemente dal feroce gesto da lui compiuto quando
fracassò il cranio del Montesano con il calcio del fucile onde essere
sicuro che l’altro non potesse sopravvivere. Il carattere violento e
spietato dell’individuo la ferocia del crimine commesso, la particolare
concezione ed interpretazione dei propri diritti l’assoluto disprezzo
per la legge e per le autorità costituite, la mancanza
10
dell’istinto di gregarietà, le caratteristiche biofisiche comuni e riscontrabili
in tutti i criminali lo fanno considerare individuo socialmente
pericoloso”.
Il terzo colpo di scena è consistito nella incriminazione della
Fusaro. Sulle risultanze peritali, infatti, che avevano stabilito che
le lettere anonime avevano determinato, in un certo modo, il duplice
delitto, Angelina Fusaro venne accusata di “istigazione a duplice
omicidio” ed arrestata. Le contestarono “per avere mediante
lettere anonime contenenti apprezzamenti diffamatori sulla condotta
di Maria Raimondo e Giovannina Tessitore dirette a Pasquale
Raimondo provocando nel medesimo la “slatentizzazione
di una psicosi paranoidea, a tipo di delirio di gelosia che si andava
man mano che gli anonimi pervenivano vieppiù aggravando, fino
a diventare probabilmente insanabile pur sapendo che ogni lettera
prevedeva intenzioni omicide”.
Nelle more pervenne ai giudici dalla Svizzera, una lettera da
parte del marito della donna, che la accusava apertamente di essere
una “lesbica” e di essere andata non pura alle nozze. Questa circostanza
aggravò ancora di più la posizione della donna. Ma i successivi
interventi di altri periti calligrafici stabilirono che le lettere
anonime, pervenute al Raimondo, non erano state scritte di pugno
da Angelina Fusaro; o quantomeno non vi era certezza assoluta.
Un dubbio, insomma.
A questo punto ci si domandava allora chi fu il demoniaco
autore degli anonimi che istigavano il padre contro la figlia Anna
Maria (sorella della ragazza che si era fatta suora) denunziando che
costei fosse stata sedotta da Giuseppe Fusaro, (fratello di Angelina)
mentre poi facilitava i convegni tra quest’ultimo e Teresa Rai-
11
mondo (altra sorella di Maria) della quale era l’amante che fece
scappare di casa e successivamente sposandola?
Il quarto colpo di scena venne fuori dalla deposizione di
Maria Raimondo, interrogata nel Monastero dove aveva preso i
voti.
“Mio padre un giorno mi venne a trovare e mi consegnò un
coltello con il quale mi disse che avrei dovuto uccidere il Montesano
perché questi aveva sparlato di me. Io per fortuna ero in compagnia
di una suora che può testimoniare sulla circostanza che lui minacciò
di uccidermi se non avessi compiuto il delitto…
Poi scoppiò a piangere…
“Io ero e sono vergine ciò è stato anche constatato da una perizia
del prof. Antonio Piccoli da Napoli. Mio padre era posseduto dal Diavolo…
perciò ha commesso il duplice delitto”.
Sulla sua presunta relazione saffica con la Fusaro non volle
parlare. Tutte le indagini propendevano per l’accusa alla Angelina
Fusaro quale autrice delle lettere anonime e addirittura il Giudice
Istruttore lo scrisse nella sentenza di rinvio a giudizio:
“La Fusaro invaghitasi di Maria Raimondo con la quale
aveva avuto ed aveva pratiche lesbiche denunziava questa deficiente
al padre Pasquale Raimondo, facendola maltrattare per attrarla a
sé e poi addebitandole come amante il proprio fratello Giuseppe,
favoriva invece effettivamente costui nei rapporti illeciti con Teresa”.
Per quanto attiene invece al Raimondo i giudici scrissero
che lui era un pazzo e che conduceva una vita sregolata e spesso
12
aveva tentato di violentare la figlia Teresa mentre apostrofava con
parole come “puttana” ed altre irripetibili la moglie specie quando
giaceva con lei.
Dopo due anni il processo in Corte di Assise (Presidente
Giovanni Morfino, giudice a latere Guido Tavassi; pubblico Ministero,
Gennaro Calabrese; cancelliere Domenico Aniello e Ufficiale
giudiziario, Giuseppe Girardi).
Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria chiese 10 anni
di manicomio criminale per Pasquale Raimondo (che era difeso
dall’avvocato Ciro Maffuccini) e definì l’imputato “un criminale
ed un rozzo mazzonaro… non un assassino ma un pazzo omicida”.
“Quando la notte - disse tra l’altro il pubblico ministero nel
corso della sua requisitoria - ebbe l’ultimo convegno amoroso con
la moglie e dalle innegabili confessioni della stessa sui consigli e
sulle visite del Gallozzi ebbe l’allucinante ossessiva rivelazione nella
sua mente ammalata che avesse ragione l’anonimo informatore a
dirgli che la figlia come la madre si abbandonavano ad orge con il
Dr. Gallozzi e il guardiano Montesano scambiandosi perfino senza
ritegno i soggetti degli accoppiamenti. Che la figlia avesse subito
l’onta di inenarrabili impudicizie fino al punto di avere conseguito,
ad opera del Gallozzi, la “ricostruzione” apparente della propria
verginità; che la madre si fosse accoppiata con Gallozzi mentre ella
si accoppiava con Montesano”.
“Allora sì che si spiega l’evolversi, la conclusione e l’esplosione
dell’impressionante processo morboso che come l’accesso di
fissazione nel processo di degenerazione dei tessuti trova il suo momento
generativo nell’ unione del Raimondo con la moglie perché
nella mente sconvolta del soggetto era ferma l’idea ossessiva che
soltanto in quel momento di abbandono fisico pel compimento
13
dell’atto fisiologico la moglie Giovannina Tessitore potesse indursi
a dire la verità”.
“E’ stata l’ultima lettera anonima - ha concluso il Pubblico
Ministero - a far scattare l’dea del delitto. In quella missiva Raimondo
veniva accusato di rapporti incestuosi con la figlia che si
era fatta suora e poi… vedi il caso, la Angelina Fusaro, prima che
fosse scoperta come autrice delle lettere anonime, si va a fare suora
e capita nello stesso convento della novizia sua allieva”.
Insomma, secondo il pubblico ministero, “in fica veritas”,
l’uomo si scopava la moglie per farla parlare… e poi alla fine dell’atto
sessuale le sputava in faccia! La donna confessava tutto -
anche quello che non era vero - come nella tortura - mentre aveva
il rapporto sessuale col marito…
La pubblica accusa riservò parole di fuoco per la sarta:
“L’imputato fu prescelto dalla malvagità di Angelina Fusaro
per esercitare la vendetta di una donna viziosa, spregiudicata, che
aveva creato un laboratorio di sartoria per circondarsi di fanciulle
delle quali era gelosissima (novella Saffo) che spesse volte di notte
teneva nel proprio letto e come è ovvio spesso corrompeva con le
sue pratiche libidinose. L’amore prediletto di questa autentica maestra
di depravazione e di concupiscenza omosessuale era però Maria
Raimondo - e come fu accertato - aveva elaborato sapienti anonimi
anche ai danni del proprio fratello a carico del quale Raimondo
aveva incominciato a concepire i primi suoi folli propositi di soppressione”.
Angelina Fusaro si difesa da par sua:
“Io non ho scritto nessuna delle lettere che mi vengono attri-
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buite, io ero amica di famiglia del Raimondo e la figlia veniva a cucire
a casa mia. Non ho mai conosciuto Gallozzi. Mio marito nella lettera
dalla Svizzera dice calunnie, io ero vergine al matrimonio. Entrai nel
monastero della Orsoline non per seguire la Raimondo ma per vocazione.
In precedenza avevo chiesto al prete del paese qual era il monastero
migliore. Non è vero che Angelo Parente mi ha visto imbucare
la lettera lui mi odia ed è un pessimo soggetto”.
Poi scoppiando a piangere: ”Non è vero che me la intendessi
con le mie apprendiste… perché sono una persona seria. Nel mio matrimonio
ho avuto una bambina che è morta dopo 45 giorni”.
Fu creduta, nonostante che il pubblico ministero, al termine
della sua requisitoria, avesse chiesto 23 anni di reclusione, la Angelina
Fusaro, difesa dall’avvocato Giuseppe Garofalo fu assolta
“per non aver commesso il fatto”.
La parte civile era rappresentata dagli avvocati Vittorio e
Michele Verzillo, per la vedova Montesano e da Enrico Altavilla
per Flavia Bozza moglie del Dr. Gallozzi. In appello subentrò
anche Giovanni Leone. La sarta che aveva preso il velo monacale
finendo nello stesso convento della sua giovane allieva in appello
fu assolta col dubbio.
(*1) Vedi il mio libro “Il delitto di un uomo normale” - Edizioni Albatros-Mursia -2009 - e “Il Caso Tafuri”-
Editalia -2016 -
(*2) La sindrome di Ganser, chiamata anche “pseudodemenza”, è una sindrome neurologica di origine isterica
nella quale si verifica una produzione volontaria di sintomi psicologici che tende al peggioramento quando
il paziente è consapevole di essere osservato. Questi sintomi sono frequenti soprattutto nelle prigioni, dove
il soggetto può valutare più o meno inconsciamente e aver interesse a disconoscere alcune realtà. (N.d.A)
(*) Il capitolo è tratto dal libro di Ferdinando Terlizzi “DELITTI IN BIANCO & NERO A CASERTA” -
Editalia - maggio 2017.
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ché questi era riuscito ad emergere nel suo
lavoro ed era nelle grazie del padrone. Ed
eccoci al secondo colpo di scena.
IL COLPO DI SCENA
Angelo Parente, ricevitore postale di Grazzanise,
rivelò che autrice delle lettere anonime
che giungevano al Raimondo era tale Angelina
Fusaro, 32 anni, da Grazzanise, una sarta
“lesbica”, presso la quale in passato aveva
lavorato la figlia del Raimondo, che poi si era
fatta suora. Il perito calligrafico di ufficio,
Attilio D’Angelo dopo la comparazione con
altri scritti, attribuì le lettere anonime alla
sarta Angelina Fusaro. Intanto Pasquale Raimondo,
detenuto nel carcere sammaritano
con la pesante accusa di duplice omicidio
aggravato, appariva depresso e malinconico e
per questo fu sottoposto, su ordine degli
inquirenti, a perizia psichiatrica. In 117 pagine,
i due periti di ufficio (ai quali venne liquidata
una parcella di lire 43mila quasi 600
euro di oggi) conclusero che Pasquale Raimondo
risultava già “costituzionalmente predisposto
alle malattie mentali, per eredità psicopatica,
e per precoce involuzione senile”.
LE PERIZIE
“Che le lettere anonime a lui e ad altri pervenute
intorno alla sua onorabilità di marito e di
padre, con i relativi commenti corsi nel suo
ambiante, nei rapporti, soprattutto coi uoi
datori di lavoro, agirono su di lui come altrettanti
“traumi psichici” in tutto il loro valore
clinico-psichiatrico. Che, sotto l’azione di tali
traumi sommantisi, man mano, nei loro effetti
patogeni il Raimondo contrasse una vera e
propria psicosi, in forma delirante paranoidea,
a contenuto geloso, ammantate da taciturnità,
ma a decorso continuo e progressivo, con rare
episodiche manifestazioni esteriori espressive
della loro morbosità”. “Che, nella notte precedente
al delitto, la psicosi ebbe una esplosione
acuta, a forma di confabulazione rappresentativa
della sua vicenda familiare quale gli era
stata configurata dalla psicosi, e dalla quale
trasse il motivo morboso a delinquere. Che la
sindrome psicopatica svelatasi nel corso della
istruttoria, e tuttora in atto, a carattere confusionale,
non è che una fase di collasso strettamente
connessa con le sindromi precedenti e
costituisce, insieme con esse, tutto un unico
processo psicosico, ancora capace di non prevedibili
sviluppi. Che, nell’atto dei commessi
reati, il Raimondo trovavasi in tale stato di
infermità di mente da escludere la capacità di
intendere e volere e che l’imputato è persona
socialmente pericolosa”.


I corpi delle vittime furono crivellati con cartucce
di fucile caricate a pallettoni: l’agguato mortale
nella tenuta di campagna ‘Piglialarmi’
Lettere anonime calunniose, presunti intrecci incestuosi: questo lo scenario della strage di Vitulazio
Il particolare

VITULAZIO - Raimondo per i periti di
ufficio è pazzo e non è punibile. Per quelli
di parte (Annibale Puca e Giacomo
Cascella, per conto della vedova Montesano)
è sano di mente ed è un simulatore. Alla
fine chi ha vinto? Non certo la giustizia.
Infatti i giudici, due anni dopo il delitto,
furono costretti a rivedere le cose ed ordinarono
una perizia “suppletiva” che fu estesa
a Vincenzo Barbuto e a Filippo Saporito.
Ai quali fu chiesto espressamente: “Dite se
le lettere anonime ricevute dall’imputato
abbiano avuto efficienza causale scatenante
il delirio di gelosia ovvero furono solo un
fattore condizionante dello stesso, se il
delitto si sarebbe verificato senza l’arrivo
della lettere anonime”. Il loro responso fu
che “le lettere anonime pervenute all’imputato
non hanno avuto efficienza causale scatenante
il delirio di gelosia del Raimondo
accertato con la precedente perizia giudiziale
e che esse furono soltanto un fattore
accessorio concomitante di un processo
psicopatologico a lungo decorso, dovuto a
cause precedentemente intrinseche alla sua
personalità e che avrebbe potuto insorgere
anche senza di esse”.
Di parere diverso, Puca e Cascella, Direttore
e Assistente dell’Ospedale S. Maria
Maddalena di Aversa (così si chiamava
prima il manicomio) per la parte civile. “E’
spiegabile, è possibile, che un uomo, fino a
poche ore prima, si era dimostrato lucido,
logico, coerente, consequenziale, senza
deficienze psichiche e senza disturbi psicosensoriali
improvvisamente - con un trasformismo
da palcoscenico - diventi dissociato
e confuso al punto da non riuscire
neppure a pronunciare una frase sensata? Vi
è un capitolo in Psichiatria che contempla
tale evenienza al di fuori della simulazione?
“Noi non lo crediamo - continuarono i consulenti
di parte - ed abbiamo dati a iosa, per
sostenere, senza ricorrere alle fantasie ed al
possibilismo, la tesi della volontarietà del
Raimondo di recitare la parte dell’ammalato
di mente. Il terzo colpo di scena è consistito
nella incriminazione della Fusaro.
Sulle risultanze peritali, infatti, che avevano
stabilito che le lettere anonime avevano
determinato, in un certo modo, il duplice
delitto, Angelina Fusaro venne accusata di
istigazione a duplice omicidio ed arrestata.
Ma un successivo ulteriore intervento di
altri periti calligrafici stabilirono che le lettere
anonime, pervenute al Raimondo, non
erano state scritte di pugno da Angelina
Fusaro. Il quarto colpo di scena venne fuori
dalla deposizione di Maria Raimondo,
interrogata nel Monastero dove aveva
preso i voti. “Mio padre un giorno mi
venne a trovare e mi consegnò un coltello
con il quale mi disse che avrei dovuto uccidere
il Montesano perché questi aveva
sparlato di me. Mio padre era posseduto
dal Diavolo… perciò ha commesso il
duplice delitto”. Sulla sua relazione saffica
con la Fusaro non volle parlare. Tutte le
indagini propendevano per l’accusa alla
Angelina Fusaro quale autrice delle lettere
anonime e addirittura il Giudice Istruttore
lo scrisse nella sentenza di rinvio a giudizio.
Dopo due anni il processo in Corte di Assise
Il pm nella sua requisitoria chiese 10
anni di manicomio criminale per Pasquale
Raimondo e definì l’imputato “un criminale
ed un rozzo mazzonaro.. non un assassino
ma un pazzo omicida”. “E’ stata l’ultima
lettera anonima - ha concluso il pm - a
far scattare l’dea del delitto. In quella missiva
Raimondo veniva accusato di rapporti
incestuosi con la figlia che si era fatta suora
e poi… vedi il caso, la Angelina Fusaro,
prima che fosse scoperta come autrice delle
lettere anonime, si va a fare suora e capita
nello stesso convento della novizia sua
allieva”.
Angelina Fusaro si difesa da par sua. Fu
creduta, nonostante il pubblico ministero,
al termine della sua requisitoria, avesse
chiesto 23 anni di reclusione, la Angelina
Fusaro, difesa dall’avvocato Giuseppe
Garofalo fu assolta “per non aver commesso
il fatto”.
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VITULAZIO - Spesso la realtà supera la
fantasia. E questa storia lo conferma. Un
aggrovigliarsi di eventi che sembrano usciti
da una mente contorta ma che invece sono,
purtroppo, cruda realtà. Correva il mese di
agosto del 1952, da dietro un cespuglio della
tenuta “Piglialarmi” in tenimento di Vitulazio,
esce un individuo che con un fucile da
caccia, caricato a pallettoni, uccide il Enrico
Gallozzi, chirurgo, 61 anni, latifondista, nipote
del senatore Carlo Gallozzi (deputato del
Regno d’Italia, insigne professore universitario,
che succedette al chirurgo Ferdinando
Palasciano; a lui sono intitolati una strada e
una scuola nella sua città natale) da Santa
Maria Capua Vetere, giunto sul posto a bordo
della sua auto condotta dall’autista Vito Di
Lillo, anche lui sammaritano e il suo fattore
Vincenzo Montesano, di 52 anni di Grazzanise.
A scoprire i cadaveri fu il contadino
Antonio Mercone, da Pastorano, il quale
avvisò i carabinieri e sul posto convennero il
maresciallo Giovanni Pautasso e il brigadiere
Raffaele D’Alessadro, con il medico di
turno Raffaele Cuccari. Il primo ad essere
sospettato è il guardiano dell’azienda agricola
Pasquale Raimondo, 49 anni da Grazzanise.
IL DELITTO
Le prime indagini sulla perizia medico-legale
eseguite dai periti Michele Sanvitale,
Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese,
retrodatarono la morte alle 24 ore precedenti,
ed accertarono che il Gallozzi era stato attinto
ai polmoni, il Montesano agli organi interni,
ma era stato finito con un colpo alla testa.
Per prima cosa destò sospetto il fatto che il
guardiano si diede alla macchia, poi, in seguito
ad una perquisizione effettuata dopo il
delitto dal maresciallo Luigi Bruno, comandante
la Stazione dei Carabinieri di
Vitulazio, fu rinvenuta l’arma del
delitto e si consolidò il sospetto che
lui fosse l’assassino. Anche perché vi
erano stati numerosi episodi venuti
alla luce nel corso delle indagini.
Costituitosi al direttore delle carceri
Enrico Matano confessò: “Ho ucciso
Gallozzi perché aveva sedotto
mia figlia ed era l’amante di mia
moglie e Montesano perché, pur
sapendo la cosa, ed essendo mio
compaesano, non mi aveva riferito
della tresca”.
Era la sua versione dei fatti, instillatasi
nella sua mente. Ma facciamo un passo
indietro per meglio capire l’intrigata vicenda.
I carabinieri accertarono, anche in base a serrati
interrogatori di Maria Petrella, moglie
del fattore ucciso Montesano, che a Pasquale
Raimondo, guardiano delle terre del Gallozzi,
da un poco di tempo arrivavano lettere anonime
dalle quali si evinceva che sua figlia
Maria (all’epoca dei fatti 16enne ) era stata
sedotta dal Gallozzi, e che la madre Giovannina
Tessitore, 46 anni, moglie del Raimondo
era l’amante del Gallozzi.
LE ‘VOCI’ IN PAESE
La teste precisava, inoltre, che in paese correva
voce che la figlia del Raimondo Maria era
stata amante del chirurgo; inoltre, un tale
Enrico Parente da Grazzanise, andava da
tempo sostenendo che la moglie di Pasquale
Raimondo, intrattenesse rapporti con il Gallozzi.
Intanto continuavano ad arrivare lettere
anonime ed una giunse addirittura alla moglie
del Montesano con la quale si annunciava
l’assassinio del marito per mano di Pasquale
Raimondo da lui più volte calunniato. La
moglie del Raimondo, informata dell’arrivo
della lettera anonima che parlava del suo
marito come probabile assassino dedusse che
a Grazzanise vi erano molte persone che
erano invidiose delle famiglie “Raimondo-
Montesano” perché alcuni membri delle stesse
lavoravano presso il latifondo del Gallozzi.
Allora si faceva veramente la fame poiché era
da pochi anni terminata la guerra. Ecco il
primo atto di pazzia. Venuto a conoscenza di
questa circostanza, Pasquale Raimondo prese
un pugnale e lo consegnò alla moglie e le
ordinò di uccidere Enrico Parente e chiunque
avesse parlato male della figlia e della
moglie. Il Raimondo riteneva il Montesano
un “traditore” ed un “fetente” perché essendo
paesano e conoscendo dei fatti scabrosi non
glieli aveva riferito. Dal canto suo il Gallozzi,
che riteneva tutte le accuse infondate, essendo
egli innocente degli addebiti, si adoperò per
una riconciliazione, ma il Raimondo restò
fermo sulla convinzione che a inviare le lettere
anonime fosse stato il fattore Vincenzo
Montesano.
LE INDAGINI
I carabinieri appurarono che il Raimondo, da
circa tre anni aveva scacciato di casa la
moglie e la figlia Maria perché alcune lettere
anonime gli avevano comunicato che la figlia
era stata sedotta e la moglie era l’amante di
Gallozzi. A questo punto della vicenda il
primo colpo di scena. Maria Raimondo, scacciata
da casa, con un’accusa assurda e calunniosa,
(la madre addirittura l’aveva fatta controllare
ad un professore di Napoli che la
dichiarò “illibata”), e presa dallo sconforto,
anche per sottrarsi ai continui maltrattamenti
del padre si andò a fare suora presso il Convento
di “Calvi dell’Umilia” a Terni. Tra gli
episodi “singolari” di questa vicenda è da
inquadrare il rapporto di coppia tra la moglie
e l’assassino. Lei, pur essendo divisa da oltre
tre anni, il sabato sera andava a coricarsi con
il marito, nella masseria “Piglialarmi” a
Pastorano, venendo apposta da Grazzanise.
Perché lo faceva? Per dimostrare che non
aveva rapporti con altri uomini? Lei stessa
raccontò agli inquirenti i risvolti dei bruschi
colloqui amorosi. Pasquale Raimondo, infatti,
mentre sfogava i suoi istinti sessuali l’apostrofava
con epiteti ed a fine rapporto la picchiava
selvaggiamente. In una circostanza
cercò addirittura di strangolarla. Ma subito
dopo averle contestato che era l’amante del
Gallozzi e che non aveva avuto cura della
figlia, scoppiava in dirotto pianto. Le ecchimosi,
le ferite ai glutei e alle braccia della
donna furono riscontrate dal medico Giovanni
Izzo, che confermò l’assunto della donna.
Chi continuava a far arrivare al Raimondo le
missive anonime? Nell’ultima (le lettere sono
tutte allegate al processo e custodite presso
l’Archivio Storico di Caserta) veniva descritta
tutta una circostanza precisa. La ragazza è
stata deflorata. La mamma l’ha portata dal
Gallozzi e questi l’ha “riparata” facendola
ritornare vergine e lei per ricompensarlo si era
concessa. Non era affatto vero, ma nella
mente del Raimondo si instillò il “tarlo del
dubbio” e della veridicità dei fatti. E lui
diventava sempre più violento e sadico contro
le sue donne. Tanto è vero che la figlia Teresa
di 21 anni, fece la “fuitina” dopo essere stata
sedotta, e si sposò con Giuseppe Fusaro,
lontano da Grazzanise. Inoltre si appurava
che il Raimondo nutriva dissapori contro il
Vincenzo Montesano, una delle sue vittime
(nonostante che fosse stato il fratello di quest’ultimo,
il sacerdote Francesco Montesano,
a farlo assumere nell’azienda Gallozzi) per-
Tre cadaveri, malelingue e gelosie
Il triplice omicidio di Enrico Gallozzi, Vito Di Lillo e Vincenzo Montesano: era il 1952
La storia
La guerra dei medici legali a colpi di perizie
a cura di
Ferdinando TERLIZZI CRONACHE
dal passato
IIn primo piano
Dall’alto il luogo
della strage, la
tenuta del Gallozzi
e l’avvocato
Giuseppe Garofalo
difensore
della Fusaro
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