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lunedì 17 gennaio 2022

 



DOMANI 18 GENNAIO 


PRESSO IL SALONE MARGHERITA DI

 NAPOLI 

ALLA VIA VERDI, 5 ALLE ORE 12 


SI TERRA’ LA PRESENTAZIONE DEL

 LIBRO 

DELL’ON. VINCENZO D’ANNA




IL LIBERALISMOI PERDUTO

L’Italia alla ricerca di un partito che non c’è

Prefazione di Ferdinando Adornato




Interverranno con l’autore

FERDINANDO ADORNATO

Giornalista, scrittore, già parlamentare e

ALESSANDRO BARBANO

Giornalista, scrittore, già direttore de Il Mattino 

e vice direttore de Il Messaggero



 

Una giusta vendetta. L’autopsia.  La perizia ‘ginecologica’ sulla ragazza.  L’incriminazione del padre di concorso.



 

La sera del 17 ottobre del 1956, poco dopo le ore 20, i carabinieri di Villa Literno vennero informati che presso il corso Umberto I un uomo era stato ucciso ed una donna era rimasta ferita a seguito dell’esplosione di alcuni colpi di fucile.  Tre giorni dopo nel cimitero di Villa Literno il Dr. Clemente Enselmi, nominato perito dal Pretore di Trentola, con l’assistenza dell’infermiere Emilio Caterino, eseguiva l’autopsia sul cadavere di  Ulderico Guadagno, di anni 33, guardiano privato da Villa Literno.  Il movente del delitto era da ricercarsi sul fatto che la vittima aveva approfittato della ragazza Maria Andreozzi di 16 anni che aveva imbracciato il fucile del padre Tommaso ed aveva ucciso il suo seduttore. Quindi la prima cosa da accertare da parte degli inquirenti era se la ragazza fosse stata effettivamente deflorata dalla vittima. Il Dr. Michele Sanvitale, sottopose la ragazza alla visita di rito   E puntualizzò: ‘Maria Andreozzi fu deflorata in epoca lontana dalla nostra osservazione; non vi sono tracce di subita violenza; non è possibile stabilire se vi sia stato uno o più coiti, essa, non è adusa al coito’.  Il 14 gennaio del 1957 – tre mesi dopo il delitto – uscì fuori uno scritto rinvenuta strappato in 4 pezzi  nella tasca della giacca della vittima dalla mogie dello stesso  e il perito giudiziario Tommaso Fontana esaminò per conto del G.I. Risultato: “La grafia vergata nel biglietto esibito dalla parte civile è la medesima di quella prelevata con scrittura di comparazione con l’assassina”.   

Il 10 luglio del 1958 – Vincenzo Adami, S. Procuratore della Repubblica del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere chiese al G.I. Bernardino De Luca di emettere un mandato di cattura contro Tommaso Andreozzi contestandogli il delitto di concorso nell’omicidio commesso dalla figlia.  Tratta in arresto la ragazza raccontò che circa un anno prima,  pregata da Ulderico Guadagno, amico di famiglia e del proprio fratello Ulderico di fare la ‘madrina di cresima’ di una bambina residente a Capua. Ma nel pomeriggio, ella venne raggiunta in cucina dal guadagno che la costrinse a bere una ‘cosa bianca in un bicchiere’, dopo di ché perdette i sensi ed al risveglio si ritrovò la gonna sporca di sangue.  Il Guadagno che era ancora presso di lei disse che l’aveva posseduta e che non doveva rivelare l’accaduto a nessuno, altrimenti ‘l’avrebbe uccisa’. 

Sua madre le chiese spiegazioni è appreso da lei che quando si diceva sul suo conto era vero ed avuto conferma della ‘deflorazione’ da una ostetrica di Aversa – dalla quale l’aveva fatta visitare nel febbraio del 1956 – le disse di continuare a tacere  perché col tempo ‘la cosa sarebbe stata dimenticata’.  Il Guadagno, intanto,  continuava ad infastidirla è quella sera appunto verso le 20 affacciatosi sul muro che divide il cortile di lei da quello contiguo di tale Vincenzo Iorio la invitò a fuggire con lui. Alla proposta di fuga disse che pronta e che subito avrebbe preso la sua roba per scappare, ma poi,  mentre il seduttore usciva dal cortile nella strada per raggiungerla, prese il fucile da caccia del padre ed armatolo si appostò sull’ingresso della stalla  sita nel proprio cortile. Il Guadagno le si avvicinò, ed essa sparò un primo colpo al suo indirizzo colpendolo al petto; subito dopo il Guadagno si voltò indietro e tentò di darsi alla fuga, ed allora essa, fatti due tre passi, esplose un secondo colpo, ferendo casualmente Italia Fabozzi che abitava in un cortile vicino.



 

La ‘lettera’ d’amore stracciata in 4 pezzi  che accusava la ragazza di voler continuare la tresca. Il tentativo di farla rapire

 

I genitori della ragazza Giulia Di Puorto e Tommaso Andreozzi,  confermarono di aver saputo da circa 6 mesi che la figlia era stata ‘deflorata’ dal Guadagno mentre la prima assumeva che quando avvenne l’omicidio si trova fuori casa (per una visita di condoglianze) il secondo ammetteva invece,    la propria presenza in casa. Avuto poi conferma dal vicino Pasquale Ucciero della uccisione del Guadagno (per evitare che i parenti del morto potessero fargli del male)  era fuggito presso una famiglia amica di Villa Literno. Nel rapporto inoltrato all’A.G. sulle fasi del delitto i carabinieri avevano anche precisato che la bambina che doveva essere cresimata dalla Maria Andreozzi era la figlia di tale Maria Zappone da Capua e che gli Andreozzi erano persone pacifiche e dedite al lavoro mentre il Guadagno risultava essere individuo capace di commettere qualsiasi azione e, benché coniugato, era aduso a molestare fanciulle. Infatti il 21 settembre del 1956 era stato denunziato per atti di libidine compiuti su due bambine di sei e sette anni. Le minacce quindi vennero dopo – quando ella si rifiutò di aderire alle voglie del seduttore  che voleva possederla ancora e indurla a fuggire con lui. E si trattò di minacce gravi di violenza e di farla addirittura rapire. Anzi come le avevano riferito Giuseppe Di Dona e Antonio De Luca, il Guadagno,  tre o quattro mesi dopo lo stupro aveva smesso di frequentare la sua abitazione, aveva tentato, ma invano, di indurre i predetti ad aiutarlo a rapirla dietro compenso di 200 mila lire.  Interrogato, Tommaso Andreozzi – al quale nel corso dell’istruttoria fu contestato con mandato di cattura anche il concorso nell’omicidio premeditato per avere  con un’altra persona rimasta sconosciuta  - organizzato e diretto l’attività criminosa della figliola, si riportava all’interrogatorio dei Carabinieri ed escludeva di aver partecipato all’omicidio  riporlo. La vedova di Guadagno,  Giuseppina Tavoletta esibiva una lettera anonima vergata su di un foglietto ridotta in 4 pezzi assumendo di aver rinvenuto la lettera guardando nelle tasche degli abiti del marito dopo la sua morte. L’imputata negava di avere scritto lei la lettera. Il giudice istruttore dopo aver acquisito uno scritto della prevenuta compilato sotto dettatura  alla sua presenza disponeva una perizia calligrafica sul documento esibito.  Il perito calligrafico esprimeva la convinzione che la grafia del biglietto fosse la medesima di quella prelevata con la scrittura di comparazione. Nel corso delle numerose udienze dibattimentali vennero escussi altri testimoni. Maria Zappone e Luisa Berlucchi confermarono che Ulderico Guadagno con il fratello di Maria frequentavano la casa di Capua e che vi condussero alcune volte la Maria. Virginia Battiniello,  confermò la querela contro il Guadagno per atti di libidine commessi su due sue bambine e Nicola Tavoletta che confermò di aver sorpreso in campagna più volte il Guadagno con la Maria. Mario Noviello, già fidanzato con la Maria Andreozzi negò che era stato il Guadagno ad informarlo della ‘deflorazione’ della sua fidanzata. Giuseppe Di Dona e Antonio De Luca +i due incaricati dal Guadagno di rapire la ragazza confermarono la circostanza. Il De Luca rimarcò anche il fatto che Ulderico Andreozzi gli aveva confidato che i familiari lo istigavano ad uccidere il seduttore della sorella ma lui – essendo amico intimo del Guadagno non se la sentiva. Vero invece è che i due frequentavano la casa di Capua dove incontravano entrambi donne di malaffare.

 


 

I giudici della Corte di Assise non ebbero dubbi sul fatto che a determinare l’omicidio era stata la deflorazione avvenuta in Capua ma espressero le loro perplessità sul fatto che la ragazza non fosse stata consenziente. Ma quello che inchiodò alle proprie responsabilità la ragazza e che la proiettò in una luce divera furono gli spezzoni della lettera ( poi ricostruita) rinvenuta dalla vedova della vittima.  Nella zona l’esigenza della tutela dell’onore sessuale della donna, che è tanta parte dell’onore familiare, è fortemente sentita, ed il costume impone che l’onta della seduzione, non riparata o non riparabile con il matrimonio, venga lavata nel sangue.




Verso il processo , la condanna  a 16 anni con la diminuente della minore età. Il padre, invece  a 2 anni di reclusione per omicidio colposo a causa del fucile di sua proprietà.  

 

I difensori della Maria Andreozzi avanzarono la richiesta di ‘legittima difesa’ o dell’eccesso colposo di legittima difesa (la vittima era armata e la pistola fu trovata accanto al cadavere) ma gli inquirenti ipotizzarono una alterazione della scena del crimine proprio per poter avvalorare - nella sede giudiziaria - una ipotesi di legittima difesa. Infatti la Corte rigettò la richiesta. “Il delitto  - ipotizzarono  i giudici - fu quindi studiato da attuato tutto in un piano per attirare il Guadagno in una trappola ed aggredirlo all’improvviso e ciò porta a concludere dell’aggressione - sicuramente compiuta a scopo omicida come rilevano la reiterazione degli spari e il fatto che il primo colpo fu indirizzato, per ammissione dell’imputata, verso il cuore della vittima - dovette essere decisa e organizzata parecchio tempo prima della sua esecuzione cioè fu premeditata. La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Prisco Palmiero; giudice a latere, Guido Tavassi; giudici popolari: Giovanni Ferraiuolo, Ida Micillo, Maria Vincenza Pesce, Gennaro Merola, Wanda Vitolo e Secondino Graziano) così decise:

 “Tenuto conto che la ragazza è di buoni precedenti e fu tratta al delitto  soprattutto dall’influenza esercitata su di lei dall’ambiente familiare stimasi equo concedere, oltre alla attenuante della minore età anche le attenuanti generiche. Non possono invece trovare applicazione le attenuanti della provocazione e del motivo particolare del valore morale e sociale parimenti richieste dalla difesa.   “Stimasi infliggere alla Maria Andreozzi, per l’omicidio premeditato, in applicazione della diminuente della minore età, la pena di anni 22 di reclusione in luogo di quella dell’ergastolo. Detta pena va poi ridotta ad anni 15 di reclusione per le attenuanti generiche aumentata ad anni 16 per le lesioni prodotte per aberratio ictus”; mentre a Tommaso Andreozzi, accusato di omicidio colposo, la condanna  ad anni 2 di reclusione”.

 Il 3 febbraio del 1962 – sette anni dopo il delitto – la seconda sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ( Presidente, Nicola Mazzocca; giudice a latere, Antonio Tullio Capaldo; Pubblico Ministero, Ignazio Custo, Procuratore Generale) emise la sentenza riducendo la pena ad anni 14 di reclusione. Seguì il ricorso per Cassazione per ottenere l’esclusione dell’aggravante della premeditazione. La Prima sezione penale della Corte Suprema, con sentenza del 16 luglio del 1963, annullò la sentenza della Corte di Assise di Appello relativamente alla provocazione e rinviò ad altra sezione di appello. La successiva Corte di Assise di Appello confermò la condanna. Nel processo furono impegnati gli avvocati: Alfonso Tesauro, Mario Catapane, Alfredo De Marsico, Giuseppe Garofalo, Ciro Maffuccini, e Alfonso Martucci.

 

 


 

 


giovedì 13 gennaio 2022

 

Doretta Graneris, la Belva di Vercelli/ Sterminò la famiglia ora vive nell’anonimato



 di  Davide Giancristofaro Alberti

 

Il Corriere della Sera ha provato ad intervistare Doretta Graneris, la Belva di Vercelli che negli anni ’70 uccise mamma, papà, fratellino, nonni materni e il cane

 

Doretta Graneris ha pagato il suo conto con la giustizia, ha cambiato vita, ed ora vive nell’anonimato. Negli anni ’70 era stata soprannominata la Belva di Vercelli, un nome assegnatole dopo che sterminò la sua famiglia, compreso il cane. Ha passato venticinque anni dietro le sbarre, poi nel duemila ha ottenuto la libertà condizionata decidendo in seguito di “scomparire”, lontano da tutto e da tutti. Oggi abita a Torino, come racconta il Corriere della Sera, e ovviamente è stata isolata dalla famiglia.

 

I parenti, i pochi rimasti, appena uscì di prigione dissero che non avrebbero voluta rivederla nei paraggi e che la stessa incarnava il demonio. Del resto la reazione non poteva essere diversa visto che la sera del 13 novembre del 1975 Doretta Graneris (18enne), assieme al fidanzato dell’epoca, Guido Badini (di tre anni più grande), uccise il padre Sergio e la mamma Italia, di 45 e 41 anni, nonché i nonni materni Romolo e Margherita (79 lui, 76 lei), quindi il fratellino Paolo di anni 13 e anche il cane di famiglia.



DORETTA GRANERIS, LA BELVA DI VERCELLI: “GRANERIS CHI?”

Adesso Doretta Graneris ha 64 anni, vive “in segreto” in un piccolo appartamento, e sul citofono ha messo solo le iniziali, D.G.. Anche i vicini di casa non la conoscono, e quando il Corriere della Sera ha chiesto in giro qualche informazione si è sentito rispondere: «Graneris chi?». Il quotidiano di via Solferino è riuscito a rintracciarla, ma lei non ha concesso alcuna intervista «No, grazie», ha risposto ad una prima cortese domanda, per poi ribadire con fermezza «No, grazie». Una donna che il quotidiano descrive da “pelle e i capelli spenti, eredità non dell’età ma della galera”, e che “fissa diritto negli occhi, non tradisce nervosismo”. E’ rimasta in silenzio quindi Doretta Graneris, come aveva già fatto subito dopo l’arresto, 14 ore di interrogatorio in cui disse ben poco, e anche durante le varie udienze del processo. Prima di congedarsi si rivolge così al collega giornalista «Ha suonato lei prima? Non avevo sentito», per poi indietreggiare senza dare le spalle.


 

lunedì 10 gennaio 2022

 


 

Una vita di sofferenza con 4 figli da sfamare mentre lui faceva la bella vita a Napoli

 

Con un Fonogramma i Carabinieri di Lusciano informarono l’A.G. che   Andrea Tridente nato a Teano il 1911 e domiciliato a Lusciano, alla via Orefici 28, guardia giurata del Comune di Napoli, era stato ucciso nella   propria abitazione dalla moglie  Maria Concetta Fiorillo che dopo il delitto si era resa latitante con i quattro figli piccoli.  Fu rintracciata due giorni dopo. Interrogata non ebbe difficoltà ad ammettere il delitto ma volle precisare che il marito nel corso dell’ennesimo violento litigio aveva minacciato di ucciderla con la sua pistola d’ordinanza (era guardia giurata del comune di Napoli) ma lei, armatasi di un manganello di legno, si era difesa e mentre il marito raccoglieva la pistola che gli era sfuggita di mano ed era finita sotto il letto, lei l’aveva violentemente e più volte colpito alla testa. Infatti in sede di sopralluogo venne repertato un manganello, duro, sporco di sangue in un lavatoio annesso all’abitazione dei coniugi Fiorillo -Tridente. 

Assicurata alla giustizia l’autrice del delitto gli inquirenti iniziarono il consueto iter giudiziario. Nel cimitero di Lusciano, il Prof. Dottor Achille Canfora, dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Napoli, incaricato dal giudice istruttore Vincenzo Cimmino del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, eseguiva l’autopsia sul cadavere di Andrea Tridente. 

Sulla scena del crimine i carabinieri avevano repertato  - rinvenuta sotto il letto a circa 80 centimetri dal cadavere  -  una pistola automatica marca Beretta cal. 7,65 con caricatore completo  con sette cartucce. Del resto già da tempo risultava ai carabinieri che tra i due coniugi si verificavano frequenti litigi.  

I carabinieri erano intervenuti anche più volte invano, per mettere pace tra i due. La Fiorillo venne tratta in arresto la sera del 20 maggio. E riferì che  per i motivi sopra indicati i litigi tra lei ed il Tridente erano divenuti negli ultimi tempi sempre più frequenti; che il giorno precedente, dopo il pranzo che in parte era stato preparato anche del marito, questo ad una sua richiesta di denaro che le occorreva per pagare generi alimentari acquistati a credito aveva risposto con un rifiuto e con minacce di morte e indi era risalito in camera da letto per vestirsi onde recarsi a Napoli e l’aveva chiamata; che pertanto anche lei era salita al primo piano ma sul pianerottolo era stata affrontato dal marito il quale puntandole una pistola sul viso le disse: ”puttana adesso ti debbo uccidere”; che ella spaventatasi, aveva impegnato una colluttazione durante la quale la giacca del marito aveva riportato uno strappo ed entrambi erano entrati nella stanza; che la pistola era caduta di mano al marito che era andata a finire sotto il letto e indi entrambi si erano tirati per i capelli fino a che il marito non si era svincolato e curvato – onde riprendere la pistola –;  che a seguito di ciò essa, convinta che se l’altro avesse ripresa l’arma l’avrebbe sicuramente sparata, avevo preso un manganello, che era in un angola della stanza, e impugnandolo con le due mani aveva tirato con la massima forza diversi colpi sul capo dell’aggressore il quale era rimasto al suolo cadavere. 

 Vennero sentiti anche i figli del Tridente e della Fiorillo, Antonio di anni 16 ed Elena di anni 15. Entrambi dichiararono che il padre mentre si procurava per sé sufficiente vitto faceva mancare il necessario a loro e alla madre alla quale passava pochissimo denaro costringendola così a sbarcare il lunario con la somma di Lire 10.000 mensili che ella percepiva per il fitto di alcune casette e con altri piccoli introiti, e che inoltre il predetto spesso trascendeva nei quotidiani litigi che si verificavano a causa del suo comportamento con ingiurie e minacce sia contro la moglie che contro di loro. (1)

Un particolare  ripugnante evidenziò la figlia Elena la quale riferì che il padre portava in casa fotografie nelle quali era ritratto con delle donne ed anzi spesso durante il pranzo esponeva quelle fotografie sul tavolo e si rivolgeva alla moglie con frasi come la seguente: ”puttana, vedi, questa è meglio di te, fa delle azioni meglio di te”.


 


   Nelle motivazioni della ‘mite’ condanna alla Fiorillo, i giudici della Corte ‘bollarono’ di infamia l’imputato, lo definirono ‘padre snaturato’ che aveva perduto i sentimenti, un ‘degenerato’, uno ‘scellerato’

 

Rinviata al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere la donna si difesa energicamente in dibattimento. Vennero alla ribalta episodi che conclamarono le vicissitudini trascorse nel portare avanti una famiglia con 4 figli, senza reddito, e con l’aggravante di essere stata contagiata di sifilide dal marito che a Napoli conduceva una esistenza ‘con donne di malaffare’.

 Il parroco di Lusciano, Emilio Graziano ed il fratello del Tridente, Cosimo, riferivano in ordine a richieste di informazioni circa la moralità e lo stato sociale della vittima che a loro erano pervenute da parte di ragazze e donne di Napoli. La difesa della donna esibiva in giudizio fotografie e lettere rinvenute nella casa dell’ucciso ed allo stesso dirette.

 

 

Nelle motivazioni della ‘mite’ condanna alla Fiorillo, i giudici della Corte ‘bollarono’ di infamia l’imputato, lo definirono ‘padre snaturato’ che aveva perduto i sentimenti, un ‘degenerato’, uno ‘scellerato’

 

E proprio negli ultimi giorni prima dell’omicidio contrasti sorsero infine anche perché il Tridente intendeva far trasferire la famiglia a Napoli ed a ciò la Fiorillo si oppose per la considerazione che a Napoli la vita sarebbe stata per loro più cara che non a Lusciano ove tra l’altro non sopportavano alcuna spesa per alloggio abitando una casa di sua proprietà. La tensione esistente tra due è ormai divenuta gravissima e sfociò nella tragedia del pomeriggio del 19 maggio del 1957.

 


I giudici, però, non erano pianamente convinti dell’assunto della Fiorillo per quanto attiene alla circostanza della ‘paventata’ legittima difesa. Infatti evidenziarono che ‘la tesi della Fiorillo di avere agito per necessità di difesa è contrastata non solo dagli elementi emersi ma anche dalla sua ammissione e dalle deposizioni e dagli accertamenti generici ma anche dal comportamento tenuto dalla stessa immediatamente dopo il fatto e dalla sua condotta processuale. Infatti ‘essersi ella preoccupata di occultare le tracce di sangue rimaste sul manganello e di nascondere quell’arnese gettandolo nel lavatoio del cortile,  e l’essersi ella data alla latitanza - sia pure per una sola giornata – sono circostanze tutte che dimostrano la sua convinzione che fosse opportuno alterare la prova dell’accaduto e sottrarsi alle prime indagini, convinzione che avere agito legittimamente per la necessità di difendersi’.

D’altra parte è evidente che la tesi della legittima difesa se fosse rispondente al vero avrebbe trovato sostegno un racconto del fatto sempre conforme;  e ciò perché non vi sarebbe stata alcuna necessità per l’imputata di allontanarsi dalla verità nell’esporre l’accaduto ove lo svolgimento di questo consentisse effettivamente l’applicazione della invocata esimente. Invece la Fiorillo ha continuamente mutato versione; (dapprima innanzi ai carabinieri ha accennato ad una colluttazione avuto con il marito durante la quale questi riportò lo strappo della giacca ed entrambi si presero per i capelli ed a cui seguirono i colpi di manganello da lei tirati senza intenzione,  poi in gli istruttoria ha precisato che si trattò di una lunga colluttazione tanto è vero che entrambi andarono a finire in ogni punto della stanza provocando la caduta della macchina da cucire, e infine in dibattimento ha fatto comprendere che la lotta fu brevissima giacché essa ben presto fece cadere la pistola di mano al marito e che i colpi furono da lei tirati senza interruzione), segno che essa nel ricostruire il fatto è ricorsa a menzogne sapendo le vere modalità dell’episodio smentiscono la tesi da lei adottata.  Deve pertanto concludersi – sottolinearono i giudici -  che la Fiorillo quando tirò al marito i colpi di mazza mortali aveva già avuto ragione del predetto e che pertanto essa fu tratta all’omicidio – non già per necessità di difendersi da un pericolo in atto - bensì solo per vendicarsi delle offese e delle angherie in precedenza subite e culminate quel pomeriggio nella minaccia con la pistola.

La mite condanna  ad anni 8 di reclusione con le attenuanti della provocazione e del particolare valore morale e sociale.  

 


 

Il pubblico ministero al termine della sua requisitoria, chiedeva la condanna della Fiorillo, con l’attenuante della provocazione,  ad anni 16 di reclusione mentre i difensori chiedevano che l’imputata fosse dichiarata ‘non punibile’ per aver agito in stato di legittima difesa reale o putativa e in subordine che fosse riconosciuto l’eccesso colposo di legittima difesa e fossero concesse le attenuanti generiche, della provocazione e del motivo ‘particolare’ del valore morale e sociale.

Il verdetto finale fu che la Fiorillo agì indubbiamente in stato d’ira determinato in lei dalla ingiusta minaccia a mano armata fattale dal marito e pertanto le andava riconosciuta l’attenuante della provocazione. La Corte ritenne di concedere anche le altre attenuante chieste dalla difesa, quelle del motivo di ‘particolare valore morale e sociale’ e quelle ‘generiche’. La prima presuppone – come è noto – che il reato nell’intenzione dell’agente sia diretto ad eliminare una situazione di fatto, morale ed antisociale,   determinata dall’offeso del reato e non sembra contestabile che essa ricorre nella specie essendo stato il delitto originato non solo dallo stato d’ira insorto nella donna a seguito dell’ultimo episodio di minaccia, ma anche dall’intento della stessa di reagire una volta e per sempre alla condotta davvero contraria all’ordine ed alla morale familiare che il coniuge aveva tenuto per anni, privando anche del necessario i mezzi di sostentamento ad essa e ai figli destinando i suoi guadagni quasi esclusivamente alle ‘tresche’ che intrecciava senza posa con donne di ‘malaffare’, ostentando addirittura dinanzi ai figli le fotografie delle sue amanti.

Tale continuo disprezzo da parte del Tridente dei più elementari doveri di marito e di padre di ogni principio morale fece nascere nell’animo della donna, che era di onesti costumi, la più viva avversione, il desiderio di reagire al fine di affermare quei valori violati, desiderio che sempre contenuto onde evitare dannose conseguenze sulla vita e l’avvenire dei figli,  esplose infine quando si aggiunse l’ultima grave minaccia.



 Pertanto la pena di anni 24 di reclusione deve ridursi ad anni 16 per la provocazione, ad anni 10 e mesi 8 per l’attenuante del motivo di particolare valore morale e sociale e ad anni 8 per la attenuanti generiche. La condanna fu confermata anche in appello e cassazione. Gli avvocati impegnati nei processi furono: Ciro Maffuccini, Antonio Schettino e Giacinto Mazzuca. Il Collegio della corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere era composto dal Presidente, Eduardo Cilento, con il giudice a latere Guido Tavassi e con il pubblico ministero, Nicola Damiani.

 

 


 

 

 

 (1)       Diecimila lire nel 1957 oggi varrebbero 147 euro. In pratica con diecimila lire di allora mi potrei comprare un videogioco, pizza e birra. Dieci anni dopo sempre le miei diecimila lire varrebbero oggi un quarto (24 euro).  Nove anni dopo arriva l’euro è si devono rifare tutti i calcoli. Ma il trend del nostro potere di acquisto è già evidente. A causa dell’ Inflazione il denaro, nel tempo, perde il suo potere di acquisto. Ne consegue che, con la stessa quantità di denaro, si può acquistare una minore quantità di beni e servizi. L’ISTAT, ogni mese effettua il rilievo della perdita del potere d’acquisto del denaro comunicando il tasso d’inflazione ed il relativo Numero Indice dei prezzi al consumo FOI (famiglie operai ed impiegati) da applicare per effettuare il ricalcolo (in aumento) delle somme in danaro collegate a determinate tipologie di rapporti.

 

 

 

 

lunedì 3 gennaio 2022

 

Dopo due anni da un matrimonio “imposto” uccise 

la moglie a calci. Alla Corte scrisse un memoriale 

con il quale ‘confessava’ di non aver avuto 

intenzione di ucciderla. 




L’assassino: “Non sono affatto pentito di quanto ho 

commesso e mi dispiace soltanto di avere sporcato 

le mie scarpine del sangue di mia moglie”…

 

Il 21 maggio del 1957 nel cimitero di Carano una piccola frazione di Sessa Aurunca, il Prof. Carlo Romano, eseguiva l’autopsia di Carmela Di Meo, vittima del brutale uxoricidio perpetrato dal marito Austilio Colella. Dopo l’esame autoptico iniziava l’istruttoria giudiziaria e veniva affidato l’incarico di perito – per una indagine clinica, psicologica e psichiatrica dell’imputato – al Prof. Ugo Massari, psichiatra allora molto in voga. Il primo responso fu che ‘il Colella era un deficiente dell’intelletto, degli affetti e della volontà’. E’ cioè un ‘frenastenico’.  Il 22 maggio del 57 al Pretore di Sessa Aurunca il Colella  precisava  la storia dei suoi  rapporti con la Carmela Di Meo. Circa due anni prima ella gli aveva esternato  la sua viva simpatia tramite due suoi amici, Angelo Di Pietro e Erasmo Asciolla. Senza essersi più visti le nozze venivano celebrate nel dicembre del 1955  e dopo il rito gli sposi facevano ritorno a ciascuno a casa propria. 

Sei sette mesi dopo la Di Meo metteva in atto vari tentativi per convincere lo sposo di prenderla a casa sua tramite Orsola Colella, Ernesto Di Pietro e successivamente a mezzo di Vincenzo Cuomo e Vito Tuccillo, adducendo che i genitori volevano scacciarla di casa. La donna lo invitava a prenderla a casa sua e gli dava due mesi di tempo per la decisione, dichiarando testualmente: “Altrimenti sappiamo noi quello che dobbiamo fare… ti uccidiamo”. Avendo a tale richiesta il Colella risposto ‘che non intendeva lasciarsi intimorire una seconda volta e per di più sentirsi chiamare ‘cornuto’ in tutto il paese’  la moglie cominciava ad urlare, ad insistere, a fare rimostranze per circa una decina di minuti, tanto che egli, persa la pazienza, le vibrò un cazzotto al viso.

Nel mentre la donna caduta a terra chiedeva perdono e piangeva, egli nel buio, al solo scopo di darle una lezione e non essere più molestato le vibrava a casaccio cinque sei calci. Ciò fatto si allontanava, ma avendo constatato  che aveva le scarpe sporche di sangue, era andato dai carabinieri, ai quali aveva dichiarato di aver fatto una buona ‘paliata’ alla moglie.

Nel corso delle indagini si appurò, tra l’altro, che Liliana Di Meo  era a conoscenza che il Austilio Colella aveva avuto relazioni intime con la sorella Carmina,  la quale perciò lo sollecitava continuamente al matrimonio che veniva sempre da lui differito con continui pretesti fino a che la defunta venne a conoscenza che il suo seduttore si era fidanzato con un’altra ragazza di Piedimonte di Sessa Aurunca,. tale Maria Simeone provandone grande risentimento.

In conseguenza di tale fatto nella prima quindicina del gennaio 56, Gina Di Meo ed Angelina Binovelli in Poccia, rispettivamente sorella e cugina della vittima si erano recate in casa della signora Anna Maria Capomacchia coniugata Mazzei, per raccontarle l’accaduto e darle incarico di informare subito il padre della ragazza sedotta senza far nulla trapelare alla madre, sofferente di cuore.

La signora Mazzei condusse a termine l’incarico  ricevuto, dopo aver prima mandato a chiamare la ragazza per rimproverarla di quando aveva commesso. Alcuni giorni dopo il Di Meo padre ritornò dalla signora Mazzei per chiederle di voler mettere a disposizione una camera per un incontro tra i rappresentanti delle due parti al fine di addivenire ad un accordo per il matrimonio tra i due giovani. Parteciparono al convegno preliminare, per Austilio Colella il fratello Andrea e lo zio Eduardo Matano; per la Di Meo, Giovanni Cimmino e Gino Zannini.


Minacce di morte vere o presunte. Il delitto ‘atroce’ e barbaro… Le perizie: sano di mente pazzo totale pazzo parziale ‘socialmente pericoloso’



 

Nonostante tutto, il matrimonio fu celebrato il 27 febbraio del 1956 e dopo le nozze, gli sposi continuarono i vivere ciascuno nella propria abitazione. Ma a proposito della frase ‘manzoniana’, in questa vicenda, intervenne anche il ‘bravo’ dell’epoca un tal Eduardo Martino, uno stretto parente della Di Meo il quale minacciò il Colella e la madre di morte se non avessero riparate il ‘guasto’ con le giuste nozze. Ma anche questo episodio si tinse di ‘giallo’. Dalle indagini dei carabinieri, dalle dichiarazione dei testi, Erasmo Asciolla (cugino dell’imputato) e Mario Binovelli e dal confronto della parti (Matano: Leone Fazzone e Ines Razzino), la pretesa minaccia risultò assolutamente infondata per cui fu dai carabinieri giudicata ‘inesistente’ e messa in circolazione dalla Matano o suoi familiari al fine di creare per il Colella una giustificazione nella consumazione dell’orrendo delitto. 

Angelo Di Pietro, Vincenzo Cuomo ed Erasmo Asciolla (cugino dell’imputato) negarono di aver detto al Colella che la Carmina Di Meo aveva esternato la sua viva simpatia per lui e il desiderio di diventare la sua fidanzata. Le sorelle della vittima Gina, Maria (sorda e malaticcia) e Liliana, ed in particolare quest’ultima, precisarono che la sorella Carmina allorquando si era sparsa la voce in paese che Austilio Colella stava per sposare una certa Maria Simeone aveva loro confidato il suo segreto – fino ad allora gelosamente custodito – di essere cioè stata fidanzata di nascosto per circa tre anni con lo stesso giovane e di essere stata da lui sedotta con promessa di matrimonio da effettuarsi dopo il servizio militare.

Pensarono,  perciò, di mettere al corrente del grave fatto la signora Mazzei, della quale erano coloni, e la Gina vi si recò insieme alla cugina Angelina Binovelli, per pregarla di far conoscere la verità al loro padre, al fine di trovare la migliore soluzione. Nel frattempo si accertò che il padre dell’imputato era stato ricoverato negli anni precedenti al Manicomio di Aversa ed era nello stesso deceduto e sorse quindi il sospetto che il Colella potesse essere pure non del tutto sano di mente e quindi venne sottoposto a perizia psichiatrica .

Il 5 giugno del 1958 il Prof. Ugo Massari, direttore del manicomio ‘Filippo Saporito’ di Aversa, consegnò il suo elaborato e nelle conclusioni evidenziò: “Austilio Colella per infermità, era in uno stato da mente tale, da scemare grandemente, senza escludere, la capacità di intendere e di volere. Lo stesso era persona socialmente pericolosa”.

Il 19 gennaio del 1960, in applicazione della legge del contrappasso, l’avvocato Luigi Falco, difensore di Parte Civile, depositò in cancellaria un parere dello psichiatra Prof. Annibale Puca – in contraddizione a quanto affermato dal perito di ufficio sullo stato id mente dell’imputato. Austilio Colella era capace di intendere e di volere e perfettamente sano di mente”. 

 

  


 

Il processo, l’appello, la condanna a 22 anni di reclusione col riconoscimento del vizio parziale di mente. La vittima una Maria Goretti? Parole di raccapriccio nella motivazione della Corte di Assise

Il delitto di ‘calcio’ e di ‘punta’ commesso da un calciatore di professionecome se volesse uccidere un serpente’… si costituirà per paura di essere ucciso dai parenti della sua vittima…

 

 


 

 

A marzo del 1960 Austilio Colella, con i ferri ai polsi, fu tradotto, sotto buona scorta nella gabbia dell’aula della Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Nella relazione del Presidente vi furono parole che facevano accapponare la pelle, che facevano rabbrividire. ‘Austilio Colella di anni 23, da Pidimonte di Sessa Aurunca deve rispondere di omicidio volontario aggravato perché cagionava la morte della moglie Carmina Di Meo usando sevizie e crudeltà, cioè calpestandola  Secondo la parte civile invece, come da accordi presi nell’ultima riunione in casa Palmieri la convivenza era stata rinviata temporaneamente finché il fratello dello sposo Andrea, non avesse raggiunto una sistemazione mediante il conseguimento di un posto nelle Ferrovie dello Stato cui aspirava ed egli, Austilio non aveva espletato il servizio militare.

 “La giovane – informarono i carabinieri - non era stata fidanzata con altri all’infuori del Colella, ed era onesta e stimata come la famiglia a cui apparteneva. Giuseppe Di Donato, parroco del paese ha deposto che la Carmela era ‘buona’, ‘religiosa’ e ‘bene educata’ e molti testi concordano in questa definizione: Giorina Iannucci, Anna Maria Capomacchia,  Domenico Mazzei,  Edoardo Martino,  tra cui qualche parente dello stesso imputato quale uguale Ada Colella”.



Tuttavia durante l’istruttoria, era pervenuta agli inquirenti una lettera anonima secondo la quale responsabile della deflorazione della Di Meo sarebbe stato Domenico Mazzei, proprietario del fondo dai Di Meo condotto. Ma i giudici non diedero molto credito all’anonimo e neppure all’imputato che affermava di aver trovato già abbastanza ‘usata’ la ragazza e faceva anche i nomi dei precedenti fidanzati: Antonio Viola, Michele Vietti (che però non furono mai identificati). Però, debbo ammetterlo che ad un certo punto del processo la Carmina Di Meo è apparsa quasi una Maria Goretti. Tuttavia i giudici contestarono all’imputato il fatto che…’quando, commesso il fatto constaterà -  alle prime luci del paese macchie di sangue alle scarpe - non appresterà alcun soccorso alla vittima,  ma da ‘vigliacco’ il suo pensiero sarà quello di evitare eventuali reazioni da parte dei familiari della moglie,  che potevano aver sentito le sue grida di aiuto dalla loro abitazione discosta di un centinaio di metri dal posto del delitto,  andandosi  a costituire ai Carabinieri di Sessa Aurunca anziché a quelli del proprio paese”. Inoltre la Corte chiarì che ‘venendo il vizio parziale di mente le conclusioni del perito sono pienamente accettabili perché scaturite da un’indagine seria fondata sull’anamnesi  familiare ed individuale del Colella. Il padre del Colella decedette nel manicomio giudiziario di Aversa ove era internato quale prosciolto per totale infermità mentale dal reato di tentato omicidio e si accertò che lo stesso era anche dedito all’uso dell’alcool. Una zia materna poi ricoverata nell’Ospedale Psichiatrico “Santa Maria Maddalena” di Aversa, per demenza senile decedette nel 1955. Alla pena dell’ergastolo previste per il reato così come contestato originariamente anche senza l’aggravante dell’articolo 61, va sostituita per il riconosciuto vizio parziale di mente la pena di 22 anni di reclusione che si ritiene adeguata al commesso reato.  

La condanna fu appellata e il 2 ottobre del 1965 – dopo otto anni dal delitto – iniziò il processo di Appello. La sentenza confermò il primo verdetto. Fu quindi prodotto un ricorso per Cassazione contro la decisione della Corte di Assise di Appello di Napoli che aveva confermato ‘in toto’ il verdetto di primo grado. Tra l’altro Erminio Di Meo e Caterina Binovelli, genitori della povera Carmina, si dovettero recare allo studio del Notaio Federico Girfatti  per sottoscrivere una procura speciale che serviva a rappresentarli innanzi la Suprema  Corte. Anche il Colella con l’assistenza di Giuseppe Irace presentò ricorso per Cassazione.

 


L’avvocato Giuseppe Irace poi nel suo ricorso pose l’accento 

sull’aggravante della crudeltà, riportandosi allo ‘stato di mente’ del 

Colella, al diniego delle ‘attenuanti generiche’. Ma il suo fu uno 

sforzo  vano. La Cassazione ‘non cassò’ ed anzi confermò il verdetto di  appello.