sabato 12 gennaio 2019


La fine della democrazia




(di Stelio W. Venceslai)




Partiamo da due considerazioni oggettive e da una prospettica.
La prima è che più del 50% della popolazione mondiale e il 60% del commercio mondiale sono in Asia e il baricentro della civiltà e dell’economia del futuro si è spostato sul Pacifico.

La seconda è che sul pianeta circola un cumulo di derivati, tossici o meno, ma più tossici che buoni, pari a 33 volte l’intero PIL del mondo.
La terza è che, sul piano geopolitico, almeno il 90% degli Stati nazionali che fanno parte delle Nazioni Unite (cioè, praticamente, tutti) non conta assolutamente nulla ed ha solo una parvenza di sovranità, magari pesante all’interno dei loro territori, ma pressoché nulla in ambito internazionale.
Lo spostamento del baricentro in Asia è un fatto nel quale la crescente espansione cinese ha un ruolo sempre più rilevante. La Cina dispone di risorse ingenti, è sempre più incombente negli affari del mondo, la sua flotta, prima pressoché inesistente, si sta dotando di una possente portaerei a propulsione nucleare e la tanto decantata Via della Seta non è solo uno strumento di potenziamento dei traffici ma, altresì, un massiccio sforzo di penetrazione e di presenza politica nell’Asia sud-orientale, nel Medio Oriente, in Europa e, soprattutto, in Africa, tale da minacciare l’egemonia nordamericana. Ciò che potrà accadere in Asia coinvolgerà inevitabilmente tutti i Paesi del mondo e, segnatamente, l’Europa.
La massa dei derivati rispetto al PIL del pianeta è un problema che si fa sempre di più denso di preoccupazioni. Quando scoppierà questa bolla gigantesca i miasmi si faranno sentire anche in Groenlandia. Chi pagherà questo debito enorme? Perché di debito si tratta. È facile rispondere che, al momento, non ci pensa nessuno e viviamo sogni tranquilli. Il risveglio non sarà piacevole e ne risentiranno tutti i nostri risparmi.
Infine, nella situazione geopolitica esistente brillano solo alcuni protagonisti veri, perché tutti gli altri sono solo delle comparse da avanspettacolo. Chi governa il mondo, si fa per dire, sono gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, comprimari Giappone, Israele, India, forse il Brasile e, di molto distaccate, l’Europa (se realmente unita) e l’Iran. Poi, se vogliamo essere di larghe vedute, mettiamoci anche la Corea del Nord. Il resto, diciamolo francamente, è nulla. La pletora degli Stati africani, latino-americani e mediorientali vale zero, checché se ne possa pensare.
L’equilibrio strategico del mondo, sino ad ora, è stato assicurato dalla Russia e dagli Stati Uniti. Poi è subentrata la Cina. Gli Americani hanno profittato del marasma russo dopo la scomparsa dell’Unione sovietica, credendosi soli, ma hanno registrato continue sconfitte in quel mondo che ritenevano ormai egemonizzato, a partire dal Vietnam per finire poi nelle sacche tumultuose dell’Afghanistan, dell’Iran, della Siria e di tutto il Medio Oriente. Ristabilitasi come potenza continentale la Russia di Putin, ora è la Cina a presentarsi come un concorrente agguerrito sulla scena mondiale.
Le sceneggiate d’incontri ad altissimo livello fra i tre potenti della terra non devono ingannare nessuno. La flebile guerra commerciale scatenata da Trump contro la Cina e le sanzioni inflitte alla Russia sono solo un modo mistificatorio per evitare qualcosa di peggio. L’espansione cinese sta diventando incontrollabile nel Sud-Est asiatico, dove gli Usa hanno steso una cintura di sicurezza a protezione della Corea del Sud, del Giappone e delle Filippine, una cintura che abbraccia anche Formosa, il punto dolente della sovranità popolare cinese.
D’altro canto, la Cina ha i suoi problemi, immensi come la sua popolazione, problemi che la spingono a cercare un’affermazione esterna a compenso delle difficoltà interne: i confini incerti con l’India, la secessione sommersa del Sinkiang, l’insofferenza repressa del Tibet, la questione delle popolazioni musulmane, i rapporti non felici con gli Uiguri, le tensioni latenti con la Mongolia e la Russia, il problema delle relazioni con la Corea del Nord, sempre difficili ed ambigue. Non è roba da poco, come si vede, ma la questione primaria è quella dell’egemonia sul Pacifico e della supremazia statunitense ora minacciata da Pechino. Contro i 350 milioni circa di Americani si oppone un miliardo e mezzo di Cinesi. Questo enorme dislivello demografico è compensato da un altrettanto enorme squilibrio tra i rispettivi PIL: per l’America 59.531 $ pro capite contro gli 8. 623 $ per la Cina ma, globalmente, l’economia cinese è seconda solo a quella americana.
In caso di conflitto cino-americano, come si collocherebbe l’Europa?
Nel mentre si confondono e si accavallano i problemi economici con quelli strategici e di prestigio, il mondo va in una direzione diversa, sottoposto ad un’altra egemonia, però strisciante, da parte dei grandi gruppi multinazionali a carattere finanziario, i responsabili di quell’eccesso di derivati pari al 33 volte il PIL del mondo cui si è fatto cenno prima.
Il denaro è sempre stato il motore del pianeta. Serve per comprare armi, per corrompere, per uccidere, per destabilizzare ma, soprattutto, per arricchirsi. Talvolta serve anche per fare cose buone, ma è un impegno secondario.
Le multinazionali demo-pluto-giudaico-massoniche contro cui le destre scagliavano strali quasi un secolo fa, sono scomparse. Oggi, si tratta di tutt’altra cosa, al punto che la ndrangheta e la mafia russa fatturano cifre non inferiori a quelle di Amazon o di Facebook.
Esse sfuggono alle regole del diritto internazionale sancito dalle Nazioni Unite e manovrano ingenti masse finanziarie di risorse con le quali decidono sempre di più dei destini del mondo.
Non hanno un interesse politico diretto. Tendono solo ad accumulare denaro ma, in questo modo, possono influire ed influiscono, pesantemente, sulle decisioni politiche. Spesso si crede che esista una specie di super governo sovranazionale dominato, appunto, dalle multinazionali. Fa molto comodo, quando in un Paese si sbaglia politica o la politica adottata non dà i frutti sperati, gridare al complotto internazionale.
La verità è che le multinazionali non hanno ideologia diversa da quella del business. Si spostano e operano dove i costi sono minori e maggiori le convenienze. In questo senso condizionano governi e politiche.
Prima ancora che parlino le armi, sono loro a dettare legge nel mondo e, in caso di guerra, a fornirle. La contesa cino-americana è solo una faccia del problema e dietro, comunque, ci sono le multinazionali. Sono fuori da ogni contesto giuridico internazionale, si annidano in micro Paesi dove l’interesse alla loro presenza è superiore a qualunque altra preoccupazione, hanno le loro regole e sviluppano i loro tornaconti, militando contemporaneamente su due fronti diversi. Nessuno le controlla e decidono dei destini del mondo.
In una prospettiva, diciamo, pacifica del prossimo futuro, la loro influenza è molto più grande di quella dei grandi Stati. La concentrazione di ricchezza rappresentata dal potere assicurativo e bancario è tale che basta un poco di spread per destabilizzare un Paese e farsi un nuovo governo amico o favorire un governo concorrente.
Certe recenti lamentazioni sulla sostanziale (e rammaricata) inutilità dei Parlamenti, fanno solo sorridere. In queste condizioni ogni Parlamento è pletorico, costoso e inutile. La volontà degli elettori è del tutto superflua. Il processo democratico, la democrazia del cittadino, non esistono più se non in modo formale. Nel villaggio globale chi realmente decide è altrove, e non è eletto da nessuno.
Se non si pone un freno a questo tipo di destabilizzazione della democrazia di tipo occidentale, il futuro della libertà sarà sempre più incerto, le persone saranno sempre di più massificate e istupidite, incapaci di pensare e di opporsi al processo di disgregazione che stiamo vivendo.
C’è una grande lotta da fare, non sulle cifre e sui loro decimali, non sulle proposte più o meno irrealizzabili di questo o di quello, questioni tutte certamente importanti anche se assai miserevoli, ma sulla democrazia e sulla libertà dell’uomo e sul suo destino, contro la società preconizzata da Orwell.


Roma, 06/01/2019


venerdì 11 gennaio 2019


Diritti umani, l'impunità per chi minaccia i giornalisti è una violazione della Convenzione europea


Nuova sentenza della Corte di Strasburgo secondo cui gli Stati non solo devono astenersi dall'ingerirsi nella libertà di stampa, ma devono anche adottare ogni misura per consentire l'esercizio dell'attività giornalistica, per evitare un chilling effect a danno della collettività.
I giudici della Corte europea dei diritti umani



di Marina Castellaneta*

Ritardi nelle indagini. Inerzia nell'accertare le responsabilità e gli autori di una campagna denigratoria contro una giornalista d'inchiesta. Un clima di impunità contrario alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo che tutela la libertà di stampa come pilastro della democrazia. Con la conseguenza che la Corte di Strasburgo, con la sentenza Khadija Ismayilova contro Azerbaijan, appena depositata, non ha avuto dubbi nel constatare che i ritardi e le 'crepe' nell'indagine per atti contro un giornalista costituiscono una violazione dell'articolo 10 della Convenzione, che assicura la libertà di espressione e dell'articolo 8, che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Con questa sentenza, quindi, la Corte europea dei diritti dell'uomo allarga il perimetro degli obblighi positivi degli Stati che non solo devono astenersi dall'ingerirsi nella libertà di stampa, ma devono anche adottare ogni misura per consentire l'esercizio dell'attività giornalistica, inclusi interventi che contrastino l'impunità di chi commette atti contro i reporter. Questo per evitare un chilling effect sulla libertà di stampa a danno del giornalista, ma anche della collettività.

A rivolgersi alla Corte, una cronista di inchiesta che aveva diffuso notizie critiche nei confronti del Governo e su sospetti di corruzione che coinvolgevano la famiglia del Presidente dell'Azerbaijan. La donna aveva ricevuto una lettera con minacce relative alla pubblicazione di un video che la riprendeva in un rapporto sessuale con il suo compagno. Poco dopo il video era stato diffuso su internet, seguito da altri. Tutto per bloccare la sua attività di denuncia. La giornalista aveva scoperto alcune telecamere nascoste disseminate nel suo appartamento e controlli sulla linea telefonica. Le autorità inquirenti avevano aperto un'indagine. La donna aveva criticato gli inquirenti per i ritardi e il procuratore aveva diffuso un rapporto indicando i testi ascoltati, con ciò svelando dettagli anche sugli amici della cronista. Ogni ricorso interno era stato respinto. Di qui l'azione dinanzi a Strasburgo.

Nessun dubbio che le lettere e i successivi atti avevano l'obiettivo di intimidire la giornalista, con un'aggravante dovuta proprio alla percezione dell'impunità riguardo agli autori. In queste situazioni – osserva la Corte europea – gli Stati non solo hanno l'obbligo di adottare misure per proteggere i giornalisti da ingerenze nella vita privata, ma hanno anche un dovere di individuare e punire coloro che, con vari mezzi, provano a intimidire la stampa. Per la Corte, l'obbligo positivo che grava sugli Stati impone interventi anche nei rapporti tra privati e la creazione di un ambiente favorevole per la diffusione di notizie e opinioni di grande impatto e talvolta scioccanti.

Le indagini per individuare autori e mandanti dell'intimidazione verso la giornalista erano state deboli e svolte con continui ritardi, senza dimenticare che le stesse autorità inquirenti avevano diffuso notizie sulla sua vita privata, riprese anche da giornali filo-governativi. Un comportamento stigmatizzato dalla Corte che non ha esitato a considerare questo clima come contrario allo spirito della stessa Convenzione e alla libertà di stampa per realizzare la quale, in modo effettivo, è necessario creare un ambiente in cui gli stessi giornalisti si sentano tutelati.

Violati, quindi, gli articoli 8 e 10 della Convenzione, con la conseguenza che lo Stato deve corrispondere alla giornalista 15mila euro per i danni non patrimoniali e 1.750 euro per le spese sostenute.

*Marina Castellaneta è professoressa ordinaria di diritto internazionale. L'articolo integrale e la sentenza della Corte Europea sono disponibili sul blog della professoressa Castellaneta.
@fnsisocial

lunedì 7 gennaio 2019


                                                                                                                                     





notte nazionale del liceo classico – liceo A. Manzoni di caserta
Humanitas  Ars e Ingenium nel mondo delle “Arti”
Il Liceo Classico: ieri, oggi e… domani?


La modernità della formazione classica è al centro della “Notte Nazionale” - nata da un’idea del Liceo “Gulli e Pennisi” di Acireale - celebrata dal Liceo Classico del Manzoni di Caserta. Una formazione che si snoda attraverso il metodo rigoroso che la sostiene, senza soffocare la “genialità” dei protagonisti, e che affonda le radici in quel mirabile patrimonio dell’humanitas che, come diceva Italo Calvino, “persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona”.
Questo il senso profondo che la Preside Adele Vairo e gli insegnanti del Manzoni lanceranno l’11 gennaio dalle stanze del Liceo casertano, insiemi agli Allievi, agli ex-Allievi e a tanti protagonisti della Cultura e delle “Arti”, ciascuno una vera e propria “eccellenza”, che hanno accettato di esserne Mártyroi, Testimoni.  Sin dalla sua prima edizione, il Liceo Classico del Manzoni ha aderito con entusiasmo alla “Notte Nazionale”, mantenendo sempre viva l’idea di non trasformare l'avvenimento in un calderone senza anima, in cui ciascuno mostri quello che sa fare, o, peggio ancora, risolverlo in un’approssimativa o “scolastica” rassegna di esibizioni: per questo motivo, sostenuti dalla Preside, i docenti dell’indirizzo classico ogni anno hanno sempre scelto un tema con al centro la classicità, come occasione di riflessione per i propri ragazzi. E così sarà per l’attuale edizione.


In particolare, la scelta di quest’anno è caduta sul mondo del Lavoro, delle “Artiappunto, e caratterizzata dall’incontro tra i Liceali classici di ieri, ognuno dei quali porta con sé la firma della propria formazione classica, e quelli di oggi: riflessioni, letture, drammatizzazioni a cura degli Allievi del Manzoni e dei propri insegnanti, per gettare il ponte su un domani che, sebbene appaia talvolta incerto e dimentico dei valori fondamentali dell’uomo, da questi stessi non potrà mai prescindere, in nessun settore della vita professionale e civile.

“Le lucerne che vegliarono le carte dei nostri antichi restano accese ancora, attraverso i millenni, e resteranno.” - Così si esprimeva anni fa il celebre studioso Concetto Marchesi ed in nome di questo messaggio si articola la cerimonia del Lumen Humanitatis, con cui si illumina e si apre la “Notte” del Manzoni, presieduta, come da tradizione, da don Antonello Giannotti, la cui “strenna” diventa, come successo in passato ed in tutte le occasioni in cui il parroco del Buon Pastore si presenta alla Città,  un’occasione di riflessione e di monito per l’intera collettività. Il programma prevede una breve esibizione del Laboratorio Teatro Classico, la fucina di attori che quest’anno segna i suoi 10 anni di attività e che continua a riportare consensi di critica nel panorama nazionale, insignito dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa quale “Fuoco di Prometeo, ovvero, “ambasciatore di cultura classica sul territorio”; seguirà il mondo delle Arti,  con le letture e le contestualizzazioni operate dagli allievi del Liceo Classico, ognuna rappresentata da testimoni, Mártyroi, di eccellenza, tutti ex-liceali classici:
Arte della Musica-: Gianpiero Pannone, Secondo Flauto dell’Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, il primo e ad oggi unico musicista “casertano d’origine” a far parte del prestigiosissimo complesso orchestrale e che ha ascritto al suo curriculum l’essere stato diretto da Maestri quali Riccardo Muti, Zubin Metha o aver suonato con il compianto Severino Gazzelloni,
- Arte della Triade Vitruviana–: Raffaele Cutillo, Architetto, prof. universitario, autentico punto di riferimento dell’architettura della città di Caserta, del territorio e nazionale e che vanta esposizioni in tutta Italia e all’estero, da Milano a  Graz, da Praga alla Biennale di Venezia;
-Arte dello Sport-: Pasquale d’Aniello, Allenatore Nazionale Under 16 Pallavolo Femminile, Campione d’Europa uscente, vincitore della medaglia d’oro agli ultimi Europei a Sofia nel 2017; premiato dall’Amministrazione Comunale di Aversa per i suoi meriti sportivi;
Arte della Parola -: Gennaro Iannotti, Avvocato penalista conosciutissimo in città per le battaglie culturali a difesa della cultura classica, sia, ovviamente, per la sua qualificata attività professionale che lo ha visto protagonista in processi presso i Tribunali in tutto il territorio nazionale , da S. Maria C. Vetere a Napoli,  Bari, Milano, Roma e Verona; Giuseppe Zullo, Magistrato, Giudice Sezione Penale S. Maria C. Vetere, giovanissimo, di 32 anni, e Testimone d’eccezione di una brillantissima carriera, già da ex-liceale ;
- Arte del Teatro -: Roberta Sandias, Direttore Artistico de “La Mansarda – Teatro dell’Orco”, una delle scuole di teatro più brillanti della città, premiata in molti e prestigiosi Festival nazionali e promotrice, insieme al bravissimo attore Maurizio Azzurro, di seminari e studi laboratoriali sulla maschera atellana ;
- Arte della Medicina -: Armando D’Orta, Medico Chirurgo, Biologo Nutrizionista, specialista in Scienze dell’Alimentazione, socio fondatore della Fondazione Onlus “DD Clinic Research Institute”, più volte invitato come esperto in trasmissioni TV di interesse nazionale, non ultima una sua presenza a “Le Iene”.  
Le porte del Manzoni saranno aperte dalle 18,00 per consentire alle famiglie dei prossimi allievi di accedere alla Segreteria e per la trasmissione del video mandato a tutti i Licei partecipanti alla “Notte” dal Coordinamento Nazionale.

domenica 6 gennaio 2019

ANTONELLA D'AGOSTINO
 ( LADY VALLANZASCA) 
HA APPENA FINITO DI GIRARE IL SUO NUOVO FILM 
"LA CASALESE" 

TRATTO DAL SUO ULTIMO LIBRO PUBBLICATO DALLA ERACLE EDIZIONI DI NAPOLI 

"... Vallanzasca ha sbagliato ma sa che per lui  ci sarò per tutta la vita..."

La regista e scrittrice è nativa di Mondragone 


Antonella D’Agostino sta vivendo un momento speciale. Ha ottenuto, da poco più di un mese, il divorzio da Renato Vallanzasca con il quale era sposata dal 2008 e ha appena finito di dirigere il film La Casalese, tratto dal suo romanzo che sta per uscire.
La D’Agostino andò agli onore della cronaca quando uscì il suo primo libro “Lettere a Vallanzasca” dal quale poi Michele Placido trasse il film “Vallanzasca gli angeli del male”.
Fu un film di successo che arrivò anche al Festival di Venezia e la figura della D’Agostino fu determinante durante le riprese perché chi meglio di lei poteva aiutare Placido nella stesura delle sceneggiatura avendo vissuto quegli anni in prima persona. Sì, perché Vallanzasca e Antonella si conoscono sin da ragazzini.


“Era già uno sciupafemmine fin da ragazzo – come ha dichiarato la scrittrice al settimanale Mio in una intervista rilasciata al collega Angelo Perrone - ricorda  quegli occhi azzurri conquistavano tutte”. Da allora di tempo ne è passato. Si persero di vista, ma poi nel 1972 si ritrovarono per una tragedia che distrusse le prime nozze della D’Agostino. Antonella vive a Mondragone, in provincia di Caserta, ma la sua casa a Milano  è sempre pronta ad accogliere Renato se dovesse ottenere gli arresti domiciliari. Perché lei è l'unica che non lo ha mai abbandonato, è l'unica ad aver sempre lottato per lui, perché la giustizia gli riconosca dei permessi speciali.

“Il prossimo anno - ci dice in esclusiva - tornerò, nonostante il divorzio, a combattere perché dopo tanti anni di detenzione Renato possa vivere gli ultimi anni a casa. Credo sia giusto”.




“Ma ora ho un nuovo progetto – ha dichiarato la regista – Sì, dal mio romando La Casalese ( Edizioni Eracle) ho diretto un film. Abbiamo da poco finito le riprese, grazie alla “Roxyl Music Film” e ad Angelo Bardellino che ha creduto molto nella storia”.


  












sabato 5 gennaio 2019


Mafia nera a Castel Volturno, Cesare Diana: “Cellula va sgominata, italiani riottengano diritti persi”




CASTEL VOLTURNO. “”Black Cats” ed “Eye”. “”Gatti neri” e ”occhio”. Due termini che accostati alla vita quotidiana sembrano non avere senso, eppure, a Castel Volturno, stanno ad indicare le fazioni simbolo del dominio africano sul territorio.

Droga, prostituzione, rapine e chi più ne ha più ne metta, in un gioco dei ruoli che vede almeno i tre/quinti del territorio praticamente messo sotto scacco. La domitiana, a partire dalle porte di Baia Verde, in direzione Pescopagano, muta di metro in metro, pullulando di immigrati irregolari, dei quali, un gran numero, si concentra nelle sale scommesse prima di recarsi in strutture come “Palazzo Grimaldi”, centro di smistamento di droga. Il supermarket è punto di ritrovo, di sera, di giovani incapaci di uscire dal tunnel buio dell’utilizzo di stupefacenti. Addirittura, questa mattina, è arrivata la notizia dell’indagine avviata da agenti dell’FBI su traffico di organi e di esseri umani.
“Per anni abbiamo dato incondizionatamente, garantendo un tetto a chi è fuggito dalla guerra, a chi, costretto dalle situazioni, è andato via dall’Africa. Oggi stiamo continuando a dare senza sosta e la cosa paradossale è che siamo giunti al punto di garantire più diritti ai cittadini extracomunitari che a noi castellani – afferma preoccupato il futuro candidato sindaco Cesare Diana -.
Il tutto grazie al polso mancato dell’amato sindaco PD, Dimitri Russo, che, intento ad attuare le linea guida generali indicate dal partito sul territorio, non ha cercato di Port e nemmeno un limite all’afflusso sempre più costante di stranieri. Basta camminare a Pescopagano per capire che la presenza di extracomunitari è un problema da contrastare con prese di posizione forti e decise. Chi arriva nel nostro paese, deve avere un periodo di tempo ben definito per restare, dopodichè, qualora non abbia trovato un’occupazione legalmente annunciata , deve intervenire il governo.
La cellula nera va sgominata. Stiamo parlando di un sistema che supera, di gran lunga, il periodo di dominio casalese. Stiamo dando i numeri, ma Russo si limita ad accusare gli altri, a non intervenire, ad aspettare la fine di questo periodo d’oro da doppio stipendio. All’orizzonte c’è un’estate che – conclude -, cambierà la storia del nostro paese”.

venerdì 4 gennaio 2019


ELEZIONI FORENSI: SUL TEST ELETTORALE DI GENNAIO SI ABBATTE LA SCURE DELL'INELEGGIBILITA'




INCOMPATIBILITA' E CONFLITTI DI INTERESSE. 60 AVVOCATI IN CORSA DIVISI PER QUATTRO LISTE E ALCUNI BATTITORI LIBERI




LO SCENARIO POSSIBILE. E PENSARE CHE C'E’ UNA LISTA CHE INVOCA LA 'DIGNITA' FORENSE...




 di  Ferdinando Terlizzi


Abbiamo chiesto ad un esperto – al Prof. Avvocato Ciro Centore - il parere  su questo marasma che regna tra gli avvocati in occasione delle elezioni all’ordine professionale.

“Condivido il pensiero della Cassazione. A “sezioni unite“, a quanto apprendo, la Corte ha dato la interpretazione più corretta, anche dal punto di vista amministrativo, e per le sue ricadute amministrative, in occasione del rinnovo dei Consigli degli Ordini professionali, e fissando così, i paletti “per la candidabilità e per la eleggibilità. Il tutto, all’insegna del principio di “ragionevolezza“ ex art 97 della Carta Costituzionale e buttando a mare il principio della “irremovibilità“ che sovrintendeva ad istituti di “rappresentanza istituzionale“, con meccanismi e regolamentazioni che fanno parte di pagine “nere“ del nostro ordinamento. E bene ha fatto. Aria nuova, soggiungo. Necessarissima e inderogabile”. Prof. avv. Ciro Centore.

 C’è confusione, quindi, in un settore dove la ‘legalità’ e la ‘chiarezza’ dovrebbero essere ‘registri’ portanti del comportamento e il riferimento al ‘deontologico’ dovrebbe essere  ‘scontato’. Ma tanto non è… purtroppo…


La scure dell’ineleggibilità e dell’incompatibilità si abbatte sulle prossime elezioni forensi del Consiglio dell’Ordine di Santa Maria Capua Vetere, che si terranno a fine mese. Un’ aspetto reso noto da un articolo pubblicato su Il Mattino lo scorso 2 gennaio. Infatti, sono poco più di una sessantina gli avvocati divisi tra quattro liste (composte da 12 e 14 candidati) e ‘battitori liberi’ per i quali la classe forense dovrà esprimere la propria preferenza, per un massimo di 14 unità rispettando le quota di genere di un terzo.

Si presentano all’elettorato forense anche alcuni consiglieri di quelli che furono gli ‘Avvocati del Cambiamento’ frammentati tra le diverse liste. In parte, coloro che si dimisero nella fase iniziale e in parte quelli dell’ultima ora ma ci sono anche nuovi nomi come la figlia Emiliana del presidente uscente Carlo Grillo (dimessosi qualche giorno fa in quanto eletto nel Consiglio di Disciplina distrettuale).


Sulle prossime elezioni, però, incombe la sentenza della Cassazione a Sezioni unite che stabilisce la non eleggibilità dei candidati che hanno svolto due mandati consecutivi e sulla quale non hanno preso provvedimenti sia il Governo che il Ministero benché sollecitati da una delibera del Cnf.

In particolare, a Santa Maria Capua Vetere, come ha confermato lo stesso presidente Grillo, sarebbero ineleggibili i candidati Angela Del Vecchio (nota per essere stata esclusa in passato dalla staffetta della presidenza dell’ordine), Patrizia Manna, Antonio Mirra (peraltro incompatibile per la sua presidenza nel Cda della scuola forense Fest insieme a Ugo Verrillo) entrambi della lista Dignità Forense e Francesco Buco della lista Insieme per l’Avvocatura.

Quest’ultimo, secondo indiscrezioni, potrebbe ritirare a breve la sua candidatura: a lui è demandato anche il compito, in qualità di presidente ad interim, della nomina della commissione elettorale che deve valutare i requisiti dei candidati oltre che la loro eleggibilità. Insomma, tra conflitti di interesse e mancati requisiti il prossimo test elettorale non mancherà di far emergere nuovi scenari e potrebbe delinearsi anche un Consiglio composto da più componenti di varie liste non essendo possibile votare tutta la compagine come accadeva in precedenza.


I temi a cuore nel programma elettorale (deontologia, formazione, rapporti con la magistratura, edilizia giudiziaria, rispetto degli orari delle udienze) sono piuttosto simili: una decina o poco più punti sviscerati in modo diverso ma va detto che l’incompatibilità vale anche per chi riceve gli incarichi come custode giudiziario (come Lello Teodosio candidato per la lista Avvocati 4.0) mentre violano le norme deontologiche i candidati componenti del Consiglio distrettuale disciplinare che sostengono candidati o fanno campagna elettorale (come Gloria Martignetti, Anna Fruggiero, Pietro Mercone e Carlo Grillo che sono stati presenti alla presentazione della lista Avvocati 4.0 svoltati all’Enoteca Provinciale) o chi gestisce gli avvocati ‘stabiliti’ (come Mario Palmirani (pure candidato nella lista Avvocati 4.0)





Candidati e liste



Per ‘Avvocatura del Fare Articolo 24’, sono candidati gli avvocati: 

Nicola Di Benedetto, Renato Iaselli, Francesco 

Pasquariello, Vincenzo Foglia, Vincenzo Iorio, 

Davide Ciasullo, Gustavo Pugliese, Mauro 

d’Isa,  Carmine D’Onofrio, Annamaria Sadutto, 

Renata Puoti, Bernadetta Di Luccio, Italia 

Senese e Lucia Di Pietro.


Corrono per la lista ‘Avvocati 4.0’, gli avvocati


Adolfo Russo, Luciana Basilicata, Emanuela 

Cucino, Luisa De 

Matteo, Rossella Gravina, Bernardino 

Lombardi, Mario 

Palmirani, Claudio Petrella, Francesco Russo, 

Massimo  Sciaudone, 

Clemente Teodosio (detto Lello), 

Stefania Turnaturi, 

Alessandro Vicario e Fabrizio Zarone.



Per la compagine ‘Insieme per l’Avvocatura’, corrono gli avvocati: 





 Franco Buco, Maria Conforti, Luigi  mIannettone, 

Alfredo Frezza, Francesco Nacca, Valentina D’Andria, 

Francesco Paura, Laura D’Anna, Rosaria Nocerino,

 Saveria Rosaria Ferraro, Antonio Garofalo ed Emiliana Grillo.


La lista ‘Dignità Forense’, vede candidati gli avvocati: 



Angela Del Vecchio, Patrizia Manna, Antonio Mirra, 

Emilia Borgia, Gianmarco Carozza, Salvatore D’Albenzio,

 Fernanda D’Ambrogio, Marisa De Quattro, Michele Di Fraia,

 Tiziana Ferrara, Marco Gentile, Giuseppe Merola,

Ottavio Pannone e Ugo Verrillo. 


Battitori liberi, l’avvocato Giuseppe Gallo, insieme ad altri sette colleghi e l’avvocato Gaetano 

Anastasio mentre si parla anche di una possibile candidatura dello storico presidente dell’ordine 

Elio Sticco e di un gruppo di sette avvocatesse.



Nota: Le foto scattate dal giornalista Buco si riferiscono alla assegnazione del premio di eloquenza quest'anno dedicato al Senatore Antonino Pompeo Rendina 



mercoledì 2 gennaio 2019


  
“Ottobre 2014”, la scrittrice Luisa del Prete racconta il suo libro esordio


CASERTA. "Ognuno di noi vive sempre qualcosa che poi lo porterà ad una destinazione ben precisa". Questa la frase centrale che si legge nella prefazione al libro esordio 'Ottobre 2014' della scrittrice Luisa Del Prete, che sarà presentato presso l’Officina Milena a Caserta, in via San Carlo alle ore 18.
Un vissuto, quello dell'autrice, mutatosi in pensieri su carta che hanno avuto davvero una destinazione ben precisa, ovvero quella della realizzazione finale di un libro. Una raccolta di pensieri numerati, a partire dal pensiero 0 che, secondo l'autrice, è una sorta di archè, un po' l'origine di tutto. "Mi piace pensare che ogni cosa debba partire da 0 come segno di rinascita e di nuovo inizio. Per questo motivo non ho iniziato il libro dal numero 1 (come è solito fare), bensì da 0, per sottolineare sempre di più questo cambiamento e questa voglia di stravolgere tutto".
Un titolo, anche in questo caso, anomalo ed accattivante. Un mese, quello di ottobre, accostato spesso dal cantautore Lucio Dalla, alla malinconia, condizione che non a caso, si fa spesso filo conduttore di tutta la raccolta di pensieri.

"Ottobre 2014 nasce - afferma Luisa Del Prete - in una monotona giornata autunnale in cui mio padre Antonio mi regala, dal nulla, un'agenda. Su di essa inizio a scrivere in particolari situazioni, senza rendermi conto che stavo, inconsapevolmente, creando un qualcosa in più. E così ho scritto questi pensieri, fino a giugno del 2017, quando ho scritto il mio ultimo pensiero e l'ho letto al mio esame di maturità. Dopo quel giorno, ho iniziato a scrivere tutt'altro genere di cose, lasciando quei pensieri in un cassetto, senza un minimo scopo. Nell’aprile/maggio del 2018, dopo un'attenta riflessione personale che ha portato a molti cambiamenti, ho deciso che bisognava dare voce a questi pensieri e che era inutile che prendessero la polvere lì dentro. Così li ho presi, riordinati e ne ho creato questo libro. L'ho intitolato così  - continua - perché è l'inizio e la fine di tutto. La fine di un qualcosa per me troppo importante e l'inizio, inconsapevole, della stesura di queste "sudate carte" che sarebbero diventate, poi, questo qualcosa in più. La magia nel vedere queste due cose combaciare, è surreale”.
L'andamento dei pensieri è sempre più meticoloso, la percezione della realtà all'occhio della scrittrice è viva ed interamente riportata nel suo scritto cercando di riprodurre tutte quelle che erano le vicende che incontravo man mano che i giorni mi scivolavano dalle mani. Nella descrizione delle scene, che così dettagliate facilitano di gran lunga il processo immaginativo del lettore, sono affrontati temi non solo d'amore, ma anche di attualità, quali ad esempio quella della disoccupazione che assieme all'ansia, sembrano essere il 'tumore' della nostra società. Tali temi e tematiche sono, inoltre, scritte con un altro espediente letterario, ovvero l'ironia. Anche questo non è a caso, ma rientra perfettamente in quel disegno autobiografico che l'autrice ha voluto lasciare ai lettori. "L'ironia è sempre stata parte della mia vita – afferma Luisa -. In ogni cosa che faccio, anche quella più profonda e toccante, cela internamente sempre un qualcosa di tragicomico. Io ritengo che sia un po' la metafora della vita, sotto ogni punto di vista".
Tutti questi tasselli che compongono “Ottobre 2014”, arrivano ad un'unica e futuristica esortazione: la rivoluzione. Titolo dell'ultimo pensiero 24, la rivoluzione di cui parla Luisa è di tipo letterario, dove la cultura può salvare noi stessi e a sua volta, il mondo che ci circonda. La rivoluzione della scrittrice ha avuto come prima arma la nascita del suo libro esordio con il quale può lottare affinché sia sempre più conosciuto quello lei ha definito un “mondo di carta”.
"Alla frase la cultura non fa mangiare - continua l'autrice -, mi sono opposta energicamente perché credo fermamente nel potere della letteratura. È molto difficile entrare in questo mondo. Viviamo in un'epoca in cui tutte le cose migliori sembrano essere già scritte, dette o incise. Ma se, invece, non fosse davvero così? Io ci provo. Scrivere, a prescindere da ciò a cui mi ha portato ora, per me è e sarà sempre fondamentale. Quel momento in cui tutt'intorno per me viene silenziato ed inizio un gioco intimo con la mia bic ed un foglio di carta”.

In questo splendido gioco sono nati i pensieri di “Ottobre 2014”, ognuno dislegato dall'altro dove ogni persona, ogni momento o emozione prende vita. Anche quel tanto atteso 'te' sembra sempre arrivare, dove tutto sembra percorrere un pezzo della propria e personale vita. Un invito ad osare quello di Luisa e a rompere gli schemi, a ricordare e conservare il ricordo dell’altro e delle cose, nonostante la crudezza della realtà impregnata però di speranza.
 "Miei cari colleghi, osate - afferma e conclude Luisa del Prete -. Davvero invito con tutto il mio cuore ognuno di voi ad osare perché in questo mondo bisogna, a detta di un mio amico, rompere i bicchieri per creare un qualcosa degno di attenzione. Bisogna uscire dagli schemi, creando questo piccolo esercito che non ha paura delle voci intorno che dicono che il mondo di carta è ormai andato. Fin quando ci sarà almeno uno di noi che farà emozionare almeno un'altra persona, sarà sempre una vittoria".





Breve storia di Radio Radicale, 
ora che rischia di chiudere


Dal 1976 ha portato le istituzioni nelle case, e i suoi microfoni nelle strade e nelle piazze, raccontando quattro decenni di vita italiana. Ora il governo può farla chiudere

 

Dal 1976 ha portato le istituzioni nelle case dei cittadini, e i suoi microfoni nelle strade e nelle piazze, raccontando quattro decenni di vita italiana. Molto più che una semplice radio di partito, quella Radicale è una radio che si occupa di politica in tutte le sue forme, dai dibattimenti parlamentari alla più cruda vox populi, passando per l’immagazzinamento di tonnellate di materiale documentario che racconterà il nostro paese alle generazioni future. Presto, con l’approvazione dell’ultima manovra di bilancio che dimezza le risorse disponibili per il servizio, potrebbe chiudere.

Radio Radicale, pur essendo un soggetto economico che sta sul mercato, ha vinto una gara su una convenzione per effettuare un servizio pubblico, che consiste nel trasmettere tutti i giorni le sedute del Parlamento. Il costo di questo servizio è di 10 milioni all’anno, a condizione che non trasmetta pubblicità. Dal 2007 il contratto viene rinnovato di anno in anno, e la cosa complica gli investimenti e le strategie di crescita della radio.

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Dal 2019 la concessione potrebbe scendere a 5 milioni e questo sta costringendo l’emittente a ripensare il proprio business, o a considerare di chiudere bottega.

Radio Radicale nasce quarantadue anni fa, nel 1976, per iniziativa di un gruppo di deputati dell’omonimo partito nel quartiere Gianicolense di Roma, nel periodo di pieno boom delle radio libere in Italia. Fu subito caratterizzata da un’atmosfera libertaria e dedicata all’improvvisazione. Rifiutò, però, fin dal primo momento, l’etichetta di controinformazione, che spesso veniva associata a canali radio di estrema sinistra o specializzati in un certo tipo di complottismo: la radio benedetta da Marco Pannella voleva invece essere un servizio pubblico a tutti gli effetti. Venne messo su fin da subito un grande archivio audiovisivo: più di 250mila registrazioni, tra cui oltre 19mila sedute dal parlamento, 6700 processi giudiziari, 19300 interviste e 4400 convegni.

Nel 1986 si verificò la primi crisi societaria: Radio Radicale rischiava di chiudere, allora i conduttori lasciarono liberi i centralini e registrarono (senza filtri, per la prima volta) i commenti e le reazioni dei cittadini comuni. Nacque così l’incredibile esperienza di “Radio parolaccia”, un flusso di coscienza di ingiurie, bestemmie e mattane di ogni ordine e grado; un appuntamento che venne ripetuto per un altro paio d’anni e causò più di una grana legale al partito. Ma anche, al tempo stesso, una vetrina profetica sull’Italia che sarebbe venuta decenni dopo, e un anticipazione dei forum gentisti che sarebbero nati soltanto due decenni più tardi.

Qualcuno si è chiesto come mai lo stato debba pagare una una radio privata, di proprietà ufficialmente della Lista Pannella del Partito radicale, quando potrebbe esserci lo stato stesso a sopperire la mancanza. Ma la concorrenza da parte della Rai finora ha fallito miseramente: nel 1998 venne lanciata Rai GR Parlamento, in realtà in violazione dei limiti di legge sul numero di canali radio dell’azienda pubblica. Nessuno conosce tuttora i costi dell’operazione, ma gli spettatori scarseggiano e la programmazione è miserevole.

Radio radicale copre invece ancora oggi non solo la politica ma anche i processi – dalla mafia alla grande cronaca al terrorismo – segue i dibattiti interni alle istituzioni, i congressi di partito, i dibattiti sindacali, i movimenti. Nel 1998 fu la prima radio italiana ad avere un suo sito internet, gestito da Rino Spampanato, che realizzò il primo sistema di webcast nostrano: gli utenti potevano seguire in diretta le sedute di Montecitorio, del Parlamento europeo o della Corte dei conti. L’appuntamento fisso nel palinsesto più famoso è forse la rassegna dei quotidiani Stampa e Regime, divenuta col tempo fonte autorevole di informazione anche per le altre radio e giornali.

Radio Radicale divenne così l’unica radio a percepire un finanziamento, stabilito con la legge 230/1990 con cui lo stato finanzia le imprese radiofoniche private che trasmettono “quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti“. È questo finanziamento che verrebbe abrogato, in base all’articolo 471 del maxiemendamento alla manovra gialloverde.

“Mai avuta tanta libertà di essere fuori linea, perché linea non c’è“, scrive David Carretta, corrispondente per l’Europa della radio e collaboratore de Il Foglio. “C’è qualcuno che può offrire a un pubblico così largo le sedute del Parlamento a un prezzo così basso? Non mamma Rai che ritiene commercialmente non conveniente occupare un grande canale per il Parlamento“.

I critici della manovra avanzano il sospetto che potrebbe trattarsi di una decisione tutta politica, per silenziare uno strumento di monitoraggio della politica italiana non inquadrabile facilmente negli schieramenti principali, in un contesto di tagli all’editoria senza precedenti. Quale che sia la verità, dopo quattro decenni la vicenda di Radio Radicale rischia di volgere al termine.