sabato 11 agosto 2018





Ecco la verità del giudice Alemi dopo la morte di Ciro Cirillo: "Tutto chiaro per me, lo Stato trattò con la camorra"




Carlo Alemi, il coraggioso magistrato casertano si racconta dopo 40 anni... svelando segreti finora ignoti a molti  

     È la sera del 27 aprile del 1981 quando Ciro Cirillo, assessore regionale ai Lavori Pubblici della Regione Campania, viene sequestrato nel garage di casa, a Torre del Greco, da un commando di cinque uomini appartenenti alle Brigate Rosse, capeggiati da Giovanni Senzani. Nel conflitto a fuoco che segue perdono la vita l’agente di scorta di Cirillo, il brigadiere Luigi Carbone, l’autista Mario Cancello, e viene gambizzato Ciro Fiorillo, segretario dell’assessore. Ex presidente della Regione, democristiano “doroteo” molto vicino ad Antonio Gava, Cirillo è uno degli uomini politici più addentro ai meccanismi del potere; da qualche mese, inoltre, è diventato presidente della Commissione incaricata di gestire gli appalti del post-terremoto del 1980. Lo Stato annuncia la linea dura: come già per Aldo Moro tre anni prima, non tratterà con le BR.
     Cirillo verrà rilasciato dopo 89 giorni di prigionia, all’alba del 24 luglio, in un palazzo abbandonato di via Stadera, a Poggioreale. La liberazione era stata annunciata il giorno prima da un comunicato, in cui i rapitori dichiaravano che a sobbarcarsi l’onere del riscatto - un miliardo e 450 milioni di lire - era stata la Democrazia Cristiana, suscitando un enorme scandalo, nonché l’immediata smentita da parte dei familiari, che si assunsero la totale responsabilità di quel pagamento.
     La stessa liberazione fu costellata da episodi controversi, come quello per cui Cirillo, invece di essere tradotto in Questura, come da disposizioni della magistratura, venne portato a casa, dove vano sarà il tentativo di interrogatorio da parte dell’allora pubblico ministero di Napoli Libero Mancuso, causa stato di semincoscienza ascrivibile a shock - salvo poi colloquio personale, a porte chiuse, con Antonio Gava e Flaminio Piccoli, esponenti di spicco del partito.
     Fin da subito emersero dubbi anche in merito alla cifra pagata per il riscatto: si vociferava, infatti, che l’ammontare fosse stato pattuito grazie all’intercessione della camorra, cui sostanzialmente si doveva il merito del rilascio, e che la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo - il più sanguinario capo camorra dell’epoca - ne avesse incassato almeno una metà: la somma sarebbe stata messa insieme da un gruppo di imprenditori edili, ”amici” della DC legati a doppio filo a Cirillo per questioni di appalti e i “colloqui” tanto con funzionari dei Servizi Segreti che con esponenti politici, si sarebbero svolti direttamente nell “allegro” carcere di Ascoli Piceno, in cui era detenuto 'o Professore, per il tramite di faccendieri senza scrupoli.
     Inizia così quella che il presidente emerito Giorgio Napolitano ha definito “una delle pagine più nere dell'esercizio del potere nell'Italia democratica”: il sequestro è destinato infatti a divenire uno dei più clamorosi casi politici e giudiziari degli anni bui della Repubblica Italiana.
     A indagare sul caso Cirillo è il magistrato Carlo Alemi (casertano) che, in qualità di giudice istruttore, diventa protagonista di alcune delle vicende più oscure e sanguinose degli annidi piombo, conoscendo e interrogando i personaggi più ambigui implicati nelle intricate trame della politica, della malavita organizzata, del terrorismo rosso e dei Servizi Segreti, fino a divenire, suo malgrado, inconsapevole agnello sacrificale. Gli elementi che si intrecciano nella sua ricostruzione sono tanti: fatti di cronaca nera, crimini mafiosi, ipotesi investigative, tentativi di depistaggi da parte di organi dello Stato, sparizione di documenti, misteri irrisolti, testimonianze scottanti, raggiri politici, Servizi deviati.
     E’ Alemi l’autore della straordinaria istruttoria condotta sul caso, affidatagli il 1° settembre del 1981 e conclusasi il 28 luglio del 1988, con il deposito della sentenza-ordinanza di 1,534 pagine destinata a fare Storia, un J’Accuse che scatenerà una vera e propria tempesta politica in Parlamento: ci stata mediazione politica da parte di esponenti della DC, così come ci sono stati contatti e intercessioni con i brigatisti per il tramite di Servizi Segreti e Nuova Camorra Organizzata.
     Vengono chieste le dimissioni al Cava divenuto intanto, con il governo De Mita ministro degli Interni; il Presidente del Consiglio lo difende, respingendo al mittente le accuse, attaccando violentemente Alemi per le sue “opinioni indebitamente espresse e illazioni” e asserendo che il giudice ha abusato delle procedure, “ponendosi così fuori dal circuito costituzionale”.
     L’esito dell’istruttoria, che Carlo Alemi portò avanti, con coraggio e ostinazione, mettendo a rischio la sua stessa vita, tra minacce di morte - il suo nome figurava nell’agenda della “Primula Rossa” Barbara Balzerani - scorte negate, procedimenti per diffamazione e commissioni d’inchiesta  - portò alla comminazione di 30 ergastoli. La sua ordinanza è diventata nel tempo oggetto di studio tanto nelle forze dell’ordine che nelle università italiane e negli atenei stranieri, in quanto documentazione preziosissima atta a testimoniare e ricostruire la storia dell’organizzazione terroristica nota con il nome di Brigate Rosse.
Oggi, magistrato in pensione, per la prima volta e in esclusiva, il narratore d’eccezione della trattativa Stato-BR-camorra per la liberazione di Ciro Cirillo parla e racconta, svelando, in pagine dure e toccanti a un tempo, tra ricordi intimi e analisi storiche lucide e rigorose, chi effettivamente vi prese parte, per conto di chi e per quali motivi si siano mossi i Servizi Segreti e perché lo Stato – diversamente da quanto fece con Aldo Moro – trattò con i brigatisti.






Ciro Cirillo

 subito dopo la liberazione nel 1981 (ansa)






di STELLA CERVASIO


 "Se lo Stato ha trattato una volta con la criminalità organizzata, come è accaduto per Ciro Cirillo, significa che può essere successo altre volte. E siccome nulla è veramente cambiato da allora, non possiamo escludere che accada di nuovo", dice Carlo Alemi, il magistrato che ha indagato sul rapimento e la successiva liberazione dell'allora potentissimo assessore regionale democristiano ai Lavori pubblici. Il 27 aprile del 1981, un commando delle 'brigate rosse' composto da cinque persone agli ordini di Giovanni Senzani, dopo aver ucciso l'agente di scorta Luigi Carbone e l'autista Mario Cancello, neutralizzò Cirillo per rinchiuderlo in una "prigione del popolo". Ma a differenza di quanto accaduto tre anni prima con Aldo Moro, il 24 luglio successivo, l'ostaggio fu rilasciato. "Le sentenze della Corte d'Appello e della Cassazione hanno sancito che ci fu una trattativa", sottolinea Alemi, all'epoca giudice istruttore, poi presidente del tribunale di Napoli, che ha scritto per Pironti un libro dal titolo inequivocabile: "Il caso Cirillo. La trattativa Stato-Br-camorra", che sarà presentato martedì alle 17 all'Istituto studi filosofici.

Perché ha aspettato 37 anni per raccontare la sua verità sul caso Cirillo, presidente Alemi?
"Mi sembrava doveroso lasciare la magistratura, prima. Non sono d'accordo con quei colleghi che scrivono libri quando ancora i procedimenti sono in corso. Ciò nonostante, non avrei mai scritto questo libro senza le insistenze di Luigi Necco (recentemente scomparso, ndr) un giornalista che aveva vissuto da cronista quegli anni, venendo anche ferito alle gambe dalla camorra. Necco mi aveva più volte invitato a raccogliere le mie memorie di quella vicenda e mi ha assistito nella scrittura".


Chi trattò per liberare Cirillo?
"Lo Stato. E non mi si venga a dire che quei soggetti non rappresentavano lo Stato: gli attori di questa vicenda erano ai vertici dell'amministrazione pubblica, dei servizi segreti, del ministero della Giustizia, del partito che aveva la maggioranza relativa in Parlamento".

Perché Moro fu ucciso, mentre Cirillo tornò a casa?
"Cirillo gestiva la ricostruzione post terremoto, dunque serviva vivo alla Dc. Nessuno, invece, voleva che Aldo Moro rimanesse in vita. Non il suo partito, non gli americani e neppure i socialisti, che a parole erano per la trattativa ma temevano il compromesso storico".

Il boss della camorra Raffaele Cutolo che ruolo ebbe?
"Quello di intermediario".

In cambio di cosa?
"Aveva ricevuto promesse ben precise: la liberazione anticipata o almeno la dichiarazione di infermità mentale e favori per i camorristi detenuti".

Il patto però non fu mantenuto.
"Innanzitutto perché il documento pubblicato dall'Unità, attribuito ai Servizi ma risultato falso, in cui si riferiva di una visita nel carcere di Ascoli Piceno di Francesco Patriarca, Antonio Gava e Vincenzo Scotti, fece saltare tutto. E poi perché al Quirinale c'era Sandro Pertini, un presidente di straordinaria autonomia e autorevolezza".

Molti attori di questa storia sono morti, come Gava e lo stesso Cirillo. Restano altri misteri insoluti?
"L'omicidio del dirigente della squadra mobile Antonio Ammaturo. È una bruttissima pagina per il nostro Paese. Basti pensare che, fra i documenti scomparsi durante le indagini, figura la relazione sul caso Cirillo che Ammaturo aveva trasmesso ai suoi superiori. Manca anche la copia che il commissario aveva consegnato al fratello, a sua volta vittima di uno strano incidente di caccia".

Cosa ha rappresentato per lei questa indagine?
"Un impegno difficilissimo, portato avanti nonostante una totale mancanza di collaborazione da parte di chi aveva indagato, di chi avrebbe dovuto testimoniare, e nell'isolamento dei colleghi, tranne uno: Raffaele Bertoni. Ho dedicato il libro a mia moglie, perché mi ha aiutato a proteggere la privacy e la serenità della mia famiglia. Al tempo stesso però ho ricevuto attestati di stima da parte di tante persone, alcune anche insospettabili".

Ad esempio?
"Mentre il Mattino diretto da Pasquale Nonno mi attaccava violentemente, mi arrivò la lettera di un brigatista: "Giudice - diceva - leggendo quello che scrivono, sono contento di essere stato arrestato da lei".








Carinola "Zero confini", intervento di rieducazione e reinserimento per i detenuti






Akira, associazione di promozione sociale da anni attiva sul territorio della provincia casertana, ha strutturato un intervento di rieducazione e reinserimento sociale per i detenuti della struttura carceraria "G. B. Novelli" di Carinola (Ce).
"La nostra associazione, spiega la dott.ssa Tiziana Fiorentino - Presidente di Akira APS, e partita dall' esperienza di precedenti interventi svolti nella stessa Casa di Reclusione, ed ha progettato le attività considerando i bisogni riscontrati durante ii confronto con i detenuti, in primis la necessità di essere riconosciuti come "persone" attraverso un' esperienza formativa, lavorativa e personale, trasformando quindi la detenzione da esperienza passiva a momento di riflessione e di crescita dal punto di vista umano e conseguentemente sociale".
L'intervento, coordinato dalla referente del progetto Dr.ssa De Felice Maria Assunta, prevede tre azioni:
Gruppo di Playback Theatre, una forma originale di improvvisazione teatrale in cui i partecipanti raccontano eventi reali significativi della propria vita che vengono rielaborati attraverso una rappresentazione scenica. I laboratori saranno condotti da esperti Psicologi/Psicoterapeuti/Psicodrammisti e si svolgeranno nella sala Teatro della struttura penitenziaria.
Corso di Formazione professionale per Animatore Turistico, al fine di fornire ai detenuti l'opportunità di acquisire abilita specifiche da poter utilizzar e in ambito lavorativo al di fuori del contesto carcerario, con la prospettiva di restituire loro un ruolo produttivo all'interno della società e della famiglia.
Spazio di sostegno psicologico e un servizio rivolto alla comprensione di un disagio espresso dall' individuo ed alla ricerca di opportune strategie di intervento per fronteggiare in modo adeguato le problematiche presentate ed accrescere ii benessere.
I colloqui clinici si svolgeranno all'interno di un setting protetto messo a disposizione dalla struttura e sarà condotto da psicologi/psicoterapeuti.
Fondamentale si e rivelato nell' occasione il lavoro di rete; la Direzione della Casa di Reclusione ha reso possibile la realizzazione delle attività mettendo a disposizione spazi e personale di sorveglianza; l'Associazione Arti in Movimento di Teano e la Cooperativa sociale Osiride, oltre ai professionisti che con la loro esperienza decennale condurranno le attività in parola, tra cui la Dr.ssa Giuseppina Penna ed il Dr. Giovanni De Stefano, hanno arricchito di contenuti ii percorso trattamentale. Il carcere diventa, quindi, luogo di reinserimento, "istituzione sociale", che accoglie ed educa, piuttosto che escludere ed emarginare.




Nessun risarcimento 
a Giulio Petrilli

nonostante fosse stato assolto
dopo sei anni di carcere
con l'accusa di partecipazione alla banda armata Prima Linea





Ingiusta detenzione. L'aquilano Petrilli a Strasburgo per sit-in di protesta
abruzzoweb.it, 11 agosto 2018




"In relazione al mio mancato risarcimento dopo sei anni di ingiusta detenzione avevo deciso di arrendermi e non fare più nulla. Ma dopo aver appreso che la corte europea di Strasburgo, in modo del tutto arbitrario, decide a chi dare o non dare il risarcimento, il 4 ottobre prossimo dalle ore dieci davanti la sede della corte, a Strasburgo in Francia, farò un sit-in di lotta e di protesta contro la giustizia dei potenti. Invito tutti a partecipare". Lo annuncia l'aquilano Giulio Petrilli, che da anni conduce una battaglia per ottenere dallo Stato italiano il risarcimento per ingiusta detenzione, dopo essere stato in carcere per sei anni e alla fine assolto dalla Cassazione.
"È notizia di giorni fa che alle Pussy Riot, gruppo punk russo, nonostante condannate a due anni, la corte europea ha obbligato la Russia a risarcirle, sanzionando sia l'esito processuale che la detenzione. Anche un cittadino russo detenuto per più giorni della condanna avuta, verrà risarcito con sentenza della corte europea con più euro di quelli elargiti dalla Russia.
A me invece, tempo fa, con giudizio monocratico, una giudice macedone ha deciso che nonostante fossi stato assolto dopo sei anni di carcere (con l'accusa di partecipazione alla banda armata Prima Linea) non andava concesso il risarcimento e mi hanno anche obbligato a pagare le spese processuali. Questo perché la corte europea di Strasburgo usa due pesi e due misure", scrive in una nota l'aquilano.
"Protegge l'Italia che fa parte del blocco atlantico e attacca la Russia sempre! Il diritto al risarcimento per ingiusta detenzione vale per alcuni e non per altri! Se fossi stato cittadino russo e detenuto li, sarei stato risarcito! Per questo motivo decido di denunciare il tutto, organizzando un sit-in davanti il tribunale di Strasburgo! Questo per affermare il diritto che chiunque venga ingiustamente privato della libertà personale debba essere sempre risarcito. Questo dice la convenzione europea dei diritti dell'uomo", aggiunge.
"Non possono passare sotto silenzio queste ingiustizie della corte europea di Strasburgo e quella dei tribunali italiani che non concedono a molti il risarcimento per ingiusta detenzione per un semplice giudizio morale, "cattive frequentazioni". Una follia giuridica in antitesi a tutti i trattati internazionali! Il diritto internazionale viene cancellato e la corte europea sta avallando questo! Con il sit-in al quale invito tutti i democratici a partecipare, voglio rompere il silenzio intorno a questa grande ingiustizia!", conclude Petrilli nella nota.

LA SUA ODISSEA CARCERARIA



Dieci milioni di euro quale risarcimento danni per ingiusta detenzione. E’ la richiesta che Giulio Petrilli, nato a Ortona dei Marsi ma residente a L’Aquila, ha chiesto al presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi al quale ha inviato una lettera-istanza nella quale racchiude brevemente la sua storia, comunque nota al premier gia’ dallo scorso mese di luglio. Petrilli, che attualmente si trova a Belgrado per lavoro, fu arrestato il 23 dicembre 1980 con un mandato di cattura firmato ed emesso dal pubblico ministero del Tribunale di Milano Armando Spataro (attualmente procuratore capo del Tribunale di Torino). Il reato di cui fu accusato era di partecipazione a banda armata con funzioni organizzative (Prima Linea). La sentenza definitiva di assoluzione e’ stata emessa dalla Cassazione nel luglio 1989 e la detenzione di Petrilli duro’ cinque anni e otto mesi. Per lui fu carcere duro, sotto regime articolo 90, piu’ ferreo dell’attuale 41 bis. “Anni di isolamento totale – ricorda nell’istanza – blindati dentro celle casseforti, senza piu’ poter scrivere, leggere libri, anche quelli per studi universitari, qualche ora di tv ma solo primo e secondo canale. Un’ora di colloquio al mese con i parenti, ma con i vetri divisori”. E in quegli anni di condanna Petrilli – che da anni si batte “per avere giustizia giusta” – entro’ in 12 carceri diverse. “Immediatamente dopo la scarcerazione – ricorda – non ero in grado di produrre ricorsi, e’ verificabile dal certificato dell’ospedale militare di Chieti che subito dopo la mia scarcerazione mi esento’ dal servizio di leva per la situazione di fortissimo stress da parte mia, con gravi forme paranoiche depressive che il carcere speciale con l’isolamento totale mi aveva prodotto. Il tutto fu certificato dopo varie visite effettuate nel suddetto ospedale”. Documentazione acquisita agli atti dalla Corte d’Appello di Milano che nel giugno del 2012 analizzo’ il suo ricorso per la riparazione da ingiusta detenzione. Ad oggi Petrilli non ha ricevuto alcun indennizzo poiche’, ancorche’ assolto, i giudici ritennero che le sue frequentazioni erano state, tuttavia, poco raccomandabili. “Rispondere in modo positivo o negativo a codesta istanza e’ un mio diritto che spero non rimanga inevaso”.






TROPPI SUICIDI LA COLPA E’ DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO


IL PARERE DELL’ESPERTO DELLE CAMERE PENALI D’ITALIA


Carcere, la ricetta del governo e le controindicazioni della Cedu





di Riccardo Polidoro* /Il Dubbio, 11 agosto 2018



L'ultimo a togliersi la vita è stato un uomo di trent'anni, nel carcere di Napoli-Poggioreale. Trovato impiccato nella cella dagli altri detenuti dopo l'ora d'aria. Nell'istituto napoletano tre suicidi in pochi giorni, ma il fenomeno attraversa tutto il Paese. Dal mese di luglio ad oggi 11 suicidi: La Spezia (2), Genova, Paola, Udine, Viterbo, Pesaro, Verona. Dall'inizio dell'anno 35 suicidi e 80 morti per malattie.
Una tragica e mortificante statistica che trova il picco più alto durante l'estate, quando il caldo si aggiunge alle altre condizioni che rendono la permanenza in carcere insopportabile ed i corpi e le menti decidono di spegnersi. È stato sempre così, da anni. Ma il colpo di spugna che il governo ha voluto dare alla Riforma dell'Ordinamento penitenziario rende gli ultimi drammatici avvenimenti ancora più dolorosi per coloro che rispettano la vita altrui, di tutti, anche degli ultimi.
Più carcere, meno misure alternative! Questo lo slogan del ministro della Giustizia, in nome di una "certezza della pena" interpretata senza alcun riferimento reale e sbandierata come vessillo di sicurezza per il Paese. Non importa se la ricetta governativa ha molteplici controindicazioni, più volte evidenziate dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, da esperti del settore, da studi statistici e certamente non ultima dalla nostra Corte Costituzionale.
La "rieducazione" si fa in carcere! Altro slogan della nuova classe politica, per ammaliare i cittadini e far credere loro che così saranno più sicuri, senza delinquenti che scontano pene in libertà. Ma la seduzione finirebbe presto se all'opinione pubblica si facesse comprendere che il detenuto che deve scontare anni di carcere, un giorno sarà rimesso in libertà e, non a caso, il percorso di reinserimento sociale prevede la possibilità (la decisione della concessione spetta sempre al magistrato) che la parte finale della pena sia scontata in misura alternativa, oggi detta di comunità. L'intera condanna in carcere, non solo è di per sé contro il concetto di "certezza della pena" (principio che deve comprendere un dato quantitativo e uno qualitativo), ma costituisce la base per una recidiva pressoché certa. La misura (sarebbe meglio definirla "pena") alternativa, altro non è che una modalità di esecuzione della condanna che consente il graduale inserimento del detenuto nella società.
Al Governo non si possono addebitare le responsabilità delle morti in carcere, vi è un concorso trasversale che investe tutti i politici, ma certamente vi è la grave colpa di aver voluto eliminare dalla Riforma dell'Ordinamento Penitenziario la possibilità per il Magistrato di Sorveglianza di consentire, ove possibile, l'esecuzione della pena all'esterno del carcere, senza automatiche preclusioni, che comunque resterebbero per i condannati per delitti di mafia e terrorismo. Errore politico grave che mira al consenso a breve termine, senza alcuna effettiva strategia. Le carceri continuano a sovraffollarsi, le condizioni di vita a peggiorare, i decessi naturali (o meglio innaturali) e i suicidi ad aumentare, mentre il Paese è lasciato nell'illusione che la strada intrapresa è quella giusta, quella del "cambiamento".



*Responsabile Osservatorio Carcere Unione Camere Penali Italiane

venerdì 10 agosto 2018



NUOVA CONDANNA PER IL PREGIUDICATO ROBERTO SAVIANO 


Condannato per la quinta volta il diffamatore storico 
SENZA CONTARE LE QUERELE RIMESSE E I PROCESSI IN CORSO 





SE TUTTI I DIFFAMATI DA "GOMORRA" RICORRESSERO AL GIUDICE ROBERTO SAVIANO ANDREBBE A CERCARE L'ELEMOSINA ASSIEME AI SUOI SODALI DIFFAMATORI SPARSI IN REPUBBLICA E NON SOLO.

(ANSA) - MILANO, 10 AGO - Per non aver rettificato il passaggio del libro 'Gomorra' in cui si legge che Vincenzo Boccolato, in realtà imprenditore incensurato che vive all'estero, fa parte di un clan camorristico con un ruolo non marginale in un traffico di cocaina, Roberto Saviano e la Mondadori Libri sono stati condannati a versare in solido 15 mila euro allo stesso imprenditore diffamato e già risarcito con 30 mila euro quattro anni fa per via di una sentenza diventata definitiva. Lo rendono noto gli avvocati Alessandro Santoro, Sandra Salvigni e Daniela Mirabile, legali di Boccolato, precisando che il provvedimento, depositato tre giorni fa, è stato firmato dal giudice della prima sezione civile di Milano Angelo Claudio Ricciardi. In sostanza Saviano e la casa editrice di Segrate, che dovranno anche pagare le spese processuali, come si evince dall'ordinanza, nonostante la precedente condanna hanno ritenuto di continuare a ristampare la stessa edizione, dal 28 novembre 2013, data della sentenza di primo grado, al gennaio 2016, senza depurarla delle espressioni diffamatorie. Per il giudice le riedizioni del best seller, con il passaggio 'incriminato', sono da ritenere un "nuovo illecito diffamatorio" con "caratteristiche del tutto analoghe a quelle già accertate in sede civile" non essendo stato "tempestivamente provveduto all'adozione delle necessarie precauzioni a tutela della reputazione del Boccolato": Precauzioni che sono o eliminare le affermazioni ritenute "dannose" sotto il profilo patrimoniale e non patrimoniale per l'imprenditore o aggiungere una postilla per informare i lettori della sentenza di condanna di qualche anno fa.(ANSA).
   

L'esercito dei pentiti di mafia: sono più dei boss in cella




di Errico Novi

Il Dubbio, 10 agosto 2018

In attesa della relazione di Salvini. 1.300 "collaboratori" per 700 "capi" al 41bis. Sarà interessante sentire Matteo Salvini alla sua prima relazione sui pentiti. Tecnicamente, la "Relazione al Parlamento sulle speciali misure di protezione". L'ultima l'ha presentata Marco Minniti. Il nuovo ministro dell'Interno non ha ancora esordito su tale terreno. Sappiamo solo che vuole "togliere anche le mutande, ai bastardi mafiosi".
Ma come? Attraverso le confessioni dei collaboratori di giustizia? Non che tocchi a lui, certo, la prima linea della lotta alla mafia, presidiata da magistrati e forze di polizia. Eppure spetta al Capo del Viminale riflettere sulle decisioni della Commissione centrale, che decide se e a chi applicare i programmi di protezione.
È al ministro dell'Interno che è giusto chiedere conto dell'efficacia del sistema. Ed eventualmente, di predisporre modifiche alle norme. A oggi le collaborazioni sono regolate dalla legge 82 del 91 così come modificata dalla legge Amato, la 45 del 2001.
Naturalmente sono decisive le azioni e le valutazioni dei magistrati, compresi quelli della Direzione nazionale Antimafia, che presentano relazioni e pareri su ciascun aspirante pentito. Ma sarà Salvini a dover riflettere su due dati: il numero totale dei collaboratori di giustizia, che secondo l'ultima statistica disponibile, quella presentata appunto dal predecessore Minniti nel giugno 2017, è di 1.277 unità; l'altro dato è il numero dei boss in carcere, che si può desumere semplicemente dai detenuti in regime di 41bis: in tutto, 730 persone. I secondi, cioè i capimafia, sono poco più della metà di chi è "beneficiato" e protetto affinché aiuti a scovare nuovi boss. Ha senso tutto questo?
Il regime speciale di detenzione resta uno dei vulnus giuridici più gravi, in Italia, ed è stato scientificamente liquidato come incostituzionale dall'ultima commissione Diritti umani del Senato. Ma qui interessa ragionare sul meccanismo che consente di decapitare le cosche. E chiedersi se i collaboratori di giustizia siano davvero ancora utili allo scopo.
La domanda, peraltro, viene suggerita da una fonte riservata dello stesso ministero dell'Interno: "I programmi di protezione sono costosi. Sono anche una scelta giudiziaria. Negli ultimi anni l'impegno complessivo dello Stato su questo fronte non è mai sceso al di sotto degli 80 milioni di euro. E se si considera il costo degli immobili messi a disposizione dei pentiti, si arriva sicuramente ai 100 milioni annui. Adesso", continua la fonte, "i collaboratori di giustizia propriamente detti dovrebbero aver superato quota 1.300. Ma se un magistrato riconosce il valore delle dichiarazioni di un mafioso, o di un camorrista, e se riferisce alla Commissione centrale che quel soggetto va ammesso al programma, ritiene che l'aspirante pentito possa servire ad accertare la verità. Ecco, per esempio, dovrebbe consentire di portare al 41bis almeno un paio di soggetti di spessore. Non può limitarsi ad additare qualche gregario, né ad attribuire il novantesimo omicidio a Riina, cioè a chi tanto è già al 41bis o è morto".
È chiaro che se al 41bis c'è un numero di criminali pari a poco più della metà di chi si pente, i conti non tornano. "E forse le direzioni distrettuali antimafia su questo dovrebbero riflettere", chiosa l'interlocutore del Viminale.
Da una delle Dda più impegnate quanto a collaboratori di giustizia, quella di Napoli, viene poi fatto notare l'altro aspetto del problema: "Molti di coloro che sono ammessi al programma di protezione sono ormai figure di bassissimo spessore. Piccoli criminali che non hanno capacità di direzione strategica. Vanno protetti, ma non sono in grado di dare informazioni di peso. Ciononostante portano dietro costi enormi".
Quello di Napoli è il distretto di Corte d'appello che produce più pentiti. Sui 1.277 totali, quasi 800 vengono da lì. I "collaboratori" dell'area che fa capo al capoluogo campano hanno famiglie numerosissime. Da proteggere a loro volta. Non solo mogli (le donne pentite restano pochissime, 63 in tutta Italia conto 1.214 uomini). Spesso si aggiungono le nuove compagne, magari con rispettivi figli nati da precedenti relazioni. Delle comunità complesse, diciamo così, che fanno lievitare in modo impressionante l'altro dato significativo dell'affare "collaboratori": i congiunti a cui si estende il programma. A livello nazionale sfiorano l'astronomica cifra delle 5.000 unità: sono, precisamente, 4.915.
C'è solo un'annata, nella cronologia del pentitismo, in cui si è andati oltre: il 1996. L'apice di una fase del tutto particolare, descritta dal libro di Paolo Cirino Pomicino La Repubblica delle giovani marmotte di cui diamo ampia "rilettura" in queste pagine. Ventidue anni fa si registrò il picco delle persone protette: se nell'ultimo score disponibile se ne contano 6.525, nel 1996 si arrivò a 7.020 persone. Grazie soprattutto al record dei familiari dei pentiti, 5.747, mentre i collaboratori veri e propri restarono comunque di poco al di sotto del primato recente: se ne contarono 1.214 (alla somma vanno aggiunti i testimoni di giustizia, poche decine).
Ma si era nel pieno della rivincita da parte dello Stato nei confronti della criminalità organizzata, in particolare siciliana. Parliamo degli anni in cui furono acquisite collaborazioni come quella di Giovanni Brusca. Oggi non si riesce a individuare più pentiti di quel "calibro". Ed ecco perché nella lotta alla mafia, il governo, prima di ogni altra ambizione, dovrebbe coltivare quella di riconsiderare il sistema della protezione.




  


lunedì 6 agosto 2018









Ho scritto questo romanzo quando ero in carcere a Spoleto, dopo una giornata “speciale” in cui ci fu permesso di rappresentare uno spettacolo teatrale, che avevamo provato per tanti mesi.

I nostri spettatori furono gli insegnanti e i volontari del carcere, tra cui Nadia Bizzotto, con la quale in seguito scrissi questo dialogo. Dalla sua richiesta

è nato questo libro.

 

 

Prologo


Cronaca di uno spettacolo teatrale in carcere   di 

Carmelo Musumeci e Nadia Bizzotto

 Ore cinque del mattino
Carmelo: D’inverno nella mia cella non batte mai il sole.
Solo nei mesi caldi i suoi raggi entrano dalla mia finestra.
Ho il lettino murato nel pavimento e non lo posso spostare, per questo tutte le mattine d’estate vengo svegliato dai raggi del sole che scaldano il mio viso.
Penso: Oggi c’è lo spettacolo teatrale “Fuori dall’Ombra” dedicato all’abolizione dell’ergastolo ostativo, sarà un giorno da “Limoni neri”.
Prime ore della notte
Nadia: È notte fonda e forse dovrei decidermi ad andare a dormire, ma ogni volta che il mattino seguente devo andare in carcere non riesco a pensare di perdere tempo a dormire. Ho sempre mille cose da finire di preparare… Penso a Carmelo e a tutti gli altri, a quanto si sono preparati per questo giorno… Sono felice di poter andare, mi sento quasi privilegiata di poter assistere a questo spettacolo. Penso ai giorni, ai mesi, che loro hanno dedicato a questo spettacolo, sento dentro l’importanza di esserci, ma anche l’amarezza di sapere che saremo i soli… Che strano questo mondo dove vivono i miei amici: preparano uno spettacolo, carico di emozioni e di messaggi, e lo recitano solo per loro… È come se tutto il mondo nascesse e finisse lì dentro, tra quattro mura… Ma non è così! Provo una strana tristezza, perché non hanno permesso che lo spettacolo fosse aperto ai familiari.
Il mio amico Carmelo ci ha detto: “Se venite voi, è come se ci fosse un pezzo della mia famiglia.”
Non posso fare a meno di pensare che se fossi davvero sua sorella domani lì non potrei entrare…
Ore otto
Carmelo: Ripeto al muro della mia cella la parte che devo recitare.
E lui, come sempre, sta ad ascoltarmi in silenzio.
Gli dico che faccio questo spettacolo per dare un segnale positivo e costruttivo, per ricordare al mondo dei vivi che nel mondo dei morti ci sono persone che amano, sbagliano, sperano e sognano una vita di riscatto.
Il muro, come al solito, non mi risponde. Poveraccio, probabilmente ne ha viste più di me.
Nadia:
Mi sono svegliata pensando che oggi è un grande giorno, lascerò da parte la tristezza per coloro a cui oggi non è stato permesso di venire e mi concentrerò sulla bellezza del fatto che noi della Comunità andremo in tanti. Abbiamo voluto esserci, è un grande evento, abbiamo spostato impegni per essere presenti e siamo tutti un po’ emozionati. Penso a loro, ai “miei ragazzi” che sono dentro: il giorno dello spettacolo è arrivato e li immagino presi dagli ultimi preparativi…
Ore dieci
Carmelo:
Vado al passeggio e scambio due chiacchiere con i miei compagni ergastolani: Perché si limitano a tenerci vivi? Non abbiamo neppure un filo di speranza a cui appoggiarci.  Stare in carcere senza sapere quando finisce la tua pena è molto difficile e ci vuole tanto, troppo, coraggio.

- Non si può essere colpevoli, puniti e cattivi per sempre. Nessuna condanna dovrebbe essere priva di speranza e di perdono. L’ergastolano se vuole vivere più serenamente deve sperare di morire prima del tempo.  Senza speranza l’uomo perde la sua umanità.
Nadia:
Mi chiedo se loro in carcere ci aspettano con la stessa emozione nostra… O forse sono solo io? Sento al telefono gli altri che verranno come me: ci stiamo preparando tutti, nell’aria si percepisce che la giornata ruota attorno a questo evento. Non capita tutti i giorni che qualcuno ci inviti in galera a vedere uno spettacolo teatrale!
Devo sbrigarmi e smettere di pensare, è quasi ora di ritrovarci tutti e avviarci verso Spoleto…
Ore quindici
Carmelo: Sta per iniziare lo spettacolo.
L’aria è calda.
Sento dei brividi nel cuore.
Sono emozionato, molto di più di quando entravo in banca per rapinarle.
Guardo i miei compagni attori, molti di loro sono ergastolani.
Persone come me escluse dalla vita, chiuse nello spazio e nel tempo, per sempre.
Ci siamo!
Nadia: Ok, ci siamo. Siamo tutti davanti al carcere di Spoleto. Dedico questo momento, il fatto di essere qui, e di essere in tanti, a Carmelo. Solo lui poteva riuscire a mettere insieme tanta gente diversa, solo lui riesce dove gli altri neppure pensano di poter osare…
Eccoci, amico mio, siamo qui. Un po’ emozionati tutti, un bel sospiro e ci avviamo alla prima entrata.
Ci sono i girasoli davanti al “tuo” carcere, lo sapevi amico mio? È tutto circondato da questa immensità di giallo. I girasoli. Tu che non vedi mai i fiori e sei capace di ringraziare il mondo intero per una foglia con i colori dell’autunno. I girasoli. Come stonano con questo posto. I girasoli. E in questa stagione sono proprio belli. Mi impressionano: sembra vogliano dare un soffio di vita, un alito di poesia…

Intanto siamo fermi davanti alla prima porta, per il primo controllo. Credo che non mi abituerò mai ad entrare in carcere. Ogni volta è uguale, ma non è mai abitudine, davanti a questo cancello lascio fuori tutte le mie certezze e le mie sicurezze. In questo periodo sto entrando spesso, eppure quando arrivo qui mi si attanaglia sempre lo stomaco, di solito mi passa solo quando ti vedo…

Ci sono le tue insegnanti, entriamo tutti insieme: è un gran vociare, ognuno ha qualcosa da dire, qualcuno da salutare. Io non capisco perché non possiamo fare più presto, non voglio parlare, voglio solo entrare il prima possibile nella sala.

Finalmente ci avviamo. Entrare insieme è più facile: non sei solo sotto gli occhi di tutti. Arriviamo veloci…finalmente! Eccoti! Ecco tutti gli altri. Non so più cosa provo, ma sono felice, riacquisto tutte le mie sicurezze. Mi posso godere lo spettacolo…
Sto bene, mi sento sempre a mio agio con voi.
Ti tengo d’occhio, scruto ogni piega del tuo viso per indovinare cosa pensi: credo di aver imparato a conoscerti un po’… ma non è il momento di emozionarsi troppo! Eppure non mi perdo una sola sfumatura della tua recita. Lo spettacolo è ricchissimo, non avete idea di quanto state trasmettendo… Qualcuno di noi ricorderà per sempre questo giorno.

Il dramma che diventa ironia, per tornare, drammaticamente, a stamparsi sui vostri volti, sulle vostre vite, come macigno di sofferenza, portato con una dignità grandissima. Ma una dignità che urla giustizia, urla umanità, urla riconoscimento, urla… per chi vuole, per chi sa sentire!

Ivano è talmente emozionato che mi chiedo se abbia ancora altri liquidi in corpo da sudare fuori; Angelo canta come se avesse davanti la platea dell’Ariston al Festival di Sanremo; tu cerchi il mio sguardo quando i testi teatrali sono tratti dai tuoi scritti: lo sai che io li riconosco…

Cerco di sostenere lo sguardo, ma sbrigati a distoglierlo, che ho paura di emozionarmi e di emozionarti!

Lo spettacolo è finito. Non capisco perché devo lasciarvi andare. Non capisco perché ti devo salutare e lasciarti lì, dove ti fanno del male, dove ti fanno male all’anima. Ci sono momenti in cui la mia libertà mi pesa, se non puoi averla anche tu…
Ore ventiquattro
Carmelo:
C’era tanta gente.
Lo spettacolo è andato bene.
Nonostante la sofferenza di una condanna che non finirà mai, vivo la mia vita libero di pensare i miei pensieri.
Ascolto il mio cuore.
Mi commuovo e sorrido perché in questo modo mi sento ancora vivo.
Spengo la luce e penso al mio dolore.
Dicono che nulla viene buttato.
Spero sia così e che la mia vita non venga buttata e dimenticata nel buio di una cella.
Chissà se questa notte riuscirò a sognare.
È da tanto tempo che non ci riesco.
Chiudo gli occhi, col desiderio di non riaprirli più domani.
Dio dei sogni, per una notte fammi sognare di avere un fine pena.



Nadia:

Amico mio, anche stanotte mi sembra di sentire i tuoi pensieri. Mi sembra di sentire la tua tristezza. Eppure oggi è stato un gran giorno, ma so che non è sopportabile il tuo trovarti solo e rinchiuso anche stasera. A volte mi sento così impotente… Tutto quello che avete detto oggi non è una recita: è realtà, è verità! È la vostra vita. È la tua vita… Questa vita che io, amico, fratello mio, ti voglio chiedere di vivere.

Ti prego, apri gli occhi domani. Ti prego, vivi per noi che ti vogliamo bene, che ti amiamo.

Vivi per quella speranza che creeremo insieme, perché l’amore può tutto. Perché la forza che hai tu permette a noi che ti amiamo di vivere con un’intensità e una passione che altrimenti non avremmo mai conosciuto.

Sei un essere speciale, amico mio.
Non so se posso darti una speranza, ma posso raccontarti la mia. Se davvero ascolti il tuo cuore, allora sai che c’è ancora spazio…
Vorrei sognare insieme a te, se me lo permetterai.
Vorrei fare questo pezzo di strada che abbiamo davanti insieme a te. M’importa poco dove andremo, ma vorrei conoscerti…
Ti prego, apri gli occhi domattina e fai un viaggio insieme a me.
Ti prego, apri gli occhi domattina e fammi conoscere chi sei e chi ti ha portato fino a qui, Anima Bella.
Ti prego, apri gli occhi domattina e raccontami la tua Vita



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