mercoledì 20 giugno 2018


L'Osteria di Bottura è il miglior ristorante del mondo. Ma quanto vale? Quanto costa mangiarci, se si ha pazienza di attendere il proprio turno, si sa. Più difficile stimare il giro d'affari
 
repertorio ristorante a Roma 


di Sonia  Montrella 

Con la sua Osteria Francescana, Massimo Bottura siede per la seconda volta sul tetto del mondo della ristorazione internazionale. Il suo ristorante di soli 12 coperti al centro di Modena è il più buono al mondo, tanto da piazzarsi di nuovo al primo posto - dopo due anni dal primo riconoscimento - nella lista The World's 50 Best Restaurans. La cerimonia per la consegna degli Oscar della cucina si è tenuta al Palacio Euskalduna di Bilbao. "Il mio ringraziamento va a tutta la mia squadra, ma il primo pensiero va ai Refettori, al progetto che stiamo portando avanti, alla lotta per una cucina più solidale”. Il riferimento è alla fondazione Food for Soul per 'mense comunitarie' che servono pasti a senzatetto e a persone in condizioni di vulnerabilità. Poi Bottura ha continuato: “È una delle emozioni più grandi della mia vita perché vincere una seconda volta è più difficile della prima. Questo riconoscimento non è solo mio ma è una vittoria di tutti. Dieci anni fa non avrei mai immaginato tutto questo: oggi siamo una comunità incredibile di chef e abbiamo a disposizione una gran voce per dimostrare di essere molto più della somma delle nostre ricette. Siamo tutti parte della stessa rivoluzione e insieme possiamo guidare il cambiamento e costruire un mondo migliore. La cultura sarà il più importante ingrediente del futuro”.



Nascita di un sogno
Quello tra Bottura e Modena è un legame a doppio filo che arricchisce l’uno e l’altra. Lo stesso chef ama presentarsi in questo modo: “Sono uno chef italiano nato a Modena. Sono cresciuto sotto al tavolo dove mia nonna Ancella tirava la sfoglia. Il mio sogno è cominciato lì. L’ispirazione viene dal mondo che mi circonda: dall’arte alla musica, dal cibo buono alle macchine veloci”. Ed è per questo che nel menù dello chef stellato non mancano mai i prodotti tipici della sua terra, come il prosciutto, il parmigiano. Ma sotto forma di spuma. Dal canto suo Modena è ben consapevole del fatto che Bottura è uno dei migliori ambasciatori della città nel mondo. Nel 2011, in occasione del premio miglior chef assegnato da Gran Prix de l'Art de la Cuisine dall'Académie Internationale de la Gastronomie, l’allora sindaco della città Giorgio Pighi disse: “Massimo Bottura è interprete straordinario dello spirito modenese, ricercatore appassionato, sintesi di tradizione e innovazione, ma soprattutto creatore ispirato di suggestioni e di emozioni. Risultato raggiungibile solo a una condizione, che appartiene storicamente alle donne ed agli uomini di questa città, e che Bottura ha saputo testimoniare mirabilmente: l'amore per il proprio lavoro”. Poi continuò: “Possiamo considerarlo, con riconoscenza, tra i grandi ambasciatori di Modena nel mondo, profondamente legato al territorio di cui interpreta i saperi della cucina in chiave creativa e artistica, contribuendo in modo ineguagliabile a dare notorietà alla nostra città e a consolidare la felice associazione tra Modena ed i simboli dell’eccellenza”. Della stessa opinione è anche l’attuale sindaco, Gian Carlo Muzzarelli, che ieri, subito dopo il riconoscimento ha scritto un post su Facebook per complimentarsi.

Quanto costa mangiare all’Osteria

Quanto ai prezzi, non sono ovviamente da osteria. Se volete essere ospiti di Bottura (e del suo braccio destro: la moglie Lara Gilmore) considerate di spendere sui 400 euro a testa: il menù con 10 degustazioni - un pranzo dura in media tre ore - costa 250 euro, cui va aggiunta la selezione di vini da 140 euro. Ma se pensate che il prezzo scoraggi il cliente dal palato curioso, sbagliate di grosso. La lista delle prenotazioni è molto lunga e per poter bloccare un tavolo bisogna riuscire a prendere la linea all’apertura delle prenotazioni che avviene alle ore 10:00 di ogni primo giorno del mese per il terzo mese successivo.
Ma quanto vale?

Il ristorante di Modena, insieme ad altri sette italiani, è un tre stelle Michelin. Quanto vale non è dato saperlo, ma è noto l’equivalente in termini di fatturato del massimo riconoscimento gastronomico. La società di ricerca Jfc - riporta il Sole24Ore - ha stimato che nel 2017 il giro d’affari complessivo 2017 dei ristoranti stellati è di circa 400 milioni di euro, cifra in aumento rispetto all’anno precedente +10,3%. La stessa società di analisi ha calcolato anche che ottenere una stella Michelin significa per un ristorante raddoppiare il fatturato (+53,2%). “L’ottenimento della prima stella - spiega l’analista Massimo Ferruzzi - vale mediamente 212mila euro; per i ristoranti che invece fanno il salto alla seconda stella l’incremento del giro d'affari è circa +18,7%. Mentre quando si passa da due a tre stelle il fatturato dell'impresa ristorativa sale del 25,6%”. Ogni chef stellato ha in media oltre 6.300 clienti in un anno e genera sul territorio circostante la sede del ristorante, meta di turisti del gusto, 2.770 pernottamenti annui.



 


domenica 17 giugno 2018


GRAZIE AL CONTRIBUTO DELL’ARCHIVIO FOTOGRAFICO

CARBONE DI NAPOLI

ABBIAMO AVUTO IMMAGINI INEDITE

Ve le proponiamo riassumendo il duplice delitto del



MARCHESE LUCIANO CHIANESE
CHE  UCCISE I DUE FIGLI DEL SUO FATTORE


Pretendeva piantare un frutteto – Spalleggiato dai suoi  dipendenti assassinò  Salvatore e Giovannina Belardo . Una latitanza di anni coperta da una omertà a dai suoi soldi.  Una famiglia di contadini che In quella terra oltre a versare il suo sudore ha versato anche il sangue.

 

L’ANTEFATTO

Il 4 marzo del 1953, metà della famiglia Vincenzo Belardo (i figli Salvatore e Giovannina)  cadeva tragicamente sotto i colpi di pistola di Luciano Chianese e Antonio De Rosa. Quale il motivo di questa strage? Sembra impossibile, ma la cruda realtà ci dimostra che il delitto fu  la reazione inumana alla giusta opposizione alla consumazione di un sopruso. Il delitto, perciò, nella sua essenza, oltre che per le conseguenze, è di una gravità eccezionale. Quella dozzina di colpi di pistola che stroncarono  due giovani vite è la esplosione più tipica della prepotenza.

I precedenti remoti e quelli immediati ci mostrano gli uomini con i loro veri volti  e illuminano il delitto. Vincenzo Belardo, lavoratore della terra, nel 1947 dal suo paese Giugliano in Campania,  si trasferì con tutta la famiglia nella desolata terra della tenuta “Bartolotto” in agro di Castel Volturno. Con un contratto di mezzadria ampiò il podere di proprietà di Luciano Chianese (il marchese apparteneva ad una nobile e ricca famiglia di Villaricca) e con  il lavoro delle sue braccia,  e di quelle della famiglia,   iniziò un lavoro improbo: il dissodamento di una terra incolta e molte volte ingenerosa. Gli anni passarono e la famiglia Belardo continuò il suo  duro lavoro con piena soddisfazione del Chianese. Fino ad allora, cioè dal 1947 al 1953, nessuno screzio era avvenuto tra il proprietario ed il mezzadro.
Dopo sei anni di massacrante lavoro, quando la terra era stata portata, a costo di enormi sacrifici, ad un discreto stato di coltivazione, tanto da potervi piantare un frutteto, i Belardo si accorsero che Chianese voleva scalzarli da quella terra.  Evidentemente Chianese riteneva esaurito il loro compito e tentava per vie traverse di allontanarli. Infatti, il proprietario sapendo di non poter battere la via maestra dello sfratto, sia per ragioni giuridiche  che per evidenti motivi di convenienza iniziò una manovra subdola.   

Nel 1952, infatti, si fece cedere dal Belardo parte del terreno da questi condotto per piantarvi un frutteto, rendendogliene una equivalente estensione in altro posto. La ragione di  questa scelta è evidente: la terra di Belardo era stimata la migliore tanto da poter piantare una cultura pregiata come il frutteto. E’ questa la riprova del duro lavoro fatto in quegli anni dalla famiglia Belardo. Pur risolvendosi questa permuta ai danni dei Belardo, tuttavia questi ammettevano pur di non dispiacere il Chianese. L’anno seguente ciascuno ritornò al suo posto essendo il frutteto in gran parte fallito, però si convenne che il Chianese sarebbe rimasto proprietario delle piante superstiti (e qui è evidente il fraudolento mutamento da parte del Chianese del contratto di mezzadria) con l’obbligo, però, di non sostituire le piante morte. In sostanza il Belardo dopo un anno riaveva il suo fondo menomato dal fatto che in esso vi erano delle piante da frutta di cui egli non aveva diritto. Tuttavia, accettò la menomazione e continuò la lavorazione della terra. 
E’ opportuno ricordare ciò che i carabinieri scrivono nel loro rapporto a tal proposito: “Risulta allo scrivente che Chianese è persona facoltosa mentre i Belardo sono contadini i quali con sforzi sovrumani – perché hanno sempre lavorato come bestie – sono riusciti a trasformare il fondo e renderlo sempre più fertile e redditizio e procurandosi un discreto benessere in famiglia. Quanto ha dichiarato Vincenzo Belardo – scrivono ancora i carabinieri nella loro informativa – circa il terreno tenuto a mezzadria e le condizioni man mano imposte dal padrone è stato confermato da molti contadini del vicinato”.

Chianese, dunque, menò piede nel terreno dei Belardo piantandovi un frutteto  rimasto di sua  esclusiva pertinenza, riavuto il terreno che aveva dato in permuta al Belardo tentò il colpo mancino. Nel marzo – ormai a coltivazione avanzata -  si presentò nel fondo e pretese, in dispregio a quanto era stato precedentemente convenuto, di sostituire le piante morte. Ciò significava la estromissione completa del Belardo dal fondo perciò, giustamente costui si oppose alla illegittima e fraudolenta pretesa  del Chianese. L’opposizione dei Belardo creò il putiferio nell’entourage del marchese. Essa non venne neppure discussa si ricorse ai carabinieri. Il proposito del Chianese era di far intervenire i carabinieri, per timore dei quali i Belardo avrebbero cambiato opinione. Ma i carabinieri si dichiararono incompetenti e non si mossero. Chiesero se vi fossero state minacce da parte dei Belardo ma la risposta fu negativa. Allora  i carabinieri, proprio per non farli andare via a mani vuote,  promisero un intervento conciliativo per il giorno seguente. Chianese e De Rosa restarono delusi, i Belardo si erano opposti, i carabinieri non ne avevano voluto sapere e allora? Allora tirando le somme  non restava che  la brutta figura  che avevano fatto di fronte a se stessi, ai Belardo e agli operai  che avevano portato da Villaricca.   




IL DELITTO
Qui conviene sorprendere gli imputati nei loro atteggiamenti per poter spiegare in ogni aspetto il rapido e sommario svolgimento del delitto. Fu nella caserma dei carabinieri che il delitto sorse irrevocabile nella mente degli imputati.  Chianese non poteva rassegnarsi al naufragio della sua pretesa, perché egli – come dirà qualche istante prima  della consumazione del delitto – in quelle terre la legge la fa lui -.
Infatti, quando il brigadiere dei carabinieri aveva già scritto i biglietti di invito per i Belardo per l’indomani, quando sembrava che la questione dovesse decidersi sul piano della  discussione, sia pure con  l’intervento amichevole dei carabinieri, il marchese Luciano Chianese, nell’andar via dalla caserma chiese al piantone Enrico Bonavita: “E se quelli (i Belardo) ci minacciano dobbiamo sparare?”. 

Che significa questo linguaggio? Se si era rimasti d’accordo che  se ne sarebbe parlato l’indomani, com’è che il Chianese ne  prospettò l’eventualità di essere minacciato? Se l’impegno preso era quello di non andare, per quel giorno, dai Belardo, dove la possibilità di ricevere minacce ad opera di questi? La verità è che Chianese e De Rosa si infischiarono della mediazione offerta dai carabinieri  e mentre questi tentavano di esperire una conciliazione, essi già andavano con la loro mente al sopruso e alla violenza. Questo è l’esempio tipico della rappresentazione dell’evento, anche se la sua gravità e intimità dipendono dalle circostanze contingenti.

Nell’infausta giornata del 4 marzo  Luciano Chianese e Antonio De Rosa (spalleggiati da Vincenzo De Rosa e Pietro Papa, armati di tutto punto) si recarono due  volte presso i Belardo: una prima volta al mattino ed una seconda al pomeriggio e fu in questa ultima occasione che avvenne il delitto. Ma quale la differenza dalla prima alla seconda gita del Chianese?  In mattinata andò in compagnia del sola De Rosa a chiedere di poter eseguire la sostituzione delle piante. In quel momento l’idea del delitto ancora non vi era e Chianese sapeva che doveva chiedere il consenso del mezzadro. Nel pomeriggio la situazione mutò. Chianese e De Rosa capeggiarono una vera e propria spedizione punitiva, così come esattamente la definisce la requisitoria del pubblico ministero. Eloquentissima la scorta armata di Pietro Papa e Vincenzo De Rosa! Ma perché De Rosa e Chianese decisero di andare nuovamente dai Belardo? Non certo per chiarire perchè Belardo la mattina era stato esplicito: “Solo se la legge ve lo consento vi farò mettere le piante”, tanto è vero che Chianese ricorse ai carabinieri. Non fu neppure per tentare un bonario componimento, perché tale tentativo era stato rinviato all’indomani. 
Chianese e De Rosa andarono dai Belardo decisi a seminare le piante – anche con la violenza. La presenza degli operai con i fasci di piante indica la irreversibilità della decisione presa, mentre la scorta armata prova chiaramente di quali mezzi essi intendevano avvalersi per tradurla in atto.  Irreversibilità che balza evidente dalle prime parole che il Chianese pronunziò allorché ebbe al suo cospetto il Belardo.

Questi infatti disse: “Giunti al cospetto il mio padrone disse: “ Belardo io debbo mettere le piante”. Io risposi: “ Vuie i piante non e mittite; vediamo quello che fa la legge”. Lui rispose: “Che legge e cazzo la legge la faccio io”. E rivolgendosi agli operai diede ordine di piantare le pesche”.
Lo stesso dialogo viene riferito da altra fonte attendibilissima dall’imputato Papa. “Il Chianese rivolgendosi a Vincenzo Belardo disse: “Belardo io debbo mettere le piante”,  e Belardo rispose: “Vedete se la legge dice che Le dovete mettere e le mettete”. Il Chianese rispose: “Mettete le piante la legge la faccio io”. E così dicendo,  sia il fattore che il mio padrone,  tirarono fuori le pistole e cominciarono a sparare”.
Il tentativo della difesa di dare una versione diversa è  miseramente naufragato. I testi edotti – oltre che essere in evidenti contraddizioni – tra di loro – cozzano contro le dichiarazioni di Pietro Papa e di  Maria De Rasmi. In sostanza la difesa vorrebbe accreditare che il primo a cadere fu Salvatore Belardo, ucciso da Antonio De Rosa mentre tentava di entrare in casa per armarsi e che la Giovannina Belardo, fu uccisa per errore e fu accidentalità nel tentativo da lui fatto di disarmare il Chianese.

Versione destituita da qualsiasi fondamento. Perché Vincenzo Belardo, Maria De Rasmi, e lo stesso Pietro Papa,  concordemente asseriscono,  che la prima a cadere sotto i colpi fu la Giovannina Belardo. Infatti, il Salvatore Belardo, vista la sorella cadere tentò di guadagnare la porta, ma fu inchiodato sulla soglia di essa, da ben 9 colpi di pistola,  di cui tre  lo  attinsero e gli altri si conficcarono nella porta.  Dall’autopsia del cadavere di Salvatore Belardo si rileva altresì che egli fu colpito prima ancora che tentasse di guadagnare la porta. Infatti uno dei colpi lo attinse mentre si trovava in posizione frontale al suo aggressore. Il numero di colpi esplosi – non meno di undici – (sei sulla porta, tre sul cadavere di Salvatore Belardo, e uno su quello di Giovannina,  e uno alla gamba del Vincenzo Belardo), dimostrano che il De Rosa e il Chianese scaricarono quasi del tutto le loro pistole. Se non ci fu un terzo cadavere, lo si deve sola alla forza della disperazione che spinse Vincenzo Belardo ad afferrare la pistola del Chianese, tanto che se ne venne in mano un pezzo dell’arma rendendola così inutilizzabile.

IL PROCESSO


Dopo ben 4 processi il marchese  venne condannato a 13 anni di reclusione. Diciassette per il suo complice. I Belardo vennero risarciti con 100 milioni.

Luciano Chianese, Antonio De Rosa, Pietro Papa e Vincenzo De Rosa,  tratti a giudizio per duplice omicidio,  innanzi la Corte di Assise di S. Maria C .V., presieduta da Giovanni Morfino, con l’esclusione  di Pietro Papa e Vincenzo De Rosa, (presenti al delitto ma che non vi presero parte) la Corte condannò il marchese Luciano Chianese (con le attenuanti generiche e quelle del risarcimento del danno – i Belardo incassarono circa  100 milioni delle vecchie lire) a 13 anni di reclusione ed a 17 anni il De Rosa.
Nel processo furono impegnati per la Parte civile: Avv. Giuseppe Garofalo e Giovanni Porzio, per Belardo Vincenzo e D’Angelo Giuseppina. E per gli  imputati gli Avv.ti Luigi Palumbo, Ciro Maffuccini, Alfredo De Marsico,  Alberto Martucci, Pasquale Fortini, Orazio Cicatelli Carlo Savelli,  Velia Di Pippo, Giovanni Leone, Francesco Lugnano.
 L’avv. Porzio instaurò nella mente dei giudici il dubbio che il Chianese,  con le sue larghe disponibilità,  avesse potuto comprare giudici e giurati…”il denaro, il denaro…


Dal canto suo Giuseppe Garofalo,  tentò di parare il colpo,  fornendo una versione dei fatti più aderente alla realtà. “L’aggressione – disse tra l’altro  -  fu di una rapidità sconcertante  e ben riuscita, perché frutto di una ferma decisione. Dove sono le minacce ai danni di Chianese e De Rosa che la difesa   vorrebbe sostenere? Innanzitutto non ne parla nessuno, allinfuori di quei testi la cui attendibilità è da escludersi. Ma i Belardo non sono persone da minacciare alcuno. Gli stessi carabinieri li descrivono lavoratori indefessi e persone abituate a subire, tanto che l’anno prima padre e figlio furono percossi da una sola persona. Figuriamo se capaci di pronunciare  minacce di fronte a tante persone armate”.
“Pietro Papa fornisce un elemento significativo della mitezza di Vincenzo Belardo allorchè riferisce che il Belardo alla vista dei due figli cadaveri rivolto al Chianese disse:” Obbirite che mavito fatto?”. In una tragedia così immane nel fondo della voce del Belardo ci resta ancora il rispetto che egli ha umile lavoratore della terra per il suo padrone. La posizione processuale di Antonio De Rosa e del Luciano Chianese – chiarisce l’avvocato Garofalo nella sua lunga ed appassionante arringa in difesa della parte delle vittime – è  altrettanto chiara e altrettanto chiara è quella di Pietro Papa e Vincenzo De Rosa”.


E’ opportuno esaminare rapidamente la posizione di costoro, prima, durante e dopo il delitto per trarne delle conseguenze gravi. Innanzitutto è chiaro che entrambi gli imputati sapevano della questione avvenuta al mattino. Per uno era interessato alla questione e ne andava del prestigio del padre, per l’altro la questione interessava il suo padrone e non poteva non essere solidale. E’ gravissimo che entrambi si trovavano armati di fucili sul luogo del delitto. Essi non sono intervenuti onde evitare incidenti. E’ vero che essi non avevano l’obbligo giuridico di intervenire per evitare reati ma  il loro mancato intervento è prova che essi erano a conoscenza delle intenzioni del Chianese e del De Rosa. E quando vi è la conoscenza delle intenzioni delittuosi di un individuo (limitate sia pure ad un sopruso) non si va con lui armato a sostenerlo.  a nulla vale in il dire che essi non sono materialmente intervenuti nella esecuzione del delitto non avendo fatto uso delle armi. In effetti non c’era più bisogno del loro intervento  perché ormai gli altri due avevano già sterminato quasi tutti i Belardo, non  c’era rimasto che il vecchio Vincenzo Belardo, ma questi era ferito e disarmato.

E’ opportuno esaminare rapidamente la condotta di ciascuno dei due prima, durante  e dopo il delitto per trarre delle conseguenze gravi. Vincenzo De Rosa è armato sul posto del delitto a fare spalla forte al padre e al Chianese suo datore di lavoro. Fugge insieme ai due dopo il delitto. Si diede alla latitanza e, arrestato, nega la sua presenza sul luogo del delitto. Se egli non ha nulla da rimproverarsi perché nega la sua presenza sul luogo del delitto? Presenza provata da tutti i testimoni.

Pietro Papa assume preliminarmente di essere stato armato da Antonio De Rosa che lo aveva invitato ad accompagnarlo dai Belardo per sostituire delle piante. E’  facile rilevare che questo lavoro non si va a fare armato di fucile! Il fucile sarebbe stato scarico. E’ l’ultima tavola di salvezza a cui tenta di aggrapparsi. Da quando in qua i contadini girano per le campagne inospitali di Castelvolturno con i fucili scarichi? E che se ne fa egli del fucile scarico  se glielo ha dato De Rosa? Inconsciamente – sostiene ancora l’avv. Garofalo – l’imputato si è tradito. Fugge dal luogo del delitto insieme agli altri e se questa circostanza può essere giustificata per Vincenzo De Rosa – che doveva fare causa comune con il padre – non può esserlo per il Papa Se egli fosse stato estraneo al delitto sarebbe rimasto sia pure per tentare un ormai inutile soccorso alle vittime.  Si rende latitante per alcuni giorni. Interrogato dai carabinieri deduce di non ricordare nulla e nega di essere stato presente al delitto. Solo in seguito al confronto con la teste Maria De Rosmi – che lo riconosce – ammette di essere stato presente. Chianese e De Rosa furono latitanti per anni







   


Le scorte solo ai magistrati che rischiano la vita... e non ai finti miti e psudo giornalisti...


Limitare quelle ai giornalisti che non sono in pericolo. Un esempio per tutti: SAVIANO – Se è vero che ha avuto minacce nel 2009 ( ma io non ho prove né ci credo) tutti i suoi presunti minacciatori o sono stati uccisi o sono all’ergastolo… Quindi una scorta inutile e da sopprimere…ma non solo per lui!

 


 L'obiettivo è garantire la tutela. Si può passare con il rosso e usare senza disturbare la vita dei cittadini i lampeggianti solo se indispensabile. Se si facesse un'indagine fra gli scortati d'Italia, si scoprirebbe che coloro davvero in pericolo farebbero volentieri a meno degli "angeli custodi". Non si sentono in prigione, ma poco ci manca.
Quanti invece non vivono una situazione di reale rischio, non rinuncerebbero mai a quello che purtroppo negli anni si è trasformato da necessità in status symbol. Il guaio è che questi ultimi sono la maggioranza. Ed è a causa di questa maggioranza che tra i cittadini è montata l'insofferenza nei confronti di un servizio che dovrebbe garantire solo la sicurezza di quelle persone finite nel mirino della criminalità organizzata e del terrorismo. Al punto che esiste un protocollo, una sorta di decalogo, che prevede tutta una serie di regole e accorgimenti per rendere compatibile l'esigenza di sicurezza delle persone con quella di non esasperare gli animi di una cittadinanza sempre più insofferente. Il confine è sottile, a volte viene scambiata per arroganza ciò che è semplice esigenza di non correre rischi e di non farli correre alla persona sotto tutela. Per questo, il mantra fra i vertici delle forze dell'ordine, ormai è diventato: meno scortati, ma meglio scortati. Si punta anche a far cambiare nella gente la percezione dell'auto che sfreccia con luce blu e sirene spiegate.
"Devono capire - spiega Domenico Pianese, segretario generale del Cosip, sindacato indipendente della polizia - che la scorta non è una conquista, ma un'esigenza reale di protezione. Lo Stato deve trasmettere ai cittadini l'idea che le scorte si assegnano solo a chi effettivamente è in reale pericolo di vita". E dunque, cosa prevede questo decalogo? Si prefigge tra l'altro Io scopo di avere un impatto il più possibile morbido sullo scorrere quotidiano sulla vita degli italiani. Prima di tutto, le sirene spiegate, il passaggio con il semaforo rosso, in corsia d'emergenza o in preferenziale per saltare la fila, devono avvenire solo quando strettamente necessario. Va anche detto che quando esistono reali pericoli, la regola per la scorta è: mai fermarsi, mai subire rallentamenti, variare il più possibile il percorso.

Non a caso, l'agguato di via Fani, che costò la vita alla scorta di Aldo Moro, rappresenta lo spartiacque fra due modi di proteggere le personalità. I terroristi riuscirono, perché trovarono il modo per fermare il convoglio di auto. Sono poi previsti diversi comportamenti, a seconda del livello di pericolo dello scortato. È vero che il personale di servizio deve comportarsi allo stesso modo, sia in presenza di una persona ad alto rischio, sia quando si tratta di semplice "tutela". Ma è il caposcorta che valuta il da farsi volta per volta e deve avere la ragionevolezza di capire come comportarsi. A volte, diventa obiettivo della criminalità proprio chi è meno protetto. Altre volte, la tutela può riguardare la funzione che si svolge e non la persona, per esempio l'ufficio stampa del presidente del Consiglio, ed è difficile che il trasporto richieda la sirena, le luci e la costante esibizione della paletta. Per questo la sensibilità degli agenti è come sempre fondamentale. Che fare, poi, quando agli uomini in servizio viene chiesto aiuto nel portare i sacchetti della spesa? Devono rifiutare, perché non è il loro lavoro, e proprio in quel momento il rischio è maggiore: con le braccia impegnate, come si può reagire in caso di agguato? Ma come convincere le persone sotto tutela particolarmente insistenti?
Due i livelli d'intervento. Prima si cerca attraverso un'attività di persuasione, poi si segnala ai superiori l'anomalia e saranno loro a dover intervenire. Gli agenti hanno tutto l'interesse a segnalare le violazioni alle procedure, altrimenti rischiano sanzioni che vanno dal semplice richiamo verbale fino al licenziamento. Ciò avviene non solo per il semplice episodio del carrello della spesa, ma anche quando l'esigenza di non fermarsi al semaforo rosso porta a eventuali incidenti. In questo caso si deve verificare che tutto si sia svolto secondo i protocolli.
In caso contrario, oltre alle sanzioni disciplinari è previsto il pagamento dei danni. Com'è evidente dal protocollo, i vertici delle forze dell'ordine sono consapevoli che una maggiore osservazione delle regole, con una decisa riduzione del numero delle persone sotto protezione (limitandolo ai casi effettivamente necessari), non potrà che portare ad un netto miglioramento del servizio e ad una diversa percezione degli italiani.





Italia seconda soltanto agli Stati Uniti, 
sono 800 le persone sotto protezione

di Luca D'Alessandro

 Prima in Europa, seconda nel mondo, dietro solo agli Stati Uniti. C'è una classifica non proprio virtuosa in cui l'Italia primeggia, ed è quella del numero delle persone scortate in Italia. A livello continentale si parla di una vera e propria egemonia, perché gli altri Paesi non si avvicinano neanche lontanamente al numero di chi vive sotto tutela.

Quanto agli Usa, invece, bisogna considerare non solo i 250 milioni di abitanti, rispetto ai nostri 60 milioni, ma anche il diverso sistema costituzionale, che prevede 50 stati federali ed è come se ci fossero altrettanti piccoli governi. Che sia necessario un drastico intervento in materia di scorte, riducendo il numero di servizi per rendere più efficienti quelli davvero necessari e urgenti, non lo dicono i cittadini, ma coloro che si occupano di Sicurezza in Italia, lamentando il fatto che la distribuzione a pioggia di auto e "angeli custodi" inevitabilmente rende il servizio di tutela meno efficace e sicuro.

Anche a scorrere i numeri relativi alle scorte, alle persone sotto tutela, al personale impegnato e ai costi, salta subito all'occhio che una bella sforbiciata è necessaria per consentire che il denaro destinato a questa forma di sicurezza venga speso meglio. In effetti, ascoltando gli addetti ai lavori, nel corso degli ultimi decenni il fenomeno è via via cresciuto, arrivando a livelli allarmanti anche per la percezione degli italiani. Nel nostro Paese, fra magistrati, politici, imprenditori, giornalisti e altre personalità, le persone sotto scorta erano circa 800. Recentemente, soprattutto negli ultimi mesi, il ministero dell'Interno ha già messo mano a questo voluminoso fascicolo per una cura dimagrante intensiva.


Anche perché i 3000 agenti che vigilano sulla sicurezza delle persone garantirebbero maggiore efficienza se fosse più contenuto il numero di chi deve essere protetto e tutelato. Già dai primi passi, questa scure ha permesso di abbassare il costo del servizio da 250 a 200 milioni. Ma non si tratta di abbassare le spese, quanto di indirizzare in modo più efficace il denaro. La riduzione del numero delle scorte rappresenta infatti un modo per migliorare il servizio.

Razionalizzare i costi significa mettere il personale nella condizione di avere i migliori supporti tecnico- logistici necessari: auto blindate ogni volta che è necessario (molte persone realmente a rischio sono costrette a girare in macchine non corazzate) e armamenti migliori (in alcuni casi gli agenti girano ancora con la vecchissima pistola mitragliatrice M12, che risale agli anni Settanta). Un altro dato fa capire come la riduzione delle scorte può portare ad una maggiore efficienza. Il solo reparto competente della Questura di Roma svolge dai 40 ai 60 servizi saltuari al giorno.

Questi si chiamano "reimpieghi" e funzionano così: le forze dell'ordine si recano alla stazione per prelevare una persona ed "accompagnarla" presso un luogo istituzionale, poi vanno all'aeroporto per prelevare una seconda persona da portare in un'altra località, e così via. Quest'attività, oltre ad essere massacrante sotto il profilo psico-fisico, porta a una minore sicurezza. Gli uomini non sanno quasi nulla dello scortato e del grado di pericolo in cui vive. Per questo sono maggiormente esposti al rischio, loro e di chi dovrebbe essere protetto.

Avere invece più uomini a disposizione in virtù di un numero minore di scortati permetterebbe di assicurare un'alta qualità del servizio. È questo il motivo che ha spinto il governo Renzi prima, e i due leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio oggi, a chiedere maggiore senso di responsabilità a ministri e sottosegretari, limitando l'uso dell'auto blu solo ai casi strettamente necessari. Non solo per evitare di provocare fastidiose reazioni da parte dei cittadini, sempre più insofferenti a quella che considerano una manifestazione del potere e non più un'esigenza di protezione per personalità effettivamente a rischio.

Anche perché ormai si fa di tutta l'erba un fascio, confondendo proprio l'auto blu con la scorta, mentre solo in pochi casi le due cose coincidono. È per questo che una stretta sarà necessaria non solo a livello centrale, ma anche locale (Regioni, Comuni e Province), se è vero che meno di un anno fa, prima di un drastico intervento di riduzione, soprattutto nel Meridione si veleggiava al ritmo di un automezzo con autista ogni 100mila abitanti.



sabato 16 giugno 2018




Regione Carabinieri Forestale "Campania"
Gruppo di Napoli
Nucleo CITES
Tel. 081/5530716-17 – mail: 042922.001@ carabinieri.it – pec: fna42922@pec.carabinieri.it



Spostamento della scimmia  Piera   dal centro di Pignataro Maggiore al Centro Recupero Animali Selvatici ed Esotici di Monte Adone – una storia a lieto fine


15.06.2018 –  Pignataro maggiore (CE) – in data odierna i militari del nucleo CITES  di Napoli ( Nucleo specializzato nella repressione dei reati connessi al commercio di specie esotiche ed in via d’estinzione, al contrasto del fenomeno del bracconaggio e dei reati in danno degli animali) hanno proceduto al trasferimento di un esemplare di  scimmia (Macaca spp) rinvenuto in data 30.06.2014 nei pressi della struttura denominata “Dog’s Town”, ubicata in Pignataro Maggiore (CE).
Come per gli animali da compagnia che  nel perdio estivo vengono abbandonati dai padroni, senza alcun senso di umanità e scrupolo, anche per questa sventurata scimmia è probabilmente avvenuta la stessa cosa, con la differenza che chi l’ha abbandonata, oltre al reato dell’abbandono di animali  ha  anche violato il divieto, penalmente rilevante, di  detenzione di esemplare  di specie pericolosa per la pubblica incolumità.

Infatti le scimmie non possono essere detenute da privati perché considerate dalla legge specie pericolose, sia per il pericolo connesso alla potenziale aggressività dell’animale, anche per le patologie che può trasmettere all’uomo. Solo alcune strutture possono essere autorizzate alla detenzione, ma non privati.
L’esemplare venne affidato alla struttura “ Dog’s Town” in attesa  dell’individuazione di un centro  specializzato  che potesse consentire il recupero del primate.
Dopo lungo tempo, grazie all’attività svolta dalla Procura di S.M.C.V.,  la Prefettura di Caserta, il Mistero dell’Ambiente  ed ai Carabinieri del Nucleo CITES, si è riusciti a trovare una nuova casa per  “Piera”, questo è il nome della scimmia che le fu dato da colui che se ne’è preso cura presso il “dog’s town “ pignataro maggiore, che l’ha assistita amorevolmente  per 4 anni.
L’esemplare è stato sedato e visitato da un veterinario specializzato in esotici e trasportato dai militari del Nucleo CITES insieme allo stesso veterinario, il tutto per garantire un viaggio in sicurezza per la scimmia. 
Il nuovo centro presso il quale il primate è stato trasferimento  è il Centro di recupero animali specie selvatiche ed esotici di Monte Adone (BO), una struttura autorizzata dal Ministero dell’Ambiente proprio per la cura ed il recupero degli animali esotici vittime del commercio illegale.
Ora inizierà il recupero di Piera, che dovrà lentamente perdere la dipendenza dall’uomo (imprinting) ed essere gradualmente  inserita  in gruppo di simili.
L’azione di controllo del commercio e la repressione del traffico di specie esotiche da parte dei  Carabinieri è costante ed incisiva ed è  orientata ad evitare che possano ripetersi storie come quelle di Piera.
   







venerdì 15 giugno 2018


  Recensioni
S

Edito da Mondadori. Massimo Nava, il nuovo romanzo. Il richiamo antico del potere, «Il boss è immortale» dello scrittore ed editorialista del «Corriere». La storia collega le maglie della mafia e le logge massoniche del Settecento.


di ROBERTA SCORRANESE/corrieredellasera 



3.6.2018-Questa è una storia di viscere. Viscere della terra, della storia, della superstizione e di una magia concreta, una magia che solo nel Meridione illuminato sanno fare. Napoli, Cappella Sansevero, un incendio di barocco sontuoso che divampa all’improvviso mentre ci si addentra nei vicoli umidi. Un santuario che un nobile coltissimo e dannato volle farsi edificare quale personale limbo esoterico: Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, alchimista della Napoli del Settecento, fu architetto e gran maestro di questa chiesa maledetta. Sopra, il Cristo velato del Sanmartino e le statue delle virtù, sotto, nella cavea, due emblemi di quella cultura magmatica che mescolava curiosità scientifica e linfa massonica: le macchine anatomiche. Sono due scheletri, uomo e donna, scarnificati e immortalati nella crudezza delle loro architetture intime, ossa e sistema circolatorio resi fossili dalle iniezioni che (forse) lo stesso principe praticava, durante i suoi esperimenti. Le macchine anatomiche, si chiamano. E in un giorno di sole, all’improvviso, una di queste macchine sparisce. Rubata.



Da qui prende avvio Il boss è immortale (Mondadori), il nuovo romanzo di Massimo Nava, nel quale si ritrova il commissario Bernard Bastiani, intelligente e un po’ pingue, grigio e abitudinario ma capace di intuizioni sorprendenti. Nel Mercante di quadri scomparsi (il romanzo precedente di Nava, sempre da Mondadori) il poliziotto italo-francese indagava intorno al mistero legato a un dipinto di Modigliani, qui invece ordisce una tela complessa, che da Napoli arriva fino a Lione. Napoli, appunto, dove scompare una macchina anatomica della Cappella Sansevero ma anche una ragazza inglese, Lisa Miller: niente di strano, se non fosse che la (vitalissima) mamma della studentessa è l’amante di un certo Carullo, discendente del principe di Sansevero. Non solo: nella storia entra anche un potente e vecchio boss della camorra, ricoverato in fin di vita ma deciso a non cedere il potere. Bastiani, insieme al colonnello Gagliano, annusa l’aria: che cosa lega tutte queste cose apparentemente distanti? E perché Lione?



È in questi dettagli che affiora la competenza di Nava, a lungo corrispondente del «Corriere della Sera» a Parigi e in altre zone del mondo, nonché inviato di guerra: il crimine, come la bellezza, unisce persone, città, epoche con un filo che non a tutti è dato di vedere. Ci sono connessioni che si scorgono solo con una conoscenza profonda delle cose. O magica. Nava è bravo a tessere questo filo di sapienza iniziatica che parte dalla Napoli più esoterica e arriva a una Lione lontana, sì, nella geografia, ma non nell’indole: attraverso il più grande alchimista del Settecento, cioè il conte Cagliostro, le logge massoniche di Napoli e Lione avevano instaurato un forte legame. Cagliostro visse in entrambe le città e sostenne un nuovo rito massonico, l’Alta massoneria egiziana. A Napoli si faceva chiamare «marchese Pellegrini» e trovò nel principe di Sansevero una fonte d’ispirazione: la sua ambizione era costruire un «corpo di gloria».



Ma poi la storia procede e si fa più ambiziosa. Perché i poliziotti si mettono sulle tracce di un sacerdote di Lione che possiede (o crede di possedere) il segreto del principe di Sansevero, trafugato al tempo della repressione dei massoni nel regno di Napoli. Un segreto che potrebbe essere una sorta di Graal moderno: l’immortalità. Un potere che rappresenta il culmine di una carriera criminale per un boss. Molto più importante dei soldi o del rispetto.



Come il dipinto di Caravaggio trafugato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo: secondo molti sarebbe in mano alla mafia. Perché il potere è simbolico, il potere evolve in aspirazioni non sempre prevedibili. E Bastiani, nella sua inutile lotta contro il declino fisico, affina questo speciale intuito proprio perché non insegue i soldi, non insegue le mafie, né le costellazioni transitorie dei politici. Insegue il potere, quello vero. Che sia quello di una donna bellissima e seducente o di un anonimo ricercatore in medicina. È lì che si annidano le possibilità del male. E di una bella storia d’avventura.



Massimo Nava, «Il boss è immortale» (Mondadori, pp. 264, euro 18).

lunedì 11 giugno 2018


Come i giornalisti pubblicisti possono manifestare la loro solidarietà concreta a tutti colleghi oggetto, o potenzialmente oggetto, di intimidazione?


Convegno FNGPI – Chiavari 23 giugno ore 11 – Società Economica . La presenza dei pubblicisti nell’attività, anche non giornalistica, implica la loro possibile conoscenza privilegiata di fatti e situazioni che possono alimentare il ragionevole dubbio della presenza su un territorio di quanto il codice penale all’art. 416 bis definisce associazione di tipo mafioso, anche di quella “non tradizionale” o “ mercatista”, ove non si ricorra necessariamente alla violenza.
L’esistenza di associazione di tipo mafioso, che è caratterizzata dall’intimidazione e dall’omertà, è una fonte privilegiata, ma certo non l’unica, di intimidazione per i giornalisti; costituendo anche un grave pregiudizio per la libertà d’informazione e per le stesse libertà costituzionali, è un fenomeno di gravissima pericolosità sociale, che deve essere combattuto.
Il Convegno FNGPI a Chiavari 23 giugno alla Società Economica intende considerare come i giornalisti pubblicisti possano manifestare la loro solidarietà concreta a tutti colleghi che sono oggetto di intimidazione o che sentano limitata la loro libertà d’espressione da una realistica potenziale intimidazione.
I giornalisti pubblicisti  sono una componente fondamentale del sistema informativo. Svolgendo anche un’altra attività, oltre a quella giornalistica, sono più direttamente in contatto con la struttura sociale e con i problemi incontrati nella vita di ogni giorno dai cittadini e quindi possono venire a conoscenza, prima di altri, di fatti e situazioni che possono alimentare il ragionevole dubbio della presenza su un territorio di un’associazione di tipo mafioso, specie di quanto oggi la giurisprudenza e la dottrina definiscono mafia “non tradizionale” o “mercatista”.
L’apprezzamento da parte della Federazione Nazionale Giornalisti Pubblicisti Italiani (FNGPI) per l’attività svolta da tempo in questo campo dall’associazione Ossigeno per l’informazione(https://notiziario.ossigeno.info/), diretta da Alberto Spampinato, indurrà il Convegno di Chiavari a valutare l’opportunità della ricerca di forme di collaborazione con questa organizzazione.
Enrico Campagnoli
PS – Possono essere utili, per agevolare il dibattito su questo tema al Convegno di Chiavari del 23 giugno pv, i seguenti riferimenti:

domenica 10 giugno 2018


A Sessa Aurunca, mercoledì 13 giugno, presso il Salone dei Quadri in Piazza Castello, appuntamento con la presentazione della Guida Internazionale “Campania Insolita e Segreta”, edita da Edizioni Jongles. Ospite l’autrice Maria Franchini.
La Guida Internazionale Campania Insolita e Segreta fa tappa a Sessa Aurunca e proprio questo mercoledì, il 13 giugno 2018, l’autrice Maria Franchini sarà ospitata presso il Salone dei Quadri, a Piazza Castello, al fine di prendere parte a tale accadimento, predisposto dall’Associazione Turistica “Pro Loco” Sessa Aurunca con il sostegno del Comune di Sessa Aurunca.
Campania Insolita e Segreta, edita da Edizioni Jongles, è stata redatta dal binomio dell’appena citata Franchini, giornalista ed autrice napoletana, realizzatrice della Guida ai monumenti della Campania, adesso sotto contratto al Centro Culturale Italiano di Parigi, con Valerio Ceva Grimaldi, giornalista professionista napoletano, d’inchiesta e culturale. Gli autori, inoltre, hanno anche dato alle stampe con esito positivo la guida Napoli Insolita e Segreta, di cui recentemente è uscita la seconda edizione.
Straordinarie biblioteche antiche, sconosciute anche ai napoletani, i resti di un’antica casa chiusa, un foro che guarisce l’emicrania, ipogei ellenistici unici al mondo, un bunker trasformato in galleria d’arte, una lucertola pietrificata in una chiesa, una Vespa da guerra col cannone, collezioni private rare e di pregio, una torretta greca in un teatro, un singolarissimo orologio che misura l’equazione del tempo, le barre di un cancello nella cattedrale che suonano come uno xilofono, la scala di un palazzo interamente scavata nel tufo, gli enormi impianti idraulici di una fontana tra le più grandi d’Europa, un misterioso simbolo fallico nelle catacombe di San Gennaro, una macchina anatomica settecentesca unica al mondo, una traversata in zattera a 20 metri sotto la città. (da Napoli Insolita e Segreta)
L’idea dalla quale prende vita tale iniziativa è quella di presentare percorsi alternativi ai visitatori che non intendano soffermarsi sui soliti, seppur incantevoli, itinerari turistici, e che desiderino avere nozione delle zone ai margini dei luoghi celebri ai più, e non è casuale che la casa editrice francese in questione sia Edizioni Jongles che, per l’appunto, da anni si rende animatrice di queste attività.
Una serie di guide insolite, scritte dagli abitanti, per gli abitanti ed i viaggiatori curiosi. Le nostre guide segnalano luoghi insoliti e/o sconosciuti, che non si trovano nelle guide tradizionali, consentendo di uscire dai sentieri già battuti”. Si espongono così le pubblicazioni dell’editore francese JonGlez consacrate alle città più incantevoli del mondo.
Sessa Aurunca è stata introdotta in questo singolarissimo quanto inusuale tour che gli concede, senza dubbio, una notevole possibilità di ampliare i propri confini rendendosi visibile a livello internazionale. Del resto, la guida è fruibile anche in francese, Campanie Insolite et Secrète, e in inglese, Secret Campania, per evidenziare l’approccio avanguardistico e moderno di tale progetto che intende ricercare, tramite la storia, una prospettiva di sviluppo e di crescita in tutto il mondo. La guida è stata già esibita a Parigi agli inizi mese scorso. Nelle pagine che fanno riferimento alle bellezze artistiche di Sessa Aurunca le fotografie sono state concesse da Giovanni Soligo.


Panoramica di Sessa Aurunca

Sessa Aurunca è una cittadina collinare oggi sorretta principalmente dall’industria e dal terziario. Fu sede di un antico insediamento del popolo degli Aurunci sorto nell’VIII secolo a. C., diventato nel IV secolo a. C. una colonia latina con il nome di Suessa Aurunca; nel I secolo a. C. fu trasformata in municipio e in epoca imperiale conobbe notevole prosperità. Sede vescovile a partire dal V secolo d. C., fu inserita nel ducato di Benevento e poi nella conte di Capua; fu in seguito feudi di illustri famiglie, come i Dell’Aquila, i Del Balzo e i Marzano, che ebbero il titolo di duchi di Sessa; nel Cinquecento, inoltre, appartenne a Consalvo di Cordova. (Giovanni Liccardo)
Presenzieranno all’evento l’Avv. Silvio Sasso, Sindaco di Sessa Aurunca, il Dott. Rosario Ago, Presidente della Pro Loco di Sessa Aurunca, la Dott.ssa Maria Grazia Fiore, Presidente dell’U.N.P.L.I. Caserta, il Rev. Don Roberto Guttoriello, Vicario Episcopale ai Beni Culturali di Sessa Aurunca, Sua Ecc.za Mons. Orazio Francesco Piazza, Vescovo di Sessa Aurunca; prenderanno la parola, la giornalista Maria Franchini, autrice della guida e la Dott.ssa Chiara Rozera, Storica dell’Arte e moderatrice dell’incontro.