ALBA – Sessantadue quintali di desiderio ci aspettano dentro il pentolone dei sogni. Tuffarsi lì, che meraviglia, che libidine, slurp, gnàm. E queste nuvole di cacao polverizzate nell’aria profumatissima che invade la città, cirri di nocciole volanti, cumuli di cioccolato vagante. Il regno di Nutella è sogno, sensualità, memoria, gusto, vista, tatto, olfatto, è il rombo dei tir che ogni giorno vanno e vengono dal cuore spalmabile delle Langhe e dell’Italia, da 60 anni esatti. Qui serve lo psicanalista, non il nutrizionista, per sbrogliare il cordone ombelicale che ci lega a queste fette di pane spalmate d’infanzia.

Il primo vasetto

Era il 20 aprile 1964. Pioveva. Quel giorno uscì dalla fabbrica di Alba il primo vasetto (di vetro, così pretese Michele Ferreromonsù Ferrero, “il titolare” come lo avrebbero sempre chiamato i dipendenti) pieno di cioccolato quasi senza cioccolato, una mistura divina e molliccia dove la nocciola “tonda e gentile delle Langhe”, un nome che nemmeno Proust, faceva la parte del surrogato e dell’additivo sull’onda di un dopoguerra che ancora, in qualche modo, resisteva, nell’Italia in cui il cacao era stato un lusso per tempi immemorabili. Neppure il leggendario Ferrero avrebbe però immaginato, quel giorno, di cambiare il destino di milioni di persone, stendendo una crema che oggi vale 14 miliardi di euro di fatturato con un balzo del 10,4 per cento nell’ultimo bilancio. E se i vecchi operai dell’era dei pionieri venivano presi dai campi la mattina e riportati a sera con i pullman, in modo che nessuno dovesse lasciare la terra per la fabbrica, i loro moderni colleghi a ottobre si sono visti 2.450 euro in più in busta paga come premio di produzione. Lo diceva già l’invisibile titolare, il Salinger dei pasticcieri: «Io produco ricchezza da distribuire, e così dovrebbe fare la politica».

 

 

I ‘nutellisti’ felici

Mai un giorno di sciopero, operai e impiegati felici, il medico gratis, una Fondazione tutta per loro dove trascorrere la pensione tra arte e bricolage. Perché il lavoratore se è contento lavora meglio: lo pensava anche Adriano Olivetti, che da queste parti è un mantra mai nominato.

Quattromila “nutellisti” entrano ogni giorno nella fabbrica di cioccolato dove il loro Willy Wonka si chiama Giovanni Ferrero, figlio di Michele morto novantenne nel 2015, ed è l’uomo più ricco d’Italia, 39 miliardi di dollari di patrimonio, il triplo di Giorgio Armani che lo segue al secondo posto mentre Piero Ferrari, il figlio del Drake, si deve accontentare di 7,6 miliardi. La Nutella è il liquido amniotico dei boomer dove da sei decenni galleggia una meraviglia. Ed è il collante dell’impero: mezzo miliardo di tonnellate l’anno, grosso modo il peso dell’Empire State Building. In 170 Paesi del mondo esiste memoria ancestrale della Nutella in una catena di mamme e bambini che non finisce mai. Un fenomeno che nel tempo ha figliato snack, biscotti (all’inizio introvabili sugli scaffali, e questo ha amplificato il desiderio) e poi muffin, croissant, gelati. Che mondo sarebbe senza Nutella non è solo un vecchio slogan, ma un’ottima domanda.

 

La pasticceria Ferrero negli anni Venti
La pasticceria Ferrero negli anni Venti

 

Viaggio in fabbrica

La pubblicità ha creato cucchiaiate di affezione senza confini, ora anche nei social e nel digitale dove poter creare i barattoli virtuali da scambiarsi, mentre una schiera di collezionisti lo fa con i vasetti vintage. Ma per capire davvero, bisogna venirci. Il viaggio nello stabilimento principe è un’esperienza, e non solo per il famoso pentolone che troneggia o per le cascate di ambrosia marròn. C’è da perdersi tra gli otto silos e le linee automatiche che setacciano e ripuliscono milioni di fave di cacao e nocciole, utilizzando anche gli scarti perché i piemontesi non buttano via niente. Ecco il mescolatore automatico degli ingredienti, la ricetta è nota, le dosi per la scioglievolezza mica tanto («È una fesseria, se lo sapeste vi mettereste a ridere» ripeteva monsù Michele), ecco i robot da 200 vasetti al minuto, ecco i microscopi per cercare batteri o salmonelle intrufolatisi eventualmente in paradiso. Ecco l’azienda dove ancora si parla in dialetto, forse la più “glocal” del pianeta, la Ferrero piantata sulle proprie radici come un noccioleto.

 

 

«Da sessant’anni diffondiamo sorrisi in tutto il mondo con passione, creatività e innovazione e continueremo a farlo», ha detto Giovanni Ferrero nel messaggio di compleanno per la sua crema universale. Lui che ha la stessa età della Nutella, essendo nato nel 1964 come Van Basten, Vialli e Mancini, non doveva essere male la luna dei battesimi, quell’anno. Lui, veramente, sognava di scrivere romanzi e viaggiare in Africa, ma la scomparsa prematura del fratello Pietro nel 2011, stroncato da un infarto in bicicletta a 47 anni, lo ha costretto a regnare. Giovanni Ferrero lo fa nello stile del padre, “esageroma nen”: nessuna passione per le cose materiali, non per le auto, le moto, le barche, le case, gli piace leggere, guardare la Juve e mangiare poco. Speriamo per lui che almeno non si neghi la Nutella.

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