domenica 28 agosto 2011


 

 IL DELITTO  ACCADDE A POSITANO NEL 1987

Dalla vicenda fu tratto il film “Senza Movente”

LA STUDENTESSA RITA SQUEGLIA DA RECALE UCCISE IL SUO AMANTE  NICOLA ACCONCIA DA CASERTA

Giudicata per omicidio dalla Corte di Assise di Salerno fu condannata a 22 anni e 6 mesi – In appello la pena fu ridotta a 18 anni – La difesa affidata all’On. Avv. Vincenzo Siniscalchi,  la parte civile ad Alfonso Martucci - E’ in libertà da tempo e si è rifatta una vita. Strangolò l'amante, di oltre vent'anni più grande di lei,  trasportò  il cadavere in valigia, da Positano a Recale, e lo  nascose  in un bidone di ferro sotto uno strato di calce e di sabbia nel giardino di casa… chi fu il suo complice?. E intanto, tranquilla, collaborava con la polizia per risolvere il giallo della misteriosa scomparsa dell' uomo…Fu violentata dal branco a Caserta Vecchia. Il suo fidanzato fu legato ad un albero. Dalla sua vicenda è stato tratto il film “Senza Movente”, riportata  in due libri e approdata a “Storie Maledette”,  di Rai Tre…


  Caserta -  “L'Alfa 33 fila veloce sul tratto Caserta-Napoli dell' A2. L' asfalto è rovente: è il pomeriggio del 14 agosto. In un curvone una folata di vento fa volare via dal cruscotto il tagliando ritirato al casello d' ingresso. Se il guidatore non lo recupera dovrà pagare l’intero pedaggio. E lui è un tipo pignolo. Accosta, quindi, e scende. Ma niente, quel refolo chissà dove lo avrà fatto finire. Nel rimontare in auto scorge qualcosa tra le erbacce: una patente ed un tesserino magnetico dell' autostrada. Ignora che quei documenti, trovati per un incredibile caso, inchioderanno alle sue responsabilità una studentessa di 24 anni, Rita Speranza  Squeglia, che era ad un passo dall’aver commesso un delitto… quasi  perfetto”.
     “Aveva strangolato l'amante – scrisse il collega Renato Caprile nel suo resoconto  su “Repubblica”- un uomo di oltre vent’anni più grande di lei, ne aveva trasportato il cadavere in valigia, da Positano a Recale, e lo aveva infine nascosto in un bidone di ferro sotto uno strato di calce e di sabbia nel giardino di casa. E intanto, tranquilla, collaborava con la polizia per risolvere il giallo della misteriosa scomparsa dell' uomo, Nicola Acconcia, 46 anni, facoltoso commerciante, originario di Caserta, sposato, tre figli, sparito da oltre tre settimane.
     Bruna, minuta, assai femminile, Rita Squeglia, studentessa fuori corsi dell’Isef, colta, sensibile,  raccontò tutto…  ma senza lacrime. Sulle prime  però, non spiegò il perché del suo delitto.  Fredda, lucida, circostanziata la sua deposizione. Ma niente, non volle  dire il  perché.  Poi lo dirà… ossia dirà la sua  che,  tuttavia,  è rimasta poco credibile…Questa la prima versione dei fatti. E’ un venerdì, il 31 luglio del 1987, Nicola Acconcia e Rita sono in un miniappartamento in via Panini a Positano. Il commerciante  ha preso in affitto quel monolocale per i mesi di agosto e settembre. Lo ha fatto per Rita, lui ha famiglia: moglie e tre figli. Prima di andare a letto l' uomo chiede alla ragazza di preparargli una tisana. Beve tranquillo, nemmeno sospetta che quello è l' ultimo atto della sua vita. Nella tazza, infatti, Rita ha sciolto un potente sonnifero.
     E quando Nicola è ormai addormentato lei con un foulard  di seta lo strangola. Poi tira fuori dal ripostiglio la sua  grossa  valigia  da aereo e vi caccia dentro il corpo dell'uomo. E' quasi l'alba ormai: il valigione ha le rotelle per cui non è difficile trasportarlo fino alla sua Polo, parcheggiata davanti al portone. Lo stipa nel bagagliaio e parte alla volta di Recale.
     Paga l’autostrada con la tessera magnetica di Acconcia. Arriva a casa che è ormai mattina. Sistema il cadavere in un grosso recipiente di quelli che contengono oli minerali, coprendolo con sabbia e calce. Qualcuno l'aiuta? Chissà. Sta di fatto che accantona il bidone in un angolo del giardino sotto una pila di tronchi di legno e finalmente va a letto.
    Solo nei giorni seguenti, dopo la confessione della ragazza, il cadavere salterà fuori. “Non volevamo credere ai nostri occhi” -  racconta il dottor Stefano Cecere, capo della mobile casertana,  “sembrava così fragile e indifesa.... ma la sua versione del delitto per noi faceva   acqua… da tutte le psrti”.
     Rita e Nicola si erano conosciuti circa otto mesi prima.  La ragazza cercava tenerezza e non aveva ancora superato lo shock della terribile esperienza capitatale tre anni prima. Quando tre  giovani mascherati, legato il fidanzato,  l’avevano violentata  ripetutamente talla periferia di  Casertavecchia.  Forse quel trauma potrebbe spiegare un delitto che appare indecifrabile. Ma facciamo un passo indietro. Trentuno luglio, mattina, casa Acconcia, a Recale. Nicola saluta Teresa, la moglie: Vado a Roma le dice ho un pranzo d' affari. Sarò di ritorno domani. La donna gli crede: il loro è un rapporto sereno che va avanti da anni. Acconcia monta sulla sua Mercedes e sparisce.      
     Domenica 2 agosto. Teresa Acconcia è preoccupata dalla prolungata assenza del marito, va  in questura e ne denuncia la scomparsa. Un giornale locale pubblica la notizia della sparizione del commerciante che fa parte di una famiglia facoltosa, stimata, con parentele importanti, di professionisti, di  membri inseriti anche a livello sociale nel “jet-set”… casertano
     Fra le ipotesi  degli inquirenti non era  esclusa quella di un rapimento,  con richiesta di riscatto o di una vendetta del racket,  essendo la nostra provincia infestata di camorristi ed avendo appunto gli Acconcia alcune attività nella zona di Marcianise,  dove da tempo imperversava  una banda di delinquenti,  più sanguinaria e micidiale di quella dei Casalesi.  Gli Acconcia – come detto -  sono infatti una facoltosa famiglia di imprenditori con una avviata impresa di trasporti. E’ gente solida. A quell’epoca, un  fratello di Nicola, Antonio, era  vicepresidente della Casertana Calcio.
     Dopo l’articolo apparso sul giornale, che raccontava della sparizione dell’uomo  e stante il fatto che molti sapevano della sua relazione,  la ragazza,   non potette esimersi di entrare in scena. Rita Squeglia, infatti, il  giorno 4 agosto, quattro giorni dopo il delitto,  andò  in Questura. Chiese del dottor Cecere che stava conducendo le indagini, al quale riferì di conoscere Acconcia: “Abbiamo una relazione”-  raccontò -  “il 31 luglio eravamo insieme in un appartamentino di Positano. Verso l’una e trenta, però, Nicola mi salutà: aveva un appuntamento. Non  precisò né dove né con chi. Sono preoccupata. Dopo che è partito, verso le due e trenta, mi sono sentita sola, stavo anche male, e così ho deciso di ritornarmene a casa. Il giorno dopo però, sono ritornata a Positano”…
      “Perchè?... domandò il poliziotto… “Non avevo niente da fare”… fu la risposta.  Qualcosa non convinse gli investigatori. Perché raccontare particolari che nessuno le aveva chiesto, perché partire di notte per poi ritornare qualche ora più tardi? Ma sono domande senza risposta. Acconcia non si trova e quella ragazza è così dolce e indifesa. Varcherà il portone della questura tutti i giorni per chiedere notizie del suo uomo.
     Poi la svolta. Salta fuori un amico di Rita, un giovane di venti anni, che l’ha accompagnata a Positano proprio il primo agosto. Racconta che la ragazza ha pagato l’autostrada con un tesserino magnetico. Lui poi è ritornato indietro con la “Polo” dell’assassina che invece sostiene di aver pagato con degli spiccioli. Sembra una cosa da niente e si dimostrerà un particolare decisivo, allorché il signore che sfrecciava con la sua Alfa ( era di Benevento)  ritroverà quella tessera.
     Il computer dell'autostrada confermerà che quel cartoncino è stato usato più volte sul tratto Caserta-Napoli-Positano, anche dopo la scomparsa di Acconcia. E chi se non  Rita poteva averlo esibito? Poi la confessione, che non risolse il mistero di un delitto inquietante.  
      Rita venne  arrestata e rinchiusa nel carcere di Arienzo, dove confesserà la sua versione definitiva,  in uno sfogo che la direttrice dell’epoca,  Liliana De Cristoforo, con altre coinvolgenti storie, ha raccolto in un interessante e fortunato volume, “Donne, cancelli e delitti”  - Racconti dal carcere - edito da Guida.
     Dalla sua singolare vicenda è stato tratto il film  “Senza movente”, dove  il regista, reinventa la tragica vicenda della ragazza che strangolò in un residence di Positano “l’amante-padrone” e ne chiuse il cadavere in una valigia,  che trascinò giù da sola per 116 scalini: Omicidio apparentemente “senza movente”, anche se la ragazza, oggi trentaseienne e in semilibertà,  dopo sette anni di reclusione, più tardi rivelò di aver riconosciuto nel manesco imprenditore uno dei tre uomini incappucciati che l’avevano stuprata qualche tempo prima. Una violenza mai denunciata, per paura, per vergogna, perché cosi vanno le cose al sud.
     Nel rielaborare la delicata materia di cronaca il regista Luciano Odorisio comincia proprio dal delitto, un pò alla maniera di Hitchcock, per mostrare la fatica e il tempo che possono essere necessari per uccidere un uomo. Da lì, attraverso una complessa struttura temporale nella quale si intrecciano antefatto e indagine poliziesca, il film mette a fuoco la figura della "ragazza con la valigia": senza l'intenzione di assolverla, ma mostrando il clima di ipocrisia e meschinità maschile nel quale maturò l’insano gesto.
      Anche il giornalista tv Gianni Minoli,  in una sua trasmissione,  ospitò Rita. Proprio la confessione é stato il momento più intenso della trasmissione: il racconto di una psiche macabra e scivolosa, i torti morali patiti, il confronto  (efficace anche visivamente) con un’intervista di sei anni prima, la storia di un’ ossessione senza movente.
     La sua drammatica odissea,  di donna del sud,  è anche narrata nel libro della collega Luciana Mauro, della redazione de “Il Mattino” di Salerno,  “Passione Assassina”. Infine anche “Storie Maledette” di Rai Tre,  condotta di Franca Leosini,  ha intervistato – nel carcere di Pozzuoli -  la bella studentessa casertana.
     Ma… come in quasi tutti i delitti efferati o che non hanno un chiaro movente,  i difensori tentano sempre la “carta” della seminfermità mentale,  per scongiurare una pesante pena come l’ergastolo, pena prevista appunto per l’omicidio aggravato, come quello contestato a  “La Bandita”. E Rita aveva un ottimo avvocato: Vincenzo Siniscalchi,  deputato, scrittore, regista cinematografico e componente,  per anni,  della commissione giustizia.  Ma la perizia risultò negativa. 
     “Non è pazza l’omicida della valigia - scrissero i periti - ma l'uomo pretendeva “giochi sessuali contro natura” e la “teneva a noleggio a 500 mila lire al mese”. La ragazza prima, durante e dopo il macabro delitto di “piazzetta dei Mulini”, sarebbe stata pienamente capace d'intendere e di volere. E’ questo il risultato della perizia psichiatrica effettuata nel carcere di Fuorni, una frazione della cintura di Salerno, dove Rita Squeglia è stata rinchiusa dai primi giorni di settembre. Una équipe di quattro esperti: Marcello Ferrari, nominato dal tribunale, Sergio Pirru, Bruno Giuliani e Luisa Perrone, di parte, hanno iniziato i colloqui con la giovane donna, rea confessa.
     Durante la lunga serie di incontri gli psicologi hanno sondato e valutato la personalità della Squeglia definita: “di natura psicopatica fredda, scarsamente portata alla partecipazione emotiva, pienamente responsabile delle azioni compiute, propensa, però, agli studi umanistici, di intelligenza sviluppala e dì livello socioculturale medio”. La giovane assassina di Recale, ha confessato di aver strangolato l'amante,  per liberarsi dalle ossessionanti pretese amorose dell'uomo. Secondo le tre diverse deposizioni di Rita Squeglia, rese davanti ai magistrati di Santa Maria Capua Vetere  e della Procura di Salerno, la donna avrebbe concepito l'omicidio proprio nel momento in cui l'amante avrebbe tentato di costringerla a cedere a giochi amorosi particolari, definiti nella perizia “contro natura”.
     “Nella famosa ultima sera - scrivono li psichiatri - ad un rifiuto opposto dalla Squeglia, Acconcia avrebbe chiaramente rinfacciato alla donna di essere  stata violentata cinque anni prima e che uno dei violentatori l’aveva posseduta sodomizzandola,  mentre gli altri due la immobilizzavano; a questo punto la Squeglia avrebbe riportato la sensazione che Acconcia potesse essere venuto a conoscenza, per via illecita, dei particolari dell'episodio o addirittura che l’uomo avesse potuto partecipare alla violenza avendo fatto parte del “branco”!
     “Verso le 1,30 dopo la mezzanotte del 31 luglio – è detto nella lunga perizia di oltre 200 pagine - al ritorno da una cena in un ristorante di Positano, dove la coppia clandestina aveva deciso di trascorrere le vacanze, sarebbe iniziata l'agonia dell'imprenditore casertano. Stordito da una forte dose di narcotico (l'EN), in stato confusionale, Acconcia avrebbe continuato a descrivere particolari inquietanti della violenza carnale subita dalla giovane donna”.
     La Squeglia, approfittando dello stato dell'uomo, gli avrebbe stretto il collo con un foulard fino a soffocarlo, poi gli avrebbe infilato la testa in una busta di cellophane. Per oltre un’ora la giovane avrebbe pensato come liberarsi del cadavere, poi decise di chiuderlo in una valigia rigida e di farla scomparire all’interno di un silos a Recale, ricoprendola con una colata di cemento.
     Per trasportare il cadavere la Squeglia impiegò oltre tre ore. La vita della giovane donna, passata al setaccio dal pool di periti, è costellata di traumi: a nove anni perde il padre, ma continua gli studi fino ad arrivare a diplomarsi all’Istituto magistrale. A 17 anni si unisce sentimentalmente ad un ragazzo della sua età. Stanno insieme per tre anni, fino a quando, una sera del 1981, sei anni prima del delitto, tre individui incappucciati rapinarono la coppietta, legarono ad un albero il ragazzo  e violentarono ripetutamente la giovane. Dopo questo drammatico  avvenimento, il fidanzato, pare che si chiamasse Francesco Calenda, abbandonò Rita al suo destino…  che si è poi rivelato assai beffardo. 
     “Da tale episodio - secondo gli psicologi - la donna riportò un grave trauma psichico ed un senso di astio verso la figura maschile. Successivamente i rapporti con l’altro sesso si sarebbero alquanto deteriorati non riuscendo più a legarsi sentimentalmente ad alcuno. A proposito del rapporto con Acconcia - continua la perizia – l’imputata riferisce che il partner richiedeva prestazioni sempre più complesse e viene descritto come persona rozza, violenta, di scarsissima istruzione, incapace di esprimersi in italiano. Rita Squeglia, la lucida assassina di Positano, avrebbe eliminato “l'uomo, amante, padrone” -  secondo gli esperti - in uno stato di psicopatia “passionale”, in cui la “vertigine del proibito, della morte dell'altro, del molesto, dell'indegno, abbozza l'immagine vaga ed attraente dell'atto più grave: l'atto mortale”.
     Giudicata per omicidio dalla Corte di Assise di Salerno fu condannata a 22 anni e 6 mesi – In appello la pena fu ridotta a 18 anni – La difesa fu affidata, come detto,  all’On. Avv. Vincenzo Siniscalchi,   mentre la famiglia di Acconcia fu rappresentata dagli avvocati Alberto e Alfonso Martucci.
(4 – Continua )






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