martedì 14 luglio 2015



Accadde a Cori ( Latina) il 10 marzo del 1997


UN  DELITTO PASSIONALE CON SETTANTASETTE  COLTELLATE

 

 Ex maresciallo dei carabinieri scopre la figlia e il fidanzato riversi in un lago di sangue profondo almeno quanto le  coltellate ricevute. Assassinati due fidanzati lui 23 anni, lei 17 – Il giovane era di Caserta primo di sette fratelli viveva con  la madre separata-




Questa è la storia del tremendo fatto di sangue ricostruita attraverso i giornali dell’epoca. Quando domenica sera, di quel 10 marzo del 1997,  ha sentito battere le undici senza aver ancora visto tornare la figlia, Elisa, ha preso il giaccone, è salito in auto e, senza una parola, si è diretto verso Cori Monte, la parte più alta di questo paese in bilico tra le paludi pontine e i colli dei Castelli romani. Non sapeva esattamente dove cercare, ma non ha avuto difficoltà nel trovare qualcuno che lo accompagnasse fino alla casa di Patrizio Bovi, da cinque-sei mesi il fidanzato della figlia, l’unico motivo di screzio che di tanto in tanto l’uomo aveva con la sua primogenita. Con il cuore in gola ha affrontato anche l’ultimo pezzo di salita, il più ripido, poi ha iniziato a suonare il campanello. Nessuna risposta: via Fortuna 41 sembrava immersa nel sonno o deserta, ma Angelo Marafini aveva quel presentimento. Ha rotto il vetro di una finestra, è entrato. Aveva un pessimo presentimento, ma non fino al punto da immaginare quell’orrore: la figlia e il fidanzato riversi in un lago di sangue profondo almeno quanto le oltre sessanta coltellate ricevute.


Erano al primo piano della casa: ai piedi del letto lei, in bagno lui. Doveva esserci stato un tentativo di difesa perché i due giovani avevano le mani strette intorno al petto, come per tentare di proteggersi, ma nessuna difesa aveva potuto frenare quella furia che si era abbattuta alla cieca, con odio, per quarantadue volte su di lei e oltre venti su di lui. Angelo Marafini ha osservato la scena e, per sua sfortuna, ha anche capito tutto: del tentativo di difesa e del fatto che dovevano essere trascorse almeno quattro cinque ore dal delitto. Era stato proprio il fiuto a suggerirgli quel pessimo presentimento alle undici di sera e, in genere, a ispirargli una profonda diffidenza nei confronti di Patrizio. La figlia ne era innamorata.  L’ostacolo principale era il lavoro. Non quello di Elisa, al quarto anno di ragioneria, sempre fra le prime della classe. Ma quello di Patrizio, che nessuno sapeva bene come e di che cosa vivesse. Al padre aveva raccontato di avere un impiego in un cantiere edile. Un amico sostiene di averlo visto lavorare negli ultimi tempi presso un tappezziere. Un altro amico, invece, rivela che era cameriere in una pizzeria, ma che era anche stato licenziato. Il giorno dopo, dunque, Patrizio veniva ammazzato. Dopo aver constatato l’accanimento dell’assassino, e dopo aver ricostruito la storia di Patrizio, gli investigatori si sono immediatamente orientati su due piste: una passionale, l’altra finanziaria.


I primi sospettati: un macellaio con un lungo coltello e un balordo

Due uomini sono stati interrogati per tutta la giornata come persone informate dei fatti. Sono Piero Agnoni, macellaio di 43 anni,  al quale era stata trovata una macchia di sangue sui jeans, già ascoltato in precedenza per un’intera notte, e Massimiliano Placidi, 26 anni, che domenica sera aveva accompagnato il padre di Elisa Marafini, a cercare la figlia.  Il macellaio, che abita a Cori insieme alla moglie, al fratello e alla madre, ha un negozio nella piazza principale di Nonna, un paese vicino. Nel pomeriggio sono state fatte perquisizioni a Cori, dove fino a tarda sera era in corso un vertice tra gli inquirenti nella caserma dei carabinieri. Altre voci parlano di cinque indagati  I due giovani fidanzati della provincia di Latina erano forse colpevoli soltanto di amarsi, come sostengono amici e parenti. 0 forse nascondevano un segreto più grande di loro, a quanto parrebbe dagli avvisi emanati?. Dei cinque che saranno sottoposti alla prova del Dna, solo due sono per il momento noti. Piero Agnoni è la prima di queste persone. A giudicare dalle mosse degli inquirenti, Angelo Marafini, il padre di Elisa, dovrebbe essere fra loro. Probabilmente solo per aver scoperto il cadavere della figlia. 0 probabilmente per chiarire alcuni dubbi, nonostante le dodici ore di interrogatorio,  insieme con la moglie, e la lunga perquisizione nella sua casa nel centro di Cori. Come mai era così sicuro che dietro il ritardo di domenica sera della ragazza si nascondeva una disgrazia?

Un party con droga e sesso o un ménage à trois?

Come mai si sarebbe fatto guidare proprio da Massimiliano Placidi, detto Citozza? Lui alle domande degli inquirenti, per un’intera notte - ha risposto con fastidio. Più calmo, qualche ora dopo, intorno alle due, ha risposto anche alle domande del parroco don Ottaviano Maurizi: “Erano le otto e un quarto, poi le nove, poi le nove e mezza. Elisa non rientrava mai dopo le sette e mezza, e io ho il telefonino sempre acceso. Alle undici non ci ho visto più e sono schizzato via. E sono entrato in casa perché sono un ex-maresciallo, conosco i metodi dei carabinieri: bisogna porli davanti al fatto compiuto per sperare che intervengano”.
E’ stato convalidato il fermo  per l’omicidio dei due fidanzati  si tratta di Massimiliano Placidi, 28 anni. Lo hanno annunciato il procuratore di Latina Antonio Gagliardi e il pm Gregorio Capasso che hanno diretto le indagini. A Cori, Placidi, conosciuto con il soprannome di “Citozza”, viene descritto come un frequentatore di ambienti omosessuali.


Un giallo nel giallo? Il padre di Elisa ha mentito?
Concorso in duplice omicidio aggravato è l’accusa che i giudici di Latina muovono a Marco Canale, 26 anni, arrestato ieri, accusato dalle macchie di sangue sui jeans che gli vennero sequestrati all’indomani del delitto di Cori. Le analisi del Cis di Roma (la scientifica dei carabinieri) hanno accertato che il sangue su quei pantaloni appartiene alle due vittime. Il gip Mario Gentile ha firmato ieri il provvedimento di arresto, i carabinieri sono andati subito a casa di Canale. Lui si è lasciato portare via senza dire una parola. Venerdì notte, ai magistrati che gli contestavano quelle macchie, rispondeva che non sapeva spiegarsele, che nella casa del delitto lui non andava dal martedì precedente il fattaccio: “Forse ho toccato qualcosa allora, non so dare altra spiegazione”. Ma i risultati del Cis non lasciano spazio a dubbi. “Saremmo degli irresponsabili a pensare il contrario - aveva detto l’avvocato Michele Pierre, legale di Canali - ora andrà verificato il grado di compatibilità del sangue con quello delle vittime. Poi si dovranno verificare tutti gli altri elementi e la compatibilità tra loro: ora del delitto, alibi del mio assistito e quant’altro”. E così ieri alle 13 Canale è entrato nel carcere di Latina. Lo stesso dove ha trascorso 24 giorni Massimiliano Placidi, detto Citozza, arrestato il 15 marzo e rilasciato dal tribunale del riesame. Era' stato arrestato sulla base di numerosi indizi a suo carico. Ma nessuna prova. Ora una prova c’è, l’unica, e incastra Canale. Concorso in omicidio, dicono gli inquirenti, come a dire che Canale non sarebbe l’unico presunto |omicida di Gianni ed Elisa, ma   che agì eventualmente insieme a un altro.
E il movente? Per Placidi la passione: di lui si diceva che fosse omosessuale, innamorato di Gianni, ostile a Elisa. E per Marco? Lui era l’ex fidanzato di Elisa, forse riforniva Gianni di cocaina, e, secondo Pietro Agnoni (un altro indagato) aveva litigato violentemente con la vittima e lo aveva minacciato perché non gli restituiva dei soldi. “Non l’ho minacciato - ha risposto Canale - mi sono scattati i nervi, e poi io questo Agnoni non lo conosco neanche”. Sul movente si interroga anche Placidi: “Ma perché tutte quelle coltellate ad Elisa. Per depistare?”… e racconta: ”La sera dell'omicidio era prevista una cena con lui a casa di Gianni, me lo voleva presentare. Non credo che Canale fosse d’accordo sulla mia presenza, ma Gianni lo aveva rassicurato. Gianni mi aveva detto che in settimana avrebbe avuto tanti soldi, ma non spiegò il perché. La mattina del 9 l’ho visto con Elisa in piazza, l’ho salutato; poi gli ho detto che a quella cena non volevo andare, non volevo incontrare gente di Cisterna e di quel giro. Ricordo anche che Gianni era preoccupato per quella cena ma non mi disse il perché. Se è stato Canale, per fortuna non ci sono andato, sennò sarei anch’io morto”.
Di tutti gli indagati Canale aveva l’alibi migliore: all’ora del delitto (tra le 20,15 e le 20,30) era a Cisterna, l’han visto in molti. Fu il primo ad essere indagato, e stava per essere fermato. Ora il punto è stabilire con esattezza l’ora della morte. Mai come in questo caso cinque minuti possono confermare o far cadere definitivamente un’accusa.

 Confessa: ”Sono io l’assassino”… poi ritratta”…  L’ipotesi del magistrato: ” Servono altre indagini”. 
 Gli investigatori rifiutano di parlare di svolta clamorosa delle indagini.  L’arresto di ieri - ha dichiarato il comandante dei carabinieri di Latina, Vittorio Tommasone - non cambia nulla: continuiamo a lavorare sulla stessa tesi”. Dello stesso tono le dichiarazioni del pubblico ministero  Gregorio Capasso, il magistrato titolare dell’inchiesta sul duplice omicidio di Cori: “Noi proseguiamo a condurre le nostre indagini come dal primo giorno - ha dichiarato Capasso -  del resto non è da un anno che stiamo lavorando su questo caso, ma solo da un mese. Gli elementi che fino ad oggi abbiamo raccolto li riteniamo sempre validi. Questo significa che la pista che abbiamo individuato e seguito sin dall'inizio rimane sempre in piedi e non assume certo una rilevanza minore solo perché da ieri è stata arrestata un'altra persona”.
Come a dire, Massimiliano Placidi non è da considerarsi fuori dall’inchiesta. Tutt’altro. Anche perché gli inquirenti hanno sempre in mano quella cassetta nella quale Citozza ha confessato l’omicidio per poi ritrattare dopo qualche giorno. E a supporto della convinzione degli investigatori che hanno seguito il caso di Cori fin dalle prime battute, c’è il ricorso che il pubblico ministero Capasso ha presentato contro il provvedimento di scarcerazione del riesame su Placidi. Venti pagine inviate alla Cassazione in cui viene sottolineata “l’illegittimità e illogicità dell’ordinanza per omessa e in alcuni casi infedele valutazione di dichiarazioni e circostanze di fatto”.


Tre capelli contro l’assassino Interrogato il parroco che conosce i segreti del delitto di Cori di C. P.

Sono tutte notizie infamanti, lasciatemi stare». E' una replica stizzosa, quella di don Gianni Toni, il sacerdote della parrocchia di San Pietro e Paolo a Cori, il centro dei Monti Letini dove il 9 marzo scorso sono stati trucidati Gianni Bovi, 23 anni, e la sua fidanzatina diciassettenne Elisa Marafini. I carabinieri lo hanno sottoposto a un lungo interrogatorio, i cui contenuti non sono stati divulgati. In particolare, gli sarebbe stato chiesto che tipo di rapporti legassero i quattro indagati del duplice omicidio: Marco Canale (in carcere da quattro settimane), Piegno Agnoni, Angelo Maragini, Massimiliano Placidi. Il sacerdote li conosceva assai bene, così come conosceva bene le vittime.
 E’ nascosta fra le dita di Elisa Marafini la prova che potrebbe inchiodare il responsabile del suo feroce assassinio e di quello del fidanzato Patrizio Bovi. I carabinieri del Cis hanno proceduto a esaminare i frammenti piliferi e i capelli rimasti fra le dita della diciassettenne uccisa con oltre 160 coltellate il 9 marzo a Cori. Stando ai risultati del Centro di investigazione scientifica dei carabinieri, il materiale sub unghiale non apparterrebbe alla ragazza. Questo significa che ci sono buone probabilità che l’assassino abbia lasciato proprio sul corpo di una delle due giovani vittime una sorta di “firma”, la prova decisiva per la sua identificazione. E‘ un passo importante, delicato e forse risolutivo per le indagini tese a stabilire a tre mesi e mezzo di distanza l’autore di quell’atroce duplice omicidio. Certo non sarà facile determinare con certezza le caratteristiche dei frammenti di peli trovati sotto le unghie di Elisa, visto che sono tutti e tre privi di bulbo, anche se lunghi due centimetri. Sarà possibile, però, determinare il tipo di capelli dell’assassino e confrontarlo con quello dei quattro indagati: Massimiliano Placidi, scarcerato dal Tribunale del Riesame dopo 24 giorni di carcere;  Pietro Agnoni, il macellaio, Angelo Marafini, il padre della vittima, e Marco Canale, l’amico di Cisterna, che aveva affittato a Patrizio la casa di via Della Fortuna a Cori e che riforniva la vittima di droga, l’unico tuttora in carcere per concorso in duplice omicidio volontario aggravato.




Il processo per il delitto di Cori con una condanna a 30 anni di carcere. Il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo. La Cassazione confermò.  




 E' un fiume in piena Massimiliano Placidi, il ventottenne di Cori che ha trascorso oltre venti giorni in isolamento nel carcere di Latina con la pesante accusa di essere il presunto assassino di Patrizio Gianni Bovi e della sua fidanzata Elisa Marafini. Dalle ore immediatamente seguite alla sua libertà decretata dal tribunale del riesame e per un giorno intero Massimiliano, ormai per tutti «Citozza», non ha fatto altro che soddisfare le richieste dei giornalisti di tutta Italia. Ed ogni volta Placidi ha ribadito le sue posizioni, le sue valutazioni sulle metodologie seguite dagli inquirenti nel condurre le indagini sul duplice omicidio di Cori.  Ecco il colpo di scena, il vero assassino per concorso in duplice omicidio volontario aggravato non è lui.  Marco Canale è colpevole. Dopo otto ore e mezzo di camera di consiglio la Corte d’Assise di Latina ha deciso che l’assassino di Elisa Marafini, 17 anni, e Patrizio Bovi, 23 anni, è stato lui, il trentenne di Cisterna di Latina in carcere dall’aprile del 1997, un mese dopo il massacro dei fidanzati di Cori. E per questo dovrà scontare trent’anni di reclusione. Sui suoi jeans vennero trovate tracce di sangue compatibili con quello dei due ragazzi morti sotto la furia di oltre 200 coltellate. Era l’unica prova a suo carico che  è stata anche la sua condanna. La sentenza è arrivata alle 20,30. In aula c’erano i protagonisti di questo giallo: Angelo Marafini, il padre di Elisa; Massimiliano Placidi, detto  Citozza, il primo a finire in carcere, come detto,  poi scarcerato  dal Tribunale del Riesame. Mancava lui, l’assassino vero, Marco Canale.E’ stata una sua scelta, hanno detto i legali. Ad ascoltare del suo destino il fratello Massimo  Canale e il padre Luigi Canale, svenuto non appena il presidente ha finito di leggere la decisione: trent’anni di detenzione e risarcimento alla famiglia Marafini di 250 milioni come provvisionale. Per la Corte, dunque, Canale è colpevole. Ma i giudici non hanno accolto la richiesta del pubblico ministero  Gregorio Capasso, il quale al termine della sua appassionante e spietata requisitoria ha chiesto il massimo della pena per il truce assassinio: una condanna all’ergastolo”; e hanno invece concesso le attenuanti generiche, perché l’imputato era  incensurato. “Ricorreremo in appello - hanno dichiarato i difensori, Michele Pierre e Umberto Salvatori - attendiamo di conoscere le motivazioni della sentenza che accettiamo con rispetto e considerazione: ma non possiamo nascondere la nostra delusione”.
 Il verdetto ha lasciato tutti scontenti. “Canale deve pagare per quello che ha fatto, per quello che la famiglia di Elisa ha patito in questo anno e mezzo”, ha detto l’avvocato Cesare Gallinelli, abbracciando Angelo Marafini. Il padre di Elisa ha commentato la sentenza con calma apparente: “Per me trent’anni o l’ergastolo non fa alcuna differenza, tanto nessuno mi ridarà mia figlia, nessuno mi potrà più veder ridere”.
 Non è soddisfatto nemmeno il pubblico ministero Gregorio Capasso, anche lui attende la motivazione. “Vedremo - dice - le sentenze si accettano, non si commentano”.  Dopo la falsa pista di Citozza,  il colpevole, per la legge, fu in seguito individuato in Marco Canale, operaio di Cisterna, 29enne all’epoca del delitto, condannato in primo e secondo grado, a Latina e Roma, a 30 anni di reclusione. Sentenza confermata nel 2001 dalla Suprema Corte di Cassazione. Furono gli accertamenti dei carabinieri dei Ris a incastrarlo: sui suoi pantaloni di jeans furono trovate tracce ematiche riconducibili ai due fidanzati trucidati. Sostenne di aver trovato i due già morti alle 17, ma testimoni dichiararono il contrario: Elisa Marafini e Patrizio Bovi erano vivi alle 19 di quel 9 marzo 1997, morirono forse alle 19,30.  










   

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