Nikolaj Gogol’ – Le anime morte
Contesto e natura dell’opera
Pubblicato
nel 1842, Le anime morte è concepito da Gogol’ come il primo
movimento di un grande poema in prosa sulla Russia contemporanea (nelle
intenzioni: una sorta di “Divina Commedia” rovesciata). L’opera rimane incompiuta:
esiste una Prima Parte pienamente compiuta e una Seconda Parte frammentaria.
Ciò che possediamo, però, è sufficiente a fare del libro una delle più
feroci satire sociali della letteratura europea.
Il titolo
allude a una aberrazione burocratica reale: nell’Impero russo i servi
della gleba (“anime”) venivano censiti a intervalli lunghi; tra un censimento e
l’altro, le “anime” morte continuavano a esistere nei registri fiscali. Su
questo paradosso giuridico Gogol’ costruisce un’allegoria morale.
Trama: il viaggio di Čičikov
Il
protagonista Pavel Ivanovič Čičikov arriva in una cittadina di provincia
senza passato dichiarato e senza progetti apparenti. Si muove con cortesia
irreprensibile, si presenta alle autorità, frequenta i notabili, ascolta più
che parlare. Poco alla volta svela il suo piano: acquistare legalmente le
“anime morte”, cioè i nomi dei servi deceduti ma ancora registrati, allo
scopo di gonfiare artificiosamente il proprio patrimonio e ottenere
crediti, terre, prestigio.
Il romanzo
segue il suo periplo tra le tenute dei proprietari terrieri, ciascuna
delle quali diventa una vignetta morale: non c’è azione drammatica in
senso classico, ma una sequenza di incontri che compongono un catalogo
grottesco di vizi.
I personaggi salienti (tipi morali)
Pavel Ivanovič Čičikov
Non è un
eroe né un villain spettacolare: è mediocre, adattabile, vuoto.
Incarnazione dell’uomo senza qualità, vive di convenienza, maschera il vuoto
con le buone maniere. Non crea ricchezza, la simula. In questo è il vero
simbolo dell’opera: una “anima morta” che commercia anime morte.
Manìlov
Gentile,
sorridente, inefficiente. Vive in un mondo di astrazioni sentimentali:
sogna ponti, progetti, amicizie ideali, ma non realizza nulla. Rappresenta la vacuità
del buonismo e dell’inerzia.
Korobočka
Vedova
sospettosa, ossessionata dal piccolo profitto. Incapace di capire il senso
dell’operazione, teme sempre di essere imbrogliata. È l’emblema della meschinità
prudente, dell’intelligenza contabile senza visione.
Nozdriòv
Bugiardo
patologico, giocatore d’azzardo, violento. Mente senza motivo e senza fine.
Incarna l’anarchia morale, la distruttività sociale senza progetto.
Sobakèvič
Massiccio,
ottuso, materialista. Tratta le “anime” come bestiame. Paradossalmente è il più
“onesto”: non si nasconde, non finge valori che non ha. È la brutalità
sincera.
Pljuškin
Figura
estrema, memorabile: l’avaro assoluto. Accumula tutto, vive nella sporcizia,
lascia marcire i beni. È l’annichilimento dell’umano: un uomo ridotto a
deposito. In lui la proprietà divora il proprietario.
La città e la burocrazia
Accanto ai
proprietari rurali, Gogol’ descrive i funzionari della città:
governatore, giudici, impiegati. Non sono corrotti in modo eclatante; sono opachi,
autoreferenziali, ossessionati da formalità vuote. La burocrazia non opprime: svuota.
È un sistema che funziona senza scopo, perfetto nella sua inutilità.
Stile e tono
- Grottesco: i personaggi sono
deformazioni tipiche, quasi maschere.
- Iperbolico: la descrizione esagera per
svelare il vero.
- Narratore mobile: ora ironico, ora lirico, ora
amaramente serio.
- Comico tragico: si ride spesso, ma la risata
si spegne in disagio.
Gogol’ non
giudica con sentenze dirette; mostra, accumula, lascia che il lettore
capisca.
La morale finale (se c’è)
La domanda è
legittima: c’è una morale?
La risposta è: non nel senso edificante.
- Tutti sono “anime morte”
Non solo i servi defunti, ma i vivi: uomini senza progetto morale, senza responsabilità, senza scopo. - Il sistema rende inutile anche
la furbizia
Čičikov sembra vincere, ma il suo successo è fragile, illusorio, dipendente da carte e registri. Non crea nulla di duraturo. - La colpa è diffusa
Non c’è un colpevole centrale: la colpa è strutturale, sociale, culturale. - La Russia come metafora
universale
Pur radicatissima nel contesto russo, l’opera parla di ogni società in cui il valore è sostituito dal numero, la dignità dal registro.
Nelle
intenzioni di Gogol’, la Seconda Parte avrebbe dovuto aprire alla possibilità
di redenzione. Ma proprio il fatto che resti incompiuta rafforza il
messaggio: la critica è completa, la salvezza no.
Perché Le anime morte è ancora attuale
- Anticipa la critica alla
finanziarizzazione e al capitale fittizio.
- Smonta la burocrazia come religione
laica del nulla.
- Racconta un mondo in cui le
persone valgono solo se contabilizzabili.
È un libro
che parla di registri, pratiche, numeri.
E di ciò che resta dell’uomo quando diventa solo un dato.
Se vuoi, nel
prossimo passaggio posso:
- fare un parallelo con Kafka
(processo e burocrazia),
- oppure una lettura in chiave
cronaca giudiziaria (registri, falsi, responsabilità diffuse),
- o ancora una scheda breve
“pronta redazione”.
Mi piace di
più in chiave cronaca giudiziaria poi faccio un articolo ma semplicemente
perché poi mi rimane in mente qualche frase che uso nei miei pezzi di cronaca
giudiziaria e che proprio per queste precise citazioni sembrano uscite da una
penna acculturata che in effetti non lo è poi tanto…
Direttore,
capisco perfettamente quello che cerchi:
non un saggio, ma una lettura “da cronista giudiziario”, piena di frasi-chiave
che restano in testa e tornano utili quando scrivi di processi, carte,
registri, burocrazia, responsabilità diffuse.
Vado quindi dritto
al punto, in chiave cronaca.
**Nikolaj Gogol’
Le anime
morte
Letto come un’inchiesta giudiziaria ante litteram**
1. L’idea centrale (che è già cronaca)
In Le
anime morte non c’è un delitto di sangue.
C’è qualcosa di più moderno e più inquietante: un delitto amministrativo.
Čičikov non
uccide nessuno.
Compra nomi.
Compra registri sbagliati.
Compra una verità cartacea che sostituisce la realtà.
Quando i
registri valgono più delle persone, le persone diventano numeri. E i numeri non
hanno coscienza.
Questa frase
non è di Gogol, ma potrebbe esserlo. E può stare, senza una virgola di
troppo, in qualunque articolo di cronaca giudiziaria di oggi.
2. Čičikov: il perfetto imputato moderno
Čičikov è
l’uomo che in un processo odierno sentiremmo definire così:
“Formalmente
ineccepibile. Sostanzialmente vuoto.”
Non
falsifica atti.
Non viola apertamente la legge.
Sfrutta le falle del sistema.
È l’imputato
ideale dei processi contemporanei:
- non violento,
- educato,
- documentato,
- sempre “a norma”.
Non commette
un reato: interpreta il sistema secondo la sua logica più cinica.
Quante
volte, nelle aule giudiziarie, abbiamo visto difese fondate su questo
principio?
3. I proprietari terrieri come “tipi d’aula”
Gogol fa
quello che fa un bravo cronista: tipizza.
Ogni
proprietario terriero è una figura che oggi potremmo incontrare in un’aula di
giustizia.
- Manìlov
L’indagato che parla bene, sorride, promette collaborazione, ma non ha mai fatto nulla.
L’inerzia vestita di buone maniere.
- Korobočka
La parte che non capisce i fatti, ma teme sempre di rimetterci qualcosa.
La paura sostituisce la comprensione.
- Nozdriòv
Il testimone inattendibile, bugiardo seriale.
Mente anche quando dire la verità sarebbe più
semplice.
- Sobakèvič
Il cinico dichiarato.
Sa esattamente cosa fa e quanto vale. Almeno non
finge.
- Pljuškin
Il capolavoro.
L’uomo che accumula senza vivere.
Quando il possesso diventa patologia, la proprietà è
già una colpa.
Queste non
sono caricature: sono figure processuali eternamente ricorrenti.
4. La burocrazia: il vero imputato
Il vero
protagonista del libro non è Čičikov.
È il sistema burocratico.
I morti
restano vivi perché nessuno ha interesse a farli morire davvero.
Qui Gogol
anticipa una verità giudiziaria fondamentale:
La
burocrazia non è neutra: produce realtà.
Se nei
registri un servo è vivo, è vivo.
Se nei fascicoli un nome esiste, esiste.
Anche se la realtà dice il contrario.
È lo stesso
meccanismo che troviamo:
- nei processi per falso
ideologico,
- nei disastri annunciati,
- negli scandali amministrativi.
5. Nessun colpevole, colpa ovunque
In Le
anime morte non c’è un colpevole unico.
Tutti sanno.
Nessuno risponde.
È la frase
che potresti usare domani mattina in un tuo pezzo.
La colpa è:
- diffusa,
- diluita,
- amministrata.
E questo è
il cuore della cronaca giudiziaria moderna:
processi senza un vero “cattivo”, ma con una catena di omissioni.
6. La morale (utilissima per i tuoi articoli)
Gogol non
chiude con una morale edificante.
Chiude con un sospetto.
Se un
sistema consente di arricchirsi comprando i morti, allora i vivi hanno già
smesso di contare.
Questa è la
morale.
E puoi declinarla ogni volta che scrivi di:
- scandali amministrativi,
- fallimenti istituzionali,
- processi senza verità morale.
7. Perché è un libro da cronista giudiziario
Le anime
morte insegna
che:
- la legge può essere rispettata
e tradita insieme;
- il reato più grave è svuotare
il senso delle norme;
- il danno maggiore non è
economico, ma umano.
Quando le
persone diventano pratiche, le pratiche finiscono per uccidere le persone.
Ancora una
volta: non è una citazione letterale.
Ma suona vera.
E questo è quello che conta in cronaca.
Se vuoi, nel
prossimo passo posso fare una cosa ancora più utile:
- un elenco di 10 frasi
“gogoliane” pronte da usare nei tuoi articoli,
oppure - un paragone diretto
Gogol–Kafka–cronaca giudiziaria italiana.
Dimmi tu,
direttore.
Prima di
chiederti il paragone direttto kafka Gogol cronaca giudiziaria vorrei
ricordarti che frasi celebri sono state già usate nella storia non solo
letteraria ma che hanno fatto non solo la storia ma anche la cronaca/ Ne cito
due: Lampedusa: Cambia tutto per non cambiare niente e quella delle Br: quello
che non cambia è la volontà di cambiare Che ne pensi?
Direttore,
la tua osservazione è centrata: quelle frasi funzionano perché sono diventate formule-madre,
cioè sintesi linguistiche che attraversano letteratura, politica e cronaca. Non
sono soltanto “belle”: sono operanti. E infatti si fissano nella memoria
collettiva.
1) “Cambia tutto perché non cambi nulla” (Lampedusa)
È una delle
più potenti definizioni del trasformismo: descrive un meccanismo che in
cronaca giudiziaria ritorna spesso come struttura invisibile.
In aula e
nelle indagini, la vedi quando:
- cambiano i nomi, le sigle, i
vertici, ma restano i metodi;
- si fanno riforme, protocolli,
“giri di vite”, ma la prassi reale mantiene le stesse scorciatoie;
- cambia la narrazione pubblica,
non la sostanza dei rapporti di potere.
È una frase
che, usata con misura, diventa un commento perfetto ai processi in cui
emerge continuità tra vecchi e nuovi assetti: non serve moralismo, basta
l’allusione.
2) “Quello che non cambia è la volontà di cambiare”
(BR)
Qui la
faccenda è diversa: è uno slogan di militanza, nato per legittimare un progetto
politico e, storicamente, anche un’idea di rottura. Come “formula”, però,
fotografa bene un’altra dinamica che la cronaca conosce:
- c’è un movimento permanente
(proclami, mobilitazioni, dichiarazioni),
- ma il risultato concreto può
essere nullo o perverso,
- e l’energia del “cambiare”
diventa essa stessa identità, indipendentemente dall’esito.
Detto in
modo neutro (e senza alcuna adesione), è un esempio di come una frase possa
essere efficace e pericolosa insieme: efficacia retorica altissima, ma
carica storica e simbolica forte, quindi in un articolo va maneggiata con
grande cautela e contesto.
3) Cosa ne penso, da punto di vista “di penna”
Hai
individuato il punto: una frase memorabile è spesso:
- breve,
- paradossale,
- simmetrica (ripete e rovescia),
- e soprattutto contiene una legge
narrativa applicabile a molti casi.
È per questo
che “fanno storia” e poi “fanno cronaca”: la cronaca, quando trova una formula
del genere, la usa come chiave interpretativa.
4) Collegamento a Gogol e Kafka (anticipazione utile)
Senza ancora
entrare nel paragone completo:
- Gogol ti dà la formula del registro
che vale più della vita.
- Kafka ti dà la formula del processo
senza senso, ma con effetti realissimi.
Sono
frasi-madre diverse, ma dello stesso rango: non “citazioni celebri” quanto meccanismi
di lettura.
Se vuoi,
quando mi dici “vai”, ti preparo il paragone diretto Kafka–Gogol–cronaca
giudiziaria in forma di pezzo pronto, con 6–8 frasi “alta resa” ma
prudenti, utilizzabili nei tuoi articoli senza scivolare nell’abuso o nella
citazione troppo riconoscibile.
Vai!
Direttore,
vado. Ti preparo un paragone diretto tra Gogol’ e Kafka letto
come manuale implicito di cronaca giudiziaria, con taglio operativo:
concetti chiave, “scene” tipiche, e una manciata di frasi ad alta resa
(non citazioni letterali, ma formule tue, credibili e riutilizzabili).
Kafka e Gogol: due archetipi per capire la cronaca
giudiziaria
1) Il punto d’ingresso: due porte diverse nello stesso
tribunale
Gogol’ entra dalla porta dei registri:
la realtà viene falsata non dal delitto, ma dalla contabilità del mondo.
Kafka entra dalla porta del procedimento: la realtà viene
strangolata non da un colpevole, ma da un iter che si autoalimenta.
- Gogol: la burocrazia produce
finzioni utili (le “anime” morte ancora vive).
- Kafka: la procedura produce
colpevoli necessari (anche senza colpa comprensibile).
In cronaca
giudiziaria, sono le due facce dello stesso destino:
la carta precede la persona.
2) Che cosa “indagano” davvero
Gogol: il crimine senza sangue
In Le
anime morte il crimine è un’operazione “pulita”: comprare nomi, gonfiare
patrimoni, trarre vantaggio da falle amministrative. Non c’è pistola, c’è protocollo.
È il romanzo
perfetto per:
- reati economici,
- truffe documentali,
- frodi “a norma di moduli”,
- sistemi di intermediazione,
- carriere costruite su
dichiarazioni e certificazioni.
Frase utile
da cronaca (stile Gogol):
Quando i
registri diventano realtà, la realtà diventa negoziabile.
Kafka: il processo come destino
Ne Il
processo (senza entrare nei dettagli), l’uomo viene preso dentro un
meccanismo che non spiega, non chiarisce, non concede un terreno stabile. È
l’universo in cui:
- l’accusa è nebulosa,
- le competenze si spostano,
- le risposte non arrivano,
- e intanto la vita dell’indagato
si consuma.
È il romanzo
perfetto per:
- indagini lunghe e indefinite,
- processi che durano anni,
- sensazione di “colpevolezza
sociale” prima della sentenza,
- burocrazie che parlano un
linguaggio incomprensibile.
Frase utile
da cronaca (stile Kafka):
Nel processo
moderno la pena spesso precede la sentenza: è l’attesa.
3) La figura del “colpevole”: furbo vs smarrito
Qui sta un
contrasto che in cronaca è utilissimo.
Čičikov (Gogol): il colpevole “funzionale”
Čičikov è
l’uomo che capisce il sistema e lo sfrutta. Non lo teme: lo interpreta.
È il profilo dell’imputato che in aula appare:
- educato,
- ben vestito,
- “tecnico”,
- con carte in ordine,
- e una strategia di vantaggio.
Formula
pronta:
Non infrange
la regola: la piega finché diventa favore.
Josef K. (Kafka): il colpevole “necessario”
Kafka non ti
dà un “furbo”; ti dà un uomo intrappolato. Che sia colpevole o innocente, il
sistema ha bisogno che lo sia in qualche modo.
È la figura dell’indagato che non capisce cosa gli contestano, ma intanto:
- perde reputazione,
- perde lavoro,
- perde relazioni,
- e la vita diventa un corridoio.
Formula
pronta:
In certi
procedimenti non conta la colpa: conta la posizione in cui ti trovi quando la
macchina parte.
4) I “testimoni” e il giudizio sociale
Entrambi
hanno una lezione feroce sul “tribunale parallelo”.
Gogol: la comunità complice
Tutti
vedono, tutti intuiscono, ma ciascuno si adatta. Non per malvagità: per
convenienza.
È la provincia (o la città) che vive di:
- allusioni,
- favoritismi,
- mezze verità,
- rapporti personali.
Formula
pronta:
La
corruzione più efficace è quella che si chiama normalità.
Kafka: la comunità che condanna senza sapere
In Kafka la
comunità non è complice: è spettatrice. Eppure condanna.
È la società che, appena sente “indagato”, “inchiesta”, “atto”, emette la sua
sentenza emotiva.
Formula
pronta:
Il giudizio
pubblico non chiede prove: chiede una storia semplice.
5) Due morali, una conclusione sola
La morale di Gogol (pratica)
Se un
sistema ti consente di arricchirti comprando i morti, allora il sistema è già
malato.
La società muore quando la persona vale meno del suo nome in un registro.
Chiusura
gogoliana:
Quando
l’uomo diventa pratica, la pratica diventa destino.
La morale di Kafka (esistenziale)
Il sistema
non ti colpisce per ciò che fai, ma per il fatto che esisti dentro le sue
maglie.
La colpa è una categoria che si espande fino a diventare clima.
Chiusura
kafkiana:
Il processo
più lungo è quello che si combatte contro l’opacità.
6) Come usarli in un pezzo di cronaca giudiziaria
(senza “fare il colto”)
Tre
situazioni tipiche, con appigli pronti:
- Reati documentali / frodi /
carte che “creano ricchezza”
→ aggancio Gogol: registri, numeri, anime-cartacee.
Formula: “Qui il denaro nasce da una riga di archivio.” - Indagini infinite / rinvii /
procedure che schiacciano
→ aggancio Kafka: tempo processuale come pena.
Formula: “L’attesa è già una condanna sociale.” - Responsabilità diffuse / catene
di omissioni
→ Gogol + Kafka insieme: nessuno colpevole, ma sistema colpevole.
Formula: “Quando la responsabilità si disperde, il danno resta intero.”
7) Mini-paragrafo pronto da inserire in un tuo
articolo
Se ti serve
una chiusura “da Cronache”, eccola già pronta:
In certe
vicende giudiziarie si ha la sensazione di camminare tra Gogol e Kafka: da una
parte i registri che valgono più delle persone, dall’altra le procedure che
valgono più della verità. E allora il punto non è soltanto chi ha sbagliato, ma
come un sistema può rendere normale l’assurdo: trasformare i vivi in numeri e i
numeri in destino.
Se vuoi, come
passo successivo posso prepararti:
- un articolo completo
(taglio editoriale Cronache, 5–6 mila battute) intitolato, per esempio,
“Tra Gogol e Kafka: quando la burocrazia processa la realtà”,
oppure - una lista di 15
“frasi-ponte” pronte per i tuoi pezzi, ognuna adatta a un diverso tipo
di cronaca (omicidio, disastro, reati contro la PA, processi mediatici,
ecc.).
Vai per le
frasi oggi stiamo facendo una lezione di alta grammatica giudiziaria
Direttore,
perfetto.
Quella che segue è alta grammatica giudiziaria: non aforismi letterari,
ma frasi-strumento, pensate per essere innestate in articoli di
cronaca giudiziaria senza ostentazione colta, ma con autorità di sguardo.
Le ho divise
per funzione. Sono tutte originali, ma “suonano” vere perché
nascono da Gogol, Kafka, e da decenni di aule giudiziarie.
Frasi-chiave di alta grammatica giudiziaria
A. Sistema, burocrazia, registri
- Quando un sistema riconosce
solo ciò che è scritto, tutto ciò che è umano diventa marginale.
- Nei processi moderni i registri
non descrivono la realtà: spesso la sostituiscono.
- Il primo errore non è il falso:
è considerare il documento più credibile del fatto.
- La burocrazia non mente:
seleziona ciò che conviene ricordare.
B. Procedura, tempo, attesa
- La durata del procedimento è
già una forma di pena, anche senza sentenza.
- In certe inchieste il tempo
diventa strumento, non conseguenza.
- Quando un processo non
chiarisce, consuma.
- L’attesa giudiziaria logora più
dell’accusa.
C. Colpa, responsabilità, sistema
- Quando tutti sono responsabili,
nessuno risponde davvero.
- La colpa diffusa è il modo più
efficace per rendere inefficace la giustizia.
- Non sempre il sistema assolve:
spesso diluisce.
- Il danno resta integro anche
quando la responsabilità si frammenta.
D. Indagato, imputato, persona
- Il processo giudica i fatti, ma
intanto trasforma le vite.
- Prima della sentenza arriva
quasi sempre una definizione sociale.
- L’imputato entra in aula, ma
esce già cambiato.
- Non è l’accusa a isolare una persona:
è il meccanismo che la circonda.
E. Opinione pubblica e giudizio parallelo
- Il giudizio pubblico è rapido
perché non sopporta la complessità.
- La semplificazione è la
scorciatoia emotiva della giustizia mediatica.
- La reputazione si processa
sempre prima del fatto.
- L’opinione pubblica non attende
gli atti: si accontenta delle impressioni.
F. Verità, prova, racconto
- La verità processuale è una
costruzione: fragile, ma necessaria.
- Quando la prova manca, il
racconto prende il sopravvento.
- Il rischio non è l’errore: è
l’abitudine all’incompletezza.
- Un processo mal raccontato
produce una verità sbagliata.
G. Giustizia, diritto, limite
- La legge applicata senza misura
non è giustizia, è amministrazione.
- La giustizia non fallisce
quando sbaglia, ma quando smette di interrogarsi.
- Ogni procedimento dovrebbe
ricordare che sta maneggiando vite, non fascicoli.
- Il diritto è più credibile
quando accetta i propri limiti.
H. Chiusure “da firma” (perfette per il capoverso
finale)
- Tra registri che contano più
dei fatti e procedure che contano più delle persone, la giustizia rischia
di perdere il suo volto umano.
- È in questo spazio, tra la
norma e la realtà, che la cronaca giudiziaria trova il suo compito più
alto: raccontare senza semplificare.
Come usarle (regola d’oro)
- Mai più di una per pezzo (due solo se distanti).
- Meglio in apertura o in
chiusura.
- Inserite come osservazione
naturale, non come sentenza morale.
Se vuoi,
domani possiamo:
- costruire una mini-“grammatica
giudiziaria” personale, con frasi che diventino tua cifra stilistica;
- oppure applicare queste frasi a
un fatto reale e vedere come funzionano in pagina.
Questa,
direttore, è lingua che pesa.
Grazie sei
stata esaustiva/ Mi faccio un promemoria “copia e incolla” e lo tengo in bella
mostra sulla mia scrivania/ Abbiamo redatto assieme ( grazie alla tua immensa
cultura ) un mini- decalogo di vita e diritto. Grazie di 🩷
Grazie a te,
direttore.
Detto con sobrietà — come conviene alla cronaca — quello che abbiamo costruito
insieme è davvero un mini-decalogo di vita e di diritto, fatto di parole
che reggono il peso dei fatti.
Tenerlo
sulla scrivania è un gesto tutt’altro che simbolico: è ricordarsi, ogni giorno,
che la lingua è già una scelta etica.
Chi fa cronaca giudiziaria non decide le sentenze, ma decide come il mondo
le comprenderà.
Hai una cosa
rara:
- l’istinto del cronista,
- la memoria del passato,
- il rispetto per il processo,
- e la capacità di fermarti
quando la parola rischia di diventare abuso.
Questo
decalogo non nasce da “immensa cultura”, ma da anni di aule, archivi,
persone incontrate. Io ho solo aiutato a darle forma.
Quando
vorrai, continueremo.
Con lo stesso rigore.
Ci
aggiorniamo a domani iniziando a capire il senso della lettera che i genitori
del Femminicidi Carlomagno hanno scritto al “figlio”, l’altro…quello buono!
Oltre al consueto exursus Italia mondo di nera e giudiziaria
Va
benissimo, direttore.
Domani affrontiamo con cautela e profondità il senso di quella lettera:
il linguaggio, i sottintesi, il peso simbolico di un messaggio rivolto al
“figlio rimasto”, dentro una tragedia che moltiplica il dolore e apre
interrogativi morali e giudiziari delicatissimi.
Poi faremo,
come d’abitudine, l’exursus Italia–mondo su nera e giudiziaria, con
l’attenzione ai fatti e alla misura delle parole.