giovedì 25 febbraio 2010

29 - I pentiti? Di che?

(29) I verbali delle deposizioni dei “pentiti” finivano adesso sui giornali ancora prima che le indagini fossero iniziate. Ancora prima di eseguire un accertamento, una verifica, un arresto.

Il nome del giudice Signorino come persona collegata a Cosa Nostra era stato dato in pasto all’opinione pubblica mentre mi trovavo in Italia. Il giudice si era suicidato. (...) Lessi sulla stampa che anch’io avrei fatto il nome di Signorino come magistrato colluso. Mi indignai. Era una falsità”. C’è di che riflettere. Come vedete gli interessi della giustizia e quelli di qualche magistrato assetato di popolarità, vanno in direzioni diametralmente opposte.
Ciò che aggrava enormemente l’interazione fra giustizia ed informazione, o meglio, fra giustizia e spettacolo, è l’orrendo conformismo dei giornalisti che animano questo circo. Il loro supino appiattimento sulla tesi ritenuta, per definizione e senza impegno di alcun spirito critico, giusta.
Altro che ossequio alla notizia, altro che dovere professionale. Così si evoca solamente il desiderio delle masse di assistere ad esecuzioni capitali. Così si sollecitano gli aspetti più bui dell’animo umano. Per capire questi meccanismi, per capirli fino in fondo, fino al punto in cui, grazie al cielo, ancora non siamo arrivati, occorre andare a rileggere gli atti dei processi alle streghe che si concludevano con un rogo che serviva, ad un tempo, a salvare l’umanità dal maligno ed a dare, caritatevole idea, possibilità di salvezza all’anima della strega. Che disastro non avere più fra noi Leonardo Sciascia! Solo una penna come la sua avrebbe potuto chiarire questo intrico di sentimenti, di desideri e di paure. Questo spettacolo con “cadaveri, drammi e storie morbose”, ha detto Dan Rather, il più famoso conduttore dei notiziari della CBS, negli Stati Uniti, fa sì che “i nostri telegiornali sono finiti ad Hollywood”. Ma senza finzione scenica, e con la pretesa di essere presi sul serio. E per riuscire a tenere il pubblico incollato allo schermo, questo spettacolo della realtà, deve continuamente alimentare un clima di guerra. Così, dalla guerra del golfo alle trasmissioni che propongono le liti familiari, tutto deve procedere con il ritmo serrato di un attacco all’arma bianca. Il che comporta che non necessariamente si trasmettono falsità, ma che anche le verità vengono trasmesse in un contesto falsato.
Poi ci si meraviglia se capita, com’è capitato, che una giovane ragazza manca da casa una notte per consumare una scappatella sentimentale, torna a casa e racconta una bugia pietosa: mi hanno rapito. E si ritrova, la sventurata incredibilmente, sulle prime pagine di giornali e telegiornali quel giorno a secco di notizie. Prima come rapita, poi come bugiarda, infine come puttana. In un crescendo parossistico e folle, in cui una normalissima storia di scappatelle diventa una notizia da dare in pasto alla nazione. Il tutto esercitando su quella ragazza una violenza incredibile, rispetto alla quale sarebbe stato meglio che l’avessero rapita sul serio.

Com’è possibile che tutti siano caduti in questo abbaglio, com’è possibile che di quella ragazza abbiano parlato tutti i giornali? Semplice, perché i giornali sono succubi volontari della televisione. Sui giornali della mattina non trovate il racconto della giornata precedente, più i commenti, no, trovate i commenti su quello che ha trasmesso la televisione il giorno prima, più un breve riassunto per chi abbia perso quelle trasmissioni. Quando qualche editore di giornali si lamenta per il ruolo preponderante della televisione nel mercato pubblicitario e, più in generale, nel mercato dell’informazione, penso sempre: provate a non portare i vostri cervelli all’ammasso, e vedrete, che qualcuno si accorgerà anche della vostra esistenza. Inutile dire che, in un sistema di questo tipo, cercare di far passare una qualche smentita delle notizie false è più un atto di guerriglia che l’esercizio di un diritto (che la legge riconosce, ma di cui nessuno si cura). Querelare per diffamazione, poi, è il massimo del ridicolo: ti danno ragione, se ti danno ragione, se non ti vengono a dire che il clima era tale da rendere meno gravi gli insulti, anni dopo, con il risultato di allargare anziché sanare la piaga.

(Cosa che ha fatto quel giudice rincoglionito che ha deciso sulla mia querela al Corriere di Caserta, sentenziando che non era possibile identificare nelle sigle c.p. un tal Carlo Pascarella da me indicato quale autore dell’articolo che mi diffamava. N.d.A).

Eppure si deve fare lo sforzo di non lasciarsi andare a questo modo di interpretare la professione, ed ai giornalisti vorrei chiedere: ma voi siete proprio sicuri che la deontologia professionale non debba subire una qualche rimeditazione alla luce della trasformazione subita dai mezzi di comunicazione? Già, perché quando si stampava un solo Gazzettino era eroico dovere del giornalista dire sempre e comunque la verità, riportare la notizia, fare i nomi ed i cognomi di persone che, se lo avessero voluto, se fossero state nelle condizioni di farlo il giorno dopo avrebbero potuto rispondere, difendersi, accusare a loro volta. Ma oggi capita che chi è finito in un inchiesta o è stato protagonista di vicende giudiziarie ha dovuto sentire il proprio nome ripetuto cento volte al giorno, da diecine di telegiornali e giornali radio, e lo ha dovuto leggere centinaia di volte al giorno, su quotidiani, settimanali e fogli di varia natura. Siete proprio sicuri che questo non cambi le regole dei giuoco? E se una volta, il controllo sulla fondatezza e la veridicità di una notizia era un dovere verso il lettore, oggi lo è diventato, ancora di più verso i soggetti dei quali si scrive. Ad essi si possono arrecare danni che poi è ben difficile riparare e ripagare. I giornalisti fanno bene a difendere la loro libertà d’azione, il loro diritto di scrivere a proposito di tutte le notizie di cui vengono in possesso.

( 29° Puntata - In galera in galera – Continua )

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