venerdì 5 febbraio 2010

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I MIEI COMPAGNI DI CELLA NEL PADIGLIONE GENOVA DI POGGIOREALE ERANO … 2 PEZZI DA 90 DELLA CAMORRA NAPOLETANA…



Nel carcere, le uniche “nfamità” le fanno i secondini. Io ho avuto la fortuna – allorquando fui inseguito dalla malasorte - ( avrei dovuto dire “mala-giustizia”, ma poi meglio spiegherò in seguito ), nel luglio del 1998 – di avere il conforto, di due buoni amici: Ciro Formicola e Peppe Zofra. I due erano ristretti nel padiglione “Genova”, ed accusati di reati di camorra, lo stesso reato che veniva contestato a me. Don Ciro, un bell’uomo, alto, bruno, un saracino: avvezzo al mare ( era uno dei boss della potente famiglia dei Formicola di Portici ) era un figlio d’arte. Il padre era stato un boss vecchio stampo e pioniere nel contrabbando delle sigarette. Don Ciro Formicola per me è stato quello che l’Abbate Faria fu per Edmond Dantès, l’indimenticato personaggio del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas. “Qui non si pensa” – mi diceva – quando mi sorprendeva con la testa fra le mani, appoggiato al cancello della cella. Era accusato da un “cognato-pentito” di essere il mandante di vari omicidi di camorra.
Soffriva molto, sia per questa accusa che gli veniva da un parente ( al quale mi disse di aver fatto sempre bene) e sia per la sfortunata congiuntura che aveva visto il figlio Antonio, giovanissimo, ristretto nello stesso Padiglione ed accusato anche di tentato omicidio.
La sera, in particolare, “nell’ora che ai naviganti intenerisce il cor”, Don Ciro, arrampicandosi alla sommità della grata, chiamava ad alta voce il figlio – che era due celle più avanti della nostra – per sapere se stava bene. Fui io stesso, allorquando si paventava la mia imminente scarcerazione, a fare la domandina al direttore del carcere, per far spostare il figlio nella sua cella, (anzi, nella nostra cella, al secondo piano, nel Padiglione “Genova”, la numero 60, nel complesso più squallido e sporco del mondo, nella “latrina” d’Italia: Poggioreale.
Don Ciro era un uomo saggio e giusto. Non rimpiangeva il suo passato di contrabbandiere di sigarette ( le famose… bionde) e la sua vita burrascosa, … quando nella notte, - mi raccontava - di ritorno dal Montenegro, con la sua “nave” ammiraglia, con un carico di contrabbando, alla vista di uno scafo della Guardia di Finanza, puntava dritto su di esso per affondarlo… era l’epoca degli scafi blu e spiegava: ”La prua della mia barca era fatta apposta per infilare i finanziari… ”.
Non gli feci mai capire che io, ero lì, in galera, con un’accusa tutta inventata dai finanzieri… Mi raccontò, tra l’altro, che al momento del suo arresto, era latitante in una villetta di Castelvolturno, la cosa che più lo aveva rattristato era stato lo sguardo del nipotino che quasi piangeva… per l’allontanamento del nonno. Sono momenti di grande tristezza che ti spezzano il cuore. Più di una volta mi ha rincuorato con consigli saggi, umani, concreti; era un uomo positivo. Almeno in cella. Al mio arrivo, per il semplice fatto di avere i capelli bianchi, ordinò a Peppe Zofra di andare ad occupare il terzo piano del letto a castello, e lui, che prima dormiva al primo, passò al secondo.

Volete un altro esempio di autentica solidarietà? Il giorno che fui interrogato, dopo cinque giorni dal mio arresto, e per questo fui tradotto – ammanettato di tutto punto, scortato da uomini armati di mitra, nel fetido carrettone “porta-bestiame”, legato ad una catena con ai polsi gli “schiavettoni”, (manette di ferro avvitate con perni pesantissimi ), come un vero “boss”, dal carcere di Poggioreale a quello di Secondigliano; partenza alle sette del mattino, feci ritorno nella mia cella verso le 16 e trenta. Al mio rientro trovai la tavola preparata con il pranzo da consumare. Avete capito? Ciro e Peppe non avevano pranzato, sapendo che io ero sotto interrogatorio, ed aspettarono che io ritornassi per consumare quel poco che avevano preparato. E la cosa è ancora più gratificante per me, perché io sapevo che loro con quell’ attesa, protrattasi fino al tardo pomeriggio, avrebbero perso il diritto di scendere per l’ora di aria per quel giorno. Scusate se è poco! Tale rispetto e tali comportamenti io non li ho riscontrati né tra i familiari nè tra gli amici più intimi, fuori dal carcere.


( In galera, in galera – 3 continua )

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