giovedì 25 febbraio 2010

32 - I pubblici ministeri non sono giudici -

(32)Il più ricorrente, e superficiale, degli errori è quello di continuare a chiamare “giudici” i pubblici ministeri.



E un piccolo errore? In fondo appartengono tutti all’ordine giudiziario? Neanche per idea, è un errore grosso, che induce in grandi errori di valutazione e non è assolutamente vero, come qualcuno ripete pappagallescamente, che la nostra Costituzione disegni un ordine giudiziario in cui i ruoli sono indistinti, perché nella carta Costituzionale, al contrario, si trova una netta distinzione fra magistratura giudicante, i giudici, ed i piemme in questo caso, come si vede, non si tratta di riempire gli articoli con lunghe disquisizioni tecniche ma semplicemente, di chiamare le cose con il loro nome.
E questa è solo la cosa più evidente. La montagna degli errori commessi è assai più alta, e si compone di una assoluta confusione sulla differenza fra indagine ed incriminazione, sul ruolo del giudice delle indagini preliminari, del tribunale della libertà, della cassazione, sulla differenza fra sequestro e pignoramento. Roba importante, non robetta secondaria. Oltre ad una minima informazione specifica occorre anche assumere una adeguata mentalità professionale. Le questioni giudiziarie, di solito, hanno caratteristiche vitali per i coinvolti, sono cose pesanti, che lasciano segni profondi. In materie come queste ciascuno dovrebbe proibire a se stesso di scrivere se prima non ha tentato di acquisire anche il punto di vista di chi viene accusato. Naturalmente l’accusato ha tutto il diritto di stare zitto, ed in questo caso il giornalista ha diritto di scrivere tutto quello di cui è venuto a conoscenza. Ma il giornalista non ha il diritto morale, professionale di scrivere senza neanche essersi preoccupato di sentire le persone di cui si parla, della cui vita si discute come fosse cosa di tutti, tranne che loro.
Il Presidente della Repubblica si è sentito in dovere di intervenire sul modo in cui si fa informazione, e di indicare la necessità che sia tutelata quella che lui ha chiamato “par condicio” (ed è appena il caso di sottolineare che i giornalisti, nel riportare tale notizia, e nel ribadirla più e più volte hanno omesso di considerare e comunicare che la esistenza di un tale problema non getta una luce di encomio sul loro modo di lavorare). Trovo disdicevole che il presidente abbia sentito il bisogno di ciò nella vita politica dove a ciascuno, bene o male. è sempre offerta la possibilità di replica, ed invece non sia intervenuto dove i cittadini possono essere sbranati e linciati senza che a loro si offra mai la possibilità di proferire verbo. Certo, il Presidente e talora intervenuto a ricordare che i cittadini oggetto di indagini rimangono pur sempre degli esseri umani, ma non si dimentichi che la par condicio politica è divenuta oggetto di un programma di governo, e di un governo voluto e sostenuto da quel Presidente; la par condicio umana e giudiziaria, invece, è rimasta una pia affermazione di principio cui nessuno ha ritenuto, o e stato indotto a dare ascolto, neanche il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui il Presidente è Presidente.
Si badi bene che tutto questo ragionamento vale non solo quando un cittadino viene aggredito a mezzo stampa, ma vale anche quando viene osannato a mezzo stampa. Vale quando si sente la procura e si mette la mordacchia all’indagato, ma vale anche quando si offre all’indagato di colpire a piacimento una procura che si riduce al silenzio. Insomma l’Italia degli accusatori ci spinge ad occuparci di un lato della medaglia, ma guai a dimenticare l’altra.
Se il giornalismo non recupera l’amore per se stesso, il rispetto per la professione e il gusto di non stare pecoroni ai piedi dei potenti di turno, allora capiterà che chi è oggi al servizio dell’accusa sarà domani al sevizio della difesa, chi oggi partecipa al crucifige, canterà domani osanna.
Una cosa non è migliore dell’altra, una cosa non è peggiore dell’altra. Tutte e due gettano nel fango una professione che ( sarà romanticismo? ) continuiamo ad amare. II sistema dell’informazione diventa tale, diventa sistema, in quanto è un meccanismo di produzione: si produce un bene, l’informazione, e poi lo si vende, attraverso i mezzi di diffusione. Questo sistema, in Italia - come in altre parti del mondo libero ( giacché dove non vi è libertà i problemi sono altri, e più gravi ), ha dato molti frutti avvelenati. Nel sistema dell’informazione circolano oramai troppe tossine. Cresce un cinismo che spinge ad ignorare i drammi umani che si nascondono dietro, e talora si creano con le notizie che vengono pubblicate. È un sistema malato di ignoranza e presunzione. Arrogante nel modo in cui si pone verso i lettori, spesso violento verso i soggetti di cui si occupa. Coltiviamo la speranza che le donne e gli uomini che lavorano in questo sistema sappiano trovare, dentro se stessi, la voglia e la forza di essere diversi. Sappiano capire prima di tutto, quello che la collettività nel suo insieme, con le sue leggi, dovrebbe meglio mettere a fuoco: il sistema delle informazioni è un mercato, è un business. Non è sempre stato così ma lo è diventato.

( 32 – In galera, in galera – continua )

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