giovedì 25 febbraio 2010

46 - Giorgio Bocca non conosce un cazzo di Napoli

(46 )Sul libro “Napoli siamo noi”, è anche intervenuto il cardinale di Napoli, Michele Giordano: “Giorgio Bocca non conosce un cazzo di Napoli. Scrive come tutti gli inviati che calano qui. Sensazioni personali o esperienze negative fatte sulla propria pelle”.

Uno di questi inviati, appunto, Giancarlo Penna del giornale “Libero”, ha avuto parole di fuoco per il governatore ed il suo entourage. “Bassolino, ‘o Re - prospera sui suoi disastri. Da tre lustri - infatti - il governatore campano sta affossando Napoli e la Regione. Ma grazie al suo personale sistema di potere guadagna voti e resta saldo al comando. Protetto dai giornali intimidisce l’unico quotidiano fuori dal coro a colpi di querele il “ROMA”, di Italo Bocchino. I magistrati assistono muti ma i DS sono stufi. Occorreranno almeno 6 anni per risolvere il problema spazzatura. Intanto migliaia di netturbini sono stipendiati ma non fanno nulla.

Non c’è speranza per Napoli! Anche Bassolindo ( come lo chiama il comico Lino D’Angiò ) si è convinto: “Situazione seria, occorre una scossa” - e come rimedio ha consigliato - “dobbiamo marciare contro la camorra”. Tanto ha dichiarato alla stampa l’on. Bassolino nel 2007.

A me viene subito di rispondergli, e mi domando, con meraviglia, come mai, finora, i napoletani, non lo hanno portato in Piazza Mercato e gli abbiano fatto fare la fine di tutti i capipopolo che hanno affamato Napoli da Masaniello a oggi? Il corpo fatto a pezzi e sparso per tutta Napoli. Sì. Ci vorrebbe una scossa! Come dice lui. Ma una scossa elettrica, per una enorme sedia, da installare a Palazzo S. Giacomo e sulla quale dovrebbe sedere lui, la sindachessa e i componenti della “cosca” che ha fatto sprofondare la Campania in una fossa di monnezza. E se si dovesse verificare un giorno che Bassolino dovesse essere trascinato alla ghigliottina, in Piazza Mercato, io vorrei occupare una poltrona, nei primi posti, per godermi soddisfatto l’esecuzione. Sullo stesso argomento - di rimbalzo, Francesco Landolfo, editorialista de “Il Roma”, ( poco prima della sua immatura scomparsa ), scrisse: “San Gennaro, aiutaci tu a salvare questa città”. Dal canto suo, Isaia Sales, autore di pregevoli opere sul fenomeno della camorra, ha detto la sua: ”Occorrono trenta anni per liberare Napoli dalla camorra”.

Vorrei solo ricordare che, ogni qual volta che, con interventi “mirati” legislativi e non, si è tentato di eliminare la camorra, essa è sorta - dopo poco - più agguerrita e fortificata di prima.
Il giornalista Marvasi, all’epoca del processo Cuocolo, scrisse addirittura che... “i metodi della camorra erano meno pericolosi di quelli impiegati per reprimerla”. Attenzione dunque! Io dico invece, che estirpare la camorra a Napoli è un gioco da ragazzi. Basterebbe assegnare un discreto sussidio ad ogni disoccupato e incrementare “veramente”, ( non con azioni fumose ), il lavoro per tutti. Non ho scoperto l’acqua calda. Lo ha detto Tommaso Moro, nel 1500 ne “L’Utopia”. “Per debellare la delinquenza non occorrono nuove carceri o misure drastiche, come la pena di morte. Basta incrementare il lavoro...”.

Ma ritorniamo al nostro racconto, e consideriamo sull’argomento, quello che ha detto Marco Pannella: ”La magistratura è una casta, cane non morde cane”. Quante vittime innocenti? E’ stato il mio caso, ma anche quello di Lino Jannuzzi e di Stefano Surace, come quello di tanti altri. Come i Cappello, padre e figlio, Vincenzo e Dante, come Alfredo Pozzi, Tamì Ventre, Tiberio Cecere, Vincenzo Tavoletta: tutti mandati al macello dalla mano giustizialista e dalla voce del pentito – Pasquale Pirolo - pagato per accusare.

L’infame ha raggiunto così contemporaneamente tre scopi: quello di infangare degli innocenti; quello di salvare – come contropartita – le proprie attività commerciali, frutto evidentemente di precedenti estorsioni e gesta camorristiche; ed infine quello di far fare carriera a qualche piemme che voleva emergere a tutti i costi, ma che non aveva i numeri per farlo diversamemnte. Sulla gestione dei pentiti in Provincia di Caserta vale la pena citare un caso per tutti: quello del “camorrista-pentito-sbirro”, Carmine Di Girolamo e della moglie Adriana Rambone. Una gestione discutibile che ha avuto inizio fin dall’epoca del piemme d’assalto Vincenzo Scolastico.

46 – In galera in galera – continua

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