domenica 14 febbraio 2010

(9) LA GIOIA… PER LA VISITA DEI MIEI FIGLI
LELLO E MAX

Quante emozioni e quanti ricordi. Tetri, allucinanti. Eppure in quell’ “inferno” vi era dell’umanità: la grande solidarietà dei compagni di sventura. Nel carcere, per sopravvivere ci si aggrappa a tutto. La doccia, la messa, l’interrogatorio, la notifica di un atto, la visita medica, l’arrivo di una lettera, la visita degli avvocati, il colloquio con i familiari. Erano momenti di grande emozione e di gioia - l’incontro nel parlatorio con i miei figli Lello e Massimiliano. Ma nello stesso tempo mi si stringeva il cuore, a pensare che loro per parlare con me, per vedermi, avevano fatto sacrifici enormi, con attese interminabili, in mezzo ad una massa eterogenea e pittoresca di baldracche, prostitute, straccioni di ogni ceto. Si dovevano per forza incontrare con i famigliari dei detenuti a Poggioreale: lenoni, drogati, ladri, scippatori e rapinatori di ogni specie.

In quel carcere - unico al mondo - si arrivava, per fare la fila, alle 5 del mattino e si entrava a contatto con il detenuto - mediamente - verso le 12/13. A S. Maria C.V. - nuovo complesso, impropriamente detto di “S. Tammaro”, la media di attesa era quasi la stessa. Mentre a Cassino era minore l’attesa e più vivibile la galera. Più volte ho diffidato mio figlio Lello ad astenersi dalle visite. E’ stato inutile. Povero ragazzo, ha dovuto subire lo smacco e la vergogna di avere un padre “criminale”. Le colpe di un padre scaraventate sui figli. Ma la realtà era proprio così? A mio figlio Lello voglio dire: “Però, a pensarci bene, ora che tutte le vicende stanno per chiudersi, ritengo - a mio sommesso giudizio - che i veri “criminali” siano stati coloro i quali, con tanta facilità, hanno firmato ordinanze di custodia cautelare… o hanno emesso sentenze inique”.

E, per ora, mi fermo ma cito questo passo di un bel libro sulla giustizia.

“La struttura del vincolo familiare fa sì che le pene ( e segnatamente quelle più gravi, come per esempio la reclusione per lungo tempo ed a vita ) pesano fortemente, oltre che sul reo, sui suoi congiunti innocenti. Niuno afferma che ciò sia giusto; comunque si pensa che ciò sia inevitabile; forse per questa ragione, l’argomento non è studiato di solito dai giuristi… Problema certamente arduo, ma che pur merita, a nostro avviso, di essere posto nei suoi propri ideali termini, affinché si dirigano in questo senso gli sforzi dei legislatori e dei giudici in futuro…”. ( Giorgio Del Vecchio – La Giustizia ).


Io, come dicevo, per fortuna, non ho avuto avvocati, cioè ho avuto “avvocati-amici”. Ricordo con particolare affetto la grande umanità di Giuseppe Garofalo. La sua presenza nel carcere, la sua autorevolezza nel contrattare con i giudici, mi dava grande fiducia. Per me, ad ogni incontro, era una carica di forza e di vitalità che mi aiutavano a sopravvivere in quel fetido luogo. Il grande affetto che mi trasmetteva l’avvocato Domenico Stanga, civilista insigne, ma digiuno di penale, da me nominato solo per l’amicizia che mi legava a lui. Le sue frequenti visite mi riempivano di gioia. Mi davano la carica per sopportare la galera. Spesso si è prestato a fare da tramite per rapporti affettivi ed epistolari con la persona che volevo bene e mi mancava…
Uno dei momenti più significativi nel carcere è l’ora d’aria. Si definisce così la passeggiata nel cortile, ( squallido, senza verde ), che spetta per due volte al giorno, ad ogni detenuto. Quell’ora rappresentava una grande festa per tutti e lasciare la disadorna e fetida cella ( una stanzetta di 3 x 2 metri, con un bagno senza la porta, tre letti a castello, un minuscolo televisore - nel 1998 ancora in bianco e nero - un armadietto, un tavolino e qualche sgabello ), per incontrarsi con gli altri detenuti significava una vera e propria festa per tutti.

Don Ciro mi stimava - specialmente dopo aver appreso che facevo il “cronista giudiziario” - e che anch’io ero vittima di un pentito. Ricordo un giorno, mentre io, Peppe Zofra e don Ciro passeggiavamo nel cortile, ci si avvicinò un detenuto ( ma non era uno qualsiasi, era un grosso imprenditore del Cis di Nola, Raniero Coletta, anche lui vittima del giustizialismo dei pentiti, ritenuto un prestanome del boss Mario Fabbrocino, per questo arrestato e poi come molti, regolarmente assolto ), e visto il mio stato dimesso e con barba lunga azzardò: ”Posso mandarvi due camicie e gli arnesi per la barba?”. Non l’avesse mai detto. Don Ciro lo redarguì: “Il professore è nella mia cella, spetta solo a me provvedere ai suoi bisogni”. Appena arrivato, infatti, mi aveva dato sigarette Marlboro, camicie e tutto per le pulizie personali. Nel carcere, come detto, ci si accontenta di poco. L’ora d’aria è il momento di aggregazione più significativo, dove si socializza ed è il luogo dove si realizzano le cosiddette “stese”. Il gesto di camminare impettito, a testa alta, leggermente inclinata a destra, con movimenti come se si trattasse di un comune tic! Era un gesto di sfida che faceva arrabbiare i secondini. La “stesa” era la risposta contro un regime carcerario opprimente. Per i corridoi, ad esempio, bisognava camminare a testa bassa e con le mani dietro la schiena… invece molti per protesta facevano la… “stesa”!

Don Ciro, la “stesa”, la faceva da maestro: irrigidimento del busto, a testa alta, con piccoli movimenti della testa, una volta a destra una volta a sinistra. Al suo arrivo nel cortile per l’ora d’aria, una frotta di conoscenti e nuovi arrivati andavano a salutarlo. Lo baciavano, chiedevano consigli, sigarette, protezioni, nomine di avvocati… raccomandazioni di ogni genere.

Un giorno, uscito dal carcere parlai dell’atteggiamento insensato degli agenti di custodia nei confronti dei detenuti con Antonio Falcone, un funzionario di polizia, addetto all’Ufficio per l’affidamento al servizio sociale. Non si meravigliò affatto di come io ero stato trattato ( da incensurato) a Poggioreale. Mi disse, amareggiato: ”Per migliorare la vivibilità nelle carceri italiane bisognerebbe cambiare la mentalità a tutti gli agenti di custodia, bisognerebbe fare loro un vero e proprio lavaggio di cervello”.

(In galera, in galera – 9° -continua )

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