mercoledì 10 febbraio 2010

OTTAVA PUNTATA - SEGUE - IN GALERA IN GALERA

(8) MARCO PANNELLA: POGGIOREALE VA CHIUSO



Marco Pannella nel 1994 e nel 2000 tuonò: “Il carcere di Poggioreale è una vergogna per l’umanità, deve essere abbattuto, come la Bastiglia… ci vuole un novello Masaniello”. Negli anni scors la Camera Penale di Napoli ha pubblicato un piccolo e bel libro “Il Carcere dimenticato” sulla situazione dei penitenziari campani. Nello stesso si può leggere: “Poggioreale rappresenta poi un caso a parte, un vero inferno. Risulta difficile credere che si possa reggere una situazione del genere”. Basta mettere una mano sul muro esterno di un padiglione per capire cos’è Poggioreale. Sono bagnati, fradici di umidità. Quasi tutti i detenuti raccontano dei pezzi di intonaco che periodicamente cascano loro sulla testa. Il colore dell’acqua che esce dai rubinetti e dalle docce è marrone, rugginoso. Dai tombini del «passeggio» esce puzza di fogna.
Ma i «ritocchi» al carcere sono palliativi, perché anche le aree rimesse a nuovo nel 2001 sono già vecchie, piove acqua dai soffitti, ogni giorno i cessi si intasano, e le conseguenze, per chi accanto alle latrine vive (uno sull’altro), cucina e mangia, sono immaginabili. A sperimentare questa forma di «vita», sono anche e soprattutto dei «presunti innocenti». La metà dei detenuti di Poggioreale è infatti in attesa di giudizio. Quello che colpisce nei «definitivi» invece è il fatalismo. Non si aspettano niente, non sperano. Sono rassegnati. Non si stupiscono.

Su un muro dell’ufficio fax di Poggioreale c’è un manifesto che si vede spesso nelle carceri. «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». E’ l’articolo 27 della Costituzione. Quando è stato promulgato, Poggioreale era già vecchio. Il ministro della Giustizia Giuseppe Grassi ne era cosciente: «E’ diffìcile che un istituto di pena funzioni quando è costretto a ospitare il doppio dei detenuti», scrisse in una nota al suo presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi. Era il 1947”. Questa deprecabile situazione degli istituti di pena è ampiamente confermata dal “Rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura”, come ha anche più volte ribadito, in plurime pronunce, la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo - che l’ Italia viola i diritti umani, in particolar modo per quanto riguarda il sistema carcerario ed il trattamento dei detenuti.


“Se è vero” - è detto nel testo che ho consultato - “che nel Rapporto del 1995 il Comitato non ha ravvisato alcun trattamernto considerato di tortura da parte del personale penitenziario - in tutta Italia - sono stati ravvisati invece trattamenti “inumani o degradanti”, in particolare nel carcere Poggioreale di Napoli”. In questo carcere - a detta del comitato e riportato nel testo che ho sopra citato - un grande numero di detenuti è stato picchiato da parte del personale penitenziario. Trattamenti degradanti e inumani sono stati ravvisati in sofferenze fisiche e psichiche inferte ai detenuti stessi e, di conseguenza il Comitato ha raccomndato alle autorità italiane di reprimere severamente ogni forma di trattamento inumano o degradante inferto ai detenuti del carcere di Napoli. Ma quello che è più grave è rappresentato dal fatto che l’Italia “ha censurato la pubblicazione” dei rapporti svoltisi successivamente al 1995 da parte degli organismi Europei. Onde poter verificare la situazione attuale delle carceri - anche dopo il recente provvedimento di indulto - sarebbe fondamentale poter ottenere la pubblicazione dei due rapporti successivi sull’Italia da parte - come detto - del Comitato, che attualmente non sono stati resi pubblici dal nostro paese. L’Italia, infatti - e questa è una vergogna - non ha ad oggi concesso tale autorizzazione.

Ma la mia “testimonianza”, per il mio internamento, avvenuto nel 1998 - tre anni dopo il rapporto - dovrebbe bastare, per confermare che, nulla è cambiato. Anzi, il trattamento inumano e degradante è continuato e continua ancora oggi... anche fuori dal carcere!

Ed era forse proprio in considerazione di tutto questo, che il mio compagno di cella a Poggioreale, Don Ciro Formicola - che aveva una consolidata esperienza carceraria - mi diceva che “sopravvivere all’interno del carcere era una lotta continua: contro lo Stato che ci voleva in catene”. E spesso lo sentivo ripetere: ”O noi mangiamo la galera o la galera mangia noi”. Era vero. Sopravvivere e non pensare al suicidio, era una lotta interiore, tra il disagio ( specie per chi - come me - non era mai stato in galera - ) e gli affetti che avevi all’esterno. Bisognava stringere i denti... Io l’ho fatto e sono sopravvissuto...!!!

( In galera, in galera – 8 – continua )

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