martedì 2 marzo 2010

Sessa Aurunca: Una perla tra le perle

PANORAMA-TRAVEL: LA RIVISTA SCEGLIE SESSA AURUNCA (CASERTA) TRA LE METE

SESSA AURUNCA SCELTA DALLA RIVISTA “TRAVEL” TRA LE METE INTERNAZIONALI PIU’ AMBIZIOSE COME: OKINAWA, INDIA, BRASILE, POLINESIA, THAILANDIA, MARSIGLIA E MARRAKECH – UNA SORTA DI RINASCIMENTO CAMPANO PER I TESORI DELLA CITTA AURUNCA


Dalla Svezia arrivarono i primi brividi. Tra la macchia mediterranea delle dune domizie apparvero bionde vestali in topless, nordiche sacerdotesse del nascente turismo di massa degli anni Sessanta. Un attimo, e fu il boom. Un intero resort di casette e bungalow di legno in stile scandinavo - La Serra, ma per tutti era il «villaggio svedese» - fiorì nella pineta allora deserta al centro del goffo di Gaeta, luogo sacro agli antichi romani. Dalla dea Manca alle ninfe vichinghe. Dal Grand Tour ai tour operator. Il concorso nazionale di sviluppo turistico bandito nel 1962 dal comune di Sessa Aurunca, il cui territorio comprende la fascia costiera campana al di là di Torregaveta, creò un’ebbrezza che contagiava tutta l’area domizia e aurunca. Baia Domizia come Capri o Positano, meta capace di attrarre anche gli opposti, Michelangelo Antonioni e Totò, Patty Pravo e John Lennon, simbolo di un’Italia stregata dal bikini e dall’ombrellone come nelle canzoni di Edoardo Vianello o nei film di Dino Risi. La sbornia finì vent’anni dopo, con la requisizione delle villette e degli alberghi del litorale a beneficio dei terremotati irpini. Il declino del territorio sessano, dato allora per inesorabile, conosce adesso un’inversione di tendenza. Un pugno di imprenditori innamorati di questo lembo di Campania Felix inaugura locande di charme e ristoranti gourmet, investe in vigneti e cantine da dove escono grandissimi vini, in America già ribattezzati super Campania wines (sul modello dei Brunello super tuscans), riconverte interi paesi sgarrupati - è il caso di Tuoro - in borghi shabby-chic. Sessa Aurunca, primo comune caserLano per estensione territoriale e centro di gravità permanente delle iniziative che fioriscono dal Volturno al Garigliano, se ne resta acquattata tra il vulcano spento di Roccamonfina e il profilo spigoloso del Massico. Attorno ai resti smozzicati di una colonna o agli affreschi sbiaditi di un’abbazia altrove si allestiscono musei, si inaugurano mostre ed esposizioni, prosperano le pro loco. Con i tesori archeologici e architettonici di Sessa si sarebbe potuto fondare un impero del turismo colto: dal teatro dell’antica Suessa agli stucchi, alle policromie e alle sculture in pietra della splendida cattedrale romanica, dal castello normanno-svevo all’intero impianto del centro storico, intatto nel suo assetto urbanistico complessivo. Anche qui, ormai, si comincia a capire che sulle vie del turismo passa anche lo sviluppo. Ma di tempo se n’è perduto parecchio: gli scavi e i restauri del criptoportico del teatro d’età antonina, dopo le prime indagini del noto archeologo Amedeo Maiuri negli anni Venti, si sono conclusi nel 2004; l’anfiteatro, individuato dalle fotografie aeree, continua a custodire i suoi misteri sotto qualche metro di terra nelle cosiddette vigne del vescovo; tra Appia e Domiziana continuano a spuntare fontane romane e tratti dell’originario basolato (pavimentazione stradale), fulmineamente recintati e altrettanto rapidamente abbandonati. Il viaggio nella cittadina campana ha oggi il sapore di una sfida incessante, che richiede al visitatore spirito d’iniziativa e intraprendenza per districarsi nei meandri di una situazione comune a tanti paesi e borghi d’arte del Meridione. Chiuso il Castello e invisibili i reperti di quello che dovrebbe diventare il museo civico di Sessa, a cominciare dalla superba statua di Matidia minore, avvolta in una sensuale tunica con decolleté di marmo grigio. Stretto dalle impalcature il ponte Ronaco, che gli ingegneri di Adriano inarcarono sulla strada che collegava l’antica Suessa al tracciato maestro dell’Appia. Visitabili solo su richiesta il teatro e il museo capitolare. In restauro il mosaico pavimentale della cattedrale, capolavoro d’ispirazione bizantina risalente al XII secolo. Per poterli ammirare, occorre che vi affidiate, con congruo anticipo, ai giovani della locale cooperativa Polidoro, che organizzano visite e percorsi guidati attraverso un patrimonio altrimenti inaccessibile. Rinvigoriti dalle eccezionali sfogliatelle e dai babà dei caffè di corso Lucilio, si è pronti ad esplorare il centro storico di Sessa. Scivolando nel silenzio sotto archi in pietra e balconcini di ferro battuto, si attraversano epoche, storie, società e culture che nei secoli si sono fuse una nell’altra come sedimenti geologici: colonne e capitelli incastrati agli angoli dei vicoli, iscrizioni romane, selci, marmi e peperini incastonati in muri e facciate di case e palazzi, chiostri deserti e chiese sbarrate, file dì jeans e pedalini stesi su vicoli ciechi d’atmosfera andalusa, enigmatiche facce normanne scolpite nelle travature, portali di pietra minuziosamente cesellata, nature morte di scalinatelle con carcassa di motorino, finestre a bifora decorate con padelle satellitari, sbiaditi manifesti di Pietro Ingrao con la coppola che invita i compagni a votare la Quercia. Qua e là, inaspettatamente, l’intrico di calli e stradine si spalanca come una quinta su una campagna dolce e rigogliosa, arrampicata fino ai piedi del massiccio del Massico. Nonostante la vicinanza del mare, a Sessa l’influenza più incombente, più avvertibile è quella della montagna. Pochi minuti d’auto e una giravolta di tornanti, su verso la frazioncina di Ponte, e tutto cambia. A mano a mano che ci si allontana dall’Appia, dalla Domiziana e dalle coste della Minturno romana, si entra in piena atmosfera italica, scoscesa e felTigna. Le pendici del vulcano spento di Roccamonfina spingono oltre lo sguardo la costa frastagliata di Gaeta, che se ne va alla deriva su una macchia pallida d’azzurro. Vigne e ulivi lasciano il campo ai castagneti, ordinati come in un vivaio natura le, con le vecchie neviere sepolte tra i tronchi. La terra aurunca ai confini col Sannio è vulcanica ma solida, robusta, compatta. Niente a che vedere con le sabbie mobili flegree, che ingurgitano ed erutta no di tutto, dalla villa pornpeiana al rifiuto tossico. L’istituzione del parco regionale di Roccamonfina ha sancito amministrativamente un dato di fatto: qui, nel territorio di Sessa Aurunca, resiste maigra do tutto una parte della Campania migliore, che nel la natura e nelle tradizioni ha scelto di custodire quel poco che resta della Campania Felice. (a cura di Ferdinando Terlizzi – Fonte: dalla rivista TRAVEL di Panorama del dicembre 2009)

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