giovedì 4 marzo 2010

Successo del libro di Liliana De Cristoforo

STORIE, CANCELLI E DELITTI: STORIE DAL CARCERE DI LILIANA DE CRISTOFORO


Donne, cancelli e delitti - Racconti dal carcere
un bel libro di LILIANA DE CRISTOFORO

(recensione di Ferdinando Terlizzi


Caserta – E’ uscito nei giorni scorsi, per l’Editore Guida, nella collana “Focus”, un bel libro di poche pagine ( che si legge tutto d’un fiato ) ma pregevole nella stesura e interessante nel contenuto. Sarà ufficialmente presentato presso la Libreria Spartaco-Interno4 – a Santa Maria Capua Vetere, giovedì 26 marzo, ore 19.00 – nel ciclo degli incontri “Scrittori in carta e ossa. Una sera con..”. con la presenza dell’Autrice. Introdurrà il giornalista Giovanni Lamanna; presenterà l’avvocato Mario Romano, direttore responsabile del periodico “Giustiziaoggi”, vicepresidente nazionale Assostampa forense.
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Liliana De Cristoforo, vive a Caserta e si occupa di vari aspetti sociali ed è stata per anni direttrice di istituti penitenziari in prevalenza femminili. “Questo libro – spiega la sinossi – “nasce dal desiderio di esplorare e comprendere l’animo femminile. L’autrice ha raccolto le testimonianze di alcune detenute conosciute nel corso della sua attività lavorativa. Si tratta di Storie significative, profondamente umane e con un sottile risvolto psicologico, che riguardano donne molto diverse fra loro ma tutte realmente esistite. Molte di queste donne si sono rese responsabili di gravi reati, altre sono state semplicemente vittime delle avversità della vita. Tra esse anche Sofia Loren che nel 1982 fu ristretta per 17 giorni nel carcere di Caserta, per evasione fiscale”.
“Non ho indagato mai sul passato delle detenute, incontrate negli istituti che ho diretto nel corso della mia attività professionale, mi sembrava un‘indiscrezione inopportuna. Chi mi ha raccontato le sue vicende l’ha sempre fatto spontaneamente, forse con il desiderio di analizzare le motivazioni del proprio reato oppure nell’intento di trasmettere ad altri angosce e sensazioni. Ho raccolto in questo libro – ha scritto Liliana De Cristoforo nella premessa del suo lavoro – testimonianze, ricordi, confidenze, confessioni riguardanti gli eventi che hanno condotto alcune donne in carcere. Donne molte diverse fra loro, per età e per formazione culturale, ma quasi tutte simili, nei sentimenti e nell’aspirazione al riscatto. Le loro storie spaziano da problematiche antiche, quali il delitto d’onore, la prostituzione o la violenza carnale, a quelle più attuali quali l’immigrazione clandestina, la tossicodipendenza o la transessualità. Ciò che raccontano ovviamente – conclude l’autrice – non è la verità assoluta ma piuttosto la loro percezione della verità o forse che vorrebbero far apparire agli altri come verità”.
Il libro “Donne, cancelli e delitti tratta 10 casi. Io ho scelto di riportare ampiamente due di essi: Il delitto di una ragazza di Sessa Aurunca e quella della maestrina di Recale, Rita Squeglia. Le altre storie? Le riassumo in breve. Alfonsina, detenuta a Pozzuoli nell’anno 1975. Era di Lione il paesino distrutto dal terremoto del 1980. Non aveva visto mai il mare e se ne rallegrava a vederlo da una finestra della cella di Pozzuoli. Alfonsina fu costretta a sposare l’uomo che odiava. Ma aveva raggiunto il colmo portandosi in casa una sua amante. Al culmine della sopportazione un giorno presa un’accetta e lo fece a pezzi. Fu condannata a 11 anni ridotti a 7 in appello. Morì dopo sette mese dalla riacquistata libertà sotto le macerie della sua casa a Lioni… durante in terremoto in Irpinia.
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LA MAESTRINA DI RECALE CHE UCCISE IL SUO AMANTE
La storia di OIga è terribile. Divenuta incomprensibilmente compagna di un boss della camorra viene arrestata quale complice. Poi c’è l’episodio che l’autrice tenta di mascherare con nomi di fantasia, quello di Rosa di Caserta. Invece il delitto è quello di Rita Squeglia, la maestrina di Recale che uccise Nicola Acconcia. Il fatto è anche riportato nel mio libro ( il delitto di un uomo normale ). Io la vicenda la racconto così:
Ma di “storie pazze” come quella di Tafuri ve ne sono moltissime nella “cronaca nera” di tutti i giorni. Molte si rassomigliano, sembrano uscite dalla stessa mente: spesso hanno moventi uguali, o verosimili. Oppure sono delitti “senza movente”, come quello che ha ispirato appunto il film per il delitto di Rita Squeglia, la maestrina di Recale che, dopo aver strangolato l’amante, Nicola Acconcia appartenente ad una nota famiglia di imprenditori di Caserta, lo rinchiuse in una valigia e, con la complicità della madre, lo sotterrò nell’immondizia. Un raptus omicida scaturito dalle reminiscenze della donna che, all’età di 14 anni, era stata violentata da un gruppo di balordi alla periferia di Recale. “Mentre facevo l’amore con lui”, raccontò ai giudici, “mi è parso di ricordare che il suo volto mi era già noto: lui era nel gruppo dei miei violentatori”. Naturalmente non era vero.
Sembra la trama di un film. Anzi lo è. Le cronache dell’epoca raccontano che Positano si scrolla di dosso le ultime gocce della pioggia mattutina, appena il tempo per accogliere l’ultimo ciak campano del film “senza movente”, liberamente ispirato all’episodio di cronaca nera che, a distanza di undici anni, nel centro turistico della costiera amalfitana, molti ricordano ancora come “il delitto della valigia”. E’ difficile, del resto, per i positanesi dimenticare la storia di Rita Squeglia, la venticinquenne che, nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto del 1987, in un monolocale di via Pasitea, strangolò nel sonno il suo amante, Nicola Acconcia, prima di trascinarne, giù per la lunga scalinata d’accesso, fino all’automobile, il corpo esanime, chiuso, in una grande valigia. Nessuno vide Rita quando fuggì nella notte, portandosi dietro quel lugubre fardello e un senso di colpa ancora più pesante, che sarebbe affiorato ventidue giorni dopo, spingendola ad una clamorosa, quanto inattesa confessione.
Molti ricordano, invece, la ricostruzione della fuga disposta successivamente dalla magistratura e quella valigia, appesantita da 60 chili di chiodi ( tanto pesava il facoltoso industriale casertano) trascinata con fatica dalla ragazza giù per le scale, per dimostrare che lei, e lei soltanto (verosimiglianze col caso Tafuri che dovette battersi strenuamente per dimostrare che era stato lui e soltanto lui, l’autore del delitto, ma io resto convinto comunque del contrario) piccola e fragile, aveva fatto tutto da sola, senza complici.
Undici anni dopo, quella vicenda così drammatica rivive nel film diretto da Luciano Odorisio e prodotto dal veterano Gianni Minervini. Sul set, Rita diventa Giulia ed è interpretata dalla giovane Anita Caprioli, mentre Acconcia (Tony) ha il volto di Ennio Fantastichini. “Su di lui – racconta Odorisio – non ho avuto dubbi, perché avevo bisogno di un attore vero, capace di rendere il personaggio attraverso la recitazione”. Un personaggio quello di Tony che Fantastichini rifiuta di definire “cattivo”, nonostante la violenza psicologica inflitta alla giovane amante, alludendo allo stupro da lei subito alcuni anni prima. “Tony – sostiene l’attore – è piuttosto un disturbato, uno dei tanti che si consumano nel disagio della società moderna, priva di valori e di riferimenti. E poi non dimentichiamo il prezzo che paga. Alla fine lui muore. Ma anche con Giulia il destino non è per nulla clemente: per lei violentata da ragazzina, quando ancora credeva nell’amore, spinta dalla vita e dalla debolezza ad accettare l’arido ruolo di “amante-mantenuta”, capace di un delitto atroce e di una lucida dissimulazione, alla fine c’è solo il carcere”. “Senza movente”- riprende Odorisio – “sarà un thriller maledetto che racconta una storia di grande trasgressione, fuori di ogni schema”.
La gestazione del film è stata lunga “prima di iniziare le riprese, ci siamo preparati per oltre tre anni”- confida Minervini che rivela anche di aver fatto arrivare la sceneggiatura del film a Rita Squeglia, tramite il suo difensore, Vincenzo Siniscalchi, “un incontro diretto” – spiega il produttore – “sarebbe stato troppo imbarazzante”.

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Nel libro della De Cristoforo la Storia di Rita Squeglia è invece raccontata in prima persona. Ci sono confessioni e risvolti drammatici. Eccone una sintesi.
“Ero una ragazza normale ( racconta Rosa nel 1987 nel carcere di Caserta ma era Rita Squeglia )….fin quando non si verificò un fatto drammatico che sconvolse la mia vita. Avevo diciotto anni quando accadde. Ero come tante ragazze di quell’età idealista e sprovveduta. Frequantavo il terzo anno delle scuole superiore e avevo un nutrito stuolo di ammiratori che si contendevano il privilegio di accompagnarmi alla fermata dell’autobus.
Quando conobbi Mauro tutti gli altri sparirono ai miei occhi nessuno reggeva il confronto. Era bello, intelligente, simpatico e con un atteggiamento sempre ironico e scanzonato che lo rendeva affascinante. Frequentava la mia stessa scuola , l’ultimo anno, e aveva una folla di ragazzine che spasimavano per lui e lo bombardavano di bigliettini, lettere e telefonate. Ma egli non se ne curava molto, sorrideva a tutte con distacco e non si impegnava con nessuna. Lo vedevo spesso nel campo di calcetto vicino casa giocare con gli amici. Lo osservavo per ore, nascosta dietro i vetri della finestra, ma fingevo di ignorarlo e egli sembrava non essersi neppure accorto della mia esistenza. Un giorno lo incontrai per la strada era col suo motorino, si fermò e mi chiese se volevo un passaggio, salii dietro di lui e non ci lasciammo più.
Desideravo trascorrere con lui ogni attimo della mia giornata, ascoltare la sua voce, conoscere i suoi segreti, capire i suoi pensieri. Quando non c’era mi sentivo smarrita e avvertivo un gran senso di vuoto. Egli con me era felice lo vedevo dagli sguardi, che mi rivolgeva, da come mi parlava, dal modo in cui mi sorrideva. I suoi sentimenti erano come i miei, limpidi e sinceri. Sembrava che nulla potesse offuscare la nostra magica intesa.
La sua era una famiglia ricca ma paesana, gente che si preoccupava molto delle apparenze, e di quello che dicono gli altri. Il padre, un uomo bonario e gioviale, non aveva istruzione ma sopperiva con l’intelligenza e l’esperienza. Era un abile costruttore e aveva messo su una discreta impresa.
Sua madre era una donna piena di sussiego, gretta, priva di scrupoli e disposta a calpestare chiunque per conseguire i suoi scopi. Per sposare il marito era ricorsa a uno stratagemma meschino., gli aveva fatto credere di essere incinta e invece il bambino era nato dopo più di un anno di matrimonio. Lui la subiva ma non la sopportava e cercava consolazione tra le braccia di numerose amanti. Quella donna elaborò nei miei confronti una profonda e incomprensibile avversione. Credo che, come molte madri, fosse gelosa e forse non sopportava che il suo unico figlio maschio frequentasse una ragazza povera, di umili origini, orfana di padre che non poteva apportare alcun contributo al prestigio e al patrimonio familiare. Cercava in ogni modo di ostacolare il nostro amore. E ricorreva a mille pretesti per impedire che ci incontrassimo”.
Poi Rita Squeglia ( Rosa nel libro ) racconta il drammatico stupro di gruppo. Credo che il fatto avvenne a Casertavecchia
“… Ad un tratto tre individuo mascherati sbucarono dal nulla, avevano il volto coperto da passamontagna che lasciavano intravedere solo gli occhi. Sembravano dei banditi, credevo che fossero venuti per rapinarci, invece erano venuti per altro.
Erano spaventosi, scuri, infide ombre striscianti. Non dimenticherò mai lo sguardo di uno di loro, uno sguardo feroce e spietato come quello di una bestia selvatica. Aveva il passamontagna viola che mewtteva ancora più in risalto i suoi occhi piccoli e minacciosi.
Legarono Mauro a un albero e mi violentarono ripetutamente tutti e tre, davanti a lui, per ore. Nessuno poteva aiutarci, nessuno udiva le nostre urla i miei lamenti di dolore, ler mie imprecazioni. Un terribile incubo che non finiva mai”.

La ragazza fu ricoverata in ospedale e vi rimase per 4 giorni. Perse il fidanzato e un dubbio l’assalì fin dal primo momento ( atroce!). Pensava che ad organizzare lo stupro di gruppo fosse stata la madre del suo fidanzato Mauro. E’ assurdo.. ma il tarlo bucò la mente della donna e il suo cervello fece “clic”.
Poi il racconto diventa quasi irreale, onirico. La maestrina di Recale conosce un giovane dopo 5 anni dalla violenza, ma nello stesso tempo intrattiene una tresca con l’industriale Nicola Acconcia. A Positano una notte prende la pistola e uccide l’uomo. Lo porta chiuso in una valigia a Recale e poi con l’aiuto della madre lo scaraventa in un pozzo. Dopo 20 giorni confessa il delitto.

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CONCETTA DI SESSA AURUNCA
CHE PER UCCIDERE IL SUO SEDUTTURE
UCCISE TRE PERSONE

Ecco invece la storia della ragazza di Sessa Aurunca raccontata dalla De Cristoforo.
“Concetta aveva 35 anni, era alta, esile e con un’espressione perennemente triste sul volto precocemente segnato da piccole rughe. Era capo cuciniera e svolgeva il suo lavoro con impegno e un gran senso dei dovere. Preparava i menù previsti, dosando con attenzione i quantitativi stabiliti dalle tabelle ministeriali e curava in maniera particolare la pulizia delle pentole, dei carrelli porta vitto e dei piani di cottura.
Aveva un forte ascendente sulle compagne, forse perché il suo grado d’istruzione, anche se non eccessivamente elevato, le consentiva di emergere da una massa il cui livello culturale era piuttosto basso, o forse perché il suo atteggiamento serio e responsabile, le conferiva un’aura di credibilità e di affidabilità.
Proveniva da Sessa Aurunca, un antico centro agricolo di interesse storico in provincia di Caserta. Era in carcere da quindici anni ed era in attesa della liberazione condizionale con grande ansia e trepidazione, convinta di avere abbondantemente scontato il suo debito con la società. Seduta nel mio ufficio, dall’altra parte della scrivania, fissava la finestra con gli occhi mesti e lo sguardo carico di rimpianti”.
«Da piccola ero molto vivace, certo non come mio fratello Costantino, che era un ragazzino terribile. I giochi delle femminucce non mi piacevano, il salto con la corda e le bambole mi annoiavano, preferivo sparare con la pistola ad acqua, rotolarmi nell’erba, correre per la strada urlando e ridendo con il vestito sporco e le mani infangate, come faceva Costantino. E invece no, io non potevo. Ero una bambina e come tale dovevo comportarmi, limitandomi a giocare con le altre bambine nel cortile di casa con il vestitino lindo e i calzini bianchi. Niente giochi da maschiacci. “Il maschio deve fare il maschio e la femmina deve fare la femmina”, ripeteva spesso mia madre e, sebbene fossi piccola, comprendevo perfettamente il senso di quest’espressione.
Ma anche se lo comprendevo, non l’accettavo. Non ho mai sopportato queste differenze che percepivo come discriminatorie. Era chiaro che Costantino, come tutti i ragazzi, era un privilegiato, pur essendo meno ubbidiente e più discolo di me.
Per questo, quando potevo, giocavo di nascosto con i soldatini o con le biglie di vetro, anche se poi mi sentivo un po’ in colpa come se avessi fatto qualcosa d’illecito.
Crescendo, andai a scuola e dimenticai i giochi dei maschi. Tuttavia provavo un senso di profonda ingiustizia quando vedevo che mio fratello poteva gestirsi la vita a suo piacimento, mentre io avevo tanti obblighi e limitazioni. Dovevo aiutare mia madre nelle faccende domestiche, potevo uscire solo nei giorni festivi, non mi era consentito truccarmi né vestirmi con abiti vistosi o attillati, potevo frequentare solo amicizie gradite ai miei. È inutile elencare il resto. Insomma, ero soggetta a un’educazione che tendeva a sottoporre la donna a rigide regole confinandola in un ruolo subordinato.
Quella era la cultura prevalente a quell’epoca dalle nostre parti, una visione della vita antiquata, ligia alle tradizioni e con un forte senso dell’onore.
Solo ora mi rendo conto che inconsciamente sono stata contagiata. da quella mentalità che disapprovavo. Non si può vivere a lungo in un ambiente senza assorbirne a poco a poco le consuetudini. E così è accaduto anche a me. Il paese mi ha condizionato. Senza rendermene conto e senza volerlo, ho finito con l’assumere i comportamenti dei miei compaesani.
Pensando e ripensando a tutto quello che è accaduto, mi rendo conto di quanto quel tipo di educazione abbia influito sulla mia personalità. Ora sono cambiata, l’esperienza mi ha insegnato a ragionare con la mia testa e non secondo schemi prestabiliti. Ho capito che per liberarsi dalle ingiustizie bisogna ribellarsi.
Spesso vedo in televisione e leggo sui giornali di movimenti femministi che in Italia, in Francia, in Inghilterra manifestano nelle piazze o sfilano in corteo per le strade agitando simboli e urlando slogan per ottenere la liberazione della donna da una cultura millenaria di prevaricazioni e di ingiustizie. Se mi trovassi in un’altra condizione e vivessi a Roma o a Parigi, sicuramente sfilerei anch’io.
A scuola apprendevo facilmente, mi piaceva studiare e il rendimento era alto. Quando, dopo la licenza media, comunicai ai miei che intendevo continuare gli studi e iscrivermi all’Istituto Magistrale, mio padre si oppose. Non approvava che dovessi frequentare classi miste e che dovessi viaggiare ogni mattina per raggiungere la scuola. Insomma era preoccupato perché sfuggivo al suo controllo e poi si sa: “Le donne devono stare a casa, sposarsi e fare figli”. Questa era la sua convinzione e non solo la sua. Erano rare dalle nostre parti le donne che studiavano, la licenza media era già un buon traguardo.
Fu allora che mia madre abbandonò i suoi pregiudizi e i suoi assiomi e si schierò decisamente dalla mia parte. Pur essendo di poca cultura, aveva un gran desiderio di far emergere e progredire i figli. Aveva un cugino maestro che, per un certo periodo, era stato sindaco di un piccolo centro vicino e che era molto stimato nel paese e molto considerato in famiglia. Il pensiero che io potessi emulare lo zio Giovanni, la riempiva d’orgoglio e non intendeva rinunciare a questa soddisfazione dal momento che il figlio maschio non prometteva risultati particolarmente prestigiosi.
Di fronte alla determinazione delle donne di casa, mio padre capitolò. A modo suo era una brava persona. La sua passione era il vino, non perché fosse un ubriacone, ma perché era un enologo-viticultore.
Dedicava molto tempo alla cura dei numerosi e vasti vigneti, patrimonio che la famiglia si tramandava di generazione in generazione.
In autunno la vendemmia era un autentico rito, ma ancora più importanti erano le varie fasi della produzione, dalla pigiatura dell’uva e la fermentazione del mosto all’imbottigliatura. Ricordo le enormi botti nella cantina che venivano riempite di mosto e le numerose bottiglie accuratamente conservate al buio, nelle quali il vino era messo a invecchiare per anni. Mio padre assaggiava, osservava con attenzione il colore e la trasparenza del liquido e decretava la riuscita o meno dell’annata.
Quando mi diplomai, i miei diedero una grande festa. Vi parteciparono amici e parenti, tra cui anche lo zio Giovanni.
Mia madre apparecchiò una grande tavolata in giardino con tovaglie ricamate e piatti di porcellana. Preparò un buffet strepitoso: lasagne, cannelloni, pizze di ogni genere, cacciagione, verdure e ortaggi cucinati in vari modi, il tutto ovviamente innaffiato dal vino delle cantine di mio padre e alla fine tanti dolci e spumante per brindare.
Mia madre era raggiante e mio padre compiaciuto e contento. La soddisfazione dei miei genitori era motivo d’orgoglio per me: quel diploma mi aveva posto in famiglia in una posizione di preminenza che non avevo mai avuto. Mi ripromisi di non deludere mai le aspettative di chi credeva in me e soprattutto di non deludere mai me stessa.
A quel punto, i miei avrebbero voluto che mi fidanzassi per sposarmi al più presto. con qualcuno dei non pochi pretendenti che si stavano facendo avanti. Tra questi uno in particolare era considerato un partito da non trascurare, ma a me non piaceva affatto. Era un po’ zotico e poi io avevo solo diciannove anni e non pensavo al matrimonio. “Ora ti devi trovare un bravo giovane, di buona famiglia, e ti devi maritare”, diceva mia madre. “La gioventù passa presto e io voglio vederti sistemata. Mi devi dare dei bei nipotini. Ti aiuto io a crescerli”.
Decisi di prendere tempo: “Ci devo pensare bene, mamma, e poi voglio prima fare il concorso magistrale, dopo non avrei più tempo”. Iniziai a insegnare subito alla scuola privata delle suore. Lo stipendio mensile era modesto, ma ottenevo un buon punteggio per l’inserimento nelle graduatorie degli aspiranti alle nomine del Provveditorato. Quel primo incarico fu una meravigliosa esperienza, scoprii quanto fosse grande in me l’amore per i bambini. Mi facevano un’immensa tenerezza quando con le loro vocine ripetevano le lettere dell’alfabeto. Mi dedicavo a loro con impegno e sapevo come trattarli. I loro progressi erano per me uno stimolo a fare sempre di più e sempre meglio. Mettevo in pratica ciò che avevo studiato: il metodo globale utile per un veloce raggiungimento dei risultati nell’apprendimento e i sistemi educativi dei più importanti pedagogisti, Rousseau, Gentile, Montessori.
Ero fortemente gratificata dall’apprezzamento delle suore e dei genitori dei miei alunni. I primi mesi di scuola volarono. Giunsero le vacanze di Natale. La notte della vigilia, ero con la mia amica Adele nella cattedrale ad assistere alla funzione di mezzanotte. C’era molta gente venuta anche dalle frazioni vicine, tanto che non trovammo posto a sedere. Durante l’omelia del vescovo mi sentii osservata. Voltandomi, vidi un giovane nella navata opposta che mi sorrideva. Non sapevo chi fosse, non l’avevo mai visto. Quel sorriso mi turbò e mi provocò un certo disagio. Lo incontrai a una festa a casa di un’amica il giorno di Capodanno. Mi piacque subito, aveva un fare affabile, uno sguardo penetrante e un sorriso accattivante che mi conquistarono.
Era un geometra dipendente di un’impresa edile, impegnata nella costruzione di una nuova strada di collegamento con un grosso centro vicino, si chiamava Armando ed aveva trentun’anni. Mi resi conto di non essergli indifferente e mi sentii lusingata.
Trascorremmo la serata a conversare; in verità parlò quasi sempre lui. Mi raccontò del suo lavoro, delle sue aspirazioni e delle prospettive di carriera. Mi descrisse la sua città, Capua, e la sua famiglia: il padre commerciante, la madre casalinga e due sorelle. Aveva sempre qualche argomento di conversazione e io lo ascoltavo rapita. Il suo modo di esprimersi mi affascinava, aveva una voce profonda e una padronanza della lingua che pochi possedevano. Sarei rimasta ad ascoltarlo per ore.

M’innamorai immediatamente di un amore totale e incondizionato. Cominciò per me un periodo di sogni e di trepidazioni. Era buon uso che un giovane che avesse intenzioni serie nei confronti di una ragazza parlasse immediatamente con i suoi genitori per ottenere il permesso di frequentarla; vigeva, inoltre, l’usanza che i fidanzati non fossero lasciati mai da soli. Dovevano essere sempre accompagnati e sorvegliati da un parente o un familiare sia fuori che in casa. Ovviamente questo è un autentico tormento per due innamorati che desiderano stare insieme. Decidemmo così di rimandare il fidanzamento in casa per poterci vedere liberamente. Era in ogni modo difficile incontrarci, perché raramente io potevo uscire da sola senza destare sospetti e poi in paese ci sono sempre mille occhi che ti osservano dovunque tu vada.
Cominciai a inventarmi dei viaggi a Caserta al Provveditorato agli Studi per consultare le graduatorie, per chiedere informazioni sui programmi del concorso, sulle date degli esami o altro.
Prendevo la corriera la mattina presto a Sessa e arrivavo a Caserta dove Armando mi aspettava. Aveva da poco acquistato un’auto, una piccola utilitaria, che era diventata il nostro rifugio. Andavamo in giro nei dintorni, nelle campagne, nei boschi, nei luoghi appartati, dove potevamo stare soli a parlare e abbracciarci per ore; poi il pomeriggio riprendevo la corriera per Sessa.
Aveva la capacità di manipolare la mia volontà e io non sapevo resistergli. Riusciva a farmi fare quello che voleva convincendomi che fosse una mia scelta. Lui era l’oggetto dei miei pensieri e dei miei progetti, era diventato il fulcro della mia vita. Quando non potevo vederlo, con il pretesto dello studio, trascorrevo i pomeriggi chiusa in camera a scrivergli romantiche lettere d’amore che gli consegnavo quando lo vedevo.
Armando aveva stretto amicizia con il fratello di Adele e questo ci consentiva qualche incontro apparentemente occasionale a casa loro. Adele è stata l’amica di tutta la mia vita, da piccole giocavamo insieme e, crescendo, siamo rimaste legate confidandoci i nostri segreti e sostenendoci a vicenda. Mi è sempre stata vicina in tutti i momenti felici e tristi. Non la vedo da quando sono entrata qui, ma ci scriviamo. Anche se ha marito e tre figli, trova sempre il tempo per pensare a me e per spedirmi lettere e libri.
Lei non aveva simpatia per Armando, qualcosa in lui non la convinceva, ma non riusciva a capire cosa; ciò nonostante mi assecondava, Era comunque poco il tempo che trascorrevo con lui.
Approfittammo di un pellegrinaggio di due giorni a Roma, organizzato dalla parrocchia di un paese vicino per vedere il Papa e visitare la città”.
“Con la complicità di Adele, riuscii ad allontanarmi dal gruppo e incontrare lui che era venuto da solo.
Quei due giorni a Roma furono meravigliosi: le ultime ore di felicità prima della tempesta che sconvolse la mia vita.
Andavamo in giro per la città: piazza di Spagna, il Colosseo, Fontana di Trevi, via Condotti. Mangiavamo in piccole trattorie rustiche o alle tavole calde e la sera passeggiavamo sul lungotevere. Non avevo il minimo dubbio, in quei momenti, di quale potesse essere esito del nostro amore e del mio futuro insieme a lui.
Spesso in questi anni trascorsi qui dentro ho pensato a quel periodo, a come può essermi accaduto tutto questo. Mi sembra un sogno, qualcosa che non è successo a me, ma a un’altra persona. Mi sono anche convinta che mio padre avesse ragione quando parlava della fragilità delle donne. Sono stata debole? Sprovveduta? Ma in fondo avevo solo vent’anni e nessuna esperienza. Ho messo l’amore al di sopra di tutto, al di sopra delle tradizioni, delle convenzioni, del decoro.
Dopo il viaggio a Roma, la vita riprese come sempre. Mia madre era diventata assillante, sospettava qualcosa. “In paese si dice che hai simpatia per il geometra dell’impresa di costruzione, è vero? Perché non lo presenti in famiglia? Tuo padre non lo sa ancora, ma quanto prima qualcuno lo informerà, lo sai, e sai anche che si risentirà moltissimo. Cerca di evitarlo”.
Una mattina, mentre ero in classe, fui presa da un forte senso di nausea accompagnato da violenti capogiri. Rimasi per alcuni istanti smarrita con la testa fra le mani. Solo allora capii certe sensazioni strane provate negli ultimi tempi e le reazioni insolite del mio organismo per alcuni odori, e sapori. Mi resi conto di essere incinta.
Riuscii a incontrare Armando e a parlargli. Ebbe una lieve espressione di contrarietà, ma si riprese subito e mi rassicurò. Mi disse di non preoccuparmi, tutto si sarebbe aggiustato, si sarebbe presentato ai miei e ci saremmo sposati.
“Dovrò anche informare la mia famiglia” disse. “Devi solo aspettare una decina di giorni, i miei sono andati a Torino da un fratello di mia madre che è molto malato. Appena tornano parlo con loro e poi vengo a casa tua. Stai tranquilla”.
Trascorsi i giorni successivi in una condizione di grande ansia, mi accorgevo con terrore che ingrassavo sempre di più, riuscivo a stento a indossare gli abiti che diventavano sempre più stretti, mi aggiravo per casa in preda all’angoscia, mi svegliavo di notte all’improvviso sconvolta dagli incubi.
A scuola non concludevo più nulla, ero nervosa e distratta, fissavo i bambini con aria assente senza ascoltarli, avevo perso la capacità di concentrazione. Non vedevo l’ora che le lezioni finissero per non essere sottoposta a quello stress psicologico che non riuscivo a sopportare. Il mio lavoro, prima svolto con tanto impegno, era diventato un tormento. Per fortuna si avvicinava la fine dell’anno scolastico che attendevo come una liberazione. In famiglia si accorsero che qualcosa non andava, mia madre era assillante, mio padre taciturno e sospettoso.
I dieci giorni passarono e ne trascorsero altri dieci. Armando non si fece più vedere. Venni a sapere che i lavori della strada erano quasi finiti e che lui era stato destinato a un altro cantiere. Era completamente sparito dal paese. Temevo che gli fosse accaduto qualcosa, ma dentro di me cominciavano a insinuarsi atroci sospetti. L’unica cosa da fare era cercare di rintracciarlo nella sua città. Il fratello di Adele si procurò l’indirizzo da un operaio dell’impresa: via IV Novembre n. 68.
Adele e io giungemmo a Capua con la corriera, trovammo subito la via, che era piuttosto centrale; la numerazione era confusa e provvisoria, chiedemmo a un ciabattino che lavorava sull’uscio della bottega. Costui ci indicò un palazzo al lato opposto della strada. Ci avvicinammo. Dal portone usciva una giovane donna con un bambino per mano. “Abita qui la famiglia Coletta?” chiedemmo; “cerchiamo un geometra che si chiama Armando Coletta”. “Mio marito non c’è”, rispose lei: “è andato a Napoli per lavoro, tornerà nel pomeriggio”. Mi ripiegai su me stessa come se avessi ricevuto un colpo di rivoltella allo stomaco. Adele mi prese per un braccio e mi trascinò via. La donna non notò la mia reazione, il pallore del mio viso, poiché era distratta dai capricci del figlio.
“Chi l’ha cercato?” chiese, ma noi fingemmo di non sentire e ci allontanammo in fretta. Vedevo abbattersi sulla mia vita un uragano gigantesco che mi avrebbe travolto. Immaginavo già il vento dello scandalo soffiare in ogni vicolo del paese, il pettegolezzo diffondersi di bocca in bocca, l’atteggiamento di riprovazione delle suore, del parroco, delle bigotte che trascorrono i pomeriggi a fare pettegolezzi, lo sguardo di disprezzo di molti.
Una ragazza madre a quell’epoca, in un paese come il mio, era inaccettabile. Un figlio illegittimo veniva considerato una vergogna e una relazione con un uomo sposato, una grave colpa. Il divorzio non era previsto dalla legge e non vedevo alcun futuro avanti a me. Pensai anche a un aborto, ma a chi rivolgersi? L’aborto era un reato, sarebbe stato difficile trovare un medico disponibile. Avevo sentito parlare di levatrici che effettuavano questi interventi clandestini, ma erano molto rischiosi oltre che costosi. Io non avevo grandi disponibilità economiche e poi uccidere quel bambino mi spaventava. Non riuscivo a comprendere quale fosse il male minore, se disfarmene o farlo nascere.
I giorni passavano e non vedevo soluzioni al mio dramma, avrei potuto suicidarmi e risolvere così ogni problema oppure confessare tutto ai miei e affrontare la loro reazione, ma non avevo il coraggio. Mi dibattevo tra mille pensieri senza riuscire a prendere una decisione e con il trascorrere dei giorni l’amore che avevo provato si trasformò in odio e cresceva dentro di me così come cresceva quel piccolo essere che consapevolmente rifiutavo e inconsciamente desideravo.
Venne la ricorrenza del Santo Patrono. Il paese era in festa con luminarie, bancarelle, la banda musicale e le giostre per i bambini. Negli anni precedenti avevo atteso con ansia questo evento, ma ora tutto mi appariva effimero.
La mattina mi ero recata a messa e il pomeriggio avevo seguito la processione, avevo anche chiesto al Santo di illuminarmi e suggerirmi cosa fare. Era scesa la sera, non avevo alcuna intenzione di uscire e unirmi alla folla festante e chiassosa, ero seduta nel soggiorno immersa nei miei pensieri, fingendo di leggere un libro. Mio padre era da poco tornato dalla caccia, la carabina era poggiata in un angolo in attesa di essere riposta. Mi ritornò alla mente un giorno lontano in cui mio padre ne illustrava a mio fratello il funzionamento: “Questo è il cane, questo il caricatore, qui si mettono le cartucce...” spiegava: “quando togli la sicura, devi tenere sempre la canna abbassata... il difficile è prendere la mira, bisogna mantenere l’arma così, altrimenti il contraccolpo ti spinge indietro...”.
In quel momento giunse Adele. “Vestiti” mi disse, “usciamo, andiamo a vedere le bancarelle”, e poi sottovoce in modo che nessuno sentisse “Armando ti aspetta in piazza davanti al bar Stella Polare, ti vuole parlare”. La guardai stupita e sconcertata; che cosa voleva quell’individuo da me? Mi faceva paura, non intendevo incontrarlo. “Comincia ad andare” dissi ad Adele “ti raggiungo in piazza fra pochi minuti”. Andai in camera mia, indossai l’abito migliore, le scarpe eleganti, mi pettinai accuratamente e poi tornai nel soggiorno. Mio padre e mia madre erano in cucina, li sentivo discutere su un terreno da acquistare. In un lampo mi impossessai del fucile e mi precipitai per le scale. Prima di uscire dal portone controllai che l’arma fosse carica e tolsi la sicura.
La piazza era poco distante, camminavo nell’oscurità tenendo il fucile verticalmente e rasentando le case, inseguivo la mia ombra gigantesca che si proiettava sui muri, senza vedere altro intorno a me. C’era qualcosa che mi spingeva, che alleggeriva i miei passi,. che mi infondeva un senso di dovere e di obbligo. Un mostruoso desiderio di vendetta e di riscatto si era insinuato nella mia anima. Il caldo, la paura, la tensione si scioglievano nel sudore che grondava dai capelli scorrendomi sul viso, sugli occhi, sul collo e sulle spalle. Il leggero abito estivo era intriso d’acqua, come tutto il mio corpo.
Improvvisamente l’ansia si dileguò lasciando il posto a una profonda calma e un freddo autocontrollo. Giunsi velocemente nei pressi del bar tenendomi a breve distanza. Lui era lì davanti all’ingresso con un gruppo di amici, sorrideva, fumava, scherzava, aveva un abito scuro, la cravatta intonata, l’atteggiamento sicuro di sempre. Mi avvicinai furtivamente, feci rapidamente gli ultimi passi e giunta a pochi metri di distanza puntai il fucile. Vidi un’espressione di stupore sul suo volto e poi nient’altro. Un colpo, due, tre, quattro... Aveva ragione mio padre, il difficile è prendere la mira. Le deflagrazioni squarciarono l’aria e rimbombarono nel mio cervello come mine esplose. Stordita, mi accasciai contro il muro in preda all’angoscia. Le risa, l’allegria, le chiacchiere che echeggiavano intorno cessarono di colpo e un silenzio di piombo calò sulla piazza. Subito dopo, rumore di vetri infranti, di oggetti caduti, di gente in fuga, urla di terrore, gemiti di dolore, grida di disperazione, singhiozzi e sangue, sangue dovunque, sui muri, sul marciapiede, sui tavolini... E poi tutti quei corpi per terra.
A me non dispiace per lui, non me ne importa niente. Aveva un figlio, lo so, ma doveva pensarci prima. Invece, mi dispiace per gli altri due giovani, quelli non c’entravano, è stato un destino infausto che li ha messi sul mio cammino. Mi dispiace anche per quell’altro che ora è su una sedia a rotelle, ma io dovevo difendere il mio onore. Anche per quella creatura che ho partorito prematuramente in carcere mi dispiace. E stato un grande dolore, avevo riposto tante speranze in lei, l’avrei vista crescere, chiamarmi mamma, venire qui a farmi visita e attendermi al momento dell’uscita. Oggi avrebbe quindici anni. Sarebbe stata un grande conforto per me, sarebbe stata lo scopo della mia vita».
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Poi il libro narra della storia di una ragazza Claudia, a cui piaceva lo sballo con l’eroina. Fu incarcerata perché accoltellò la madre. Racconta:” A far la vita guadagnavo di più. Avevo una gran folla allo sportello, ma gli uomini mi facevano un po’ schifo, erano puzzolenti, ubriachi, sudaticci, appiccicaticci, tutti guardoni e pervertiti… gente di merda…! Preferisco le rapine, tutto sommato erano divertenti a l’adrenalina saliva a mille”.
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Nel libro della De Cristoforo è ’ narrata poi la storia di Teresa, era nata ladra e il suo ultimo lavoro fu un banchetto sulla Domiziana per vendere le sigarette di contrabbando. La carriera, invece, di Anna iniziata in una casa di appuntamenti – violentata a 14 anni dal padre – finì in carcere col rammarico di aver perso il suo unico “vero”amore… un africano Gany… scomparso nel nulla!. Poi c’è la storia di Samyra una nigeriana costretta a prostituirsi e.. arrestata ( da innocente!) per spaccio di droga.
Tra le più significative storie narrate nel libro della De Cristoforo c’è quella di una Terry ( una donna solo di nome ) con la sua sofferta identità che ripercorre le tappe della sua sessualità in vari anni di carcere. Entrato (a) con una condanna a 6 anni di carcere ne ha accumulato ben 27 per reati nelle carceri. Tre tentavi di suicidio. Tre aggressioni a medici e agenti di custodia. Una pugnalata al guappo della cella…”. Poi c’è la piccola parentesi di Sofia Loren. Ristretta a via Tanucci per la storia dei quadri e per l’evasione fiscale.
(25 marzo 2009-10:18)

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