giovedì 7 febbraio 2013


Maurizio BolognettI
Le lacrime di coccodrillo e le occasioni perse da un Presidente Arbitro che non ha saputo esercitare il suo ruolo di garante
07-02-2013
Signor Presidente Napolitano, perdoni se questa mia potrà apparirle irriguardosa, ma le scrivo da cittadino che ha a cuore quel dettato costituzionale di cui lei dovrebbe essere garante e custode.
C’è in queste ore, signor Presidente, un coro di “anime belle” che si affretta a rilasciare dichiarazioni sulle patrie galere di questo Paese, che da tempo con Marco Pannella abbiamo definito luoghi di tortura senza torturatori, “un consistente e allarmante nucleo di nuova shoah”.
Sono gli stessi, signor Presidente della Repubblica, che hanno contribuito ad espellere dal dibattito politico un tema di grande rilevanza per la vita sociale ed economica di questo Paese: la Giustizia.
Sono gli stessi che di fronte a chi ha ripetutamente invocato un provvedimento diamnistia e indulto, utile a sanare la flagranza di reato contro i diritti umani e la Costituzione, hanno preferito non intervenire.
Sono gli stessi che di fronte alle morti che si susseguono in carceri indegne del paese che diede i natali a Cesare Beccaria, visitano Poggioreale per dirci “pensavo peggio”.
Direzione Radicali Italiani e Segretario di Radicali Lucani.

Le parole pronunciate in queste ore, a ridosso dell’ennesima condanna inflitta al nostro paese per la violazione della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, hanno il sapore della presa di posizione da parte di chi in cinque anni nulla ha fatto per sanare la ferita inferta alla Costituzione, allo Stato di diritto.
Gli stessi farisei che non hanno prestato ascolto al grido di dolore proveniente da quegli inferni danteschi che chiamiamo carceri, adesso tentano di tacitare la loro cattiva coscienza con qualche visita spot e un po’ di lacrime di coccodrillo. Ovviamente, nel farlo si guardano bene dall’entrare nel merito di una questione di enorme portata, che è quella delle condizioni in cui versa l’amministrazione della giustizia in questo paese.
Una volta di più si evita di affrontare il tema della bancarotta della giustizia, di cui le carceri sono il putrido percolato. Non una parola sul sovraffollamento dei nostri tribunali e su una situazione che da 30 anni ci vede condannati per la non ragionevole durata dei processi e quindi per la violazione della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo.
Signor Presidente, spero vorrà perdonarmi, ma le confesso che anche le sue parole suonano al mio orecchio come lacrime di coccodrillo. Un bel coccodrillo presidenziale, magari uno di quei coccodrilli che qualcuno aveva preparato per commemorare il fu Giacinto detto Marco, che per sua e nostra fortuna è ancora sulla breccia a combattere e lottare.
Nel luglio del 2011, signor Presidente, lei ebbe a pronunciare parole importanti nel corso di un convegno tenutosi presso la sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Parole che per un attimo hanno alimentato la speranza di noi tutti. Lei forse le ricorderà meglio di me: “Una prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”.
Peccato, signor Presidente, che Lei quelle parole forti, sagge, pesanti come pietra non le abbia nutrite come poteva e come doveva. Anzi, per amore di verità va detto che ben presto, troppo presto, quella prepotente urgenza si è trasformata in altro.
Circa un anno dopo, signor Presidente, oltre 120 docenti universitari le hanno rivolto un appello promosso dal Partito Radicale. L’incipit di quell’appello, gioverà ricordarlo, recitava: “Ci rivolgiamo a Lei quale primo garante della legalità costituzionale del nostro ordinamento, con la massima fiducia in un Suo immediato ricorso al potere di messaggio alle Camere, affinché il Parlamento eserciti finalmente le proprie prerogative per dare una contestuale risposta, concreta e non più dilazionabile, sia alla crisi della giustizia italiana che al suo più drammatico punto di ricaduta, le carceri”.
Il ricorso al messaggio alle Camere, signor Presidente, per come la vediamo noi altri, di fronte alla patente violazione da parte del nostro Stato del dettato costituzionale e di Convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani che abbiamo recepito e ratificato, era suo preciso dovere. Atto dovuto e non concessione da parte di chi è, o dovrebbe essere, il garante e il custode della Costituzione.
Lei, signor Presidente, quel dovere non ha inteso esercitarlo, così come ha rapidamente rimosso la prepotente urgenza. Peggio nella risposta al professor Pugiotto, Lei ha tracimato il suo ruolo scrivendo dell’assenza di “condizioni”.
Da cittadino di questo Stato criminale, dove da troppo tempo la Costituzione scritta è stata sostituita dalla costituzione materiale, ritengo che con quella risposta Lei non abbia voluto e saputo onorare il suo ruolo, che contrariamente a quanto crede un noto editorialista è quello di garante e non di arbitro tra le bande in lotta, ahimè incapaci di guardare nell’abisso nel quale siamo precipitati.
Lei, che pure in questi mesi non ha esitato ad intervenire costantemente nel dibattito politico, tracimando il suo ruolo, ha dichiarato di non voler interferire “nel dibattito in corso”. E infatti, “l’interferenza” che le avevamo chiesto, che abbiamo invocato era una “interferenza” non nel dibattito, che tra l’altro è da tempo negato e che non c’è, ma una “interferenza” costituzionalmente prevista e che lei avrebbe dovuto sentirsi in dovere di esercitare.
Sicché, signor Presidente, non me ne voglia se le dico che questa sua uscita di fronte alla patente omissione di un suo dovere ha il sapore dell’ipocrisia e del fariseismo partitocratico. L’onore dell’Italia, Presidente, ce lo siamo giocato anche grazie a questa omissione e oggi è davvero difficile non percepire come sfilata di “Anime belle” la fila di coloro che si affrettano a visitare le patrie galere convenientemente dimenticando la questione giustizia.
Verrebbe voglia, Presidente, osservando quanto sta accadendo in queste ore, di citare una volta di più il vangelo di Matteo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”
Ma forse sarebbe più appropriato citare il premio Nobel Gunnar Myrdal, che affermava che quando la violazione della legalità da fenomeno marginale diventa l’ “in sé” del sistema, la struttura dello Stato di diritto ne resta sconvolta. O meglio ancora, verrebbe da citare Marco Pannella che poche ore fa ha affermato: “Il diritto di fatto contro la lettera del diritto".
Spero, Presidente, che tra qualche mese, nelle sua nuova veste di Senatore a vita, Lei possa dar corpo con noi e per davvero a questa lotta volta a rimettere sui binari della legalità questo nostro Stato assurto al ruolo di delinquente professionale. Spero che Lei, Presidente, possa aver compreso cosa chiedevamo al Garante, al nostro Presidente, e il perché di quella richiesta che è stata dialogo e dialogo nonviolento portato avanti innanzitutto da Marco Pannella, ma anche da quella Comunità penitenziaria che lei ha visitato.
 

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