Giustizia: errori giudiziari, passati trent'anni dal "caso Tortora" e nulla è cambiato |
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di Valter Vecellio Il Tempo, 20 settembre 2013
Caro Direttore, che bella, puntuale, commovente, l'inchiesta che hai pubblicato su Il Tempo; io, pur con più di trent'anni di mestiere alle spalle, mi barcameno in ogni sorta di nefandezza e barbarie consumate "in nome del popolo italiano", ne resto sgomento, e rabbioso.
Molti anni fa, il povero Enzo Tortora non era ancora stato arrestato e parlare di responsabilità civile per il magistrato era dubitare della verginità della Madonna, raccolsi un "catalogo" di vicende di "ordinaria ingiustizia": c'era la donna finita in carcere per detenzione di armi, e solo dopo mesi si scopre che era una innocua pistola giocattolo del figlio; i "soliti" casi di omonimia (ma a controllare le date di nascita ci hanno messo mesi, trascorsi ovviamente in cella); e decine di altri casi, che inevitabilmente si concludevano con la domanda di Alberto Sordi nel bellissimo "Detenuto in attesa di giudizio": "Ma se sono innocente, perché mi avete arrestato?".
Per quel libretto Leonardo Sciascia scrisse la prefazione, quel "catalogo" lo aveva inorridito. "Accade - scrisse - che un giovane esca dall'Università con in tasca una laurea in giurisprudenza; non ha, ovviamente alcuna pratica forense, e a questo si può sopperire; spesso ha anche pochissima esperienza, per dirla con Alessandro Manzoni, del "cuore umano", e a questo c'è poco rimedio, purtroppo.
Il giovane si presenta al concorso, lo supera magari brillantemente, non ci vuole poi tanto anche a svolgere temi inerenti astrattamente al diritto e rispondere a quesiti parimenti astratti. Da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro, e sostanzialmente "irresponsabile"; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica.
Sappiamo, purtroppo, e la vostra inchiesta lo conferma, che l'innegabile crisi in cui versa in Italia l'amministrazione della giustizia (e crisi è un eufemismo) deriva principalmente come Sciascia ci ha avvertito, "dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a destrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l'arbitrio.
È amaro trent'anni dopo dirci le stesse cose. È amaro che nulla o quasi sia cambiato. Speriamo dunque che questa volta i referendum non siano traditi; e che la volontà popolare sia finalmente rispettata.
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