martedì 22 aprile 2014


Orfani di genitori vivi
 
 
Dedicato a Mirko.
24 aprile: buon compleanno figlio mio.
 
Penso che essere padre sia più difficile di essere madre perché l’amore di tuo figlio te lo devi meritare. Ed io sono fortunato perché, nonostante abbia avuto così poco tempo per meritarmi il suo amore, lui continua ad amarmi.
Mi ricordo come se fosse oggi quel giorno che mi arrestarono, lui aveva sette anni e mi disse: “Papà torna presto a casa”. Non sono più ritornato, ma lui è ancora lì che mi sta aspettando. E in questi giorni mi sono ricordato di quando ho detto a mio figlio che non sarei mai più uscito dal carcere. Avevo aspettato che compisse quindici anni per confidargli la verità sulla mia condanna che dovevo scontare.
Adesso ne ha trenta ed è padre di due bambini.
 
 
Era la  prima volta che c’incontravamo senza sua madre e sua sorella, perché avevo detto alla mia compagna di mandarmelo da solo. Mi ricordo che ero appena stato trasferito al carcere di massima sicurezza di Novara. E quello era il mio primo colloquio che facevo in quel carcere.
Ero uscito dalla sezione con passi lenti. Il mio cuore invece volava.
Attraversai il lungo corridoio della sezione. Il mio cuore invece era già arrivato in fondo quando io ero appena arrivato a metà.
Ero giunto alla rotonda. Poi il mio cuore iniziò a pensare come avrei potuto dire a mio figlio che ero condannato alla “Pena di Morte Viva”.
Le guardie mi fecero attendere qualche minuto. E che non sarei mai più uscito dal carcere.
Poi mi aprirono il cancello. E come dirlo.
E mi fecero entrare in un altro corridoio. Pensai che forse fosse meglio dire poco. Arrivai in fondo. Il minimo indispensabile.
Poi mi fecero entrare in una cella per perquisirmi. Perché ci sarebbe stato troppo da dire.
Poi mi fecero entrare nella sala colloquio. E troppo poco tempo per poterlo dire.
La stanza era lunga e larga. Sarebbe stato meglio, prima di parlare, abbracciarlo. Divisa nel mezzo da un lungo bancone di legno. E tenerlo stretto più a lungo possibile. Ai lati c’erano delle lunghe panche di ferro inchiodate al pavimento. Le parole forse sarebbero venute da sole.
Le pareti della sala erano grigie. Le avrebbe trovate il mio cuore.
Il colore preferito del carcere.
 
Mi misi seduto. Avevo l’aria assente. Ero ansioso. E dall’emozione facevo fatica a respirare. Invece il mio cuore rimase in piedi. Attento a quello che accadeva intorno. Nella sala colloquio c’era rumore di silenzio. Dietro i vetri c’erano due guardie che mi osservavano. Mi sentivo come un pesce in un acquario. Dopo un po’ vidi lo spioncino del blindato aprirsi. E una guardia affacciarsi per darmi un’occhiata. Poi lo spioncino si chiuse con un tonfo. E sentii il rumore della chiave entrare nella serratura del blindato. Ascoltai la serratura scattare. E il pesante blindato aprirsi.
Passarono degli istanti interminabili. Poi mi alzai in piedi. Vidi davanti ai miei occhi mio figlio sorridente. E udii il blindato dietro di lui chiudersi rumorosamente. Trattenni il respiro. E un leggero sorriso mi attraversò le labbra. Sentii il mio cuore balzarmi fuori dal petto per andare incontro a mio figlio. Io rimasi fermo dov’ero. E capii perché era venuto al mondo. Capii perché era riuscito a vivere in tutti quegli anni. Capii perché non mi ero mai arreso di lottare. Capii perché ero riuscito a  sopravvivere. Capii che lo avevo fatto per lui e per sua sorella.
 
Mio figlio avanzò. Io rimasi fermo, ma allargai le braccia. Lui mi venne incontro. E tutte e due ci abbracciammo forte.
-Mirko. Sussurrai.
-Papà! Mi rispose.
Poi ci sedemmo. Mirko iniziò a parlare per primo:
- Papà… Nel frattempo ci guardammo. La mamma e la Barbi ti salutano.
Ci osservammo.
-E mi hanno chiesto di dirti che ti vogliono tanto bene. Ci studiammo.
-Papà…. Prima con timidezza.
-Perché mi hai fatto venire da solo? Poi con complicità.
-Mi ha confidato la mamma che mi devi dire una cosa importante.
E alla fine ci guardammo con affetto.
Non mi ero mai sentito vulnerabile come quel giorno.
-Figliolo…. Notai che mio figlio aveva l’aria da bravo ragazzo.
-Ti devo dire una cosa brutta. Pensai che quella l’avesse presa da me.
-Che non ti ho mai detto. Notai pure che aveva l’aria da ragazzo intelligente.
-E che per tanti anni io e la mamma ti abbiamo tenuto nascosto.
Pensai che quella sicuramente l’avesse presa da sua madre.
-Devi sapere che io non ho più futuro.
Poi incominciammo a guardarci dentro gli occhi.
-Né sogni.
A guardarci dentro il cuore.
-Né speranza.
A guardarci dentro l’anima.
-Perché la mia pena non potrà mai finire.
Dall’altra parte del vetro le guardie ci guardavano.
-Sono condannato alla pena dell’ergastolo.
Ci controllavano con falsa indifferenza perché in realtà seguivano con attenzione le nostre gesta.
-E non potrò mai uscire dal carcere.
Sarebbero state disposte a pagare per sapere cosa ci stavamo dicendo.
-Figliolo…
 Soprattutto per ascoltare quello che si stavano dicendo i nostri cuori.
-Devi sapere che un ergastolano pensa a molte cose.
A un tratto scrollai la testa.
-Incredibilmente non pensa mai al suo futuro.
Per farmi coraggio chiusi per un attimo gli occhi.
-Perché è l’unica cosa che conosce fin troppo bene.
Li riaprii subito dopo.
-Perché anche se non sa quando morirà...
Poi guardai negli occhi mio figlio.
-Sa però dove morirà.
Lo feci con uno sguardo perso nel vuoto.
-In una cella.
E con uno sguardo assente.
-Figliolo…
 Poi feci un grosso respiro.
-Devi sapere che gli ergastolani sono cadaveri vivi in attesa di morire.
Mi passai una mano sui capelli.
-E per loro non ci può essere salvezza.
 E subito dopo con tutte  due le mani mi coprii il viso.
 
Mirko allungò le sue mani.
-Papà.
Me le afferrò.
-Devi sperare.
E me le tolse dal viso.
-Devi sapere che la speranza non fa mai male.
Poi incrociò il mio sguardo.
-Non devi arrenderti.
Mi guardò storto.
-Non puoi arrenderti.
Mi guardò con determinazione.
-E non lo farai.
Mi guardò con durezza.
-Papà...
Poi mio figlio mi prese la mano.
-Devi avere speranza.
E me la strinse forte.
 
-Figliolo…
 Io prima annuii.
-Devi sapere...
 Poi ci ripensai.
-La speranza a volte fa male.
E iniziai a muovere la testa da una parte all’altra.
-A me ha sempre fatto male.
E battei un pugno sul bancone.
Mirko scrollò commosso il capo.
-Papà...
Poi aggiunse: La speranza non ti farà più male.
Disse con voce sicura: Non te ne farà mai più.
Sussurrò con voce sincera: Perché io realizzerò tutti i tuoi sogni.
Gli risposi sottovoce: Figliolo,  è brutto invecchiare in carcere rimanendo vivo.
Poi ci stringemmo in un lungo abbraccio.
-Te lo giuro che però ci proverò.
E ci stringemmo così stretti fra noi che persino le nostre lacrime si abbracciarono fra loro.
 
 
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, aprile 2014

Nessun commento:

Posta un commento