sabato 3 ottobre 2015



Accadde nella Piazza Dei Giudici di Capua il 5 gennaio del 1950 - Un giovane capuano invaghito della sua donna: Epifania di sangue
UCCISE CON TRE COLPI DI PISTOLA LA GIOVANE FIDANZATA. POI TENTO’ DI UCCIDERSI MA L’ARMA SI INCEPPO’

  


La brutta storia

Capua – La notte del 5 gennaio del 1950 in Capua, Enza Porchiazza  cadeva colpita a morte da tre colpi di pistola sparati da  dal suo ex  fidanzato Giuseppe Damiano, 23 anni, da Capua.  Appena dopo il fatto il Damiano, puntando l’arma contro la tempia destra tentò di far scattare il grilletto ma visto l’inutilità… imprecando contro l’armiere: “disgraziato, disonesto…”, e ad un giovane che lo fermava ingiunse “Sei un agente? Altrimenti vado a costituirmi dai carabinieri”… Così raccontò con particolari raccapriccianti il testo oculare del delitto Ciro Paglino, che abitava nello stesso quertiere. Un altro teste – giunto sul posto pochi minuti dopo il fatto -  il mar. dei carabinieri Vito Ciccarone, raccontò che Giuseppe Damiano, procedeva da Corso Gran Priorato di Malta in Capua verso via Ettore Fieramosca, allorquando incontrò la sua ex fidanzata. “Ti vuoi riappacificare con me?”, furono le uniche parola, alla risposta negativa estrasse una pistola dalla giacca,  un colpo ma l’arma si inceppò. Aveva rapidamente estratto la cartuccia inesplosa ed aveva tirato due colpi a breve distanza era caduto a terra perdendo i sensi. Non era partito il colpo del suicidio. La ragazza prontamente portata all’Ospedale Palasciano di Capua, che dista pochi metri dal luogo del delitto, vi giunse cadavere.  La sua, comunque, oltre ad essere una storia di intenso amore è anche una storia di gelosia folle. La conobbe che aveva 13 anni (abitavano nella stesa via a pochi metri di distanza), se ne invaghì follemente e soffrì le pene dell’amore per oltre 10  anni. Ma soltanto nel 1943, in piena guerra mondiale, lei si concesse all’amore. Nel periodo, appunto della guerra, per la lontananza, era caduto malato. Preso dalla depressione e dalla ipocondria – racconta la madre – per poco non morì. Al ritorno, però, la ragazza era indifferente al suo amore. Lui si struggeva, al pensiero che la sua Enza non lo voleva più bene,  ma cercava di distrarsi con il lavoro. La madre della ragazza non vedeva di buon occhio il fidanzamento. Lui si era presentato ai genitori ma la futura suocera era superbiosa con la figlia. Quello della futura suocera era un comportamento borderline: vedeva di buon occhio la relazione, quando il giovane lavorava e viceversa di ostilità quando era disoccupato.


 Le vicende che erano seguite a questo risveglio, col loro tormento, gli avevano insinuato l’idea di uccidersi.
Le cose si alternavano ed un giorno addirittura si lasciarono restituendo foto, regali e lettere che si erano scambiati. Allora così si usava. Lui allora si era messo l’animo in pace; non la pensò più per molti mesi ma, il diavolo ci mise la coda.  Lui pensava che la futura suocera non godesse la sua presenza. Era ossessionato da questo fatto. La ragazza, infatti, non lo amava più. Ma quella cartolina di auguri inviatagli da Enza nel giorno del suo onomastico – pur essendo senza firma – gli aveva di nuovo rimescolato il sangue e rinfocolato l’antico ardore e fatto rivivere tutte le sue illusioni, però le vicende che erano seguite a questo risveglio, col loro tormento, piano piano gli avevano insinuato l’idea di uccidersi. Prima aveva pensato di utilizzare per il suicidio un medicinale,  che era in casa,  e che egli erroneamente aveva creduto essere veleno,  poi aveva divisato di suicidarsi con un coltello, ma aveva diffidato da quest’ultimo temendo che nell’ultimo momento avrebbe avuto ribrezza di affondarlo nelle carni. Aveva finalmente deciso di ricorrere ad un’arma da fuoco – però non ne aveva alcuna – né i soldi per comprarla. Per procurarsi la somma occorrente aveva venduto la bicicletta. Aveva acquistato una pistola Beretta 7,65 presso l’armeria Papetti di Santa Maria Capua Vetere. Con essa aveva tentato di suicidarsi ma nelle sue mani l’arma non era scattata. Si era allora recato da Papetti al fine di fare addestramento. Lui il giorno  del delitto aveva deciso sì di suicidarsi,  ma dopo di aver soppresso la Porchiazza altrimenti questa sopravvissuta  senza apprezzare il suo estremo sacrificio avrebbe riso sul suo cadavere. Quel giorno, dopo aver bevuto due caffè, e del liquore al Bar ”Latteria”,  dove aveva sostato per un tempo ed aveva scritto tre lettere: due alla sua famiglia e una alla futura mancata suocera. Poi su era messo a cercare Enzo e l’aveva incontrata. Tuttavia, pur col cervello sconvolto era riuscito ad allontanarsi da lei e a ritornare sui suoi passi.
Estratta l’arma l’aveva  puntata  contro Enza, ma il colpo non era partito. Poi   sparato altri due colpi che avevano raggiunta la giovane. Allora lui aveva puntato l’arma contro la sua tempia, però anche questa volta il colpo non era partito



 Ma la fatalità (o il destino beffardo!) aveva voluto che la incontrasse nuovamente e precisamente all’estremità della via Ettore Fieramosca, quasi al quadrivio con la via Gran Priorato di Malta. Estratta l’arma l’aveva  puntata  contro Enza, ma, pur avendo premuto il grilletto, il colpo non era partito. Poi   sparato altri due colpi che avevano raggiunta la giovane. Allora lui aveva puntato l’arma contro la sua tempia, però anche questa volta il colpo non era partito. Aveva quindi cercato di azionare il carrello di armamento ed in ciò aveva fatto cadere per terra le cartucce inesplose. Indispettito ed addolorato – di non aver potuto attuare il suo proposito – di suicidarsi aveva compreso che non gli rimaneva altro che costituirsi e l’aveva fatto. In caserma gli furono sequestrate tre lettere e la ricevuta dell’acquisto della pistola. Drammatico fu il racconto del testimone oculare Ciro Paglino, che aveva sua figlia piccolina in braccio, la Enza, da lui ben conosciuta, l’aveva salutato ma lui non aveva risposto. L’azione del delitto fu fulminea: il giovane estrasse una pistola poi disse: “Vuoi tornare con me?” , la ragazza ala vista della pisola puntata su di lei  rispose: “Non fare il cretino… i miei non vogliono”, lui la uccise,  poi tentò di suicidarsi ma la pistola si inceppò. La ragazza venne attinta in parti vitali: regione epigastrica, sopraclavicolare, scapolare. Non ci fu nulla da fare. Al Damiano – al momento del suo arresto – vennero rinvenute tre lettere: una diretta alla odiata suocera, e due alla mamma. La più toccante, quella rivolta alla mamma: <<Dio Perdonami! Mamma cara. Tu che sei un delle più buone, più brave e santa donna i Capua; tu hai dedicato tutta la tua vita al lavoro per vedermi un giorno felice; tu che non hai fatto altro che mettermi innanzi sempre la buona strada, io invece la credevo sbagliata – perdonami è la sola cosa che possa dirti e so dirti. Tu hai avuto sempre ragione non hai mai sbagliato a dirmi: quella donna ti farà morire di crepacuore. Io non mai voluto darti ascolto perciò ho perduto. Addio e perdonami mamma cara. Il tuo indimenticabile figlio Peppino>>. E l’altra per raccomandargli di donare i suoi effetti personali  ad un compagno molto bisognoso. <<Mamma, era mio ultimo desiderio, ti prego di dare qualche cosa del mio, che apparteneva a me, a Tonino Asse, perché egli ne ha tanto bisogno. E’ da tanto tempo che gli ho promesso questo ma finora non l’avevo potuto fare perché come tu già sai ero sempre nervoso. Addio mamma cara. Tuo indimenticabile figlio Peppino>>. La terza lettera alla odiata suocera. <<A te vipera maledetta è dedicato questo mio ultimo scritto. Prima di fare tutto ciò che ho in mente voglio dirti tutto quanto meriti e innanzi tutto la tua malvagità, il tuo egoismo, le tue cattiverie. Tu sei la causa di tutto quanto mi è accaduto e che può accadere; tua è la colpa di tutti i mali che hanno sconvolto la mia vita di uomo serio. Perché se tu fossi stata una vera madre,  se tu non avesse pensato solo ed esclusivamente che al tuo bene personale sacrificando così la vita degli altri che ti volevano bene e che tu volevi male tutto ciò non fosse avvenuto sempre velenoso tu con la tua continua ossessione col tuo continuo spronare – insieme al quel vigliacco effeminato di tuo figlio – l’avete costretta a fare  ciò che lei non avrebbe mai fatto poiché mi amava fino al punto di volermi uccidere voi due vigliacchi e inumani con le vostre parole minacciose verso Enza l’avete impaurita talmente che così ha dovuto cedere a tutto quanto essa non era disposta a fare. Parecchie volte mi hai  offeso ma per il bene e per l’amore che nutrivo per Enza me le son sempre tenute. Allora incomincia a sentire odio per te vipera; per tuo figlio nonché per tua figlia piccola e meno che per tuo marito perché egli è uomo buono. Vipera maledetta. Tuo ex futuro genero>>.
 Il Prof. Dr. Pasquale Coppola, del manicomio giudiziario di Aversa,  diagnosticò che al momento del delitto il giovane “era incapace di intendere e di volere”.


Nella fase istruttoria la difesa del giovane aveva segnalato al Giudice che l’imputato – dall’infanzia – aveva sofferto di meningite e tifo. Lo certificarono il Dr. Federico Lusi,  da Capua (meningite siorosa); Dr. Alberto Campanelli, da S. Maria C.V. (meningite acuta) e il Dr. Mario Pugliese (sifilide). Che il suo delitto era germinato da tare ataviche e da una confusione mentale. Fu autorizzata una perizia psichiatrica affidata al Prof. Giulio Freda, Primario Alienista del Manicomio di Aversa. “Prima dell’omicidio un giovane serio ed onesto, amante del lavoro – scrisse il perito nella sua relazione – affezionato alla famiglia non proclivo al gioco ne dedito agli alcolici”. Il Damiano è affetto  distimie malattie che interessano l’esteso capitolo delle psicosi affettive  “un’anomala costituzione originaria dell’emozione stabilendo, addirittura, la natura organica delle sue abnorme reattività” e l’ambiante traumatizzante nel quale prese forma l’idea delittuosa ed il tossico derivato da quell’ambiente sulla vacillante emotività del Damiano”… Enza era il suo incubo. Il suo amore aveva un valore forte e solenne per l’uomo; saltellante e frivolo per la donna; forte e solenne per l’uomo che giurò di morire con lei anzicchè vivere senza di lei e che alla madre scrisse: ” Perdonami… mamma senza di lei non so vivere”. Un amore saltellante e frivolo per la Enza, che non comprese la tragedia dell’anima dell’uomo che l’amava per cui abbandonava e riprendeva con facilità una relazione che essa avrebbe dovuto sentire gravida di preoccupazioni se avesse ben letto negli occhi del fidanzato deciso a farla sua. Alla presenza del perito di ufficio il Damiano dava atto che l’imputato piangeva, “… un pianto – scrisse il Dr. Freda – non facilmente contenibile con le comuni risorse confortatrici e consolatrici della parola”… che non ricorda il fatto… cioè il delitto; che ha la mente annebbiata che singhiozza… Enza… Enza… E’ un malato a metà anche se voleva suicidarsi”.  In definitiva nella perizia di ufficio però, il  Dr. Freda diagnosticò  che l’imputato era capace di intendere e di volere. Questo per la difesa significava un probabile ergastolo. Si corse ai ripari. Si presentò una perizia di parte e venne nominato consulente il Prof. Dr. Pasquale Coppola, Primario Alienista del manicomio giudiziario di Aversa, il quale diagnosticò che al momento del delitto il Damiano “era incapace di intendere e di volere”.




 Una condanna a 10 anni  col beneficio del vizio parziale di mente,  con le attenuanti generiche, oltre il ricovero in manicomio. 

Giuseppe  Damiano, che aveva ucciso la fidanzata, fu rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Paolo De Lise, giudice a latere, Victor Ugo de Donato, pubblico ministero, Pasquale Allegretti; giudici popolari: Giuseppe De Rosa, Giuseppe Iavarone, Giuseppe De Chiara,  Riccardo Ricciardi, Gennaro Cervo, Pietro Sanfelice e Lucio Argo), per rispondere di omicidio volontario aggravato. Nel corso del dibattimento furono ascoltasti molti testi: Levito Sapio, Ciro Paglino, Ciro Di Furia, Vincenzo Pontillo, Giovanni Del Poggetto, Agnese Sgueglia, madre dell’omicida; Michele Porchiazza, padre della vittima; Giuseppe Papetti, l’armiere che aveva venduta la pistola del delitto;  il Dr. Alfonso Gaeta, farmacista, che aveva assicurato il Damiamo che il liquido da lui ingerito(insulina)nel tentativo di suicidio non era velenoso; Giuseppe Tufo, l’uomo che aveva acquistato la sua bicicletta per 8 mila lire, con le quali l’assassino poi comprò la pistola; Ciro Furia, il proprietario del Bar Latteria, dove il Damiano si trattenne prima del delitto e dove scrisse le tre lettere che gli furono sequestrate al momento dell’arresto. Inoltre quelli che avevano condotto le indagini, il cap. Luigi Margiotta, comandante la compagnia dei carabinieri di Capua; il mar. Vito Ceccarano, teste oculare; Anna Russo e Alfonsina Cosmi, due amiche della vittima, le quali dichiararono che il Damiano, alcuni giorni prima del delitto, aveva minacciato di morte la poverina se non fosse ritornata ad amoreggiare con lui. Commovente fu la deposizione della madre dell’imputato: “Mio figlio era preda – disse nascondendo il pianto – di una ardente  passione per la Porchiezza, nei giorni precedenti al delitto, durante le feste natalizie, si era mostrato molto agitato e piangeva, fumava moltissimo e la notte singhiozzava. La ragazza era superba, anzi, pare godesse alle sofferenze di mio figlio”. Lei – precisò – che era contraria al fidanzamento poi aveva ceduto per accontentarlo.

  Non fu contestata la premeditazione perché – ragionarono i giudici – la pistola l’imputato l’aveva acquistata per suicidarsi e non per ammazzare la ragazza. La parte civile si costituì col gratuito patrocinio. Il pubblico ministero al termine della sua requisitoria chiese una condanna,  col beneficio del vizio parziale di mente,  con le attenuanti generiche, ad anni 13 di reclusione, oltre il ricovero in manicomio. La difesa, nvece, sosteneva che andavano concesse le attenuanti per la totale infermità di mente e proscioglimento del reo; in subordine, vizio parziale di mente, provocazione, attenuante del valore morale e sociale. La parte civile si associò alla pubblica accusa. La sentenza fu di anni 10 di reclusione. Nel giudizio di appello la pena venne ancora ridotta ad anni 6  con la concessione del beneficio della provocazione. Nei processi furono impegnati  gli avvocati: Giovanni Leone, Federico Simoncelli, Antonio Simoncelli, Vittorio Verzillo, Pompeo Rendina, Giuseppe Garofalo e Mario D’Errico. 







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