lunedì 23 novembre 2015

Buon compleanno dagli ergastolani
al Prof. Umberto Veronesi per i suoi novant’anni


La cosa più brutta del carcere che hai tante cose da pensare e niente da fare. (Diario di un ergastolano)

Umberto Veronesi nel libro “Il mestiere di un uomo” (Einaudi, 2014) mi ha dedicato un intero capitolo dal titolo “La pena di morte viva. Storia di un uomo ombra”. Inoltre, insieme a Margherita Hack è uno dei primi firmatari della proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo sul sito www.carmelomusumeci.com.

Anni fa mi aveva scritto questa lettera:
Milano, 5 dicembre 2011 Prot. N. 611/11 -Caro Musumeci, desidero ringraziarLa per la Sua gentile lettera. Con queste poche parole voglio esprimerLe la mia solidarietà e condivisione alla sofferenza morale che implica la vita da ergastolano ostativo. Una pena terribile, che ogni paese civile vorrebbe abolire, in quanto non è molto diversa dalla pena capitale perché di fatto toglie oltre che la libertà di agire anche la libertà di pensare e di progettare. Sono viceversa convinto che ogni uomo, anche colui che ha commesso la più terribile delle azioni portandosi un enorme fardello sulla coscienza, attraverso un importante percorso interiore possa riscattare la propria esistenza con il ravvedimento. In ragione di questo mio pensiero e dei diritti dell’uomo, ho intenzione di dedicare la futura edizione di Scienze for Peace all’abolizione dell’ergastolo. RingraziandoLa per la Sua testimonianza, mi creda. Umberto Veronesi.

Il 28 novembre 2015 il Professore compie novanta anni ed ho pensato da dentro le mura della mia cella di fargli gli auguri di buon compleanno a nome mio e di tutti gli ergastolani delle nostre “Patrie Galere”.

Caro Professore, ho ancora la Sua lettera attaccata alla parete della mia cella perché ho sempre pensato che mi avrebbe portato fortuna. E incredibilmente così è stato. Da circa un anno da “uomo ombra” sono passato a “uomo penombra”. Grazie a una sentenza della Corte Costituzionale sulla “collaborazione impossibile o irrilevante” dall’ergastolo “ostativo” sono passato a quello normale (che tanto normale non lo è) che mi sta dando la possibilità, dopo oltre ventiquattro anni di carcere, di poter usufruire di brevi permessi da passare con i miei familiari, ma purtroppo nel mio certificato di detenzione continua ad essere scritto che la mia pena finirà nell’anno 9.999. Come è facile prevedere quello sarà un anno che non vedrò mai arrivare.
Caro Professore, Le confido che con il trascorrere degli anni la speranza mi si era assottigliata e avevo imparato a fare il morto perché non mi aspettavo proprio più nulla dagli umani. Nell’arco di questi ventiquattro anni per sopravvivere avevo studiato molte strategie mentali per stare nel mondo delle ombre, ma, anche se adesso la mia personale posizione è cambiata, non potrò mai essere del tutto felice fin quando qualsiasi prigioniero non avrà un fine pena e un calendario in cella.
Caro Professore, dopo di Lei anche Papa Francesco s’è scagliato contro la pena dell’ergastolo definendola “Pena di Morte Nascosta”, ma gli uomini ombra hanno ancora bisogno della Sua voce e della Sua luce per tentare di cancellare nel cuore degli umani e nel nostro ordinamento giuridico la pena più crudele che un uomo possa dare e ricevere: la condanna alla “Pena di Morte Viva”.
Caro Professore, Le invio fra le sbarre un sorriso e tanti auguri di buon compleanno, da me e da tutti gli ergastolani. Buona vita.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova novembre 2015 
Da “Il mestiere di uomo” di Umberto Veronesi
Ed. Einaudi 2014

Da pag. 119:  La pena di morte viva. Storia di un uomo ombra


Buon compleanno amore.
Eccoti anche quest’anno la mia lettera di Buon compleanno.
E con questa sono ventidue.
Lo so!
In tutto questo tempo non è stato facile starmi accanto.
Eppure ci sei riuscita.
E per tutti questi anni sei stata l’energia del mio cuore e dei miei pensieri.

Buon compleanno amore.
Lo so!
È stato difficile amarmi.
E lo hai fatto senza chiedere nulla in cambio.
D’altronde un uomo ombra non può più dare nulla alla compagna che ama.

Buon compleanno amore.
In questi 22 anni mi hai fatto esistere grazie al tuo amore.
E hai sempre sussurrato al mio cuore:
-I sogni a forza di crederli diventano veri.
Dopo tutto il tempo che è passato e con un fine pena nel 9999 è difficile crederlo ancora.
Io non ci credo più, ma il mio cuore continua a crederci ancora.

Buon compleanno amore.
È stato facile amarti.
Ti amavo ancora prima di conoscerti.
Impossibile è stato smetterlo di farlo.
E mai lo farò.

Buon compleanno amore.
Si può imprigionare un uomo per tutta la vita.
E divorargli tutti i suoi sogni.
Non si può però impedirgli di amare.
Ed io ti amo.
Buon compleanno amore.



     Questa lettera è stata scritta e spedita dal carcere di Padova, il 19 dicembre 2012, da Carmelo Musumeci, uno dei condannati in Italia all’ergastolo ostativo (non ci sono dati ufficiali ma si stima che siano circa mille) cioè alla pena di reclusione senza fine che condanna a morire in prigione.

     Non ho mai conosciuto Carmelo di persona. Ho ricevuto la sua prima lettera il 5 ottobre 2011, e da quel giorno me ne sono state recapitate molte altre. Devo confessare che non risposi subito al suo primo messaggio: “Perché mai quest’uomo si rivolge proprio a me per domandare aiuto?” mi chiesi. Non sono un politico né un giurista che può intervenire sulla sua pena, e neppure una star che può diventare un testimonial per far uscire la sua storia dal silenzio di una cella e gridare all’ingiustizia. La lettera rimase per diversi giorni sulla mia scrivania, fra i “sospesi”, qualcosa mi impediva di archiviarla.
     In realtà il disagio dei nostri detenuti è un tema che mi sta molto a cuore. Quando nel 2000 ero ministro della Sanità, insieme a Pietro Fassino, allora ministro della Giustizia, mi ero occupato della situazione delle carceri dal punto di vista sanitario e umano. Poi, al termine di quell’incarico durato poco più di un anno, avevo deciso di tornare a occuparmi dei miei malati di cancro e della ricerca scientifica. Perciò fu grande il mio stupore per essere stato contattato da un carcerato dieci anni più tardi. Rileggendo più volte le sue parole, mi resi tuttavia conto che Musumeci non parlava di sé o per sé, ma mi chiedeva di cercare di capire il perché si era fatto portavoce degli “uomini ombra”, come si autodefiniscono questi detenuti speciali.

     Sono un uomo ombra, un ergastolano ostativo, senza nessuna possibilità di speranza di uscire dal carcere se non metto un altro in cella al posto mio… L’altro giorno, sul “Corriere della Sera” di lunedì 26 settembre, ho letto un suo sensibile e interessante articolo. E mi hanno colpito queste parole: “È stato ampiamente dimostrato che il cervello si rigenera e si riplasma e dunque la persona che è stata uccisa pochi giorni fa non è la stessa che ha progettato un crimine anni prima”. Anch’io non sono più la persona di vent’anni fa, eppure continuo a scontare la pena di chi ero prima, fino alla fine dei miei giorni, sempre in galera… Ho pensato di chiederle aiuto per fare conoscere che in Italia esiste la “Pena di Morte Viva”, che invece che da morto si sconta da vivo.

     L’articolo del “Corriere” a cui si riferiva Musumeci era un mio commento all’esecuzione di una condanna a morte appena venuta negli Stati Uniti. L’opposizione della pena di morte è stata una dei primi punti del programma d’azione del movimento internazionale Scienze for Peace. I venti premi Nobel e tutti gli uomini di scienza e di pensiero aderenti al movimento sono contrari a ogni forma di violenza, soprattutto se istituzionalizzata. Prima fra tutte la pena di morte perché è un omicidio di Stato che legittima l’assassinio: “Se lo Stato uccide, lo posso fare anch’io”, si potrebbe dire.
Per questo l’idea dell’esistenza in Italia di una pena di morte alternativa non può certo lasciarmi indifferente.
     Così iniziai a documentarmi. Scoprii che esiste, soltanto in Italia, una forma di ergastolo definito appunto “ostativo” perché osta, cioè vieta, qualsiasi possibilità di modificare la pena indipendentemente dal tempo di reclusione e dai comportamenti della persona. Questa pena è stata introdotta nel nostro ordinamento nel 1992 per contrastare le stragi di mafia, e in sostanza nega ogni misura alternativa al carcere (come le sanzioni) e ogni beneficio penitenziario (per esempio i premi o le licenze per buona condotta) a chi è stato condannato per gravi reati associativi di stampo mafioso. In pratica un comune cittadino che ha violentato e ucciso donne o bambini ha la possibilità di uscire dal carcere dopo venticinque anni di reclusione -se dimostra di essere riabilitato-, mentre un mafioso che ha ucciso qualcun altro in uno scontro tra mafiosi, potrà uscire soltanto se decide di collaborare con la giustizia, facendo il nome di altri colpevoli. Esce cioè di prigione solo chi fa rinchiudere per sempre un’altra persona al suo posto.
     Carmelo Musumeci potrebbe fare non uno ma molti nomi, e uscire a riabbracciare il suo grande amore, che dopo ventidue anni ancora gli ispira poesie, i suoi due figli, Barbara e Mirko, e i due nipotini, Lorenzo e Michael. Ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto durante questi ventidue anni - e tutto fa pensare che mai lo farà- e ha scelto invece di lanciare dalla sua cella-tomba una campagna di sensibilizzazione per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. Una battaglia sicuramente impopolare, per i più anche incomprensibile e astrusa (io stesso non conoscevo il significato reale di “ergastolo ostativo”) – e con pochissime possibilità di successo in un paese che sembra essere sordo a qualsiasi grido d’aiuto che provenga dalle carceri.
     Tra sovraffollamento e suicidi, le prigioni italiane offrono un quadro drammatico: il numero totale dei detenuti risulta pari a circa 68000 (anche se alcune stime indicano quasi 23000 presenze in più rispetto ai dati ufficiali), a fronte di una capienza regolamentare di circa 45000; negli ultimi tredici anni, ha fatto sapere l’associazione Ristretti Orizzonti, si sono verificate 2235 morti in carcere, di cui 800 suicidi.
     Non è questo degrado inumano però che Musumeci vuole denunciare: il suo impegno è dedicato a una giustizia più equa. Ma come può un assassino (anche se si è sempre dichiarato innocente) implicato in questioni di mafia, chiedere una giustizia migliore?
     Ho deciso di informarmi sulla sua vita. Carmelo è nato in Sicilia, ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, nel 1955, ma ha lasciato la Sicilia all’età di sei anni quando la famiglia si è trasferita in Toscana, vicino a Viareggio. In Toscana gestiva bische clandestine e traffico di stupefacenti ed era considerato il capo di un clan che era entrato in conflitto con altre bande rivali, innescando una catena di omicidi e vendette. È stato arrestato durante un blitz tra Pisa, Livorno, Pistoia, Lucca, Massa, La Spezia e Montecatini, in cui sono state arrestate altre decine di persone. È entrato in prigione a 35 anni, con una condanna per omicidio e associazione mafiosa.
A quei tempi aveva solo la licenza elementare, ma durante la reclusione all’Asinara ha completato le scuole superiori; nel 2005 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e nel 2011 la laurea magistrale in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità.
Ho capito subito, dalla forza delle sue parole, che era un bravo scrittore e ho iniziato a cercare i suoi testi nei siti e nelle riviste che si occupano di carcere. Nel 2010 ha scritto su un blog:

     La mia storia giudiziaria è semplice, lo dice la motivazione di condanna che mi ha condannato per un omicidio alla pena dell’ergastolo, che, nonostante la grande differenza fra verità vera e quella processuale, ha stabilito: “In un regolamento di conti il Musumeci Carmelo è stato colpito da sei pallottole a bruciapelo, salvatosi per miracolo, in seguito si è vendicato e per questo è stato condannato alla pena dell’ergastolo”. In molti casi non ci sono né vittime, né carnefici, né innocenti, né colpevoli, perché sia i vivi che i morti si sentivano in guerra. E quando ci si sente in guerra, al processo non ci si difende, si sta zitti e ci si affida alla Dea bendata. Non si maledice la buona o la cattiva sorte, anche se si pensa spesso che i morti sono stati più fortunati dei vivi, se i vivi sono stati condannati all’ergastolo.

E ancora su un altro sito:

     Molti di noi sono stati criminali perché spinti fin da bambini e ragazzi alla violenza, da uno Stato ingiusto e assente. E ora che mi sono ribellato a questa violenza e liberato dalle catene della cultura di dove sono nato e cresciuto, lo Stato mi consiglia di collaborare per interesse, tornare a essere criminale come prima. Mi consiglia di ridiventare cattivo, cinico e opportunista, di cercare nel male la libertà, “morte tua vita mea” (levare la libertà a te per avere la mia). Non ti accorgi della libertà fin quando non la perdi e ora che ne conosco il valore, non la potrò mai fare perdere per personale interesse a nessuno. A qualcuno che si è rifatto una vita, che lavora onestamente, che è un buon cittadino e un buon padre di famiglia. È inaccettabile per una società civile e uno Stato di diritto barattare la propria libertà con quella di qualche altro. Questa non è giustizia! È becera vendetta e odio. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare.

Queste parole, invece, sono tratte da una videointervista riportata su questo sito:

     Voglio uscire dal carcere perché ho fatto un percorso e non perché metto un altro al posto mio. Penso che ognuno debba pagare la sua colpa, ma se io faccio un nome, esco e non pago nulla. Nell’ambiente in cui sono nato e cresciuto ci sono delle regole, e io le ho seguite. Ad esempio non sono andato dalla Polizia quando mi hanno sparato sei colpi di pistola, perché questo mi hanno insegnato. Dovete capire che molti di noi sono nati colpevoli. Il delinquente esiste se ha la possibilità di scegliere fra due strade, la delinquenza o l’onestà, ma se tuo padre, tua madre, tuo fratello sono delinquenti, tu che scelta hai? Io non ho scelto, per me non c’era altra vita, altre regole. Il carcere però mi ha cambiato. Non auguro il carcere a nessuno perché succedono cose terribili che fanno diventare cattivi. Ma io ho usato il mio tempo per studiare. Io sono nato colpevole, ma in 20 anni sono cambiato.

Dopo aver riflettuto sulla sua storia e le sue parole, decisi di rispondergli così: “Voglio esprimerle la mia solidarietà e condivisione della sofferenza morale che implica la vita da ergastolano ostativo… sono convinto che ogni uomo, anche colui che ha commesso la più terribile delle azioni portandosi un enorme fardello sulla coscienza, attraverso un percorso interiore possa riscattare la propria esistenza con il ravvedimento”. E gli promisi di dedicare l’edizione Scienze for Peace 2012 all’abolizione dell’ergastolo ostativo come forma di legittimazione della violenza di Stato ed espressione di una giustizia vendicativa in cui anche io non mi riconosco.

In realtà questa decisione ha per me radici molto lontane, che partono dalla mia riflessione sull’origine del male, che è stato il fil rouge di tutto il mio pensiero, dall’esperienza della guerra del 1945 fino ad oggi. Tutte le civiltà, attraverso le filosofie, le teologie e la letteratura, si sono poste il problema dell’origine dell’aggressività dell’uomo. In sintesi, è emerso un modello “pulsionale” che sostiene che l’aggressività è insita nella natura dell’uomo, e un modello “ambientale” che sostiene l’esatto contrario: il male ha sempre una sua causa, o un insieme di cause, e sorge in reazione a fattori esterni.
Paladino della teoria pulsionale è, ad esempio, Sigmund Freud che scrive:

     L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo.
Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?

La schiera dei sostenitori dell’ipotesi ambientale, di cui faccio parte anch’io, ha il coraggio evocato scetticamente da Freud. Noi pensiamo che l’aggressività dell’uomo sia la risposta alle minacce alla sopravvivenza, oppure il risultato di modelli educativi sbagliati o ancora di abusi subiti durante l’infanzia. C’è un libro che cito sempre a sostegno di questa tesi, Dal dolore alla violenza di Felicity de Zulueta, psichiatra e psicanalista del Maudsley Hospital di Londra.
     Ma senza entrare nei dibattiti specialistici, spesso basta osservare e ascoltare. Io ho sempre analizzato, ad esempio, le storie dei serial killer: hanno tutte in comune l’associazione fra eccitazione erotica e morte, come se provassero piacere a uccidere. Quasi tutti hanno un passato famigliare e infantile di sofferenza, abuso, maltrattamento, esclusione e pare che, con il piacere di dare la morte e il dolore, vogliano compensare ciò che non hanno avuto o hanno subito da bambini. Le scienze biologiche, genetiche e antropologiche hanno rafforzato questa convinzione provando che la violenza non fa parte dell’essenza dell’uomo.
     In realtà, in gene dell’aggressività non esiste: anzi, il messaggio del nostro Dna sono la perpetuazione e la conservazione della specie: procreare, educare, abitare, condividere, costruire ponti, creare legami e relazioni che rendano più sicura la vita nostra e della nostra prole. Insomma il nostro genoma tende al bene. Uccidere e usare violenza rappresentano un’infrazione del codice genetico, un’infrazione che possiamo commettere per difenderci da ciò che percepiamo come minaccia. Inoltre gli studi più recenti in neurologia hanno dimostrato che il cervello (come avevo anche scritto nel già citato articolo sul “Corriere della Sera”) è plastico e viene plasmato non solo da bambini ma costantemente nell’arco della vita, perché è dotato di cellule staminali proprie in grado di generare nuove cellule. Questo dimostra scientificamente non solo che la nostra mente è influenzata dall’ambiente esterno sin dalla nascita, ma che per ogni uomo esiste durante tutta la vita la possibilità di cambiare, di evolversi, di rispondere a nuovi stimoli.
     Quando Carmelo Musumeci scrive che dopo ventidue anni di carcere e di studio è un altro uomo, la scienza risponde che questo cambiamento è possibile, anzi verosimile. Voglio usare ancora le sue parole, scritte in un messaggio che ci ha inviato in occasione di un incontro in Senato il 2 ottobre 2012: “Molti uomini ombra non sono più le stesse persone di vent’anni fa. E la società non potrà mai sapere chi siamo oggi se continua a tenerci murati vivi per il resto dei nostri giorni, senza nessuna speranza”.

     È curioso come sia stato il mondo del cinema a rendersi conto di questa situazione e a segnalarla con forza. Film come Cesare deve morire dei fratelli Taviani o Reality di Matteo Garrone dimostrano come gli ergastolani possano essere interpreti inaspettati di sentimenti nobili e profondi, che lasciano trasparire una grande sensibilità, intelligenza e umanità. Io non dimenticherò la stretta al cuore che ho provato quando nel film di Taviani la porta di Rebibbia si richiude, con uno schianto, dietro alle spalle di ognuno degli indimenticabili attori-carcerati.
     Mi ricordo che ho subito pensato che chiudere a chiave qualcuno è una concezione obsoleta in un mondo aperto e digitalizzato.
     La realtà che il cinema mette a nudo è quella che dietro le carceri ci sia un’idea ancora ancestrale di giustizia come vendetta, e non come recupero della persona, come recita la nostra Costituzione all’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
     In passato c’è stata una confusione su questi concetti: per i greci Nemesi (Vendetta) era il volto tragico della dea Dike (Giustizia) che nella concezione moderna è invece “restituzione dell’individuo alla società”, e nella sua espressione della coscienza è metànoia, la stessa che Giovanni Battista predicava sulle rive del Giordano: il ravvedimento. La vendetta è un sentimento istintivo che placa l’ira, ma non ha un reale effetto riparatore neppure per le vittime che si trasformano in carnefici. Ho ascoltato l’intervento di Agnese, figlia di Aldo Moro, in occasione dell’incontro in Senato che ho già ricordato e sono rimasto colpito dalle sue parole:
    
Verso gli assassini di mio padre ho provato tutto, odio, rancore, rabbia, ma il fatto che siano stati rinchiusi in prigione non ha cambiato nulla in me. Il mio cuore è ferito e lo rimarrà per sempre. Ciò che mi ha aiutato è stato incontrare quei mostri che hanno popolato la mia vita e scoprire che ci si può parlare e si può guardarli in faccia, che sono esseri umani. Questo è riparativo. A chi è stato vittima non torna niente. Ma se non si ferma la catena, il male va avanti. Il carcere non la ferma. L’ergastolo a vita non la ferma.

Oggi il diritto non può ignorare ciò che la scienza ha dimostrato: anche il peggiore dei delinquenti dopo dieci anni, se rieducato, può ravvedersi e avere un ruolo attivo nella società. Cito ancora uno scritto di Musumeci:
  
     La pena dell’ergastolo ostativo - senza benefici - opprime la vita, senza ammazzarti, ma negandoti persino una pietosa uccisione. La pena dell’ergastolo ti toglie tutto, persino la possibilità di morire una volta sola, perché si muore un po’ tutti i giorni. È una morte civile che ti tiene in uno stato di sofferenza insopportabile, perché è crudele far coincidere la fine della pena con la fine della vita. Una pena che non finisce mai, è una pena disumana. La pena dell’ergastolo è una pena troppo crudele e inumana per non distruggere il migliore o il peggiore degli uomini. Molti ergastolani non sono più quelli che erano una volta. Per questo alcuni di noi non capiscono perché devono continuare a scontare una pena che non finisce mai, per reati che non commetterebbero più.

     Io credo che sia tempo di abbandonare le prigioni come unica forma di pena e di trovare pene alternative in grado di assolvere meglio la funzione rieducativa.
     Mi schiero quindi con il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, e con l’ex ministro della Giustizia Severino, che sono convinti che esiste un modo di controllare un condannato e fare sì che non arrechi danno alla comunità, anzi che dia il suo contributo, senza necessariamente rinchiuderlo in galera. Questo è tanto più vero se le prigioni non rispettano neppure la dignità dell’uomo e i suoi diritti fondamentali, come ci ha fatto notare la Corte europea dei diritti dell’uomo, che all’inizio del 2013 ha giudicato inaccettabile la situazione di degrado di alcune delle nostre carceri. Il filosofo Giuseppe Ferraro, membro del Comitato etico della Fondazione da me presieduta, ha scritto: “Il grado di democrazia di un paese si misura dallo stato delle sue carceri e delle sue scuole; quando le carceri saranno scuole e le scuole non saranno carceri, tanto più alto sarà lo sviluppo democratico dello Stato”.
     Dibattere sulla pena e sulla giustizia ci conduce inevitabilmente a delineare la società che vorremmo per noi e per i nostri figli: una società che ammette l’errore per correggerlo, che non punisce senza capire, che in nessun caso e per nessun motivo legittima l’uso della violenza in tutte le sue forme e i suoi strumenti.
     Del resto non è una novità che la violenza generi nuova violenza. E cosa dire poi delle cifre sulla pena di morte, da molti considerata una pena esemplare per dissuadere i cittadini dalla delinquenza più grave, e a volte invocata di fronte ai delitti peggiori? In Italia, solo dopo la soppressione della pena capitale si è progressivamente registrata la riduzione del numero di omicidi fino a un caso ogni centomila abitanti l’anno: il più basso del mondo insieme alla Finlandia.
     Guardiamo invece agli Stati Uniti, faro di civiltà e di modernità, che non ha mai bandito la pena di morte né l’uso incontrollato delle armi. Oltreoceano le stragi continuano a ripetersi in modo tragico e le vittime sono spesso bambini e adolescenti: sono le persone del futuro, quelle che si erano appena affacciate alla società in cui avrebbero voluto vivere.        

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