domenica 20 dicembre 2015



    Foto esclusiva del  luogo del delitto a cura dello studio  CIAK  di   Vincenzo Prisco - Mondragone 



 Il delitto accadde a Mondragone 
l’11 gennaio del 1952

 Assassinò il figlio dell’uomo che gli aveva ucciso il padre 15 anni prima, quando lui aveva 11  anni. Era presente al delitto e sfuggì  miracolosamente alla morte.

Per la serie: “la vendetta è un piatto che va servito freddo”.  Il primo delitto avvenne nel 1938  e l’assassino aveva scontato 15 anni di galera, era uscito da poco ma il giovane applicò la ”legge di sangue dei Mazzoni”, la medioevale fàida;

 


Mondragone -   Virgilio Vellucci, di anni 27, uccise il giovane Giovanni Luongo, a Mondragone, il 10 gennaio del 1952,  figlio di Francesco Luongo, che quindici anni prima gli aveva ammazzato il padre. Il fatto di sangue avvenne alla via Campanile mediante quattro colpi di pistola. Ai carabinieri che indagavano tale Elisabetta Palmieri dichiarava che mentre camminava per via Campanile (la quale era quasi al buio per la rottura di una lampada d’illuminazione) aveva udito esplodere, a pochi metri di distanza  da dove si trovava,  alle sue spalle,  un colpo di arma da fuoco;  che, voltatasi,  aveva visto giacente per terra un  corpo umano dal quale partiva la frase: “Disgraziato non è così che si spara”,  diretta ad un uomo il quale si trovava  distante tre o quattro metri da lui.  Che questi, dopo qualche secondo, senza nulla rispondere, esplodeva all’indirizzo del caduto altri tre colpi di pistola ed indi  si dava alla fuga.  Dichiarò, inoltre la testimone oculare del delitto, che prima dell’avvenimento, sorpassati  i due individui (aggredito  e aggressore)  i quali, a suo giudizio, andavano ognuno per suo conto,  di non aver udito alcun vociare o rumore  di alterco fra di essi prima degli spari. Tale Vincenzo Supino dichiarava poi che essendosi trovato a percorrere via Campanile per rincasare, aveva inteso, a distanza di circa 100 metri,  l’esplosione di un colpo di pistola,  seguito da un breve intervallo,  poi altri  tre colpi di pistola sparati a brevissimo intervallo di tempo, l’uno dall’altro;  che essendosi avvicinato aveva notato giacente per terra Giovanni Luongo che, emettendo grida di dolore,  invocava soccorso dicendo: “ Aiutatemi…chi  mi ha ucciso  è il figlio di Bidusco”…  Che, con l’intervento di persone sopraggiunte, fra le quale per primi Francesco Miniello e Giovanni Corrente, provvedeva a sollevare il ferito e a trasportarlo per i primi urgenti soccorsi presso lo studio medico del  dottor Giovanni Greco. Gli spari erano avvenuti in pieno centro e le strade, a quell’ora  erano affollate. Infatti, molti furono i testimoni, tra gli altri Giuseppe Salzillo e Francesco Corrente che dichiararono anch’essi che, trovandosi nella piazza Umberto I°, avevano udito il rumore dei colpi d’arma da fuoco esplosi in via Campanile e, che, avendo visto delle persone accorrere, si recarono  anch’essi  nella zona, ma prima di raggiungere il posto del ferito, avevano notato Virgilio Vellucci,  detto il figlio di Bidusco,  allontanarsi a un passo molto affrettato ed in atteggiamento preoccupato verso via Sementini.
Undici giorni dopo il delitto, i carabinieri di Mondragone ebbero una soffiata: “Andate a Grazzanise, troverete il figlio di Bidusco nella masseria dei parenti”. Dopo accurate ricerche e vari appostamenti i militi della Fedelissima trassero in arresto Virgilio Vellucci,  il vindice della giustizia “mazzonara”, come lo definì il procuratore generale nel corso della sua requisitoria.



 Un movente passionale alla base del delitto? O il culmine di una vendetta trasversale –come vuole la tradizione Mazzonara - secondo la quale la vendetta è un piatto che va servito freddo? Gli inquirenti non ebbero difficoltà ad individuare il vero movente: la vendetta di un figlio a cui era stato ammazzato il padre quindici anni prima. Il Vellucci, infatti,  ammetteva di aver sparato il Luongo ed assumeva di averlo fatto perché esso Luongo pretendeva di godere dei favori della sua amante, Maria Filosa e per  ottenere i favori della donna  si era presentato  addirittura in casa di essa Filosa, (il cui marito era latitante, perché colpito da un mandato di cattura per omicidio) a fare delle proposte oscene; non solo,  ma lo aveva anche fermato, quella sera, in via Campanile mentre egli la percorreva insieme ad un suo amico, Gennaro D’Angelo, ingiungendogli di lasciare la Filosa.  Che, al suo diniego, il Luongo gli aveva puntato contro il petto la pistola ed egli, avendo perduto il controllo di se stesso,  estratta la sua pistola, aveva  sparato contro esso Luongo, ma non ricordava quanti colpi. E’ strano, però, che nel confessare il delitto e nell’adombrare un movente il giovane avesse dato particolari precisi, facilmente controllabili: i nomi della donna, del testimone che lo accompagnava, la casa della Filosa. Sarebbe stato più giusto se il Vellucci avesse direttamente confessato il delitto per vendetta ed avrebbe potuto avere le attenuanti della provocazione. Ma poi perché uccidere il figlio e non il padre? Forse perché quest’ultimo era sorvegliato dai carabinieri? La cosa non è chiara. Resta un fatto. Il movente è spesso il “caleidoscopio” del delitto, in questo, non lo è stato. Ma atteniamoci agli atti processuali.  I carabinieri, a seguito delle indagini espletate, denunciavano con rapporto, in data 15 gennaio 1952,  il Vellucci quale autore di omicidio volontario in persona del Luongo, rappresentando, però, una versione diversa dal movente confessato dall’assassino. Informavano l’A.G. che esso Vellucci aveva perpetrato il delitto allo scopo di vendicare la morte di suo padre sul figlio dell’uccisore e senza che fra di essi  vi fosse stata alcuna lite od altra  causale. Nel formale interrogatorio il Vellucci confermava quanto aveva dichiarato ai carabinieri ed indicava come presenti alla scena del delitto oltre il  Gennaro D’Angelo, anche tali Alessandro Lizziero,  Vincenzo Pizzella e Pasquale d’Arienzo, non meglio identificabili. I testi esaminati dei carabinieri confermavano in istruttoria le dichiarazioni già fatte. Il macellaio Francesco Miraglia, in particolare,  dichiarava anch’egli di aver udito, stando nella sua beccheria,  il rumore di quattro colpi di arma da fuoco che,  immediatamente  dopo una voce esclamava: “Disgraziato è questo il modo di uccidere la gente, aiutatemi…“; e che, essendo uscito  in strada aveva trovato il lungo giacente  per terra, a distanza di circa cinque o sei metri dalla sua bottega; che, insieme a tale Raffaele Supino che stava per sollevarlo,  quando accorsero  numerose persone; che il ferito, prima di perdere la conoscenza ebbe ancora la forza di dire essere stato sparato dal “Bidusco”; escludeva di aver udito grida o rumori di alterchi prima degli spari. Tale ultima   circostanza veniva confermata anche da altri testimoni oculari.  Anche Michele Avenia e Giacomo Mele, asserivano che la strada era buia e deserta e che essi,  transitandovi,  udire all’improvviso il rumore di quattro o cinque colpi di pistola. La prima pietra che cadde, che costruiva il castello del movente addotto dal Vellucci, fu il presunto teste che a lui si accompagnava nel momento del delitto. Gennaro D’Angelo, indicato dall’imputato nel suo interrogatorio – escludeva di essersi trovato insieme al Vellucci al momento del delitto. Come pure negavano di essersi trovati sulla scena del crimine, in via Campanile, i due indicati dal Vellucci: Vincenzo Pizzella e Alessandro Rizzieri.  



Ecco, però, arrivare il colpo di scena alla Hitchcock,  che avrebbe dovuto dar credito al vero movente del delitto. La donna, Maria Filosa,  “amante” ufficiale del Vellucci dichiarò al magistrato inquirente di essere stata fatta oggetto di proposte oscene da parte del Luongo; che una sera ebbe addirittura l’ardire di presentarsi a casa sua e con l’offerta di lire diecimila pretendeva congiungersi con lei carnalmente. Quella sera però il suo amante si era ritirato ed aveva colto in flagranza l’occasionale spasimante. Tra i due era scoppiata una lite selvaggia. Che alcuni giorni prima del delitto il Luongo era ritornato alla carica e  - con il perdurare delle sue ripulse -  aveva manifestato  propositi minacciosi contro il suo amante  Virgilio Vellucci  tanto che essa aveva dovuto dirgli: “Se non mi lasci in pace non finirà bene per te”. Questa versione del movente però, veniva recisamente smentita dai carabinieri Giuseppe Ferri, Antonio Conti e Luigi Gallo, della Stazione di Mondragone i quali riferirono che la vittima “era una persona dedita al lavoro e che era da escludersi il fatto che avesse potuto importunare la Filosa”. Il delitto doveva quindi ascriversi esclusivamente al desiderio del Vellucci di voler praticare “una vendetta trasversale”, molto in uso nell’agro dei Mazzoni, mediante la soppressione del figlio  dell’uccisore di suo padre. Francesco Luongo, (56 anni, contadino, autore del primo fatto di sangue, sorvegliato speciale) padre della vittima, esprimeva anch’egli la stessa opinione sostenendo che il Vellucci aveva ucciso il figlio -  in sua vece – per evitare che, morto lui,  suo figlio avesse potuto eseguire a sua volta un’altra vendetta.  “Ero nel circolo “Agricoltori”, alla via Campanile, sito a pochi metri di distanza dal luogo ove avvenne l’uccisione di mio figlio. Ero intento a scambiare qualche parola con gli amici quando, nel silenzio della strada udimmo alcuni colpi che ci parvero, però, fuochi natalizi”.  Nessuno prestò attenzione alla cosa. Poi il vecchio contadino spiegò che:”  Dopo qualche minuto però, si incominciò a gridare in strada. Allora uscimmo tutti fuori. Mi dissero che era stato ferito mio figlio. Spiego che io molti anni or sono, precisamente nel 1938 uccisi il padre di esso Vellucci in stato d’ira per atti di provocazione compiuto contro di me da esso Vellucci, ed avevo scontato una pena di 12 anni di reclusione, sui 18 peri quali subii condanna. Ero uscito dal carcere l’8 aprile del 1950. Durante il periodo di espiazione della pena io inoltrai istanza per ottenere la liberazione  condizionale ma la vedova ed il figlio dell’ucciso si opposero. Avvicinandosi il periodo della liberazione io scrissi a mia moglie perché avesse fatto tutto il possibile perché io uscissi in tranquillità e cioè di ultimare il risarcimento del danno verso i familiari dell’ucciso, dato che dalla vendita della nostra proprietà e di tutto quanto possedevamo non si potette ricavare il denaro sufficiente per soddisfare ogni cosa. Le consigliai di rivolgersi al parroco della Parrocchia di San Nicola perché si portasse presso la famiglia Vellucci – come ambasciatore – perché li inducesse a perdonarmi. Il Parroco accettò di portare l’ambasceria ma la vedova Vellucci lo trattò male facendogli comprendere che se si fosse trovato presente il figlio Virgilio – esso prete – non sarebbe uscito vivo da casa loro. La stessa sera, mentre il prete usciva dalla Chiesa Virgilio Vellucci si presentò  a rimproverarlo – per essersi interposto come pacificatore – tanto che il parroco dovette anche riprenderlo e fargli capire che era andato soltanto come ambasciatore”. Il parroco della Parrocchia di San Nicola, Adelchi Don Fantini, deponeva confermando quanto asserito dal Luongo.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta







 LA CONDANNA FU A 24 ANNI DI CARCERE. RIDOTTI A 22 IN APPELLO



Virgilio Vellucci, da Mondragone, di anni 27, arrestato nel gennaio del 1952, fu accusato di omicidio in danno di Giovanni Luongo, il cui padre, 15 anni prima,  aveva ucciso suo padre e pertanto rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino, giudice a latere, Renato Mastrocinque; pubblico ministero, Nicola Damiani; giudici popolari: Michelangelo Campofredi, Antonio di Caprio, Domenico Gentile, Francesco Cerreto, Paolo Acquaroli e Alberto Di Baia)  la quale, dopo la requisitoria del pubblico ministero: ”Nessuna aggressione da parte della vittima – disse il pubblico ministero -  non è veritiera la versione dell’imputato di essere stato minacciato, con arma, dalla vittima - non furono rinvenute pistole sul luogo del delitto; nessuna provocazione con le richieste sessuali alla sua amante, tesi fantasiosa, interamente inventata e non credibile; infine la vittima doveva partire come emigrante per le americhe, chiedo una condanna a anni 24 di reclusione per omicidio  volontario premeditato”. Alla pubblica accusa replicò la difesa:  “Bisogna concedere all’imputato la legittima difesa ed in subordine, ritenersi inesistente l’aggravante della premeditazione.



Si pensi al trauma psichico che egli, giovane di undici anni – dovette subire quando al suo cospetto – (e gli atti del relativo processo attestano che ebbe miracolosamente a sfuggire alla morte) venne ucciso suo padre Vincenzo Vellucci da Francesco Luongo e quale formidabile carica emotiva di odio e di rivendicazione abbia avuta la possibilità di stabilirsi nel suo animo, nel decorso del tempo alimentata certamente dalla persuasione di dover attuare la vendetta come l’adempimento di un Sacro dovere impostogli dalla ”legge di sangue del Mazzone”, la medioevale fàida; quale effetto possa aver avuto su tale sua persuasione l’esempio deplorevole del verificarsi di altri consimili delitti, quale quello dei discorsi che, indubbiamente, fra compagni ed amici, nella sua stessa casa, ad opera dei suoi familiari, si saranno tenuti sull’oggetto”. “Erano passati 12 anni – ed il Luongo – espiata la pena doveva tornare in paese: la barbara consuetudine locale non perdona neppure chi abbia assolto il suo debito dinanzi alla Giustizia degli uomini! – con questa motivazione la Corte  emise la sentenza condannando il giovane ad anni 24 di carcere. La causale del delitto – spiegarono i giudici – va quindi inequivocabilmente ricercata nella volontà ossessiva del Vellucci di vendicare la morte di suo padre: il Vellucci si trova nella necessità di decidersi. E’ necessario agire però senza precipitazioni dannose in circostanze temporali ed ambientali favorevoli e, soprattutto scegliere la vittima, una persona cioè che possa dargli appiglio per la costruzione di una tesi difensiva plausibile. Egli sceglie il figlio dell’uccisore di suo padre; potrà così commettere una raffinata vendetta”. Proposto appello il Vellucci venne giudicato dalla Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente, Alfonso Borrelli, giudice a latere,  Giuseppe Conti, Procuratore Generale,  Emanuele Fernandes) la quale con sentenza del 18 novembre del 1958, in parziale riforma della prima condanna,  ridusse la pena ad anni 22. Nei processi furono impegnati gli avvocati: Antonio Simoncelli, Arturo Tucci e Cesare Loassis.
A destra l'avv. Antonio Simoncelli

Fonte: Archivio di Stato di Caserta
Nota per i lettori: La  rubrica “Cronache dal passato” sarà ripresa l’11 gennaio del 2016.






  



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