giovedì 17 marzo 2016

Davanti alla Corte dei Conti il Csm si gioca l'identità













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di Bruno Tinti

Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2016

Nel conflitto che oppone Corte dei Conti e Csm (voglio controllare la tua contabilità - non puoi, sono un organo costituzionale) è in gioco molto di più di quello che appare. In un solo colpo il Csm si gioca la sua identità costituzionale: Potere dello Stato o Organo di Alta Amministrazione. Il che, in questo momento storico, è obiettivamente rischioso: finisse male per il Csm, le deliranti teorie che attribuiscono al consenso popolare la virtù di rendere lecito l'illecito sarebbero a un passo da un imprimatur costituzionale.
La storia non è nuova. Nel 1980 la Corte dei Conti sollevò conflitto di attribuzione avanti alla Corte Costituzionale contro Parlamento e Presidenza della Repubblica che avevano rifiutato il controllo contabile. Diceva la Corte dei Conti che "è principio generale che il pubblico danaro, destinato al soddisfacimento dei pubblici bisogni, debba essere assoggettato alla garanzia costituzionale della correttezza della sua gestione, garanzia che si attua con lo strumento del rendiconto giudiziale cui non è consentito sottrarsi a nessun ente gestore di mezzi di provenienza pubblica".
Le obiezioni di Parlamento e Presidenza erano inconsistenti. Eppure la Corte Costituzionale sentenziò in loro favore (sentenza 129/81): "La disciplina dettata dalle norme costituzionali scritte, quanto al regime organizzativo e funzionale degli apparati serventi gli organi costituzionali, non è affatto compiuta e dettagliata. Si sono dunque affermati principi non scritti, consolidatisi attraverso la ripetizione costante di comportamenti uniformi". Insomma, è questione di prassi: si è sempre fatto cosi e cosi va bene.
Da allora Parlamento e Presidenza consumano soldi come una fonderia e nessuno può dire niente. E si che la Corte dei Conti aveva esplicitato il vero motivo che imponeva il controllo contabile: si deve affermare "l'obbligo della resa del conto della gestione a un giudice indipendente e imparziale, quale la Corte dei Conti; senza di che ne discenderebbe un privilegio anacronistico, tanto meno giustificabile in quanto afferente la posizione giuridica di soggetti svolgenti attività meramente strumentali. Il sindacato sul comportamento di tali soggetti (gli apparati contabili) non implicherebbe alcuna menomazione delle prerogative spettanti al Parlamento e al Capo dello Stato".


Insomma, spiegava (a chi volesse capirlo) la Corte dei Conti che le prerogative costituzionali non vanno confuse con l'incontrollata gestione dei soldi dei cittadini. Oggi la stessa questione è riproposta dal Csm. Che dovrebbe poter contare sul precedente del 1981. Ma prima la Corte Costituzionale dovrebbe affermare che si, il Csm è organo costituzionale.
E se invece nonio afferma? La Costituzione, come è noto (art. 104), qualifica la magistratura "un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere". E su questa definizione, da Berlusconi in avanti, la politica ha basato la propria supremazia sulla legalità.
È stato saggio giocarsi tutto su un colpo di dadi? Soprattutto considerando la motivazione della sentenza del 1981: principi, prassi. Una sorta di oracolo: "Ibis redibis non morieris in bello" (andrai, ritornerai, non morirai in battaglia oppure andrai, non ritornerai, morirai in battaglia), che si presta a ogni decisione. Infine: spiegare alla Corte dei Conti: "Il Csm è organo costituzionale sottratto alle vostre verifiche. Ma non abbiamo niente da nascondere, controllate pure" non sarebbe stato un colpo da maestro?

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