lunedì 21 marzo 2016






UCCISE LA  MOGLIE CHE LO TRADIVA

Il fatto accadde in agro di Grazzanise il 17 agosto del 1952

Il contadino Stefano Iannotta esplose 5 colpi di pistola all’indirizzo della moglie Vincenza Lanna lasciandola in mezzo alla campagna. L’uxoricida si riteneva tradito ma non fu ritenuto un delitto d’onore. Negava di aver ucciso perché venuto a conoscenza della sua relazione con  Raffaele Gravante, un giovane 19enne alto e biondo che lavorava con la donna.

Il luogo del delitto


Grazzanise - La sera del 16 giugno del 1952,  Stefano Iannotta nel fare ritorno alla propria abitazione, sita in Brezza di  Grazzanise, transitando per la bottega di tale Giovanna Parente  la quale meravigliatasi che egli acquistasse della sugna per la famiglia, finiva col riferirgli  che la moglie, Vincenza Lanna, da lei incontrata quel giorno stesso nel potere numero 187,  le aveva  confidato  di essersi separata da lui a causa dei continui maltrattamenti cui egli la sottoponeva ormai senza motivo in quanto,  ella anche se per il  passato aveva mancato ai suoi doveri di fedeltà coniugale,  conduceva attualmente vita onestissima. Il Iannotta rimasto non poco sorpreso dalla notizia ricevuta, in quanto il mattino aveva, come al solito, lasciato la moglie ancora a letto con i figlioli, chiedeva alla Parente conferma delle assicurazioni fatte dalla moglie circa la propria fedeltà e poi proseguiva verso Brezza. Giunto colà e non avendo trovato in casa la moglie si era recato più volte nell’abitazione dei coniugi Frappa, una prima volta per domandare loro si sapessero dove si trovava sua moglie, le altre per informarli che egli era venuto a conoscenza dove costei si tratteneva e per pregarli di non avvertirla perché l’indomani “ci avrebbe pensato lui a farle la barba”.  Rimanendo, peraltro, sordo alle esortazioni di non compromettersi rivoltogli dai predetti coniugi che anzi aveva invitato a pensare ai fatti loro “dovendosi egli regolare a pensiero suo”.

L’indomani, alle prime ore del mattino, in bicicletta si porta al potere numero 187 nella casa colonica di Girolamo Papa dove rinveniva la moglie che ancora dormiva, avendo il giorno precedente prestata la sua opera   come bracciante ai lavori di trebbiatura. Svegliato la moglie egli poco dopo insieme con costei si allontanava dal potere. Qualche minuto più tardi però l’attenzione dei braccianti intenti alla trebbiatura veniva improvvisamente attratta dalla esplosione di alcuni colpi di pistola subito seguiti dalle grida della donna la quale, disperatamente, le braccia levate in alto, ritornava di corsa verso il potere del Papa inseguita dal marito che ogni tanto le sparava addosso e cercava di colpirla, assestandole anche qualche colpo alla testa col calcio o la canna della pistola. La donna riusciva per il momento a distanziarsi di qualche metro dal marito ma questi presto la raggiungeva e dopo averle dato uno spintone che la faceva precipitare nel fossato al lato della strada le sparava contro l’ultimo colpo di pistola quindi montato sulla bicicletta si allontanava verso Brezza.

 I carabinieri di Grazzanise, accorsi subito dopo sul posto trovarono la donna già cadavere giacente bocconi nel fondo sottostante la strada che presentava un forame di un proiettile a margini introflessi ed anneriti al quarto spazio intercostale sinistro; sulla ascellare anteriore altro forame a margine su riflessi sfrangiati;  al terzo spazio intercostale destro una bruciatura  e al terzo superiore del braccio sinistro;  ed infine una piccola ferita lacero contusa alla sommità del capo. L’uxoricida si costituì ai carabinieri due giorni dopo ammettendo l’illecita detenzione dell’arma e dichiarava di aver esploso i colpi di pistola contro la moglie perché costei nel lasciare insieme con lui il potere numero 187 l’aveva reiteratamente offeso dicendo di provare per lui schifo e vergogna che mai più si sarebbe coricato con lui esclamando perfino che aveva il mantenuto con quale sarebbe scappata dopo averlo fatto ammazzare da costui.

Lo schizzo del luogo del delitto 

Assumeva il Iannotta che prima di tale confessione egli non aveva mai sospettato della infedeltà della moglie e negava di aver scacciato di casa costei perché venuto a conoscenza della sua relazione con tale Raffaele Gravante sia di averla maltrattata e sia, infine, di avere non esternato la sera prima del delitto ai coniugi Frappa il proposito di uccidere la moglie. Nel corso del procedimento iniziatosi a suo carico Iannotta confermava l’interrogatorio reso i carabinieri insisteva (anche in confronto con diversi testimoni) di aver sparato solo due colpi di pistola e di non aver affatto spinta la moglie nel fossato.


 Deduceva inoltre che solo la sera del 16 aveva avuto  la certezza della tresca della moglie,  anche perché  la sera una sua figlioletta gli aveva accennato a delle visite fatte in sua assenza alla moglie “da un giovane alto e biondo”;  che tale certezza era divenuto più completa la mattina del giorno 17 allorquando al potere 187 aveva sentito mormorare due giovani ai quali aveva domandato della moglie aveva sentito dire  che costei si era accompagnato ad un giovane biondo (appunto come il Gravante). In esito all’istruttoria nel corso della quale si assodava che la Lanna era deceduta per cospicue e di infrenabile emorragia interna ed esterna dovuta alla lesione del cuore e di entrambi i polmoni e cagionata da un proiettile di arma da fuoco a canna corta esploso da breve distanza, il giudice istruttore su conforme requisitoria del pubblico ministero ordinava il rinvio a giudizio per rispondere di uxoricidio.
Aggiungi didascalia


Secondo gli inquirenti la colpevolezza dello Iannotta in ordine all’omicidio era incontestabile.  “Risulta invero  - scrissero nel rinvio a giudizio  - dalla confessione di costui e dalle concordi precise dichiarazioni di numerosi testimoni che l’imputato portatosi alle prime ore del 17 giugno nella casa colonica di Girolamo Papa e  rinvenuto la moglie che ancora dormiva,  insieme con altre donne che con lei avevano preso parte ai lavori della trebbiatura il giorno precedente,  tranquillamente,  la invitò a seguirlo a casa della di lui madre. La Lanna, dopo qualche protesto, originato dalla dedotta non eccessiva bontà dei suoi rapporti con la suocera, finì col seguire il marito senza ulteriori discussioni. Il tutto confermato dalla testimone Giuseppina Parente presente all’incontro. Senonché, pochi minuti dopo, le numerose persone che erano intente al lavoro nel potere e che avevano notati  i due  allontanarsi dal fondo,  l’uno dietro l’altro (e secondo qualche testimone il Iannotta con la ruota anteriore della bicicletta incitava la moglie che lo precedeva  a camminare) , all’improvviso sentirono echeggiare un colpo di arma da fuoco e poi un secondo  e notarono l’uomo,  con la pistola in pugno,  che inseguiva la moglie la quale, invocando soccorso  e correndo a zig-zag con le braccia alzate, invocando aiuto,  cercava di guadagnare il potere 187 e la casa colonica. Senonché l’uxoricida esplose ancora un altro colpo e raggiunta la moglie la colpì al capo con la canna e il calcio dell’arma.  Lesioni al capo che risultano dall’autopsia. I testimoni oculari del delitto confermano poi  che la spinse nel fossato che costeggia la strada esplodendole contro un ultimo colpo dell’arma peraltro indebitamente detenuta”.


“Le dichiarazioni di testimoni  - chiarironoo gli inquirenti - Trabucco, Montanari, Papa,  Martino, Tamelleo,  Mastrominico e la Giuseppina Parente non lasciano al riguardo adito ad alcun dubbio e fanno giustizia delle dichiarazioni dell’imputato, sia in ordine al numero dei colpi da lui esplosi (e che furono perlomeno quattro e non già due soltanto) sia in ordine all’ostinazione con cui egli fece precipitare nel fossato la donna già evidentemente ferita prima dello sparo dell’ultimo colpo sia in ordine, infine, allo atteggiamento osservato dallo Iannotta dopo il delitto allorquando rimontando in bicicletta ed esclamando “Così è finita” si allontanò, dopo aver accennato (secondo alcuni testimoni) anche ad un gesto di saluto verso quanti allibiti ed impotenti a prestare soccorso alla donna avevano assistito alla fulminea e tragica scena. Ne dubbio può sussistere sulla deliberata intenzione di uccidere che animò l’imputato e che si rivela non solo dalla insistente reiterazione dei colpi, esplosi nel rapido e deciso inseguimento della vittima volto a non darle scampo, ma anche dalla direzione dei colpi e dalla breve distanza da cui essi vennero esplosi”.


Il cadavere della vittima 
“La intenzione di uccidere si rileva anche - come proposito di assorto nella mente dell’imputato -  dalle stesse parole da lui pronunciate la sera innanzi discutendo dell’abbandono da parte della moglie con i coniugi Rosalto Frappa e Margherita Papa  allorquando, appreso finalmente dove la moglie erasi recata, egli che già ai predetti coniugi aveva manifestato i suoi propositi di violenza assumendo di essere sua intenzione di “far la barba alla moglie”, rimanendo quindi sordo alle loro esortazioni di non compromettersi ebbe  cura di ritornare da loro onde diffidarli dallo avvertire dei suoi propositi la moglie.




Fonte: Archivio di Stato di Caserta

La condanna fu a 7 anni con la concessione delle attenuanti del valore morale e sociale anche se non fu riconosciuto totalmente il delitto d’onore. Altre 3 anni gli furono cancellati per amnistia
L'Avv. Giuseppe Garofalo 


Stefano Iannotta, nativo di Casapulla ma residente a Grazzanise, accusato di aver ucciso la moglie, Vincenza Lanna, venne rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; Victor Ugo De Donato, giudice a latere; giudici popolari: Giuseppe Morelli, Francesco Paolo Orabona, Amedeo Reale, Raffaele Magliulo, Francesco Izzo e Giuseppe Santarpia; pubblico ministero, Nicola Damiani) e la sua difesa subito adombrò il delitto d’onore. La Corte in proposito sottolineò: “Assodato che il Iannotta fu l’autore dell’uccisione della moglie e che la morte di costei egli coscientemente volle, sia pure non in esecuzione di un disegno definitivamente preordinato durante la notte, in quanto la circostanza dell’essersi recato armato sul potere 187 non può da sola tale disegno dimostrare, specie se si consideri che egli  invitò la moglie a seguirlo ed a ritornare in seno alla famiglia e che solo un battibecco sorto tra i due coniugi fu la scintilla che determinò all’azione dell’imputato, conviene esaminare se ricorre nella fattispecie la ipotesi dell’omicidio a causa di onore che è stata ancora una volta prospettato dalla difesa”.
Al riguardo la Corte ritenne “Malgrado il diniego del giovane, dovuto ad ovvie ragioni, che la sventurata donna effettivamente era venuta meno ai suoi doveri di fedeltà attratta da forte passione per il giovane biondo. Ciò si dedusse chiaramente, sia dalle confidenze e lamentele che la donna stessa fece alla sua amica Giovanna Parente, sia pure con l’assicurazione che ogni cosa fosse ormai finita; sia dal sintomatico atteggiamento di solidarietà verso l’imputato degli stessi genitori della donna la cui madre ha affermato di aver appreso della tresca di costei col Gravante dalle proprie cognate. Senonché altrettanto innegabile è che, a conoscenza di tale tresca (che peraltro fosse finita) e da parecchio tempo era lo stesso Stefano Iannotta, sia perché egli aveva avuto in proposito   delle confidenze perfino dalla propria madre, sia perché egli appunto a causa della di lei illecita relazione aveva spesso picchiato a volte ed anzi due volte l’aveva finanche scacciato di casa.
Di notevole interesse ritennero i giudici  la deposizione del maresciallo dei carabinieri Gennaro Doriano che difatti ha ricordato che il Iannotta essendo stato più volte e su denuncia della moglie diffidato da lui a non maltrattare costei si era sempre giustificato assumendo che la moglie lo tradiva e non stava mai in casa disinteressandosi dei figli. Di fronte alla univocità di prove così significative l’assunto della difesa dell’imputato di avere acquisito solo la sera precedente per le confidenze fattegli dalla propria bambina e poi il giorno del delitto per bocca della stessa moglie la certezza circa la illegittima relazione di lei con il giovane risulta  destituita da ogni fondamento anche perché quelle confidenze che gli avrebbe fatto la sera del 16 la sua figliola Maria non  vi furono affatto,  in quanto tutti i suoi bambini furono quella notte dato l’allontanamento   della mamma ospiti di parenti e vicini.
La Corte  perciò  fu dell’avviso di concedere l’attenuante della provocazione allo  Iannotta cui non possono negarsi neppure né le attenuanti generiche della diminuente di cui all'articolo 62 né può infatti disconoscersi all’imputato, di buona condotta, lavoratore e buon padre di famiglia, che fu tratto al delitto da motivi di particolare valore morale e sociale per la difesa cioè dell’onore suo  e della famiglia per salvare la esistenza stessa di questa che andava incontro per la tenera età dei figli  da sicura disgregazione a seguito ed a causa dell’abbandono del domicilio domestico da parte della donna. Pertanto il Iannotta va dichiarato colpevole col beneficio delle tre attenuanti dello uxoricidio contestategli nonché del porto abusivo di pistola.  Quanto alla pena questo può per l’uxoricidio essere fissata in anni 24 di reclusione; in considerazione che si trattò di un delitto d’impeto e dei precedenti buoni dell’imputato. Tale pena va ridotta, con la provocazione ad anni 16 e questa pena risulta ridotta, per la diminuente di cui al numero uno dell’articolo 62, ad anni 11 è quest’ultima per le attenuanti generiche ad anni sette. Ancora una riduzione di tre anni per l’applicazione dell’amnistia. La sentenza appellata venne confermata (1955) anche in sede di Cassazione (1956). Nei giudizi furono impegnati gli avvocati: Giuseppe Garofalo e Emilio Lauro.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta













Nessun commento:

Posta un commento