sabato 2 aprile 2016




L’uxoricidio avvenne il 29 maggio del 1951 in agro di Trentola Ducenta
INSCENO’ IL SUICIDIO DELLA MOGLIE CHE INVECE UCCISE BARBARAMENTE. UNA MENTE FOLLE CHE ARCHITETTO’ UN FANTOMATICO SUICIDIO CON UNA LETTERA
(FALSA)  DELLA DONNA.




Trentola-Ducenta- Il giorno 29 maggio del 1951, si presentava alla caserma dei carabinieri di Trentola Ducenta tale Giuseppe Fabozzi informando  di avere notato, poco prima, passando per  un viottolo di campagna, nella temuta di tale  Vincenzo Mallardo, il cadavere giacente per terra di una donna con accanto la pistola. I carabinieri si recarono subito sul posto indicato dal Fabozzi  e constatarono che aveva  riferito  il vero. Il cadavere presentava una ferita da arma da fuoco alla regione temporale sinistra. A poca distanza dal cadavere, sulla sua sinistra, vi era una pistola automatica “Beretta calibro 7,65; un fazzoletto usato con le iniziali di D.R.; una borsa di tela cerata nera; nel terreno circostante non si notavano tracce di colluttazione. La borsa conteneva una busta indirizzata alle autorità italiane contenente una lettera scritta a penna (con molti errori che qui ho cercato di correggere per far capire il senso della missiva.N.d.R) del seguente tenore: “Autorità in leggi civili”, la sottoscritta Marianna Di Puorto, classe 1923, sposata dal 1940 con il signor Carmine Vassallo, nati i due sposi a Casal di Principe. La sottoscritta fa presente che ho dato  molti scandoli durante il mio matrimonio che ho  tradito  mio marito e che  mio padre mi costringeva a vendermi per farmi fare la vita. Poi diversi anni fa fui costretto dal mio padre a fare un aborto.  Mio padre ha addirittura venduto la mia casa. Nel 1940 mio marito mi fece una rimproverata e mio padre lo minacciò e fu condannato a tre mesi di carcere. Che mio padre è stato sempre difettoso su di me mentre oggi il mio marito è venuto a conoscenza che l’ho tradito e sono costretta ad ammazzarmi prima che mio padre tento di ammazzare il mio marito. Non sospettate di nessuno perchè sono io la causa della mia morte. Saluti dalla defunta Di Puorto Marianna †.(firma col segno di croce perchè analfabeta. N.d.R). Prima stranezza agli occhi degli inquirenti: una analfabeta che scrive una lettera. Sorsero seri dubbi sulla causa della morte, apparendo impossibile il suicidio, per cui i carabinieri iniziarono le indagini del caso. Accertavano, innanzitutto che a Casal di Principe effettivamente erano domiciliati i coniugi Vassallo- Di Puorto, e che in data 29 marzo 1951 Carmine Vassallo aveva denunciato alla caserma del paese la pistola Beretta 7,65 corrispondente esattamente al numero di  pistola rinvenuta accanto al cadavere. 



Il Vassallo, ricercato, risultava assente dall’abitazione per ragioni di lavoro e i carabinieri accertarono, interrogando Consiglia Biondi,  madre della vittima che tra i predetti coniugi non correvano buoni rapporti perché il Vassallo sospettava di infedeltà la moglie che teneva rapporti carnali con tale Francesco Bove  e con altre persone,  persino con il genitore della donna. Che la donna aveva  manifestato l’intenzione di trasferirsi a Napoli dove il marito lavorava presso la “Naval Meccanica”; il Vassallo  avrà  dopo di aver assicurato la moglie di aver trovato una casa a Napoli, l’aveva invitata recarsi in questa città per il 28 maggio onde  dare il proprio parere nel nuovo alloggio; che nel detto giorno, la Di Puorto, aderendo all’invito del marito era partita lasciando i figli affidati alla madre, seguendo anche in ciò il consiglio del marito, che aveva fatto intendere che non ci sarebbe stato posto nella casa  in atto occupata di far dormire altre persone oltre lui. In seguito a tali indagini, che persuasero i carabinieri di trovarsi di fronte ad un omicidio e non già ad un suicidio, essi ritennero autore del delitto il Vassallo si recarono a Napoli presso il cantiere della “Naval Meccanica”e lo trassero in arresto. Interrogato, il Vassallo negò di aver dato appuntamento alla moglie. Dichiarò di aver trovato temporaneamente alloggio in via San Vito di Resina presso tale Aniello il barbiere che veniva identificata per Aniello Di Buono. In una perquisizione eseguita nel retrobottega del salone del Di Buono ove dormiva abitualmente il Vassallo, dove assicurava di avere trascorso la notte tra il 28 il 29 maggio del 1951, (la notte del delitto) in una vecchia valigia appartenente all’imputato venne rinvenuta una busta  (uguale per formato e qualità come quella rinvenuta accanto al cadavere). All’interrogatorio reso ai carabiniere il barbiere narrava di aver notato la sera del 24 maggio Vassallo scrivere una lettera alla luce della candela.  Stretto dalle contestazioni, l’imputato finì col confessare  di aver ucciso la moglie non potendo più oltre reggere al disonore in cui ella lo aveva coperto con la sua relazione intima con il Bove e con la sua condotta riprovevole, incoraggiata e  protette dal padre e dal fratello che lo avevano anche minacciato di morte se non avesse desistito a lamentarsi della condotta della loro congiunta.

 Il Vassallo chiariva poi che aveva ucciso la moglie  e di aver maturato il proposito facendo apparire che si era suicidata, Aveva scritto a  matita la lettera che poi depositò nella borsa facendola ricopiare a penna da altra persona. Indi pensò di invitare la moglie a recarsi a Napoli il giorno 28, ma assumeva che la sera, nel tornare a piedi a Casal di Principe, avendo perduto l’ultima corsa del tram,  percorrendo la strada  Aversa-Ducenta la Di Puorto,  dopo essersi allontanata da lui dicendo che doveva soddisfare il bisogno corporale,  aveva improvvisamente estratto da sé la pistola suddetta puntandola contro di lui per ucciderlo, ma egli era riuscito a disarmarle  e con la medesima arma le aveva esploso contro un colpo alla testa uccidendola. Quando la donna cadde egli depose la pistola vicino al cadavere e depose la  lettera già preparata nella  borsa di lei.  Si era poi allontanato facendo ritorno a  Napoli dove la mattina  si era  regolarmente recato al lavoro. Interrogasti  il padre Giuseppe il fratello Francesco negavano di avere mai minacciato il Vassallo. A sua volta il Bove negava di aver intrattenuto rapporti con la Di Puorto.  Risultò, invece, accertato che la lettera era stata compilata dal Vassallo e fatta copiare dal  Gennaro Sannino,  compagno di lavoro del Vassallo che non aveva ben capito l’importanza di quel documento. Denunciato il Vassallo  per il delitto  di omicidio premeditato contro di lui si procedevo col rito formale, e in costituzione, su istanza della difesa fu disposta  una perizia psichiatrica che concludeva con la completa sanità mentale dell’imputato pur escludendo che egli fosse socialmente pericoloso. Davanti al magistrato il Vassallo sosteneva la versione della legittima difesa, affermando, anzi, di essere venuto addirittura  a colluttazione con la moglie per disarmarla durante la colluttazione era partito un colpo. Aveva anche negato di aver scritto la lettera trovata nella borsa, affermando di essere stato costretto dai carabinieri a riconoscersi autore di quella lettera; ammetteva, tuttavia, che la busta rinvenuta nella sua valigia era stata da lui acquistata e si meravigliò che fosse identica alla busta contenente la predetta lettera. Venivano escussi i testimoni: Consiglia Biondo, madre della Di Puorto, la sorella Teresa, Giovanni Sannino e Aniello Di Puorto. In esito alla formale istruzione il Vassallo veniva rinviata al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di omicidio premeditato in persona  di Marianna Di Puorto e di porto abusivo di pistola.







LA CONDANNA IN TUTTI I GRADI DI GIUDIZIO FU INESORABILMENTE DI 24 ANNI DI RECLUSIONE. ESCLUSA LA LEGITTIMA DIFESA E LA INFERMITA’ MENTALE.



Carmine Vassallo, di anni 38, da Casal di Principe, venne rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere e accusato di omicidio aggravato premeditato in danno della moglie Marianna Di Puorto.  La Corte (Presidente, Giovamni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Nicola Damiani; giudici popolari: Francesco Orabona, Amedeo Reale, Raffaele Magliuolo, Francesco Izzo e Giuseppe Santarpia) lo condannò, con le sole attenuanti generiche alla pena di anni 24 di reclusione. Furono impegnati gli avvocati: Saverio Castaldo, Ciro Maffuccini, Pietro D’Ovidio, Giuseppe Garofalo e Vittorio Verzillo. La difesa che aveva molto sperato nel vizio parziale o totale di mente (perizia affidata al Prof. Annibale Puca, Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Aversa, con la collaborazione del Prof. Giacomo Cascella, suo assistente) rimase delusa per il responso che definì il Vassallo “capace di intendere e volere”, perché allo stato: ” il Vassallo non presenta attualmente, alcuna sindrome morbosa inquadrabile in quegli schemi tracciati dalla psichiatria per diagnosticare l’infermità mentale. Al momento del fatto per cui vi è perizia era integra la sua capacità di intendere e di volere ossia si trovava in quelle condizioni volute dal codice vper la piena imputabilità. Non è socialmente pericoloso”. Tuttavia gli avvocati dell’imputato sostennero con fermezza – in tutti i tre gradi di giudizio – la legittima difesa, la diminuente del vizio parziale di mente, la diminuente della provocazione, e quella del particolare valore morale e sociale. In effetti il Vassallo aveva avuto dei brevi periodi (1932-1934) di internamento nel manicomio precedenti al delitto dove gli era stata diagnosticata una “alienazione mentale”. Nel corso del dibattimento furono sentiti vari testimoni: Francesco Bove, che aveva avuta una relazione carnale con la Di Puorto; Antonietta Russo, la quale doveva confermare se era vero che la Di Puorto per dissimulare lo sperpero dei risparmi del marito diceva di aver prestato del denaro alla Russo; Avv. Carlo Coppola, da Casal di Principe, che poi risultarono false ed erano state date al Vassallo dalla moglie. E ancora su altre circostanze: Concetta Zaccariello, Aniello Caterino, Laurettas Iaunese,  Isabella Caterino e Francesco Falconetti. 







INSCENO’ IL SUICIDIO DELLA MOGLIE CHE INVECE UCCISE BARBARAMENTE. UNA MENTE FOLLE CHE ARCHITETTO’ UN FANTOMATICO SUICIDIO CON UNA LETTERA
AVV. GIUSEPPE GAROFALO 







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