domenica 17 luglio 2016



  

Mario Coviello uccise  con una fucilata il fratello Riccardo nella sua camera da letto




 Il movente ufficiale del  fratricidio era  il contrasto sorto per l’uso in comune di una camicia.  Ma una relazione amorosa forse  non condivisa alla base del truce assassinio.  

 Il delitto avvenne la sera 
          del 23 settembre del 1953 a  Trentola
  


Trentola - La sera del 23 settembre del 1953 i carabinieri della stazione di Trentola venivano avvertiti della uccisione di tale Riccardo Coviello di anni 30, nella casa paterna, ove poco prima il giovane,  proveniente da Cesa, aveva fatto ritorno. I carabinieri portatisi nella casa del Coviello rinvenivano il giovane, accasciato presso il letto, rivestito dei suoi abiti come se l’aggressione patita l’avesse sorpreso non appena penetrato nella camera. Nell’ambiente  non vi era alcuna traccia di colluttazione, per l’ordinata disposizione di ogni cosa. Soltanto ai piedi del letto non ancora disfatto, un lungo coltello da campagna era in terra, ma non recava tracce di sangue. Il Coviello era stata attinto da una scarica di fucile da caccia alla regione laterale destra del collo. Piccole macchiette sul muro indicavano che  qualche pallettone aveva solo sfiorato il bersaglio. Dalle notizie raccolte sul posto, risultava che quella  sera il Riccardo, unitamente al fratello Michele erano tornati da Cesa in motocicletta per pernottare in Trentola nella casa occupata abitualmente soltanto dal fratello Mario, studente in ragioneria, vivendo tutti gli altri componenti della famiglia Coviello sempre in campagna per la necessità della piccola loro azienda agricola. Mentre  il Michele si era diretto presso un suo amico per interpellarlo circa la possibilità di reclutare operai che quel giorno successivo, il Riccardo era salito nell’abitazione sita al primo piano di un edificio occupato anche da altre famiglie. Pochi istanti dopo il suo ingresso in una delle camere delle quali si compone la casa dei Coviello i casigliani -  che ancora si tratterebbe nel cortile - avevano udito una cupa detonazione.  Richiamato il Michele che si è allontanato a poche decine di metri, questi accompagnato da altro giovane, salì per accertarsi di quello che era accaduto, dopo aver domandato se fosse stato visto suo fratello Mario. 


Esperite diligenti ricerche nelle adiacenze della casa, solo il giorno successivo attraverso una botola che s’apre nella camera ove fu  consumato il delitto, i carabinieri discesero  in una grotta sottostante nella quale, celato dietro delle botti era il Mario Coviello ancora armato del fucile con il quale aveva perpetrato l’omicidio. Sottoposto ad interrogatorio, il giovane confessava di aver sparato contro il fratello perché questi entrato nella camera nella quale dormono i genitori quando pernottano in Trentola – occupata quella sera da esso Mario -  aveva preso ad inveire contro di lui minacciandolo di rompergli la testa. Riferiva l’omicida che da tempo i rapporti col fratello non erano dei migliori perché il Riccardo non vedeva di buon  occhio che Mario preferisse lo studio al lavoro dei campi guadagnandosi maggiore considerazione da parte dei genitori. 

Gli rinfacciava ancora di controllare la sua condotta, il che l’altro non tollerava. Riccardo infatti era ammalato, avendo contratto una infezione luetica (la sifilide che era un contagio per rapporti sessuali con prostitute senza la protezione)  che assorbiva molto denaro che quegli si procurava imbrogliando i genitori. Da ultimo aveva molto brigato perché alcuni parenti restituissero il terreno che si erano aggiudicato in sede di espropriazione ai danni del padre gravato  per debiti d’imposta. Tale gesto aveva  attirato sulla famiglia la disistima di quelli, involgendo la responsabilità dello stesso Mario del tutto estraneo alla faccenda. Dalle ulteriori indagini dei carabinieri risultava che due giorni prima dell’omicidio tra i  fratelli  Michele e  Pasquale Coviello era sorto un incidente determinato dall’uso in comune di una camicia e dal contrasto per turni d’uso. Era intervenuto anche il Mario  che col fratello Pasquale avrebbe riportato la peggio. Il Pasquale dovette ricorrere alle cure di un medico avendo riportato uno  squarcio al cuoio capelluto. Il Michele da allora era stato in allarme temendo rappresaglie in suo danno tanto vero che interrogato dai carabinieri, espresse l’avviso che quel colpo di fucile era forse riservato a lui. Sulla scorta di questi elementi e sul rilievo che il Mario quella sera contrariamente al solito, si era allocato nella camera dei genitori in luogo di restare all’altra camera a lui riservata il pubblico ministero procedente nella sommaria istruttoria contestava all’omicida la aggravante della premeditazione.



 Tratto in arresto ed interrogato Mario Coviello si giustificò assumendo di avere scambiato il fratello per un ladro e di avere sparato al buio contro di lui per la precipitazione convulsa di una determinazione presa nello stato di dormiveglia. Che era  ritornato da tempo a casa e che si era da poco svestito e sdraiato sul letto matrimoniale ed era in mutande e camicia. “Mentre dormivo – chiarì nel suo interrogatorio -  sentii un rumore alla porta che si trova verso il fianco del letto. La porta l’avevo chiusa dal di dentro perché non aspettavo nessuno. Faccio presente che l’altra porta di comunicazione con l’altra stanza era stata chiusa da tempo da me con l’apposito ferro. A tale rumore scesi dal letto e presi il fucile che si trovava appoggiato al muro e mi avviai verso la botola per nascondermi. In quel momento si spalancò improvvisamente la porta, nello scendere la scala della botola, il fucile, se ben ricordo, urtò contro qualcosa ed esplose un colpo”.


 Nella stanza non vi è mai  esistita una cartucciera non vi erano cartucce. In buona sostanza io posai il fucile senza nemmeno accertarmi se fossi carico o meno io dormivo nella mia camera soltanto quando in paese si trattenevano i miei familiari in caso contrario dormiva nel letto matrimoniale. Nulla posso dirvi in merito alla basco e alla sciarpa rinvenuti sulla spalliera del letto e non avevo neppure notato quel coltello. Insisto nel dire con  mio fratello Riccardo ed anche con gli altri fratelli non vi erano mai state questioni non essendovi nessun dissidio tra noi. Nulla  conosco in merito all’incidente del 21 settembre  e non so neppure se Pasquale dovette ricorrere alle cure del medico. Io non mi sono mai occupato della questione del terreno perché non mi interesso delle cose di famiglia.

Poi fu interrogato il fratello Pasquale il quale si difese dicendo: “ Nego ogni addebito in quanto io ebbi una discussione soltanto con mio fratello Michele ma non per affari non mi ricordo ciò che successe. In quanto alle ferite in testa da me riportate faccio presente che io me l’ero cagionate cadendo qualche ore prima dalla motocicletta. Se andai dal Dottore Michele Griffo fu perché un inquilino mi fece notare che dopo la discussione con mio fratello veniva dalla mia testa qualche goccia di sangue. Difatti io raccontai al sanitario che la piccola ferita alla testa l’aveva riportata cadendo dalla motocicletta”.



Poi fu sottoposto ad interrogatorio l’altro fratello Michele Coviello,  il quale rispose negando recisamente l’addebito e precisò confermando che  le lesioni al capo riportate dal  fratello furono causate dalla  caduta della moto. Negò di conoscere circostanze sulla morte del fratello Riccardo. “Posso soltanto attestare – precisò -  che tra Mario e Riccardo vi erano rapporti normali. Nulla conosco in merito al terreno  perché  mi occupo solo dell’esecuzione dei  lavori ordinati dai miei genitori;  mi risulta inoltre  che mio fratello Riccardo si era fidanzato ma nulla era stato deciso circa il suo matrimonio. Io portai lai motocicletta a Riccardo perché volevamo trattenerci  in paese dove c’era il concertino. Il Riccardo scese dalla moto dopo aver parlato con degli inquilini io  mi ero allontanato dopo circa una mezz’ora fui chiamato perché gli inquilini avevano sentito uno sparo.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta


  La condanna per il fratricida fu di anni 22 ridotta a 18  in appello.
 Il P.M aveva chiesto 24 anni.  

Accusato di omicidio volontario Mario Coviello   comparve innanzi la Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere,Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Nicola Damiani; giudici popolari: Giovanni Ferraiuolo, Salvatore Belmonte, Silvestro Marino, Costantino Piazza, Mario Centore e Vittorio Russo).  
Esaurita l’assunzione delle prove  con l’imputato  che insistete: “Io non riconobbi affatto  mio fratello data l’oscurità in cui era immersa la stanza, d’altra parte lo sparo fu accidentale. La stanza era immersa nell’oscurità perché era stata staccata la luce. La lampada nella stanza si accendeva con un interruttore appena, attaccato con filo della spalliera del letto. Insisto nel dire che così proprio si verificarono i fatti. Quando io fui interrogato dai carabinieri e dal Pretore non capivo quello che dicevo, perché ero in preda a grande dolore per la notizia della morte di mio fratello che io avevo involontariamente  cagionato”. Una circostanza inedita venne fuori nel corso del dibattimento, allorquando fu interrogato il padre dell’imputato  Giuseppe Coviello il quale spontaneamente dichiaro: ”Fui condannato per lesioni a due anni di reclusione, nello stesso incidente uno degli aggressori mor.  Io fui condannato insieme ai miei fratelli. I  miei figli - per quanto mi risulta -  andavano sempre d’accordo e Mario dormiva sempre in paese perché era studente ed aveva una apposita stanza. Non sono in grado di dire quanta licenza avesse avuto mia figlia suora. Io non vendetti ai Verolla il terreno soltanto a causa del processo che avevo in corso ma cedetti loro in affitto tale fondo che io lo rivolli indietro perché Riccardo doveva sposarsi. Tale fatto non aveva creato nessun risentimento nei fratelli e tantomeno nel Mario che non si occupava di terreni. Mario non sa neppure che arte fare egli è timido  e paurose ed è mezzo scemo. Alcuni anni fa i miei figli per due furti mi fecero portare in casa il fucile  E dopo le  disposizioni finali,  il pubblico ministero chiedeva l’affermazione della responsabilità di Mario Coviello, con l’esclusione dell’aggravante della premeditazione,  con una condanna a  24 anni di reclusione. Dopo le arringhe dei difensori  Avv. Renato Orefice e Vincenzo Fusco, la Corte di Assise condannò il fratricida a 22 anni di reclusione. Il 12 dicembre del 1957 la Corte di Assise di Appello di Napoli ridusse la pena ad anni 18.


Fonte: Archivio di Stato di Caserta





 




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