domenica 7 agosto 2016




La vittima  si  vantava  in pubblico di aver posseduto la moglie del Piscitelli. Una torbida storia di incesto e di prevaricazione in un ambiante immondo ed in degrado.






Il delitto accadde alla Frazione Talanico di San Felice a Cancello il 25 aprile del 1951



Aniello Marotta, Raffaele Lettieri, Gildo Piscitelli e Pasquale Migliore  uccisero per vendetta il guappo locale Pasquale Bernardo



La vittima  si  vantava  in pubblico di aver posseduto la moglie del Piscitelli. Una torbida storia di incesto e di prevaricazione in un ambiante immondo ed in degrado.


Talanico di San Felice a Cancello -  Il pomeriggio del 25 aprile del 1951,  la giovane Mafalda Bernardo di Alessandro, denunciava i carabinieri di Santa Maria a Vico,  che verso le 14:00 dello stesso giorno era stata aggredita da Francesca Verdicchio e dal figlio Iaia Alberto, il quale a dire della Bernardo, aveva esploso contro di lei due colpi di pistola andati a vuoto mentre la madre l’aveva afferrata per le vesti. I carabinieri dubitarono, però, dell’attendibilità della denuncia e, proceduto al fermo della giovane, accertavano  infatti che lo Iaia, resosi e nel frattempo latitante aveva esploso c un solo colpo ma, in aria, a scopo intimidatorio. Con rapporto del 26 aprile 1951 denunciarono quindi la Bernardo e la madre di lei Concetta Roncone la quale aveva confermato le asserzioni della figlia per calunnia, associando entrambe le donne alla locale carceri. Denunciavano altresì, per calunnia, la Verdicchio, che nel corso delle indagini aveva riferito che la Bernardo aveva estratto  un pugnale mentre ciò non doveva considerarsi veritiero, ed infine lo Iaia,  quale autore di porto  e omessa denunzia di arma e sparo in luogo pubblico. Proceduto sia carico di tutti  i denunziati, con la formale istruzione, anche in ordine al reato di rissa,  il 1° agosto1951  le donne vennero rimesse in libertà provvisoria. E però il 31 agosto dello stesso mese la Bernardo e e la Roncone – questa volta in stato di latitanza -  furono denunciate dagli stessi carabinieri di Santa Maria a Vico unitamente al loro rispettivo fratello e figlio Pasquale Bernardo, anch’egli si rese latitante perché autore di lesioni volontarie con armi in danno del fratello Clemente.



 Precisavano i verbalizzanti che  il 17 agosto precedente il giovane Pasquale Bernardo,  istigato dalla madre  e dalla sorella, ed anzi in presenza della prima, aveva esploso un colpo di pistola contro il germano Clemente attingendolo alla regione plantare del piede sinistro cagionando una ferita guaribile in 10 giorni. La causale dell’episodio -   ricostruita alla stregua delle dichiarazioni del ferito-  consisteva nel fatto che la Mafalda Bernardo aveva riferito al fratello Pasquale che esso Clemente attribuiva agli  altri due germani una relazione incestuosa.  In realtà, spiegava il Clemente, era stata proprio la Mafalda, che visitato da un sanitario dell’ospedale degli incurabili e trovata incinta al quinto mese -  pur avendo il marito in carcere da circa due anni -  aveva confidato alla suocera e a lui di essere stata oggetto di violenza da parte del fratello Pasquale. Il comportamento stava a dimostrare  - secondo il Clemente – che cera stata proprio lei ad istigare il fratello a commettere l’aggressione nei suoi confronti ed aggiungeva la parte offesa che nemmeno la madre Concetta Roncone, era rimasta estranea ai fatti giacché non solo aveva assistito al triste avvenimento  ma era rimasto indifferente, né si era punto adoperata in suo aiuto. Circostanza confermata dall’amante del Clemente.  Concetta Lettieri, da Ersilia Tondi  e  Pasqualina Ferrara. Riferiva inoltre il ferito che la sorella Mafalda per tentare di nascondere l’illecita relazione, aveva anche tentato di abortire richiedendo all’uopo l’intervento di una certa Rosa, moglie di Raffaele Fioravante, la quale però, non aveva  voluto prestarsi allo scopo rifiutando anche  le duemila lire che le erano state offerte a titolo di compenso. Stante la latitanza della Mafalda i carabinieri non poterono convalidare l’assunto del Clemente in ordine alla gravidanza di lei ma il 18 settembre 1951, Domenico Lettieri, fratello del marito della Mafalda -  e ristretto con il proprio fratello nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere - denunciava formalmente la propria cognata per procurato aborto e adulterio. Intanto, al giudice istruttore cui per connessione, erano stati rimessi tutti procedimenti in questione, chiariva di aver appreso il fatto dalla madre, Cristina Crisci e di avere avuto conferma dal dottor  Vincenzo Cangiano, medico delegato delle carceri di  Santa Maria Capua Vetere, il quale aveva visitata la cognata  - all’epoca della sua recente detenzione.



 Il dottor  Cangiano, a sua volta, riferiva di aver visitato la Bernardo nella infermeria delle carceri giacché questa gli aveva richiesto un medicamento per agevolare le mestruazioni che la donna pretendeva essere cessate dal suo arresto a seguito dello spavento subito. Essendosi però limitato esso Cangiano a prescrivere alla giovane un semplice disinfettante. Questa lo aveva consultato altre due volte  - nello spazio una ventina di giorni -  sempre lamentando il perdurare della amenorrea. La seconda volte egli l’aveva sottoposta ad una visita ginecologica ed aveva constatato l’ingrossamento dell’utero senza infiammazioni e secrezioni; talchè aveva espresso sospetto che fosse incinta suscitata  al riguardo la vivace reazione della paziente della di lei madre perché il marito era detenuto da un paio di anni. A distanza di un altro mese ultima visita effettuata con l’ausilio del dottor Carmine Abbate specialista di malattie veneree che aveva potuto contestare che l’utero si era  ulteriormente ingrossato, talchè si era decisamente orientato per l’ipotesi di una gravidanza al terzo mese per quanto non fosse stato possibile formulare una precisa diagnosi in difetto della percezione dei battiti fetali e della pigmentazione intensa dell’areola mammaria.  Il Dr. Abbate confermava le dichiarazioni del dr. Cangiano, precisando peraltro che alle serie contestazioni dell’interessata egli aveva consigliato di rinviare la diagnosi di altro mese potendosi prendere in considerazione l’ipotesi di una fibrosi. La Bernardo Mafalda, allorchè venne interrogata dal Giudice Istruttore, con mandato di comparizione si protestò innocente riservandosi di denunciare il marito per calunnia che, in seguito, decedeva.  Furono espletate due  perizie mediche per accertare se la donna avesse abortito ma esse devano esito negativo. Altri fatti di sangue si erano verificati nel frattempo.  Il 3 settembre del 1951 Vincenzo Bernardo, fratello di Mafalda, veniva attinto da due colpi di pistola agli arti inferiori. Ricoverato all’ospedale civile di Caserta dichiarava che a colpirlo era stato il giovane Raffaele Lettieri, fratello del marito della Mafalda. Il quale gli aveva esploso contro diversi colpi di pistola dicendogli: “Ti debbo ammazzare”. 


Il fatto trovava conferma nelle deposizioni  di tre donne:  Francesca De Lucia, Lucia De Lucia e Rosa Nuzzo le quali avevano assistito all’avvenimento. Quanto ai motivi dell’aggressione il Bernardo disse di ignorarli, ma i carabinieri procedenti, nel loro rapporto con cui denunciarono il Lettieri - resosi latitante – affermavano che il fatto traeva origine nel rancore determinato nella famiglia Lettieri a seguito della notizia, sparsasi in paese, che la Mafalda era rimasta incinta ad opera del fratello Pasquale e con l’aiuto dei germani stava cercando di procurarsi l’aborto per sopprimere la prova dell’adulterio. Lo stesso Lettieri veniva poi denunciato dai carabinieri per tentate lesioni in danno di Bernardo Pasquale. La denuncia era avvenuta tramite il padre Alessandro Bernardo, il quale presentatosi in caserma, il 3 settembre  del 1951, riferì che il figlio Bernardo, ancora latitante dall’epoca dell’aggressione in danno del fratello Clemente  era stato fatto oggetto di due colpi di pistola da parte del Lettieri il quale aveva finanche disarmato il figlio della sua pistola tedesca cal. 9 che, più tardi venne consegnata in Caserma da certo Carlo Iaia, cognato del Lettieri.  Il 17 settembre del 1951 gli stessi carabinieri denunciarono proprio Pasquale Bernardo per tentato omicidio in danno del Lettieri esponendo che il 12 precedente aveva esploso contro il figlio due colpi di pistola ed i testi
Angelo  e Raffaela Liparulo confermavano la circostanza aggiungendo che il Lettieri era potuto  sfuggire perché al terzo colpo,  l’arma del suo aggressore non aveva più funzionato. Il 3 novembre del 51 un ben più tragico incidente si aggiunge alla catena degli episodi criminosi che avevano avuto protagonisti i componenti delle famiglie Lettieri e Bernardo. Pasquale Bernardo, infatti, uscendo dall’osteria di Alberto De Rosa, in contrata Talanico di San Felice a cancello, venire raggiunto ed ucciso da un colpo di pistola che dal secondo spazio intercostale gli fuoriusciva dalla regione sottoscapolare forando l’aorta il polmone con conseguente grave emorragia. I carabinieri di Arienzo (come risulta dal rapporto del 12 novembre del 51) portatisi immediatamente sul posto rinvenivano a circa 7m dal cadavere,  il giovane Aniello Mariotta di Pierantonio che giaceva supino in una pozza di sangue per una ferita trasfossa  d’arma da fuoco dalla  natica sinistra alla radice della coscia. Essi  si accertavano,  attraverso l’interrogatorio dell’oste De Rosa  e dei testi oculari  Pellegrino De SimoneClemente Barbarino e Raffaele Biondillo che  Pasquale Bernardo quella sera si era trattenuto all’osteria del De Rosa,  assistendo al gioco delle carte,  finché vi aveva fatto ingresso un giovane,  forse il Marotta il quale lo aveva invitato ad uscire sulla strada. Allontanatisi i due dall’osteria si erano uditi numerosi colpi di arma da fuoco ( nove o dieci) per il che i presenti si era affrettati a chiudere la porta poco più tardi, cessato  il panico,  avevano  potuto rendersi conto dell’accaduto.

Avv. Vittorio Verzillo 


 Il Marotta dichiarava ai  carabinieri che già la sera del  primo novembre si era convenuto fra lui, Raffaele Lettieri, e tale Gildo Piscitelli, di sopprimere  il Bernardo loro comune nemico. Il Lettieri, il quale aveva organizzato il piano delittuoso, ne aveva fissato l’esecuzione per il tre successivo, ed infatti i tre giovane erano partiti da San Felice a Cancello alla volta della Frazione Talanico per eseguire il delitto avendo appreso da un informatore che la vittima era presso l’osteria. Lungo la strada si era unito a loro il giovane Pasquale Migliore che domandò: “Dove andate? Andiamo a Talanico… perché dobbiamo uccidere…Don Pasquale Bernardo…. Bene! Vengo anch’io”…nonostante lui fosse disarmato – come il Marotta -  mentre il Lettieri ed il Piscitelli avevano rispettivamente una pistola cal. 7,65 ed una grossa pistola Grisent. Prima di rintracciare la vittima designata nell’osteria del De Rosa, essi lo avevano ricercato in  un’altra osteria e in una casa di Talanico (presso la quale spesso si tratteneva perché pare avesse una tresca con la  giovane moglie di un operario che lavorava al nord) nella quale era entrato solo il Piscitelli che, secondo un precedente accordo,  avrebbe dovuto disarmare il Bernardo insieme al Marotta appena si fossero incontrati con lui in modo da sopprimerlo senza maggiori rischi in una località deserta con il concorso degli  altri due che durante la prima operazione  si sarebbero tenuti lontani. Questo piano era stato giudicato però troppo pericoloso da esso Marotta onde si era convenuto che il Piscitelli, rintracciato il Bernardo, l’avrebbe invitato ad uscire sulla strada senza accenderne i sospetti in modo da rendere più facile agli altri la di lui uccisione. Ed infatti - continuava il Marotta nella sua deposizione al giudice istruttore  - era stato proprio il Piscitelli ed entrare  nell’osteria del De Rosa. Senonché, appena uscito dal locale il Bernardo si erano succeduti vari colpi di pistola ed egli stesso era stato ferito da  qualcuno che non voleva ad indicare come del pari ignorava chi fosse stato poi a colpire il Bernardo. In un altro interrogatorio, reso il nove novembre successivo, il Marotta ammetteva di essere stato anch’egli armato, nell’occasione di una grossa pistola  a tamburo che gli era stata fornita dal  Lettieri il quale nel consegnargli l’arma gli aveva detto: “Questa è buona e non fallisce nemmeno un colpo”… 


Chiariva peraltro, che il Bernardo, appena uscito dall’osteria gli aveva esploso contro un colpo di pistola per cui egli  ne aveva sparato due o tre in successione… ed altrettanti ne aveva esploso il Piscitelli uscito subito dopo il Bernardo. Il Lettieri, tratto in arresto dai carabinieri e il Piscitelli costituitosi direttamente in caserma confermavano sostanzialmente le dichiarazioni del Marotta con qualche variante di scarso rilievo. In particolare Lettieri non trovava difficoltà ad ammettere che fin dalla sera del primo novembre si era stabilito fra lui, il Marotta ed il Piscitelli di infliggere una severa lezione al Bernardo di tutti avevano in odio per la sua prepotenza  e ricordava in proposito che costui, meno di due mesi prima,  lo aveva aggredito per ben due volte, aveva rapinato il Marotta di Lire 800 minacciandolo di morte  e si era vantato, infine, di aver goduto dei favori della moglie del Piscitelli. Il Lettieri escludeva, tuttavia, fosse stata in essi l’intenzione di sopprimere l’avversario. Lo scopo dell’aggressione doveva essere quello di catturarlo e consegnarlo ai carabinieri giacchè era latitante ovvero di ferirlo aggiungendo che all’impresa si è unito anche il Migliore incontrato per strada.  Ad uccidere il Bernardo  - secondo il Lettieri - era stato certamente il Marotta, poiché il Piscitelli gli risultava che non aveva  sparato in quanto proprio il giorno successivo gli aveva restituito la pistola, che egli gli aveva fornito per partecipare all’aggressione, carica di tutte le cartucce.  Il Piscitelli ammetteva che si era stabilito di farla finita con Bernardo fin dalla sera del 1° novembre e che a tale scopo egli si era diretto la sera del successivo verso la frazione Talanico unitamente al Lettieri, al Marotta e al Migliore; quest’ultimo aggregatosi all’ultimo momento e per pura combinazione.  Ammetteva anche di essere entrato nella cantina del De Rosa mentre gli altri si trovavano appostati fuori precisando anzi ché il Bernardo, il quale evidentemente non lo  aveva in sospetto, aveva scambiato con lui qualche parola in una banale conversazione, dopo di che lui aveva rassicurato il suo interlocutore, che gliene aveva fatto domanda che la persona ferma davanti alla porta  dell’osteria era un suo amico. Appena il Bernardo era uscito dal locale, dietro suo espresso invito, questi aveva esploso contro il Marotta dei colpi di pistola. L’altro allora aveva prontamente reagito attingendo a sui volta il  Bernardo. Esso Piscitelli era quindi fuggito non senza aver prima sparato un paio di colpi della rivoltella che in  precedenza il Lettieri  gli aveva prestato e che era carica di nove cartucce.


Avv. Alfonso Martucci 




 Le condanne per omicidio e tentato omicidio furono di 24 anni per Lettieri, 16 per Marotta e Piscitelli e 14 per Migliore

On. Sen. Avv. Generoso Jodice 


Innanzi la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Giovanni Morfino, presidente; Renato Mastrocinque, giudice a latere; pubblico ministero Nicola Damiani) dopo la sentenza del Giudice Istruttore, Bernadino De Luca,  furono rinviati a giudizio: Aniello Marotta, 19 anni; Raffaele Lettieri, 18 anni; Gildo Piscitelli, di anni 20; Pasquale Migliore, di anni 21; Mafalda Bernardo, di anni 23; Alessandro Bernardo, di anni 59; Fioravante Migliore, di anni 46; Alberto Iaia, di anni 18; Concetta Roncone, di anni 56; Francesco Verdicchio, di anni 42; per rispondere di rissa, porto ingiustificato di arma da taglio, detenzione e sparo in luogo pubblico, furto aggravato, lesioni personali, minaccia continuata aggravata, e ubrichezza molesta; tentato omicidio ed infine Raffaele Lettieri, Marotta Aniello e Gildo Piscitelli,  per avere,  con premeditazione ed ai fini di vendetta – mediante più colpi di pistola – cagionato la morte di Pasquale Bernnardo. Con lo stesso rapporto conclusivo delle indagini sull’omicidio del Barnardo veniva denunciato per favoreggiamento  personale l’oste Alberto De Rosa essendo risultato ai carabinieri che egli aveva rifornito di vitto e prestato alloggio a Pasquale Bernardo  che era colpito da mandato di cattura per  i reati commessi in precedenza.  Successivamente, in esito al mandato di cattura emesso contro il Migliore, l’Arma di Cancello procedeva al suo  arresto rinvenendolo nella casa di un suo largo parente, Fioravante Migliore che veniva denunciato per favoreggiamento personale. In particolare Pasquale Migliore  si protestava del tutto innocente in ordine alla imputazione di concorso in omicidio premeditato affermando che la sera del fatto che si trovava a San Felice a Cancello - in compagnia di una ragazza napoletana -  che però non valeva  ad indicare. Veniva inoltre riunito un altro processo a carico di Mafalda Bernardo e di suo padre Alessandro che venivano denunciati  per minaccia con arma in danno di Natalina Biondillo; la Mafalda di porto abusivo di pistola e il padre di porto di pugnale  e ubriachezza. Si precisava nel rapporto che la Biondillo Natalina (moglie di Bernardo Lettieri, ucciso nei giorni del dibattimento di questo processo da Vincenzo Bernardo) aveva denunciato che due giorni dopo l’omicidio di Pasquale Bernardo, il  padre la sorella di questi si erano portati davanti alla sua casa di abitazione, l’uno armato di pugnale  e manifestamente ubriaco, l’altra armata di pistola ed  avevano gridato più volte : Ti dobbiamo ammazzare”… ponendosi per lungo tempo innanzi all’uscio di casa in atteggiamento minaccioso. La Corte, con sentenza del 2 aprile 1954, emise il verdetto soltanto per l’omicidio ed il tentato – essendo  stato emesso nel frattempo un provvedimento di amnistia per i reati minori – Il Marotta venne condannato ad anni 16; il Lettieri ad anni 24 e mesi 10; il Piscitelli  ad anni 16 e mesi 4 e il Migliore ad anni 14 e mesi 6. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Generoso Iodice, Carmen Gentile, Alfonso Raffone, Vittorio Verzillo, Francesco Ventriglia, Francesco Cerabona, Raffaele De Caro, Alberto Martucci  e Alfonso Martucci. I medici che si occuparono dell’autopsia e delle perizie furono: Pasquale Tagliacozzi, Mario Pugliese, Francesco Tarsitano e  Alberto Buffolano. 

Fonte: Archivio di Stato di Caserta





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