domenica 26 febbraio 2017




Il delitto accadde a Frignano

 il 3 agosto del 1955

 


MICHELE MONTELLA FERI’ IL  FRATELLO E UCCISE IL NIPOTE

LA VENDETTA PER UN INCENDIO APPICCATO AL SUO CAMPO DI CANAPA



Frignano Verso le 23,30 del 2 agosto del 1953, il maresciallo dei carabinieri Gennaro Savino, comandante la stazione di Frignano, avendo appreso che nella località “Croce” divampava un incendio si recò immediatamente sul posto e constatò che era stato appiccato il fuoco a dei covoni di canapa nel fondo tenuto in fitto da Michele Montella, ma  il maresciallo non trovò il Montella ma la moglie Angelamaria Manzo, la quale, peraltro, non seppe fornirle elementi per la identificazione dei responsabili dell’incendio. Ma il fatto venne così ricostruito. La sera del 2 agosto del 1953, verso le 23, il Montella veniva a sapere che era stato appiccato il fuoco a tre covoni di canapa di sua proprietà. Convinto che si trattasse di un dispetto del cugino Ciro Montella, si recava presso la casa di costui, lo chiamava nel cortile, e mentre il cugino si affacciava esplodeva due colpi di fucile, uno dei colpi mandava in frantumi i vetri della finestra e Ciro Montella rimaneva ferito al dorso del naso ed alla spalla sinistra, guarendo poi in dieci giorni. Da un vano a piano terra, dove dormiva, accorreva un figlio quindicenne di Ciro Montella a nome Francesco che chiedeva allo aggressore perché volesse uccidere il padre; ma l’altro gli rispondeva con una fucilata, ferendolo gravemente alla regione inguinale. Dopo dieci giorni di sofferenze e dopo due interventi di laparatomia il giovinetto moriva per peritonite traumatica. Catturato il 27 agosto 1953, il Montella dichiarava di avere sparato un colpo di fucile contro il cugino al fine di intimorirlo perché costui – al suo rimprovero di avergli incendiato i covoni -aveva risposto con parole ingiuriose e sconce; aggiungeva che, mentre si stava allontanando, era sopraggiunto Francesco il quale, afferrando il fucile per le canne, aveva fatto partire il colpo che lo aveva mortalmente ferito. Intanto Ciro Montella negò recisamente di avere incendiato la canapa del cugino ed affermò che la sera precedente era andato a letto verso le 23 e dopo un quarto d’ora si erano presentati nel suo cortile Francesco Barone, da Trentola e Gennaro Sangiacomo, da San Marcellino  per chiedergli un prestito della somma  di lire 20 mila che egli aveva promesso di versare loro l’indomani. Sabato Montella dichiarò a sua volta che dormiva con il fratello Francesco in un terraneo sito nel cortile quando fu svegliato da alcuni spari e che mentre egli era accorso in aiuto del padre che dalla sua camera da letto gridava : ”m’è acciso!” il Francesco era uscito in cortile ove fu poi rinvenuto ferito sotto l’arco del portone. I carabinieri con immediatezza ispezionarono l’abitazione di Ciro Montella rilevando che l’ingresso del cortile, ad un metro dalla soglia, vi era una larga macchia di sangue; che la finestra della camera da letto del Montella – sita a circa tre metri dal livello del cortile – era completamente priva di vetri che erano in frantumi sul pavimento della stanza; che lo sportello di detta finestra presentava nel battente nove fori prodotti da colpi di fucile ed il rinvenimento in loco di pallettoni cal. 5, conficcati in varie parti delle  pareti. Dalle tracce delle esplosioni i carabinieri arguirono che il Michele Montella aveva sparato all’indirizzo del cugino trovandosi a circa 5 metri da esso. Nel corso delle indagini i carabinieri appresero, tra l’altro, che circa l’incendio della canapa di Michele Montella che tale Maria Teresa De Luca – abitante di fronte al fondo del Montella – aveva visto un uomo che indossava una camicia bianca camminare nella canapa e subito dopo svilupparsi l’incendio e che il Montella era stato avvertito dal danneggiamento da Giuseppe Natale  ed armatosi di fucile si era recato con il suo motociclo verso Casaluce e indi nei pressi del cimitero di Frignano ove si trovava il gregge del cugino Ciro, custodito dal figlio del medesimo, Salvatore e dal pastorello Nazzaro Sabatino. Ivi giunto aveva sparato due colpi di fucile contro il cane che era di guardia ma che in casa non vi era il cugino e dopo avere aperto  il recinto del gregge si era infine diretto verso la casa del predetto.  Francesco Montella, ricoverato in ospedale per ampia ferita da fucile da caccia alla regione inquino-erurale venne sottoposto ad operazione di laparotomia. Quindi l’8 agosto venne trasportato a casa dai familiari e interrogato dai carabinieri dichiarò che nella notte del 2 e 3 agosto lui e il fratello Sabato  erano stati svegliati da detonazioni seguite da grida… “m’acciso!...ma c’acciso”. Aveva riconosciuto la voce del padre  e pertanto si era portato fuori  per identificare lo sparatore ma giunto sotto il portone aveva visto il Michele Montella armato di fucile. Mentre egli diceva: “U zì…pecchè vulite accidere a tata?”, il Montella gli aveva esploso il colpo di fucile facendolo stramazzare al suolo. Il giovane l’11 agosto, essendosi aggravate le sue condizioni venne sottoposto ade un nuovo intervento ma verso le ore 3 del giorno seguente decedette.  Michele Montella tratto in arresto il 27 agosto raccontò che il 25 maggio del 1952, egli ed altri contadini della zona avevano subito dei danneggiamenti di canapa e successivamente aveva appreso dal fratello Sabato Montella che il cugino Ciro aveva dichiarato che era stato lui l’autore di tali danneggiamenti. Nell’aprile del 1956 poi esso Michele Montella e Ciro Montella avevano acquistato metà per ciascuno un pascolo di sei moggia in tenimento di Frignano Piccolo e, tempo dopo, il cugino assumendo che si era verificato uno sconfinamento di animali nella sua zona gli aveva chiesto un risarcimento dei danni  egli però non aveva aderito alla protesta avendo avuta assicurazione dai suoi dipendenti che il pascolo abusivo non si era verificato, cosicché il Ciro Montella aveva rinunziato ad adire  le vie legali e si era limitato a  minacciarlo dicendo che… “gliela avrebbe fatto pagare in altro modo”.  La sera dell’incendio dopo essere stato avvertito ritenendo che l’incendio fosse opera del cugino si era diretto alla sua abitazione. KImboccando il vicolo ove abita Ciro  Montella aveva visto costui, scalzo e scamiciato entrare nel portone e seguitolo lo aveva chiamato contestandogli il danneggiamento. Ciro dalla stanza superiore dell’abitazione aveva risposto con frasi volgari e con un“
Ma tu chi sei?”…facendo finta di non conoscerlo... ed egli allora aveva esploso un colpo in aria per intimorirlo. Poi sentendo la moglie di Ciro chiamare i figli – per evitare di essere aggredito – si era accinto ad andar via. Senonché Francesco Montella lo raggiunse alle spalle afferrò la canna dell’arma e così partì un colpo. Michele Montella dichiarò infine che si era allontanato senza neppure rendersi conto che il nipote era rimasto ferito. Iniziatosi la formale istruttoria si accertò attraverso l’esame autoptico, le cartelle cliniche dell’ospedale dei Pellegrini, le deposizioni dei medici dott. Mario De Cicco e Ottorino Ferrara che Francesco Montella riportò a seguito del colpo di fucile – che era caricato con pallini 3.9 e fu esploso da breve distanza non superiore ai tre metri – numerose lesioni di anse intestinali con conseguente processo peritonico; che con il primo intervento laparatomico venne praticata  la sutura di un’ampia ferita sull’intestino tenue, ma non fu possibile praticare la sutura delle altre piccole ferite  puntiformi, pressoché invisibili, prodotte dai pallini che erano disseminati in tutto l’addome; che per la fuoriuscita di materie fecali miste a sangue si determinò lo aggravarsi della peritonite e un’occlusione intestinale a cui seguì, nonostante il secondo intervento diretto a rimuovere l’occlusione stessa, la morte; che non vi era stato alcun errore di cura e non aveva avuta influenza nel determinismo del decesso il trasporto del ferito dall’ospedale a casa sua. I testi Assunta Avella, Antonietta Cantile e Raffaele De Filippo, che abitavano nelle vicinanze della casa di Ciro montella confermarono di aver inteso nella notta sul 3 agosto del 1953 le prime due colpi di fucile, il terzo tre colpi e la Avella precisava altresì che affacciatasi dopo il primo colpo vide l’imputato discutere con Ciro Montella ed esplodere il secondo colpo affermando : ”Tu mi incendiasti la canapa l’anno scorso ed anche quest’anno”. Angelina Cangiano e Giuseppe Avella deponevano a loro volta che dopo il fatto Michele Montella si trattenne circa un quarto d’ora nel vicolo vicino al suo motociclo, con il fucile impugnato. Venivano, inoltre, interrogati circa il comportamento tenuto dall’imputato dopo l’incendio della canapa verificatosi nella notte del 3 agosto del 1953, e Salvatore Montella e Nazaro Sabato ripetevano il racconto già reso in merito alla ispezione fatta dall’imputato nella capanna di Ciro Montella, il ferimento del cane e la dispersione del gregge. Intorno ai danneggiamenti di canapa assunti dall’imputato deponevano numerosi testi tra i quali suo fratello.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta




 La condanna fu a 25 anni di reclusione ridotta a 20 in appello con il vizio parziale di mente
Rinviato al giudizio per omicidio volontario continuato e iniziatosi il dibattimento, previa costituzione di parte civile di Ciro Montella e della moglie Maria Mottola, la Corte alla udienza del 12 dicembre del 1956, considerate le risultanze  di documenti inviati dal carcere di Santa Maria Capua Vetere da cui risultava che l’imputato durante la detenzione aveva sofferto di crisi ritenute epilettiche, nonché del certificato del Dott. Annibale Puca che definiva l’imputato “individuo di carattere epilettico potenziato dalla eredità bimilare” dopo l’interrogatorio nel corso del quale ripeteva quanto dichiarato precedentemente, e la escussione del medico del carcere Dott. Enrico Cangiano disponeva procedersi a perizia psichiatrica in persona di Michele Montella e ordinava trasmettere gli atti al Giudice Istruttore. Espletata l’indagine psichiatrica nel manicomio giudiziario di Roma Rebibbia da parte dei periti dott. Giorgio Leggieri e Romolo Priori che concludevano, affermando che il Montella, “individuo avente personalità psicopatica esplosiva, al momento del fatto aveva capacità di intendere e di volere fortemente scemata” si iniziava di nuovo il dibattimento. Dopo l’escussione dei testi e la contestazione della recidiva il pubblico ministero chiese una condanna ad anni 28 di reclusione. La difesa chiedeva una condanna per omicidio colposo e per minacce con la concessione del vizio parziale di mente ed in subordine le attenuanti generiche e la provocazione. La Corte ritenne di concedere le attenuanti generiche e di stimare in 22 anni la pena per l’omicidio ridotta ad anni 15  per le attenuanti ma aumentata ad anni 22 e mesi sei per la recidiva specifica e quindi in definitiva ad anni 25 di reclusione per la continuazione. In sede di appello  con sentenza emessa il 23 febbraio del 1961, (Presidente, Duilio  Grassini; giudice a latere, Gennaro Serio; pubblico ministero, procuratore generale, Roberto Angelone) la sentenza di primo grado del 7 febbraio del 1958, della Corte di Assise di Santa Maria C.V. (Presidente, Eduardo Cilento; giudice a latere, Guido Tavassi; pubblico ministero, Gennaro Calabrese)  che aveva condannato ad anni 25 Michele Montella, venne riformata con l’applicazione della diminuente del vizio parziale di mente e la pena ridotta ad anni 20. La perizia venne redatta dal Prof. Giuseppe Maria, un sammaritano, specialista in neuropsichiatria, anche sulla base di una certificazione rilasciata dal Prof. Annibale Puca, direttore del manicomio di Aversa. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Enrico Altavilla, Alfonso Martucci, Francesco Lugnano, Michele Crispo, Giuseppe Garofalo e Ettore Botti.

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