lunedì 3 aprile 2017




Il delitto accadde il 23 ottobre del 1955 a Capodrise


Uccise con tre coltellate il suocero del    fratello che lo chiamava cornuto

La vittima suo vicino di casa, che quando lo incontrava lo apostrofava con l’epiteto di “cornuto” ed anche per questo che aveva preso a nutrire dubbi sulla fedeltà della moglie.  L’assassino sosteneva di aver colpito con un coltello il Generoso perché costui fermatosi presso di lui lo aveva preso per il petto e gli aveva detto: “Questo cornuto lo incontro sempre dinanzi ai miei occhi, sempre di devo uccidere”. 

 

 
AVV. FRANCESCO LUGNANO 

Capodrise – Con rapporto del 25 ottobre del 1955,  i carabinieri della Squadra di polizia giudiziaria di Marcianise, denunciavano Pasquale Torre, pescatore di Capodrise, quale responsabile di omicidio volontario in persona della guardia giurata Pasquale Generoso e di porto abusivo di coltello di genere proibito (molletta a serramanico) così ricostruendo il delitto. L’uomo verso le ore 9 della domenica 23 ottobre era stato accoltellato dal Torre in via Marco Mondo in Capodrise e, trasportato nella vicina casa della cognata Alessandra Latino,  era deceduto a causa delle gravissime lesioni riportate. Nel corso delle indagini Domenico De Filippo, Giuseppe Golino, suocero del Torre e Pasquale De Filippo,  avevano riferito che il Torre, mentre si intratteneva con loro in via Mondo a conversare, visto il Generoso transitare in bicicletta, lo aveva afferrato facendogli perdere l’equilibrio e provocando la sua caduta. Indi il Generoso, che presentava la camicia intrisa di sangue, era fuggito dicendo: “Madonna, mi hai ucciso” e percorso un tratto di strada era stato soccorso dalle persone presenti. Il Torre dopo avere in un primo tempo rincorso il ferito aveva gettato via un coltello (con lama lunga circa cm.13) e si era dileguato. Dalle successive dichiarazioni di Giuseppe Golino, Pietro Lauritano, Annunziata Golino, moglie del Torre, Alfonso Generoso, figlio della vittima, era emerso inoltre che il Torre – mentre precedentemente era vissuto nella massima tranquillità – tutto dedito al lavoro e alla famiglia, da qualche tempo si lamentava che Pasquale Generoso, suocero di suo fratello Salvatore Torre e suo vicino di casa, che quando lo incontrava lo apostrofava con l’epiteto di “cornuto” ed anche per questo che aveva preso a nutrire dubbi sulla fedeltà della moglie  e spesso andava chiedendo a familiari ed amici se fosse vero che la donna lo tradisse, e benchè tutti confutassero i suoi sospetti era perfino giunto ad appostarsi di notte nei pressi della propria abitazione per scoprire l’eventuale tradimento. Si procedeva pertanto a carico del torre col rito formale e veniva quindi emesso nei suoi confronti il manato di cattura. In istruttoria l’imputato – costituitosi nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere – sosteneva di aver colpito con un coltello il Generoso perché costui fermatosi presso di lui lo prese per il petto e gli disse: “Questo cornuto lo incontro sempre dinanzi ai miei occhi, sempre di devo uccidere”.  Aggiungeva che questi, da circa un anno, gli rivolgeva simili minacce e ingiurie tanto che egli -per sottrarsi a tale persecuzione -  aveva divisato di trasferirsi altrove ed aveva all’uopo preso in fitto una casa a Marcianise. Antonio Aversano, Giacomo Capone, Pasquale Gallo, Francesco Amoriello, Pietro Raucci e Giuseppe Fattopace,  riferivano agli inquirenti – i primi tre – che il Torre si lamentava spesso, anche con loro, suoi compagni di lavoro, che in paese veniva chiamato “cornuto”, e gli altri di avere udito – chi in una circostanza – chi in un’altra – che Pasquale  Generoso (la vittima) commentava il passaggio del Torre in strada indicando lo stesso con la espressione suddetta. Giuseppe Pisanti, a sua volta, faceva una certa luce sui fatti narrando che l’imputato una volta gli chiese se sapesse qualcosa sul conto della moglie, cioè se la donna se la intendesse con il Pasquale Generoso o con Salvatore Torre (suo fratello e genero della vittima) dichiarava che circa sette mesi prima dell’omicidio, avendo saputo dalla lamentela del fratello, aveva combinato un incontro in caso del Generoso; in tale circostanza il Generoso negò di aver pronunciato le ingiurie e l’imputato finì col dire che… “forse aveva equivocato”. Vincenzo Maria Acconcia, infine, deponeva che verso la fine di agosto 1955 il torre e la mogie presero da lei in fitto una casa in Marcianise e la Golino anzi la pregò di farvi sistemare sollecitamente l’impianto della luce perché doveva passarvi ad abitare con il marito onde “evitare guai” in quanto abitavano “in un solo palazzo frati e frati e c’era un po’ di gelosia”. La perizia necroscopica affidata ai periti settori dottori Aldo Mele e Luigi Iovine accertava tra l’altro che “sul cadavere non furono trovate tracce di colluttazione; al momento del fatto il Generoso non si trovava in stato di etilismo; la morte dello stesso poteva farsi rimontare a circa uno-due giorni prima dell’autopsia (redatta in data 24 ottobre). Si accertava, inoltre, che le tre ferite riscontrate sul cadavere non avevano una direzione prevalente dall’avanti all’indietro, con solo lievi obliquità di sinistra verso destra e l’altra dal basso verso l’altro. Infine in base ai soli elementi tecnici non era stato possibile stabilire la posizione reciproca della vittima e dell’aggressore al momento del fatto; è ad ogni modo più attendibile – spiegarono i periti – che l’aggressore si sia trovato di fronte alla vittima. I tramiti delle ferite, ed in specie due di esse, erano discretamente lunghi e comunque tali da raggiungere la colonna vertebrale. La morte di Pasquale Generoso “è stata determinata da un’anemia acuta per emorragia da ferire ventricolo destro”.  
AVV. CIRO MAFFUCCINI 


La difesa – in sede di istruttoria -  esibiva tre certificati medici del Dispensario di Igiene Mentale di Caserta, a firma del Dr. Ciro Guerriero di Marcianise e del Prof. Giuseppe Maria, psichiatra di Santa Maria Capua Vetere riguardante il Torre e veniva pertanto disposta perizia psichiatrica per accertare  se il predetto al momento del fatto avesse o meno capacità di intendere e volere. L’incarico peritale veniva affidato al prof. Francesco Corrado, primario Alianista del Manicomio Giudiziario di Aversa, il quale concludeva che Pasquale Torre era affetto da “una condizione psicopatica inquadrabile tra le sindromi psico-nevrotiche a contenuto ossessivo. Detta infermità, al tempo del fatto delittuoso di cui è processo, era tale da scemare grandemente la capacità di intendere e di volere, senza escluderla del tutto. Egli è da giudicare persona tuttora socialmente pericoloso”. “Le conclusioni a cui è pervenuto il perito – rintuzzarono i giudici – non possono però condividersi in quanto le risultanze processuali dimostrano ampiamente che il Torre anche se, per l’inopportuno comportamento del Generoso subì un profondo turbamento e dette notevoli manifestazioni di gelosia, non fu né è affetto dai suddetti disturbi mentali. E’ chiaro innanzitutto che il turbamento circa la condotta della moglie sortì nel Torre per essere stato ripetutamente chiamato “cornuto” dal Generoso non possono di per sé interpretarsi come manifestazione di un’anomalia psichica essendo naturale che nell’epiteto che nel linguaggio comune è usato per indicare chi sia stato tradito nella fedeltà coniugale facesse nascere  il dubbio sulla onestà della moglie.  Questo dubbio non degenerò affatto in un’idea ossessiva. Nell’ossessionato l’idea dominante inibisce l’affermarsi di idee contrastanti e quindi
l’attività di controllo che il continuo ricambio di idee deter4mina nel pensiero della persona normale. Nel Torre invece il sospetto che la moglie lo tradisse non acquistò il carattere di idea ossessiva perchè il predetto – avuto da tutti coloro i quali aveva interpellato l’assicurazione che la moglie gli era fedele e visto che i suoi appostamenti notturni non avevano dato alcun risultato positivo – abbandonò senz’altro le sue  erronee supposizioni e si convinse della insussistenza del tradimento”. Quindi, su conforme richiesta del pubblico ministero, il Giudice Istruttore, con sentenza del 27 marzo del 1957, ordinava il rinvio dell’imputato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di omicidio volontario.



 
AVV. ALBERTO MARTUCCI 

 Il P.M. chiese 15 anni. Venne condannato col vizio parziale di mente, ad anni 12 di reclusione. In sede di Appello  la pena venne ridotta ad anni 9.  
Nel dibattimento l’imputato confermò che essendo stato chiamato “cornuto” dal Generoso, dapprima esercitò un attendo controllo sulla condotta della moglie convincendosi vieppiù che la donna era onesta e poi si decise ad aggredire l’offensore. Maddalena Latino, vedova della vittima, ha insistito nella costituzione di parte civile. Il pubblico ministero chiedeva una condanna ad anni 15 di reclusione con il beneficio della provocazione. La difesa dell’imputato sosteneva invece che fosse ritenuto lo stesso “non imputabile per totale infermità mentale” ed in subordine che fossero concesse le attenuanti della provocazione, del motivo di particolare valore morale, le generiche e la diminuzione di pena per vizio parziale di mente.  “Al riguardo va osservato – scrissero i giudici nella loro motivazione della sentenza di condanna  - che se l’affermazione del Torre di essere stato insultato e minacciato immediatamente prima dell’aggressione deve essere senza altro disattesa perché smentita dai testi presenti al fatto, ciò non significa che debba ritenersi del tutto non veritiera anche il racconto relativo ai precedenti affronti. Tale racconto, almeno per quanto riguarda le ingiurie, trova riscontro in altre risultanze processuali. E’ pacifico, infatti, che tra il Torre e il Generoso non vi erano ragioni di odio o contrasti di interesse e che anzi fino ad una certa epoca furono in rapporti cordiali tanto più che un fratello del primo aveva sposato una figlia dell’altro, di guisa che non vi erano elementi per ritenere che la aggressione abbia potuto avere una causale di natura diversa da quella esposta dal prevenuto. D’altra parte assurda è l’ipotesi che le ingiurie non si siano verificate nella realtà e che il Torre le abbia ritenute sussistenti perché vittima di allucinazioni. Alcuni testi hanno confermato di aver udito il Generoso chiamare “cornuto” il Torre; ed anche volendo prescindere da tali deposizioni dovrebbe sempre escludersi l’allucinazione perché la perizia psichiatrica ha accertato che il torre non soffre di disturbi del genere”. “E’ vero inoltre – conclusero i giudici – che il perito ha sostenuto che lo stimolo della gelosia, acuito dalla parole offensive del Generoso abbia determinato nel Torre un processo ‘di ruminazione mentale’ che, trovando terreno favorevole nel temperamento nevrotico dette adito a falsificazioni interpretative degli avvenimenti, fece nascere l’ossessione del tradimento della moglie  che cioè il Torre sia affetto da una sindrome psiconevrotica a contenuto  ossessivo che nel momento in cui avvenne il fatto per cui è processo diminuiva notevolmente  la sua capacità di intendere e di volere”.  Pertanto a conclusione del dibattimento Pasquale Torre, 32 anni da Capodrise, con sentenza della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Eduardo Cilento; giudice a latere, Guido Tavassi; pubblico ministero, Nicola Damiani) venne condannato col vizio parziale di mente, ad anni 12 e mesi sei di reclusione. In sede di Appello (Presidente, Walter Del Giudice; giudice a latere, Gennaro Serio; procuratore generale, Vittorio Valentino),    con sentenza del 25 giugno del 1969 la pena venne ridotta, con la scriminante della provocazione ad anni 9. Nei giudizi furono impegnati gli avvocati: Alfonso Martucci, Alfredo De Marsico, Ciro Maffuccini e Francesco Lugnano.  




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