sabato 10 giugno 2017







Il pregevole e qualificato intervento del 
Dr. Raffaele Ceniccola 
Procuratore  Generale emerito della  Corte di Cassazione



ALLA PRIMA NAZIONALE DEL LIBRO
DEL GIORNALISTA
FERDINANDO TERLIZZI
“DELITTI IN BIANCO & NERO A CASERTA”      
e alla

Rievocazione del processo per l’assassinio 
di Enrico Gallozzi

Sala del Teatro del Dipartimento di Giustizia Minorile
"Andrea Angiulli"
 S. Maria Capua Vetere
Giovedì 18 maggio 2017









Relatore Dott. G. STANISLAO:
 Allora andiamo avanti ed è ora che mi tocca il privilegio di presentare un illustre personaggio della nostra terra, il dottore Raffaele Ceniccola. (Applausi)
È stato Giudice del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, lo dico perché ha iniziato qui, se non ricordo male, la sua carriera di magistrato, è stato dal 1982 al 1986 addetto all'ufficio studi del Consiglio Superiore della Magistratura, provvedendo tra l'altro alla organizzazione dei corsi di aggiornamento professionale dei Giudici ordinari; è stato consigliere della Corte di Appello di Napoli, ha prestato servizio presso la Procura Generale della Corte di Cassazione nel servizio civile prima come Sostituto Procuratore generale e poi con l'incarico di Avvocato Generale, parliamo della Corte di Cassazione.
Nel periodo di permanenza presso questo ufficio ha svolto le funzioni di Pubblico Ministero in moltissime udienze civili e presso le sezioni civili, ma anche presso le Sezioni Unite della Cassazione, occupandosi tra l'altro di complesse questioni in tema di danno biologico, responsabilità medica, consenso informato e valenza delle tabelle nella liquidazione del danno.
È autore di 91 pubblicazioni, sentenze, note a sentenze, rassegne di giurisprudenza, monografia ed articoli vari, che sono pubblicate sulle riviste Giurisprudenza di merito, Vita Notarile, Quaderni della Giustizia e La Giustizia Penale.  A voi, caro Presidente, il compito di farci entrare nel vivo di questo celebre e delicato processo. 
 (Applausi)


Grazie per questi encomi che forse io non merito, debbo dire soltanto che torno tra di voi, parlo come Università della Terza Età, con un po' di commozione perché io ebbi il primo impatto con questa università quando ero un giovane Magistrato che forse apparteneva alla prima età, suppongo, non so esattamente quali sono i termini entro i quali c'è la prima, al massimo la seconda, e ora ci ritorno stando pienamente nella terza età e quindi si avverte quella malinconia, ma poi è una dolce malinconia data dal tempo che trascorre, però, va beh, tutto sommato questo tempo è trascorso bene quanto meno per me, per cui è una malinconia, sì, ma dolce.
Detto questo, entriamo immediatamente in argomento. Io debbo presentare questo magnifico libro che ho letto. È per la verità una vicenda così ingarbugliata, così ben orchestrata, l'impianto è così ben descritto che a un certo punto si dice: "va beh, sarà il solito romanzo noir, romanzo giallo", e ci si complimenta con l'autore, dice: "guarda che fantasia che ha avuto per questo intreccio così complicato", dove c'è un pochino di tutto, ci sono tutti gli aspetti della vita, e invece poi ci si accorge che questo libro non è stato scritto da un romanziere, ma è stato scritto da Ferdinando Terlizzi che è un cronista giudiziario, non è un autore di romanzi noir.
E quindi ovviamente si apprezza soprattutto quello stile secco che egli adopera, è una prosa... io avvicinerei alla prosa americana, Folkner soprattutto, che aveva questa abilità di descrivere le cose in poche parole, in modo netto. Io ricordo che leggendo un libro di Folkner doveva in effetti descrivere la primavera e sa come la descrisse? Mentre la primavera operava nei campi. Punto. E poi io pensavo agli autori europei che se descrivevano la primavera come minimo impiegavano due pagine.
Ecco, quindi quello stile secco in effetti, che nel caso di specie ho apprezzato particolarmente, perché qua la fantasia sta già nelle vicende, cioè la vicenda è tanto fantasiosa tutto sommato che non abbisogna in qualche modo di ulteriori apporti.
Quindi bene ha fatto Terlizzi ad usare questa prosa descrittiva, secca, cruda, senza aggiungere fantasie che sarebbero state fuori luogo, perché la fantasia era nei fatti. Per altro io ho avuto modo di apprezzare Terlizzi già in un'altra occasione, quando in effetti egli ha scritto un altro magnifico libro occupandosi del caso Tafuri, tre, quattro anni fa più o meno presentammo questo libro, quindi per me non è una novità leggere i libri di Ferdinando Terlizzi, che ho apprezzato anche in quella occasione.
I personaggi... qua c'è veramente, mi sembra, una commedia, non so, pirandelliana, c'è un poco di tutto, il chirurgo, che poi pare che abbia fatto delle opere di chirurgia che escono un pochino fuori da quello che di solito un chirurgo fa.
Poi abbiamo il fattore, il guardiano, una sarta lesbica e una ragazza riparata. Insomma, c'è di tutto in questo intreccio, per la verità. Una vicenda che, non so, forse è difficile mettere il bene da una parte e il male dall'altra. Di solito abbiamo, a mio avviso, un difetto di dividere l'umanità tra i buoni e i cattivi.
Leggendo questo libro ci si accorge che tutto sommato questa distinzione un pochino sommaria, superficiale... perché qua chi è la vittima? Chi è il carnefice? Non lo so. Si colgono degli aspetti... di buono forse c'è poco, forse il buono c'è in quelli che c'hanno rimesso la pelle, in quelli sicuramente probabilmente male non c'è, ma in tutti gli altri personaggi sono personaggi che appartengono alla nostra umanità e quindi mi pare che - questo è il merito essenziale di Terlizzi secondo me - è quello di avere descritto queste vicende stando al di dentro della vicenda, non ponendosi al di fuori della vicenda stessa.

Noi uomini, anche io come Magistrato, questo è un monito che va soprattutto ai Magistrati, dobbiamo avere la convinzione che quando si giudica il prossimo, anche quando si giudicano i delitti più efferati, bisogna pensare che non ci sono mostri tra di noi, perché di solito: "è un mostro, è un mostro", sì, sarà un mostro, ma mostro significa soltanto aspetto negativo dell'uomo, dove può arrivare l'uomo nel male, ma non è un extraterrestre, è il vicino della porta accanto, il nostro amico di scuola, il nostro amico di giochi, che è capace di fare queste nefandezze, e il Magistrato quando giudica sbaglierebbe notevolmente, questo è l'insegnamento che viene da Terlizzi, attenzione, certo, quando si legge questo libro in effetti si resta un po' scioccati si tende a pensare "ma questo soggetto non appartiene alla mia categoria, egli si pone al di fuori dell'umanità", ma questo è sbagliato, è sbagliato soprattutto per i Giudici, perché il Giudice, che deve anche commisurare la pena, come commisura la pena? Entrando nel personaggio, valutando anche gli aspetti più negativi.
Il mio discorso non tende a quello di dare delle pene piuttosto modeste, attenzione, il mio ragionamento tende a dare la giusta pena in funzione della gravità del fatto, e la gravità del fatto in effetti la si può valutare soltanto mettendosi in qualche modo nella prospettiva di Terlizzi, all'interno della vicenda, non all'esterno.
Questo mi sembra in effetti uno degli insegnamenti che viene fuori da questa vicenda. E debbo anche dire che credo che sia un libro che io consiglierei a tutti di leggere, agli anziani come me, perché in effetti significa riportare, rievocare alla mente delle vicende che tutti abbiamo in qualche modo vissuto, ma che magari il tempo ha sbiadito nei ricordi, e quindi è una occasione per riprovare quelle emozioni, quella partecipazione attiva che magari abbiamo avuto quando in effetti questi processi si svolgevano nell'aula della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere.
E i giovani, i giovani farebbero bene a leggere, farebbero bene a leggere, perché in effetti sono vicende che non conoscono, sono vicende che appartengono al passato, ma che comunque è bene conoscere perché fanno parte della nostra storia, fanno parte, come diceva il Sindaco poco tempo fa, del nostro costume, sono vicende che ci riguardano da vicino, sono avvenute in casa nostra, questo il discorso. E quindi i giovani fanno bene a leggere questo libro e a conoscere la storia dei nostri luoghi.



Debbo anche dire che oggi ci si intrattiene nei centri commerciali, all'epoca non esistevano i centri commerciali, ci si intrattiene, non so, nelle discoteche, e all'epoca forse c'era qualche sala da ballo, e sapete dove ci si intratteneva? Ci si intratteneva nelle aule delle Corti di Assise. Io ricordo, ero ragazzino, vedevo che quando si trattavano questi grossi processi c'era una partecipazione popolare, in effetti le persone che sin dalla mattina si svegliavano perché dovevano andare a Santa Maria Capua Vetere, dovevano andare lì ad ascoltare.
E attenzione facevano bene ad ascoltare, perché là c'erano i principi del Foro, era un piacere ascoltare, e non voglio fare nomi, perché a un certo punto un solo nome voglio fare, perché è qui presente, l'Avvocato Garofalo. (Applausi).
Ovviamente gli altri nomi non li voglio fare perché poi ne dimenticherei qualcuno, ma sono a tutti noi in sostanza, e si andava lì ad ascoltare l'oratoria, il bel parlare, che serviva come arma di convinzione.
All'epoca si diceva "il civile si scrive", questo lo diceva l'Avvocato Martucci, tutti lo abbiamo sentito, mimando e facendo ridere, io non sono capace di avere quella mimica dell'Avvocato Martucci, ma ricordo il contenuto, mi diceva che quando era giovane, non sapendo se fare il civilista o il penalista, era andato da un Avvocato più anziano e diceva: "che mi consigli? Fare il civile o il penale?" e questo Avvocato anziano diceva: "guarda, uagliò, qua il civile tu scrivi, il Giudice legge e dice: “questa è una fesseria, questa e un'altra fesseria e questa è un altra fesseria”, invece il penalista parla, parla, dice, cerca di convivere con la bella parola" e la causa scorre verso il suo destino.

E furono queste considerazioni per un Avvocato bravo, intelligente e preparato come l'Avvocato Alfonso Martucci, che poteva fare il civile e il penale senza problema, si avviò sulla base di questo consiglio, lui che aveva la parola alata, come ce l'ha l'Avvocato Giuseppe Garofalo, fece poi il penalista, perché disse: "beh, io sono bravo a parlare, si tratta di convincere, quindi io là sono bravo".
E attenzione, è una prosa molto bella, è una prosa che anche quando si diceva qualche cosa di spiacevole nei confronti dell'avversario lo si diceva con garbo, con eleganza, facendo uso del latino. Sì, il latino, il latino, perché le nostre radici di questa nostra bella lingua è il latino, starei per dire non l'inglese, ma poi va a finire che offendo la sensibilità dei giovani.
Attenzione, il mio modesto punto di vista è questo, conoscere l'inglese è fondamentale, chi non conosce l'inglese oggi è out, però quando parliamo italiano vorrei al limite che si mettesse qualche termine latino, non perché a me piace il latino, ma perché sono le nostre radici, e francamente mi arrabbio un pochino quando oramai dovunque si legge, anche un telegiornale, un giornale radio, per altro parlano con una tale velocità mettendo questi termini inglesi continuamente che uno non capisce quasi niente, e allora viva il latino! Perché sono le nostre radici.
(Applausi).
Sto quasi per finire.



Relatore Dott. G. STANISLAO:
Vada pure tranquilli, non ci sono limiti, vada avanti. 

stavo dicendo, ricordo gli Avvocati di quell'epoca, quando dovevano dire qualche cosa di sgarbato nei confronti del collega mettevano la frase "absit iniuria verbis" e poi magari dicevano anche delle cose, come è giusto che sia, nella dialettica processuale, certo, non è che uno poi deve dire sempre cose belle, si tratta talvolta di ottenere l'assoluzione del proprio raccomandato, per cui si può dire anche qualche verità processuale che magari è uno sgarbo nei confronti del collega avversario. "Absit iniuria verbis."
Non lo so, a me piace molto il parlar bene, l'ascoltar bene, sono rimasto affascinato per tanti anni... noi Magistrati, per la verità, parliamo poco e ascoltiamo molto, in che tutto sommato poi non è tanto sbagliato, perché anzi a tutti si convince; "parla poco e ascolta molto", ma il Magistrato ha in effetti questo grande vantaggio di ascoltare molto, e io poi che nelle mie esperienze sono stato anche un poco dappertutto, perché sono uno spirito ribelle, sto in un posto due, tre anni, quattro anni, poi devo cambiare, perché ogni volta che imparo a fare il mestiere me ne devo andare, perché oramai queste cose le so e quindi voglio fare altre cose, e sono stato anche al penale per lunghi anni, per la verità, alla Corte di Appello sono stato sette anni al penale, e debbo dire che mi sono passati tutti gli aspetti, perché il processo è importante, il processo penale, sono le vicende dell'uomo, della società, vi passa un poco di tutto avanti.
E attenzione, io voglio fare anche un'altra riflessione che mi sembra importante, ma lo dico soprattutto a me stesso come Magistrato: lo so che quando non si riesce a scoprire la verità, come in parte è accaduto anche nel processo Gallozzi, perché io l'ho letto attentamente, certo, va beh, si è trovato il colpevole, è un pazzo eccetera, però ci sono tanti tanti interrogativi da sciogliere, io personalmente non sono sicuro che quella realtà processuale corrisponda alla verità dei fatti, molti sono gli interrogativi.

E capisco anche che magari da parte dell'opinione pubblica, quando addirittura non si scopre il colpevole, e se la prendono con la Giustizia, con il Giudice, ora può darsi anche che il Giudice abbia sbagliato, e questo non lo faccio per corporativismo, è la verità, il processo lo facciamo tutti quanti noi, non lo fa il Giudice, lo fanno i testimoni, lo fanno i periti, lo fanno gli Avvocati. Il Giudice talvolta trae soltanto le fila di quelle che sono le risultanze processuali, talvolta può darsi anche che sbaglia lui sicuramente, ma talvolta l'errore è dettato proprio  dalle vicende processuali, un perito che magari sbaglia in buona fede sulla data della morte e sulla data della morte poi si fa tutto un discorso e magari...
Attenzione, però, questo è un concetto che mi è stato inculcato dai grandi maestri, perché anche tra i Magistrati ci sono i grandi maestri. Mi si disse, quando io ero giovane Magistrato: "non ritenere mai di scoprire la verità a tutti i costi, abbi l'umiltà del dubbio e ammetti anche la sconfitta quando nonostante l'impegno profuso, quando hai letto tutte le carte processuali, quando hai fatto tutto le indagini possibili e immaginabili e il colpevole non viene scoperto, abbia l'umiltà di ammetterlo".
Guai, guai  a un Giudice che vuole cercare la verità a tutti i costi! Sapete qual è la distorsione mentale? Che il Magistrato non è più sereno nella valutazione, il mio fine: devo scoprire a tutti i costi chi è, altrimenti mi mettono in croce, altrimenti la società dirà che io non sono un bravo Giudice.
E questo finisce per creare una distorsione nella mente del Magistrato, perché di solito in una vicenda c'è sempre un primo indiziato e in questa sete in buona fede del Magistrato di scoprire a tutti i costi si ingigantiscono quegli indizi, dal punto di vista, ripeto, sempre in buona fede, non si tiene conto di quegli indizi che vanno in senso contrario e si finisce in effetti per sbagliare e per condannare magari un innocente.
Al Giudice si può perdonare tutto ma non la condanna di un innocente. E chiudo dicendo grazie, Terlizzi, di questo magnifico libro che ci hai donato, un libro che io ho letto attentamente e alla fine sai qual è stata la considerazione finale che ho fatto? È un libro questo che pone l'interrogativo di sempre: chi è l'uomo, questo sconosciuto? Grazie. 
(Applausi)

Relatore Dott. G. STANISLAO:
Caro Presidente, mi consenta di dire caro, la profondità delle sue riflessioni, la chiarezza della sua esposizione impediscono qualsiasi commento, per cui io vado avanti, però approfitto di qualcosa che lei ha detto non a proposito del libro del nostro carissimo amico, ma della sua giovinezza. Lei si è ricordato di avere fatto una lezione o più lezioni all'università della Terza Età quando era giovane. Io le offro l'opportunità di ritornare giovane venendo a tenere delle lezioni nel prossimo anno accademico!
(Applausi).
E le dico, mi consenta, le dico un'altra cosa: c'è il professore Antonio Salerno, un archeologo, il quale l'anno scorso mi ha proposto di fare un piccolo corso di lingua latina. Che dice, lo facciamo? 

Ma sarebbe meglio invitare qualche professore di latino e greco, io amo il latino e greco, però dopo tanto tempo francamente non è che sarei in grado! Se si tratta di letteratura latina e greca sì, ma per quanto riguarda sintassi e grammatica... 



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