domenica 11 giugno 2017

L’intervento dell’ Avvocato
GIUSEPPE GAROFALO


ALLA PRESENTAZIONE  DEL LIBRO
DEL GIORNALISTA
FERDINANDO TERLIZZI
“DELITTI IN BIANCO & NERO”
e alla

Rievocazione del processo per l’assassinio 
di Enrico Gallozzi

Sala del Teatro del Dipartimento di Giustizia Minorile
"Andrea Angiulli"
S. Maria Capua Vetere
Giovedì 18 maggio 2017












Relatore Dott. G. STANISLAO:

no no, lui ha parlato di conversazione. Va beh, poi ne parleremo con calma, grazie comunque, grazie del suo intervento. (Applausi)
Bene, noi andiamo avanti con i nostri lavoratori.
Tocca ora all'Avvocato Giuseppe Garofalo. Io dico senza tema di smentite che è l'unico superstite tra i protagonisti di questa dolorosa e triste vicenda.
Avvocato, politico, scrittore, storico, è stato fondatore delle Camere Penali della Campania, componente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, difensore di Bardellino, Nuvoletta, Cutolo e non solo.
In questa sede, però, mi piace ricordare che è stato autore di numerosi libri, tutti esauriti ed introvabili.
Il primo, stampato in più edizioni, "La Seconda Guerra Napoletana alla Camorra", ed è uno spaccato sul famoso processo Cuocolo.
Ha fatto seguito un altro capolavoro, "Teatro di Giustizia", che narra le gesta di un prete, Cesare Riccardi, di Nola, che divenne assassino per questioni di donne.
Il terzo, "L'Empia bilancia", che abbiamo avuto anche il piacere e l'onore di presentare l'anno scorso proprio all'Università della Terza Età, è la vicenda di Gaspare Storace, direttore della Banca del Regno Borbonico, che fu condannato a morte perché alcuni cassieri tosavano gli zecchini d'oro. Ora, caro Avvocato, taccio e vi invito ad illuminarci sulla figura di Angelina Fusaro, da voi difesa in questo processo.


Confesso che non sono solito parlare e commentare i processi a cui ho partecipato. Questo non soltanto per rispetto alle persone che ho difeso, ma anche per un rispetto al patrimonio personale che il difensore ha nell'affrontare questi problemi.
Il tema di questo incontro è l'omicidio di Gallozzi. In questa vicenda si staglia la figura di questa donna, una donna che io ho visitato in carcere, con cui ho parlato, con cui ho cercato di sapere, di sondare, fino a che punto lei poteva essere o non responsabile.
Una donna non brutta, ma una donna di paese, ma di viva intelligenza, un occhio lucido e i riflessi pronti a recepire le domande e le risposte. All'accusa di essere lei una lesbica non se ne faceva molto, ma respingeva perché questa accusa sarebbe stata il movente del delitto a cui lei aveva partecipato. Rimessa richiesta se lei fosse l'autore delle lettere, ha sempre negato. Per chi non ha letto il processo questa può sembrare una tesi che non ha senso, ma è bene conoscere la vicenda per poter vedere la importanza. 




Questo signor Raimondo uccise il dottore Gallozzi e il suo fattore perché riteneva che il dottore Gallozzi avesse deflorato sua figlia e il Montesano fosse l'amante della moglie. Questo perché lo riteneva? Perché gli giungevano delle lettere anonime. In questi anonime si raccontava di tutto questo e lui nella casa percuoteva la moglie, angheriava la figlia, perseguitava la figlia, voleva sapere, voleva conoscere. Il diniego non bastava. Ritornava alla carica.
Comunque è certo che la sua condotta cominciò con questa storia delle lettere che gli venivano recapitate per posta periodicamente. Quando sembrava che si stesse per affievolire l'ansia di quest'uomo arrivava la lettera e riaccendeva la fiamma.
Non vi tedio per dire come si è arrivati, si stabilì, si sospettò che autrice delle lettere anonime fosse Angelina Fusaro. Perché? Perché sosteneva l'Accusa o si sosteneva sotto banco che lei, lesbica, aveva come apprendista sarta, perché l'Angelina Fusaro era una sarta, aveva come apprendista sarta la figlia di Raimondo, con la quale, secondo l'Accusa, lei aveva questi rapporti anormali e per legare a sé questa ragazza sempre di più metteva in condizioni il padre di maltrattarla in modo che la ragazza trovasse rifugio nella sua maestra d'arte lesbica che la accoglieva.
Questo il concetto. Un concetto un po' astruso. Un concetto certamente che può appartenere ad una mente criminale molto raffinata.


Angelina Fusaro non era grezza come intelletto, ma non era raffinata al punto tale da concepire di far fare violenza alla ragazza per tenerla a sé. Comunque la prova di queste lettere anonime, si sospettava, si diceva, ma non esisteva una prova, la prova venne fuori da una occasione: un impiegato dell'ufficio postale dell'epoca, parlo del 1950, quando gli uffici postali di paese avevano fuori la porta la buca delle lettere e le lettere cadevano nella buca e il gerente dell'ufficio postale le vedeva cadere per poi riprenderle. Il gerente dell'ufficio postale di Grazzanise in una mattina di inverno, verso le sette, quando non passava nessuno, lui stava nell'ufficio postale, raccontò, a fare dei conti, e vide cadere una lettera. Si alzò immediatamente, data l'ora e andò a prendere la lettera e vide che era intestata diretta a Raimondo.
Capì, lui che apparteneva un poco alla famiglia, e immediatamente si affacciò fuori l'ufficio e vide l'Angelina Fusaro che si allontanava. Ergo, era stata lei a mettere la lettera.
Allora il Giudice si pose il problema: questo Raimondo è uscito pazzo per le lettere o perché era una personalità psicopatica da sé? Era questo il punto.
Su questo terreno ci dovemmo scontrare la Difesa dell'Angelina Fusaro... Raimondo fu dichiarato pazzo e internato nel manicomio per dieci anni, rimaneva imputata davanti alla Corte questa donna, con l'accusa di aver determinato la pazzia in un uomo il quale a seguito della pazzia aveva ucciso due uomini.
Ergo, lei, che conosceva la personalità psicopatica di quest'uomo, lei doveva rispondere dei due omicidi che Raimondo aveva fatto.
Era una ricostruzione, così come era eccentrica quella dei rapporti dell'Angelina Fusaro con la ragazza, eccentrica anche questa nella ricostruzione del delitto. Fummo impegnati in questa vicenda attraverso l'ausilio di grandi maestri della psichiatria, tra cui il defunto Filippo Saporito, a cui era intestato... creatore di tutti quei manicomi che stavano ad Aversa.

Il quesito era: è pazzo, le lettere lo hanno fatto impazzire? Allora, sosteneva i periti d'ufficio che la personalità di costui era un pazzo, le lettere erano state una occasione, non la causa che l'aveva spinto. Sostenevano i periti delle famiglie dei morti che non era così, che Raimondo non era un pazzo, ma che lei lo aveva spinto. Questo era il tema.
Non voglio dire quello che ho fatto io nella difesa di questa donna, certo è che lei sopportava questo carcere, si sfogava, non ha mai maledetto nessuno, ma lo sopportava con pazienza, comunque giungemmo a tutto questo e giungemmo alla Corte di Assise, nella Corte di Assise comparve solo lei. Raimondo al manicomio, lei si trascinava dietro questi due cadaveri. La Corte di Assise sulla difesa che sia il professore Altavilla che io, con l'ausilio dei medici potemmo provare, la Corte assolse la donna. Angelina Fusaro non ringraziò nessuno, non ringraziò la Corte, perché riteneva di essere lei innocente, ringraziò me, che le avevo creduto.
Io effettivamente ero convinto, a prescindere dalla sua condotta morale con la sua allieva o meno, che sul piano del delitto lei non c'entrasse. Questo è l'oggetto dell'incontro di oggi, ma io voglio fare un'altra riflessione: questo libro che è stato scritto da Ferdinando Terlizzi ha un merito, a prescindere, perché tratta di un mondo criminale e giudiziario che non esiste più, non c'è più.
Tutti i casi che voi trovate in questo libro di omicidi, di tentativi di omicidi, di tutto questo, sono tutti casi che oggi non esistono più, oggi è cambiata la delinquenza, è cambiata la delinquenza ed è cambiata la giustizia. I delitti che sono descritti in questo libro hanno tutti una causale, sono diverse le causali di questi delitti, l'onore, l'amore, la proprietà, la vendetta, l'odio, queste erano le causali di questi delitti.


Nel mondo attuale nei delitti queste causali non ci sono più, ci sono causali diverse, o per lo meno oggi sentite solo parlare di società di malavita, di camorra, di mafia, di estorsioni, basta. Voglio dire che la delinquenza di allora, che compare in questo libro, era una delinquenza nobile, se così si può chiamare, oggi è perversa, è cambiato tutto.
I giornali li leggete, chi non legge i giornali ed è più vicino agli organi giudiziari si accorge un poco un poco della differenza, anche nelle stesse società di malavita, che anche allora esistevano, ma voglio dire che avevano piuttosto un'anima, oggi no. Nelle società di malavita è normale che l'infame viene ucciso, è una regola generale.
Volete vedere come è cambiato? Prendete il processo simbolo dell'epoca della malavita del primo '900, il processo Cuocolo. Per uccidere un infame... per rendere facile la comprensione di quel fatto, si trattava di questo: questo Cuocolo si diceva che aveva fatto l'infame nel denunziare alla Polizia un suo compagno di furto.
Questo compagno di furto fu arrestato e mandato alle isole, a Ventotene. Da Ventotene aveva scritto al capo-camorra, dice: "questo mi ha tradito, vendicatemi". E il capo della camorra di Napoli per vendicarlo, bisognava uccidere l'infame, per ucciderlo non è che lui diede ordini di uccidere, convocò l'assemblea generale della camorra di Napoli, due camorristi di ogni quartiere, e cominciò il dibattito: si doveva uccidere o non si doveva uccidere. C'erano pareri favorevoli e pareri contrari.


I pareri contrari dicevano: "ma a noi che ci interessa? Questo non è camorrista, quello non lo è, noi abbiamo delle regole, noi non ci entriamo", il capo camorra (incomprensibile) votarono e votarono per la morte. Una seconda votazione stabilì che si doveva uccidere anche la moglie dell'infame, perché, testimone occasionale, avrebbe potuto riferire. L'assemblea generale si ribellò: "noi non abbiamo mai ucciso una donna", dicevano, "questo non è nella nostra regola". Niente. Fu votato.
Il poeta di allora, Ferdinando Russo, che frequentava il giornale di Matilde Serao, nell'angiporto galleria, scrisse una poesia che voi troverete nelle opere di Ferdinando Russo, chi le può trovare, "'a sentenz" è chiamata, in cui descrive esattamente come l'assemblea generale della camorra votò la morte di questo infame. Ho detto questo perché? Perché adesso, quando i delinquenti si uccidono tra di loro non convocano nessuna assemblea: basta, si uccide tizio, si uccide sempronio, si uccide caio, qualche volta si uccide un innocente che sa nemmeno come.

Fu ucciso a Casal di Principe un medico perché un tale, andando in macchina, sedeva vicino all'autista, vide la tabella del medico che il medico si chiamava Schiavone, lui era della fazione contraria, disse all'autista: "aspetta, ferma un momento", fermò, lui scese, andò nell'ambulatorio che stava a pianterreno, tirò la pistola e uccise il medico perché si chiamava Schiavone. Questo appartiene agli atti del processo. E allora è cambiata la delinquenza rispetto a questo. Abbiamo un problema (incomprensibile), il mondo è cambiato, noi siamo in una struttura adesso destinata ai minori che è stato sempre un problema, ma non soltanto un problema di oggi, è stato un problema antico: come trattare il minore delinquente? Non il minore, è già diverso, che fa il borseggiatore, che fa il palo, che porta la droga, per aiutare l'adulto.
La delinquenza minorile come veniva calcolata? Per chi ha idea di conoscere la storia, nel '600 si presentò il problema: i delitti di furto di un certo rilievo o altri delitti (incomprensibile) era prevista la pena di morte. Era comminabile la pena di morte anche al minore?
A questo punto interrogativo, per avere una risposta esatta, il Vice Re spagnolo a Napoli convocò i Presidenti dei grandi Tribunali per avere un proprio parere.


Una discussione infinita, il pro e il contro, sì e no, alla fine si concluse che poiché la materia era difficile e si trattava di soggetti umani che potevano presentare delle variabili rispetto ai delitti il Giudice si sarebbe regolato caso per caso, irrogando anche la pena di morte anche per il minore.
Capitò di lì a poco che un sedicenne, che aveva contratto un rapporto anomalo omosessuale con un maggiore, per venire in possesso della eredità paterna cominciò ad avvelenare il padre. E lo avvelenava piano piano, piano piano, per non farsi (incomprensibile) fino a portarlo alla morte.
Arrestato questo minore in un delitto così orrendo, che lui stesso poi alla fine confessò, si pose il problema che si era posto: che ne facciamo? A morte o no? I Giudici dell'epoca decretarono la morte perché meritava di essere ucciso e che la morte fosse data in un particolare modo, descrissero, ordinarono come bisognava farlo morire: morto impiccato, non doveva essere rinchiuso in un sacco e gettato in mare, perché la madre Terra non poteva ricevere nel suo grembo un essere così malvagio.
Questa fu la decisione dei Giudici. Naturalmente oggi assistiamo anche a chi per avere l'eredità paterna uccide padre, madre, fratelli, e poi dopo un certo periodo di tempo, maggiore o minore (incomprensibile).

Allora cambia il mondo, cambiano le usanze, cambia la delinquenza, cambia la giustizia. E questo è un altro problema su cui non intendo tediarvi, non è né questo il luogo, non è questo il momento. Vi ringrazio di avermi ascoltato. Ringrazio Terlizzi per avere scritto questo libro, anche perché in questo libro mi sono ritrovato più volte. La maggioranza di questi casi narrati è stata trattata da me Come Avvocato, mi ha fatto rivivere i tempi in cui guerreggiavo nelle aule giudiziarie. Vi ringrazio. 
(Applausi) 

grazie, grazie, Avvocato. Io dovrei chiedervi una cosa, ma francamente non ho il coraggio di farlo, per cui mi astengo, poi dopo avrò una tirata di orecchie da parte del carissimo amico Ferdinando Terlizzi. E allora non possiamo concludere questo incontro senza parlare, appunto, del protagonista della serata, che è Ferdinando Terlizzi, un uomo che io definisco vulcanico, pieno di iniziative, coraggioso, lungimirante, instancabile, concreto e tra i suoi meriti speciali vi devo dire che è quello di essere un associato all'Università della Terza Età di Santa Maria Capua Vetere. (Applausi).


È stato da ragazzo garzone di bottega, addetto alla consegna di bombole di gas, venditore di carta-paglia per macellai, agente di vendita della Parmaset Pawder, che promuoveva, udite udite, la vendita di polvere per arricciare i capelli delle donne; ufficiale esattoriale; amanuense presso gli uffici giudiziari; sindacalista, giornalista e specializzato nella cronaca giudiziaria, ha fondato e diretto testate giornalistiche, emittente radio e televisive, ha ricevuto due lauree onoris causa, riconoscimenti e premi a livello nazionale e internazionale, insomma ha fatto davvero tanto. Ha pubblicato "Il delitto di uomo normale", "Il caso Tafuri", "Costume e Società", "Le Case chiuse", di questo poi ne parlerà in un'altra occasione. Ebbene, questo giovane ottantenne, li ha compiuti due giorni fa gli ottanta anni (Applausi), ha scritto una frase: "che cosa non ho fatto nei miei primi ottanta anni?" e ci ha messo un punto interrogativo.
Francamente io sono stato a leggerla e rileggerla questa frase per tanto tempo e mi chiedevo: ma ci vuole o non ci vuole il punto interrogativo, visto che lui ha fatto già tanto?
E allora mi sono posto un altro quesito e ho detto: ma perché non facciamo in un altro modo? E cioè l'interrogativo lo poniamo dopo un'altra frase che potrebbe essere questa: "cosa vuoi fare, Ferdinando, nei prossimi ottanta anni, ovviamente in nostra compagnia?". Signori e signori, vi prego di accogliere con un grande applauso il nostro carissimo Ferdinando! (Applausi). 

naturalmente sono contentissimo per molti motivi, qui sono tutti amici e tutti autorevoli. Diciamo, quasi il cento per cento della mia cultura è dovuta alla frequenza dello studio Garofalo e quindi ne sono grato, come se fosse non dico mio padre, perché non è vecchio, un mio fratello, però avevo dato una imbeccata, avevo fatto una spia al Segretario e lui non lo ha detto! L'Avvocato Garofalo sta scrivendo un altro libro! "L'attentato a Saliceti".
Un libro bellissimo che rievoca sempre la storia napoletana, l'attentato al Ministro di Polizia del Regno Borbonico, che speriamo di presentare prossimamente alla nostra università!
Non mi resta che ringraziare tutti i presenti, grazie per la vostra attenzione, grazie al Presidente Ceniccola che ha voluto ancora una volta dedicare il suo prezioso tempo al mio modesto lavoro, già lo è stato a Settembre al Borgo per l'altro mio libro, lo ringrazio moltissimo. Ringrazio l'Università della Terza Età e il direttore del mio giornale Ugo Clemente.
(Applausi).


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