giovedì 16 novembre 2017

Omaggio alla grandissima Alda Merini




di Augusto La Torre… dal carcere di Ivrea 



“….pochi sanno che i deliranti camminano come segugi dietro una traccia di sangue e che questo dolore produce in loro dimenticanze inavvicinabili…”
 (brano estrapolato da una poesia di Alda Merini)

     

Durante la mia lunga detenzione ho trascorso, e trascorro, moltissimo tempo leggendo e studiando. La mia curiosità mi ha fatto spaziare in lungo e in largo. Non sono mai stato un fedele lettore di uno o più scrittori, anche se annovero alcuni scrittori tra i miei preferiti. Ritengo che il gusto letterario, come altre passioni, sia espressamente soggettivo. Spesse volte sono stato indotto dalle recensioni di autorevoli scrittori, giornalisti e intellettuali a comprare libri che puntualmente si sono rilevati dei bidoni, altre volte è stato il mio istinto a guidarmi e perciò ho scelto scrittori sconosciuti rilevatisi dei fenomeni, altre volte lo stesso mio istinto mi ha fatto fare scelte molto deludenti, ma se non esistessero libri mediocri non potremmo apprezzare i capolavori.
     Amo in maniera incondizionata tutto quanto riguarda la carta stampata, ad eccezione dei quotidiani che leggo soltanto per il gusto di mettere un NON davanti alle frasi affermative e un È VERO dinanzi alle frasi negative.
     Spesso noi italiani siamo soliti elogiare scrittori, poeti, artisti, musicisti e intellettuali di oltreoceano o di altre Nazioni. Quasi sempre gli elogi sono giusti, altre volte sono esagerati e dovuti più alla moda o alla corrente politica di appartenenza (anche se spesso alcuni artista sono stati etichettati come uomini di sinistra o di destra, senza che abbiano mai espresso una loro preferenza) che alla loro bravura.
     Quando si tratta di elogiare i nostri artisti, chissà per quale motivo, tendiamo sempre a sminuire la loro bravura.
     È indubbio che i “poeti maledetti”, iniziando da Baudelaire per seguire con  Verlaine, Rimbaud e Mallarmé,  considerati ribelli e bohemien hanno scritto, per chi ama il genere, opere indimenticabili e bellissime ma siccome su questi grandi poeti e scrittori si è scritto e detto moltissimo, e si sono studiati anche a scuola, voglio elogiare la grandissima Alda Merini poiché è sicuramente allo stesso livello dei predetti poeti, anche se personalmente la preferisco a loro.
     Se volessimo paragonare Alda ai “maledetti”, credo che “maledetta” come Alda ce ne siano stati pochissimi. Se, invece, volessimo addentrarci in un’analisi delle tematiche raccontate da Alda e dei tormenti dell’anima quanti di loro potrebbero paragonarsi a Lei? Quale anima è tormentata quanto quella di Alda?

     Non voglio recensire le opere famose di Alda, non ho la preparazione per farlo come saprebbe fare un esperto di poesia. Sono un umile leggente (come direbbe il bravo Erri De Luca), nel senso che amo leggere tutto per il gusto di apprendere e viaggiare con la mente.
    Oggi voglio parlarvi di una sola poesie che Alda ha dettato alla sua amica Bianca e che a distanza di anni quest’ultima ha deciso, dopo molte incertezze perché le custodiva gelosamente perché le sentiva come una cosa sua, di pubblicare per regalarci altre emozioni.
     Tengo a precisare che quando scrivo grandezza, non mi riferisco alle qualità morali della donna Alda Merini perché non potrei mai esprimere un parere su una persona mai incontrata né amo fare congetture cercando di delineare un carattere di una persona dalle cose lette in giro. Ecco perché mi riferisco alla grandezza della poetessa e dei suoi capolavori, punto.
     Vorrei iniziare dalla originalità che Alda dimostrava quando imponeva alla sua amica Bianca di scrivere le poesie che stava per dettarle. “Bianca scriva!”. Non le importava nulla che la sua amica si chiamasse Emilia (Emilia Rebuglio Parea), per lei era Bianca e tale è rimasta fino alla fine.
     Immaginatevi un poeta francese o statunitense bravo ed estroverso quando volete, che per anni e anni chiamasse il suo migliore amico con un altro nome senza che questi si offendesse. A me viene difficile immaginare Baudelaire, Mallarmé e altri “maledetti” comportarsi con tanta naturalezza come faceva Alda e di conseguenza credo sia impossibile che un'altra persona al posto di Bianca avesse accettato con tanta pazienza e ironia il comportamento di Alda. Ecco, già da questo si evince che il loro rapporto “bizzarro” era sinonimo di poesia pura. La poesia è un tourbillon di emozioni, di stati d’animo e di bellezza che non si possono delimitare o rinchiudere dietro etichette. Essa è anche leggerezza, ironia e felicità, non per forza dolore e spleen.

     Perché ogni volta che si parla di Alda si parla dei suoi periodi trascorsi in manicomio?
Trovo davvero ingiusto questo continuo accostamento con i suoi disturbi mentali. Sa tanto di ipocrisia e di quel maligno voler dire: brava è brava, ma è matta!
     Cos’è la follia? Cos’è la normalità? C’è qualcuno che può spiegarcelo?
    
Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza”. 

(da “Eleonora” – “Racconti del Terrore”, 1841)

     Personalmente, quando si fanno simili accostamenti, ci vedo una sottile malvagità e tanta invidia. L’arte è arte. La poesia è poesia. La pazzia o la normalità non hanno nulla a che vedere con l’arte. Quando ammiriamo un dipinto di Van Gogh o di Chagall ammiriamo la bellezza della loro pittura e il fatto che  entrambi abbiano sofferto di problemi mentali diventa secondario.
Terra Santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti”…

     Perché sprecare tempo nel parlare di malattia quando nei versi di Alda appena scritti c’è ogni aspetto dell’essere umano? Fede, religiosità, spiritualità, dolore, emozioni e speranza. Certo, molti potrebbero obiettare che senza il manicomio Alda non avrebbe scritto le poesie che tutti amiamo. Luogo comune. Perché se l’equazione manicomio/carcere poesia/scrittura fosse vera allora in Italia avremmo più poeti e scrittori che nel resto del mondo visto che le nostre prigioni sono sempre sovraffollate.
     La poesia, la narrazione, la capacità di descrivere magistralmente i propri o gli altrui stati d’animo sono doti innate e sono il frutto degli studi effettuati, ed Alda è stata una studentessa brillante. Perciò questo voler a tutti i costi accostare la bravura e la grandezza di alcuni mostri sacri della letteratura mondiale ai loro brevi o lunghi periodi di prigionia o alle loro vere o presunte malattie mentali è una forzatura che ritengo profondamente sbagliata e del tutto fuori luogo.



     Secondo me Alda, come altri grandi della letteratura, avrebbe scritto dei capolavori anche senza il manicomio. Anzi a dirla tutta, penso che i periodi trascorsi in manicomio e i farmaci assunti le abbiano annebbiato il cervello e limitato la creatività e a noi hanno privato di altri suoi capolavori. Come si può pensare di scrivere, anche solo delle banali lettere, sotto l’effetto degli psicofarmaci? Provatevi e poi vi renderete conto che è impossibile. E parlo per esperienza diretta visto che in manicomio ci sono stato e gli psicofarmaci li ho dovuti assumere!
     Se proprio volessimo tirare in ballo la privazione della libertà, possiamo dire che un internato ha molto tempo libero e quindi potrà dedicarsi alle proprie passioni. Ma se non ci sono le basi e non si ha del talento innato nessuno potrà diventare un artista.
     Prima di salutarvi voglio dedicarvi una delle poesie che Alda ha dettato alla sua amica Bianca, le altre potrete leggere acquistando il libro che troverete in vendita e che vi consiglio vivamente.
Vi dedico la seguente poesia di Alda Merini perché la trovo semplicemente meravigliosa:
Non è detto che chi tace ascolti.
Le parole sono equivocabili, il silenzio no.
È più facile sopravvalutare chi tace che chi parla.
Chi parla dà, chi tace prende.
Mi sono pentita di essere stata zitta, meno di aver parlato.
I taciturni hanno un grande vantaggio:
il silenzio non può essere riportato.
Il silenzio è riposante.
C’è taciturno e taciturno.
L’avaro è taciturno.
Il pigro è taciturno.
L’egoista è taciturno.

     Un ultimo consiglio: Vi prego, non fatevi influenzare da coloro che vogliono a tutti i costi descrivere il contenuto o i messaggi delle poesie o delle opere degli artisti. Non esiste mai un solo significato. Quello che vi descrivono è soltanto il loro significato, le loro percezioni, ma essendo ognuno singolare e diverso, è ovvio che il significato o le emozioni descritte dai critici o dagli esperti non potrà mai rispecchierà il vostro.
Cosa c’è di vero in questo mondo?
Qual è la differenza tra sogno realtà?
    
     Personalmente sostengo che sognare non significhi illudersi, bensì NON FARSI RINCHIUDERE! La poesia, la pittura, la letteratura, la filosofia, insomma tutte le arti sono espressioni dell’anima dell’autore. Ecco perché non bisogna mai obbligatoriamente cercare di comprendere cosa voglia dire un artista con la propria opera. Ognuno di noi ha la capacità di leggere messaggi che possono differenziarsi da persona a persona, perché ognuno di noi ha una propria storia, una propria mentalità, una propria cultura, un proprio background, dei propri ideali e dei propri valori.
     Vi chiedo di leggere la sopracitata poesie di Alda senza cercare di comprendere il suo contenuto pensando alla vita di Alda. Interpretate le parole a seconda del vostro stato d’animo, del vostro gusto, del vostro bisogno, della vostra sensibilità perché vivere un’emozione come quella che può donarvi una poesia di Alda significa permettere alle emozioni di toccare la vostra anima. 
     Non importa se l’emozione sia tanto forte da graffiare o molto leggera da sfiorare la vostra anima, quel che conta è che arrivi alla vostra anima, anche se la sfiorerà appena.
     Non fermatevi alle apparenze, non giudicate mai un artista per le sue azioni o per i suoi disturbi mentali o perché colpevole di gravi crimini, giudicate la sua arte e se vi piace godetevela perché:
“UN ARTISTA E’ SEMPRE INNOCENTE. E SE NON LO E’ LUI COME UOMO LO E’ LA SUA OPERA”

(Vasco Rossi)

“Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero, perché eravamo vicine a Dio, e la nostra sofferenza era arrivata fino al fiore, e era diventata fiore essa stessa”.


Alla prossima.  Ivrea, 

Otto novembre 2117 – Augusto La Torre


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