IL GOVERNO VUOLE MANTENERE IL CARCERE PER I
GIORNALISTI
Sì
al carcere per i giornalisti condannati in via definitiva per diffamazione
aggravata a mezzo stampa. E’ questo il messaggio forte e chiaro lanciato dal
premier Giuseppe Conte. Infatti la Presidenza del Consiglio si é formalmente
costituita davanti alla Corte Costituzionale e per di più con l’insolita
assistenza di due avvocati dello Stato (fatto abbastanza raro che avviene
soprattutto per le grandi occasioni), chiedendo che vengano respinte tutte le
eccezioni sollevate un anno fa dai tribunali di Salerno e di Bari che ritenevano
illegittima la detenzione per il reato di diffamazione, prevista sia dall’art.
595 del codice penale, sia dalla legge sulla stampa (la n. 47 del 1948), figlia
del codice Rocco, perché incompatibile con la libertà di espressione dei
giornalisti garantita dagli articoli 3, 21, 25, 27 e 117 della Costituzione in
relazione all’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La
detenzione, secondo queste norme, potrebbe essere giustificata solo in casi del
tutto eccezionali, cioé quando siano stati lesi gravemente altri diritti
fondamentali, come, per esempio, discorsi di odio o di istigazione alla
violenza, come affermato più volte dalla Cedu, o qualora il giornalista dia una
notizia diffamatoria e non rispondente al vero, ma nella piena consapevolezza
della sua falsità, come affermato dalla Cassazione. Insomma, tranne questi casi
assolutamente circoscritti, i giudici italiani, in caso di condanna di un
giornalista per diffamazione a mezzo stampa, non dovrebbero più infliggere più
il carcere, ma eventualmente solo multe, in quanto la reclusione in cella
appare incompatibile con il diritto di cronaca e rappresenta un limite
sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del
nostro Paese.
Invece
il Governo ha fatto due scelte molto chiare.La prima formale: la decisione di
costituirsi in giudizio davanti alla Corte Costituzionale. Non è un obbligo la
costituzione in giudizio, è una facoltà. In molti casi negli ultimi anni
l’Avvocatura dello Stato non si è costituita ritenendo fondate le eccezioni
sollevate dalla magistratura. La seconda sostanziale: secondo la memoria
presentata dal nostro Governo l’attuale disciplina normativa imperniata sulla
diffamazione e sulla previsione “ordinaria” del carcere sarebbe pienamente rispettosa
della norma Cedu.
Il
Governo avrebbe forse voluto ora approfittare dell’occasione offertagli dalla
sospensione delle udienze aperte al pubblico alla Corte Costituzionale per
effetto delle norme di legge di contrasto alla pandemia da coronavirus Covid 19
e limitarsi, invece, alle memorie scritte senza più ripresa tv del dibattito.
Questa soluzione alla quale l’Avvocatura dello Stato aveva prontamente aderito
é stata accettata anche dal Sugc (Sindacato Unitario Giornalisti Campania) che
aveva seguito la vicenda giudiziaria in tribunale e che si é costituito
anch’esso alla Consulta, ma é naufragata per la ferma opposizione dell’Ordine
Nazionale dei Giornalisti che ha, invece, insistito per la discussione in
udienza pubblica, intendendo rispettare l’originario calendario delle sedute.
Pertanto
l’udienza pubblica di martedì prossimo 21 aprile, che si sarebbe aperta con
l’illustrazione dell’importante e delicata questione giuridica da parte del
giudice relatore professor Francesco Viganò, sarà rinviata a nuovo ruolo di
qualche mese. Stessa sorte dovrebbe avere – per implicita connessione per
materia – l’analoga ordinanza del tribunale di Bari per la quale, in mancanza
di costituzione in giudizio delle parti in causa, era stata fissata davanti
all’Alta Corte l’udienza in camera di consiglio di mercoledì prossimo 22
aprile.
Bene
ha fatto quindi l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, che due mesi fa era stato
ammesso a costituirsi in giudizio davanti alla Consulta, ad optare per questa
scelta anche per evitare che si prendesse una storica decisione quasi sotto
silenzio, senza filmati e ad insaputa dell’opinione pubblica.
Stupisce,
però, che a distanza di quasi 143 anni dal duello che si svolse a Roma la sera
del 18 maggio 1877 tra un deputato della sinistra e un giornalista del
quotidiano “Il Fanfulla” (da tempo non più in edicola) per un articolo ritenuto
diffamatorio, duello che per fortuna si concluse in modo incruento con la
vittoria dell’onorevole, ma da cui nacque il Sindacato dei giornalisti, non si sia
ancora trovata la soluzione al problema della possibile pena del carcere per il
giornalista condannato in via definitiva per diffamazione aggravata a mezzo
stampa.
E
ciò nonostante si siano registrati da più di 40 anni fiumi d’inchiostro, decine
e decine di iniziative parlamentari tutte insabbiate e promesse da marinaio da
parte dei politici senza mai venire a capo di nulla.
Ci
si augura quindi che questa tormentata vicenda abbia finalmente fine in breve
tempo e nel modo migliore e più equo possibile, come é già avvenuto con la
depenalizzazione del reato di ingiuria, previsto dall’art. 594 del codice
penale, decisa nel 2016 dal Parlamento. Il buon senso deve prevalere.
Fonte: Stampa Romana
-10 Aprile 2020060

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