LA PAROLA AGLI ESPERTI
La ripartenza secondo
Stelio W. Venceslai
In queste condizioni, discettare sulla “ripartenza” mi sembra un
gioco astratto, necessario, forse, per calmare le giuste smanie degli
imprenditori, piccoli, medi e grandi, ma del tutto inutile, come la speranza di
un nuovo governo. Piuttosto, occorre pensare a come convivere con questa
maledizione.
Certo, non tutto sarà possibile, ma la tendenza non potrà che
essere questa. Cambieranno, anzi, sono già cambiate le relazioni umane. Non
credo che saranno migliori o peggiori, ma finiranno gli abbracci, i baci, le
consuetudini conviviali. E allora, se davvero ci dobbiamo preparare a un futuro
di convivenza con il virus, non facciamoci illusioni. Sarà tutta un’altra cosa.
Non sarà una società felice e gaudente e sperpereccia, come nel
passato. Ma se vogliamo sopravvivere, sarà necessario attrezzarsi per questo
futuro, non per quello che sarebbe un ritorno al passato.
Allora, la mia impressione è che la “ripartenza” sia piuttosto
un cercare di recuperare il passato. Se questa pandemia, come credo, ha
cambiato le regole del gioco, qui non si tratta di restaurare una società che
era viva e vegeta fino a tre mesi fa, ma di immaginare come entrare in un nuovo
tipo di società, tutta ancora da definire.
D’altro canto, se la gente non può uscire da casa, al massimo
due a due (sempre guanti e mascherina), come si fa a metterli sugli autobus che
non sono attrezzati per le distanze di rispetto?
Non parliamo, poi, degli
aerei. Hanno sfruttato gli spazi, sui voli low cost, che al massimo potevi
tenere le ginocchia vicino al mento, ma se appoggiavi il gomito su un
bracciolo, dovevi pagare un supplemento. Ora piangono miseria, ma hanno lucrato
troppo. D’altro canto, o si cambia la struttura dei velivoli per passeggeri o
non si vola più.
Quando sento parlar di “ripartenza”,
mi sento un po’ spaesato e mi chiedo: quale ripartenza? La domanda può sembrare
retorica, perché sappiamo tutti di cosa si tratti.
Il fatto è che è oscuro
dove debba essere diretta questa partenza. A sentire le affermazioni, i
dibattiti, le ipotesi dei mille soloni che imperversano, sembra che l’emergenza
sanitaria stia declinando e, per contro, che occorra affrettarsi per affrontare
quella economica. Naturalmente, non c’è neppure una mezza idea di cosa si dovrà
fare, tranne che discutere se sia meglio indebitarsi con i cittadini oppure con
il Mes oppure con la BCE.
Ora, con mezzo migliaio
di morti il giorno, non mi pare che questo declino sia così evidente. Inoltre,
da notizie che provengono dalla Cina, dalla Corea del Sud e dal Giappone,
parrebbe che ci sia una seconda ondata di epidemia nei confronti di quelli che
sono guariti dopo la prima ondata. Se così fosse, non sarebbero immunizzati, e l’emergenza
sanitaria sarebbe tuttora in corso.
Altri non sanno se con il caldo il virus
si placherà o, piuttosto, si riaccenderà. Finché non ci sarà un vaccino (sempre
che il virus non sia mutante), non
c’è speranza che la pandemia scompaia dal globo.
In queste condizioni,
discettare sulla “ripartenza” mi sembra un gioco astratto, necessario, forse,
per calmare le giuste smanie degli imprenditori, piccoli, medi e grandi, ma del
tutto inutile, come la speranza di un nuovo governo. Piuttosto, occorre pensare
a come convivere con questa maledizione.
Vorrei fare qualche
esempio secondo le indicazioni fornite dagli esperti più avveduti:
a - apriremo le spiagge, distanziati da un perspex, con guanti e mascherina;
b - apriremo i ristoranti, con tavolini
distanziati di due metri, per 2 o 4 persone, sempre divisi dal perspex. Forse ci toglieremo i guanti e,
ritengo, le mascherine. Prenotazioni obbligatorie e disinfestazione dei locali
due volte il giorno. E quelle belle tavolate di amici, le feste per i
compleanni, le prime comunioni, gli sponsali, gli anniversari? Cancellato
tutto.
c - apriremo i saloni dei parrucchieri e dei
barbieri. Sale disinfettate, poltrone separate almeno due metri, la gente
fuori, in fila, tutti con guanti e mascherine, con le prenotazioni in mano;
c - apriremo i negozi. Tirate su le
saracinesche, in fila fuori, sempre con guanti e mascherine, uno o due per
volta e, alla fine, disinfestazione. Quanto impiegherà una signora a scegliere
e a provare un abito? Quando uscirà, rischia d’essere sbranata dalla clientela
in fila.
Si potrebbero fare altri
esempi, dal carrozziere all’agenzia
immobiliare, dal notaio al dentista, dal fioraio alle pompe funebri e
così via. Ma sarebbe inutile: situazioni analoghe.
Ah, dimenticavo. Gli
ultra sessantacinquenni dovranno restare a casa, per il loro bene. Sarà un bel
vivere, non c’è che dire. Altro che quota 100! Occorrerà pensionarli prima. Se
questo non ci fa ridere, vuol dire che la “ripartenza” è possibile.
Dove, poi, si sfiora
l’inverosimile, è in materia d’imprese industriali, tessili, meccaniche,
chimiche e così via. È indispensabile che riprenda la produzione. Ma è
condizione primaria e necessaria che la gente che lavora sia protetta. Se penso
alla moria per gli incidenti di lavoro, mi vengono i brividi, immaginando cosa
si dovrebbe fare.
D’altro canto, se si
torna a produrre, riprende il lavoro. Se si lavora, si vendono prodotti e si
pagano salari (e tasse). Così il denaro torna a circolare con il riavvio dei
consumi. Il circuito deve riprendere. Prima lo facciamo, meglio è, specie se
riuscissimo ad anticipare gli altri. Un ragionamento perfetto. Peccato, però,
che non sia così.
Ad esempio, la “filiera”
dell’auto, il simbolo della civiltà dei consumi. Con qualche decina di milioni
di auto immobilizzate per le strade, credo che ci sia un bisogno disperato di
acquistare automobili, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Questo vale anche
per la componentistica in generale. Se i settori industriali sono fermi, a chi
si venderanno questi prodotti o queste componenti? L’unica cosa che funzionerà
sarà il settore agro-alimentare.
Allora, la mia
impressione è che la “ripartenza” sia piuttosto un cercare di recuperare il
passato. Se questa pandemia, come credo, ha cambiato le regole del gioco, qui
non si tratta di restaurare una società che era viva e vegeta fino a tre mesi
fa, ma di immaginare come entrare in un nuovo tipo di società, tutta ancora da
definire.
Il vecchio mondo è finito.
Spiace dirlo, ma non c’è più.
Con l’espansione del
lavoro a distanza sono finiti i grandi palazzi simbolo del potere dell’impresa,
gli uffici sontuosi con le piante davanti alle scale d’ingresso, i corridoi interminabili
con le file di stanze, dove lavorano impiegati operosi, i bar e le caffetterie
dei Ministeri, le mense e i giardini d’infanzia aziendali. Non ce n’è più
bisogno. Sono finite le mega-riunioni, dove partecipano e parlano tutti (la
concertazione!) e, magari, si conclude assai poco. Ci saranno le video-conferenze.
Costano di meno e non possono essere tanto macro.
Con la maggior parte di
quelli che lavoreranno a casa, finiranno le code sulle strade nelle ore canoniche
dell’uscita e del rientro, si abbasserà l’inquinamento, diminuiranno gli
incidenti (e le assicurazioni), i parcheggi saranno meno necessari.
Una scuola, attrezzata
con gli strumenti di comunicazione necessari, in gran parte potrà essere fatta
a distanza. Non ci sarà più bisogno di utilizzare vecchi edifici fatiscenti da
riattare a uso scolastico o farne di nuovi. Tutti o quasi possono starsene a
casa. Il computer dovrebbe diventare
il nuovo abbecedario dell’insegnante e dello studente.
Non si dovrebbe più
andare in banca per mettere una firma su ogni pagina per 40 pagine;
basterebbero una trasmissione on-line
e una sola (sottolineo, una sola) firma digitale da trasmettere alla banca. Gli
impiegati di banca potrebbero tranquillamente fare le operazioni prescritte
standosene comodamente a casa, magari in pantofole.
Lo stesso potrebbe
essere per le migliaia d’impiegati e funzionari comunali, provinciali,
regionali e nazionali. È la fine delle segretarie, dei commessi, degli uscieri
con il batticoda, dei portieri. I certificati, se necessari (ma ci dovrebbe
essere un data base generale per
tutti i cittadini) dovrebbero essere richiesti e forniti on-line, quasi automaticamente.
Gli uffici dovrebbero colloquiare fra loro, senza disturbare i cittadini
chiedendo loro dati che hanno già in archivio. Come se fossimo un Paese
moderno.
D’altro canto, se la
gente non può uscire da casa, al massimo due a due (sempre guanti e
mascherina), come si fa a metterli sugli autobus che non sono attrezzati per le
distanze di rispetto?
Non parliamo, poi, degli
aerei. Hanno sfruttato gli spazi, sui voli low
cost, che al massimo potevi tenere le ginocchia vicino al mento, ma se
appoggiavi il gomito su un bracciolo, dovevi pagare un supplemento. Ora
piangono miseria, ma hanno lucrato troppo. D’altro canto, o si cambia la
struttura dei velivoli per passeggeri o non si vola più.
Certo, non tutto sarà possibile, ma la tendenza non potrà che
essere questa. Cambieranno, anzi, sono già cambiate le relazioni umane. Non
credo che saranno migliori o peggiori, ma finiranno gli abbracci, i baci, le
consuetudini conviviali. E allora, se davvero ci dobbiamo preparare a un futuro
di convivenza con il virus, non
facciamoci illusioni. Sarà tutta un’altra cosa.
Non sarà una società
felice e gaudente e sperpereccia, come nel passato. Ma se vogliamo
sopravvivere, sarà necessario attrezzarsi per questo futuro, non per quello che
sarebbe un ritorno al passato.
Roma, 19/04/2020.







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