Caso George Floyd e l’irrazionalità umana. Intervista
allo psicologo Giuliano Gaglione
FRIGNANO –
“I can’t breathe” (“Non
riesco a respirare”). Queste sono state le ultime parole di George Floyd prima
di morire, parole che non sono rimaste tali, ma che, colpendo il cuore di
tutti, sono diventate slogan della protesta contro il razzismo per le strade del
mondo e sui social. George Perry Floyd, 46enne afroamericano, è stato ucciso durante un fermo della polizia a Minneapolis, in Minnesota, il 25 maggio 2020.
L’uomo ha perso la vita dopo esser stato ammanettato e steso a
terra con il ginocchio del poliziotto premuto sul collo per
diversi minuti. Ad immortalare il tragico momento, un video che fatto il giro
del web. David Chauvin, l’agente che ha provocato la morte di Floyd, è stato
licenziato, arrestato ed è ora accusato di omicidio di secondo grado e rischia
ora 40 anni di carcere. Licenziati e arrestati anche i suoi 3 colleghi che
erano presenti, accusati di favoreggiamento.
Dinanzi a questo episodio ci siamo chiesti come sia
possibile che ancora oggi, dopo tanti anni di proteste e di, a questo punto,
“falsi” passi in avanti, possa accadere ancora ciò. Per tale motivo abbiamo
deciso di intervistare Guliano Gaglione,
Psicologo-Psicoterapeuta, laureato in Psicologia Clinica e dello Sviluppo, con
specializzazione in Psicoterapia Sistemico Relazionale.
INTERVISTA DI CARLA CAPUTO ALLO PSICOLOGO GIULIANO
GAGLIONE
Dottore, cosa ne pensa a proposito di ciò che è accaduto
a George Floyd?
Siamo di fronte ad un evento
sconcertante, che purtroppo consolida e soprattutto amplifica l’idea che
l’odio, la crudeltà e la profusione di atti malevoli facciano ancora parte
della personalità umana. È come se in questo momento, nel confronto mente-cuore,
prevalga quest’ultimo ma paradossalmente per questa “vittoria” si piange e non
di gioia.
Come può l’essere umano spingersi a tanto?
La mente umana non ha inizio
né fine: è una retta, che a volte può prolungarsi ben oltre le aspettative; io
posso soltanto immaginare che una persona possa compiere gesti violenti per
riscattare vecchi rancori, per esprimere e sprigionare un odio per nulla
giustificato, per far emergere impulsi incontrollabili. Tanti sono i motivi,
tante sono le radici spinose che si intersecano lungo un’esistenza che non
possono far altro che produrre frutti dannosi, velenosi, spietati, creando
sull’intera razza umana un alone di un tetro grigiore.
Cosa accade in un individuo quando inizia a provare
quello che noi siamo abituati a chiamare razzismo?
Gli uomini che nutrono razzismo avvertono nella loro psiche un senso di
non accettazione verso soggetti dalle “razze” differenti dalle proprie in
quanto, possono essere state tramandate informazioni, in cui si associa alla
persona “di colore” il concetto di schiavitù, sfruttamento e quant’altro.
Pertanto in queste categorie di uomini è insito uno specifico: ossia, anche se
una persona afroamericana potrebbe salvarti la vita, è comunque un “diverso” in
senso dispregiativo. Talvolta, questa discriminazione viene celata per
questioni di “senso civico”, in cui la coscienza il ragionamento ci inducono a
non agire contro gli afro-americani, censurando dunque tale pregiudizio;
tuttavia, quando emergono emozioni preponderanti, come la rabbia, questa censura
si dissolve ed ecco che emerge la vera natura di una persona razzista. Allora
ciò che non posso esimermi dal domandarmi è: “E’ più “inquietante” chi indossa
la maschera del presunto integralista o di chi in realtà palesa azioni
aggressive da cui si evince razzismo?”. Voglio essere chiaro, ognuno può avere
le idee che calzano maggiormente con il proprio modus vivendi, ma la violenza
no, non ammette giustifiche!
Possiamo parlare che tale
violenza sia collegata ad episodi accaduti in infanzia che hanno “turbato”
psicologicamente colui/ei che compie un’azione simile?
Secondo gli studi di psicologia evolutiva coloro che attuano
comportamenti di tipo violento (ovviamente anche a sfondo razzista) potrebbero
aver vissuto un’infanzia non idilliaca, nella quale già si respirava aria di
violenza, per cui veniva trasmesso un messaggio in cui si comunicava anche con
atti aggressivi, oppure, nella “geometria familiare” non erano presenti figure
di riferimento che potessero trasmettere valori assolutamente opposti alla crudeltà con i rispettivi effetti. Di
solito quando si creano nuclei familiari in cui si condividono virtù quali il
senso di condivisione, dialogo, accettazione incondizionata, libertà di
esprimere le proprie opinioni liberamente, ma soprattutto, e questo lo vorrei
scrivere a caratteri cubitali, rispetto e amore verso sé e gli altri,
difficilmente si può sfociare in atti violenti, a meno che non vi siano
disturbi non proprio di tipo psicologico che possono avere conseguenze anche
sull’umore della persona.
Quanto la “memoria storica” e il conseguente retaggio/
bagaglio culturale influenza episodi simili? L’uomo è il risultato del binomio Natura/Cultura, per cui alcune condotte
di natura aggressiva possono essere state esacerbate dal contesto in cui vive
l’individuo. Io sposo un’ottica secondo cui l’essere umano deve essere sempre
inquadrato all’interno di un contesto di riferimento, di tipo storico,
geografico, sociale, culturale. Fondendo le caratteristiche individuali con
quelle esterne emerge la personalità di un soggetto, pertanto questi tristi
episodi possono assolutamente essere influenzati da un bagaglio culturale.
Manifestazioni a sostegno in tutto il mondo: come
interpretiamo la “psicologia di una società” dinanzi a episodi simili?
Il senso di comunità che l’uomo automaticamente crea
successivamente ad eventi critici (vedasi il #celafaremo intra-Covid 19) ci
rende speranzosi sul fatto che oggi, oltre alla presenza di persone che
danneggiano fatalmente l’altro, esistono anche “Grandi Anime Grandi”, ossia
quelli che rendono l’unione, la colleganza e la condivisione significative
risorse per affrontare difficoltà che talvolta si catapultano sull’essere umano
senza preavviso. Gli individui oggi camminano lungo un filo, direi una vera e
propria intercapedine, che oscilla tra il buono e il cattivo, tra il giusto e
lo sbagliato. Preferirei tuttavia che queste stigmatizzazioni per un attimo
venissero accantonate, perché talvolta non serbano in sé le emozioni, i
desideri, tutti quegli elementi che disegnano la “natura psichica” di un
individuo. Dunque per rendere l’uomo non più homini lupus ma animale sociale
dotato di un’anima limpida, trasparente, direi anche libera, è necessario non chiedersi tanto: “Faccio bene? Faccio male?”,
quanto: “Cosa è utile, cosa rende sereno me e il prossimo?”.
Cosa rappresentano episodi simili in una cultura? Possono
portare ad altra violenza?
Personalmente non posso non
essere speranzoso, quindi mi appello all’intelligenza umana; questi episodi che
ripeto, sono il riflesso di una rabbia esplosiva senza eguali, divengono motivo
di riflessione su quanto c’è ancora da lavorare sull’anima, sulle condotte, sul
controllo dell’impulsi, sulla gestione delle emozioni, in una sola parola,
sulla psiche umana. Il mio invito è quello di guardarsi dentro e scoprirsi,
esplorare il proprio mondo interiore, perché la violenza, se purtroppo si verificherà ancora, sarà il frutto di un
disagio che va affrontato, seguito, trattato
con cura. Impariamo a prenderci cura di noi, per vivere in un mondo meno
cruento.

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