«Il deserto
dei Tartari» Il grande romanzo uscì nel giugno 1940. Dall’archivio emergono due
fogli con l’idea iniziale di chiudere il libro in un altro modo: Drogo vive e
torna in città
I
fogli sono due, scritti a matita e qua e là mangiati e ingialliti dal tempo.
Ogni facciata è numerata. Presumibilmente risalgono alla metà degli anni
Trenta. Fu in quel periodo che Dino Buzzati ebbe l’ispirazione per Il deserto
dei Tartari, il suo romanzo più famoso che proprio in questi giorni compie
ottant’anni.
Allora, entrato ventiduenne al «Corriere della Sera» (nel
1928), gli era stato affidato il lavoro notturno in redazione; un lavoro
monotono, di routine, «che mi consumava e, con la mia, consumava l’esistenza di
tanti colleghi che non avrebbero mai trovato la buona occasione per uscir fuori
e diventare qualcuno. Così è nata questa mia idea di descrivere il destino
dell’uomo medio». Ed è su questi fogli, emersi per la prima volta dal suo
archivio personale, che lo scrittore bellunese appunta l’idea e la sviluppa
attraverso la storia di Giovanni Drogo: un giovane ufficiale che passa tutta la
sua vita nella Fortezza Bastiani (trasposizione letteraria della sede del
«Corriere»), aspettando, in difesa di un Paese non identificato, l’arrivo dei
Tartari (incarnazione, spiegherà, della «grande occasione», dell’«ora di
gloria», del «cimento che tutti i giovani cercano per natura»; ma anche, in un
giornale, della notizia, dello scoop che porta quell’«ora di gloria»).
È su queste quattro facciate che Buzzati dà alla storia una
prima struttura, qui mette a fuoco la trama («Lui arriva, gli spiegano il
servizio, tutti parlano della vita alla fortezza, la caccia, le cavalcate,
l’ispezione generale. E della città niente»), annota significati («La fortezza
sarà la sua vita»), scenari («Questa fortezza, assurdo esilio dove il tempo
scorre monotono e manca ogni svago...»), stati d’animo («...rinchiude
lentamente Giovanni Drogo pur crescendo in lui sogni eroici. E di questo si
accorgerà solo alla fine»). Qui, soprattutto, dove immagina per il protagonista
un destino diverso da quello che conosciamo.
Il libro venne pubblicato per la prima volta da Rizzoli
nella neonata collana il Sofà delle Muse, diretta da Leo Longanesi. Fu lui a
chiedere a Buzzati, già autore di Bàrnabo delle montagne e Il segreto del Bosco
Vecchio, se aveva un romanzo pronto da dargli. Questi, che aveva scritto quella
storia innanzi tutto per sé, per sintetizzare «la sorte dell’uomo sulla faccia
della Terra» partendo dalla propria esperienza personale, non pensava alla
pubblicazione: «Mi guarderò dal far stampare un altro libro se non sarò sicuro
assolutamente di aver fatto una cosa in gamba», aveva detto all’amico Arturo
Brambilla. Ma quando Longanesi glielo chiede, non sa resistere e gli consegna
il manoscritto: «È difficile a quell’età rinunciare alla pubblicazione»,
avrebbe confessato anni dopo, «bisognava essere degli eroi, quale io non sono
stato». Rivelando poi: «Mi hanno raccontato che Longanesi fece leggere il manoscritto
a un suo critico di fiducia e che questi glielo restituì dicendo che non valeva
nulla. Allora lui, che era un bastian contrario per natura e per vocazione, lo
mandò subito in tipografia».
Il deserto dei Tartari esce il 9 giugno 1940, il giorno prima
dell’entrata in guerra annunciata da Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia.
Non ci vuole molto a intuire che il libro ha qualcosa di speciale, di nuovo. La
storia di Giovanni Drogo, recensita sul «Corriere» da Pietro Pancrazi («è uno
dei romanzi più singolari che si siano pubblicati da noi gli ultimi anni»), è
perfetta per quei tempi: parla a chi parte per il fronte, ma anche a chi resta
a casa e aspetta; parla a chi sta facendo il bilancio della propria vita e a
chi vi si sta affacciando, soprattutto a quei giovani tra il ginnasio e il
liceo, la «Generazione del Deserto», come la definì, facendone parte, Giulio
Nascimbeni, che scoprivano la possibilità di una nuova letteratura, legata «a
una condizione umana non propriamente eroica». Per loro il Deserto diventa il
libro dell’attesa. Un invito a guardarsi dentro attraverso quello che (non)
succede fuori.
Proprio come durante i giorni del lockdown, quando più di un
intellettuale ha ricordato quel romanzo, così attuale a dispetto dei suoi
ottant’anni, per le analogie con la situazione che si stava vivendo: la
fortezza-casa, l’attesa, il nemico all’esterno da cui difendersi. Il senso
distorto del tempo. Quel tempo fatto per Drogo di abitudini, di giorni tutti
simili che la Fortezza inghiotte uno dopo l’altro a una velocità vertiginosa e
che scandiscono la fuga del tempo. Quel tempo sospeso, vuoto, immobile che
proprio la sua morte riempie, dandogli un senso.
Per questo colpisce l’intenzione originaria di Buzzati di
chiudere il libro con un epilogo diverso. Secondo i suoi appunti i Tartari non
arriveranno mai, e Drogo, malato, non sarà costretto a lasciare la Fortezza
proprio mentre stanno arrivando, esonerato a forza dai nuovi arrivati che lo
vedono come un peso; non morirà durante il viaggio di ritorno, da solo nella
stanza della locanda, accogliendo «lei» che era andata a prenderlo. No. Drogo,
dopo aver fatto carriera ed essere diventato colonnello, tornerà in città, dove
più nessuno l’aspetta. E in un futuro non precisato tornerà addirittura alla
Bastiani con il capitano Ortiz. Scrive Buzzati: «Ritorneranno insieme a
rivederla la fortezza ma ormai è vuota. Il sistema di difesa è diverso. Vive
soltanto il vecchio calzolaio Matteo (figura assente nella versione definitiva
del romanzo, ndr), e i tre parlano insieme guardando ancora all’orizzonte da
cui non verrà mai nessuno».
Un finale malinconico e struggente, che se da un lato
amplifica la rappresentazione di una vita stritolata negli ingranaggi, in
perenne attesa della grande occasione che non arriverà mai, svuotando così per
sempre il cassetto dei nostri sogni, dall’altro conferma ancora una volta
quanto sia sentita da Buzzati l’idea della morte che governa la vita; quanto la
sua presenza la riempia, le dia significato e valore. Lo dirà in Poema a
fumetti, lo vivrà in prima persona nel Reggimento parte all’alba.
Dunque non stupisce che abbia cambiato idea. La fine
silenziosa ed elegante dell’antieroe Drogo che, scrive Pancrazi, arriva alla
Fortezza «pieno di vigorose speranze e di nobile malinconia», poi diventa
«misurato e saggio» e alla fine «rassegnato e vinto», è il suo personale
riscatto, la prova che la sua vita non è stata inutile. Che anche se non ha
potuto affrontare i Tartari, ora sa come affrontare la morte: con un sorriso.
Fonte: di LORENZO
VIGANÒ/ Il Corriere della Sera / 29 giugno 20/

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