A Caserta, come altrove pullulano
I SIGNORI
DELL’ANTIMAFIA
DI SCISCIANA MEMORIA
Prelevato da casa in manette tra le telecamere e i flash.
Lessi l'ordinanza e pensai: se possono arrestarti per questo, può toccare a
tutti. Di Matteo chiese 9 anni per associazione mafiosa: fu assolto con formula
piena.
Quando l'incredibile si interseca con la realtà è allora che
nascono storie come questa che ha coinvolto mio padre, in prima persona.
Raccontarla non è semplice per me ma penso sia doveroso farlo. È sempre stato
un uomo libero, Francesco Lena. Libero nel fare impresa, libero da legami
equivoci, libero di realizzare quello in cui ha sempre creduto anche lontano da
casa sua. Oggi è ancora più libero.
Tre sentenze di assoluzione con formula piena "per non
aver commesso il fatto". Adesso anche il decreto della sezione Misure di
prevenzione del Tribunale di Palermo che gli ha restituito l'azienda nella
quale crede come una sua "creatura".
In tutto 2.860 giorni di calvario giudiziario che non si
dimenticano facilmente. Non si dimenticano i titoli della grande stampa a poche
ore dall'arresto, non si dimenticano tutti coloro che, fi no al giorno prima
amici fidatissimi, sono scappati come i topi di una nave che affonda. Era un
giovedì quel 10 giugno 2010, quando venne prelevato, all'alba e costretto in
manette, dalla sua villa con le telecamere ed i flash in faccia. Ricordo il
telefono che squillò alle 6 del mattino e l'espressione sul volto di mia moglie
quando mi passò la cornetta.
Ricordo la girandola di voci, telefonate, la lettura di
tutte le pagine dell'ordinanza d'arresto seduto in cucina e la mia esclamazione
finale: se possono arrestarti per questo allora domani tutti possiamo essere
arrestati. Una vicenda che ricorda, con le dovute proporzioni, quella di Enzo
Tortora.
L'ingegnere, così lo chiamano per la laurea honoris causa
conferitagli dall'Università di Princeton, ripensando alla gogna mediatica
subita abbozza un sorriso: "Non mi lamento. A Tortora è andata peggio. E
continua: Voglio raccontare la verità. Perché io sono innocente. Anzi, di più:
sono una vittima". Una vittima di certa antimafia. Le accuse mossegli sono
condensate nell'inchiesta "Mafia e appalti"
I Pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo
ritengono che i suoi soldi siano sporchi. Il Gip firma il provvedimento di
custodia cautelare. Il riassunto mette i brividi. Lena elemento organico della
famiglia mafiosa del quartiere palermitano dell'Uditore. Lena in società con
Salvatore Lo Piccolo. Lena prestanome di Bernardo Provenzano.
Tutto ha avuto inizio quel maledetto 10 giugno del 2010,
racconta Francesco Lena. Alle quattro del mattino, bussano: Polizia, siamo qui
per lei, si tratta di mafia. Mia moglie Paola sorride: state scherzando? E
l'agente: non c'è niente da ridere. Mi sentivo come se quell'assurda esperienza
stesse accadendo a un'altra persona. Prima mi portano al Pagliarelli, in
isolamento. Poi vengono a prendermi.
Riprende la descrizione di quelle ore. Mi trovo alla
presenza del pm Nino Di Matteo, che fi no ad allora non avevo mai sentito
nominare. Questi inizia a pormi le sue domande. Spiego da dove vengono i miei
soldi. Spiego che quei mafiosi che parlano di me nelle intercettazioni, io non
li conosco. Del resto, questi personaggi parlano sì di me ma non parlano mai
con me.
E poi Salvatore Lo Piccolo che afferma il Pm sia stato mio
socio. Non è il boss, ma un omonimo nato ad Agrigento nel 1912! Ci sono anche
gli atti di compravendita di alcuni terreni a Palermo fatti proprio con i suoi
eredi. Finito il racconto, il Pm si alza e dice: Non mi convince. Mi crolla il
mondo addosso. Finiscono i giorni del Pagliarelli, ecco i domiciliari ed il
processo.
Alla vigilia della prima udienza, l'11 luglio 2011, il
sindaco di Castelbuono, Mario Cicero (all'epoca del Pd, poi transitato in Sel),
gli revoca la cittadinanza onoraria. Il processo di primo grado, svolto con il
rito abbreviato, è agli sgoccioli. Il 19 settembre 2011 il Pm, che ha
abbandonato il profilo della contestazione dell'aver fatto parte della famiglia
mafiosa di Uditore, chiede 9 anni di reclusione per associazione mafiosa, oltre
alla confisca dell'azienda.
Rimasi sereno - riprende - il Gup mi guardò negli occhi.
Ecco un uomo che mi tratta da uomo. La sentenza è di assoluzione. Assoluzione
in Appello. Sigillo definitivo dalla Cassazione che chiosa nelle motivazioni
definendo il processo di Appello "una doppia conforme" del processo
di Primo grado. La voglia di ritornare alla guida del timone è tanta: Santa
Anastasia deve essere il futuro per i giovani del paese.
Il riferimento è al procedimento che si è concluso alla
sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, azzerata dopo lo
scandalo che ha coinvolto i giudici che ne facevano parte e in particolare il
suo ex presidente Silvana Saguto. Dopo 8 anni di amministrazione giudiziaria,
l'Abbazia - che produce vini fra i migliori in Sicilia, come il pluripremiato
Litra - si trova in grande sofferenza economica. Mio padre non può risolvere da
solo la crisi. Non può avere accesso al credito bancario perché nel frattempo
la Procura ha impugnato il dissequestro e il processo di appello è ancora in
corso.
E pensare che, durante l'amministrazione giudiziaria, in
Abbazia si tenevano dei corsi di "alta formazione" per amministratori
giudiziari: "Summer school", li chiamavano, un nome sofisticato per
nascondere delle vere e proprie messe in scena autocelebrative di una certa
antimafia. Oggi l'Abbazia è diventato il luogo del riscatto imprenditoriale e
civile. Qui si sono svolti due convegni del Partito radicale e di Nessuno
tocchi Caino all'insegna dell'antimafia sciasciana, quella non della
terribilità ma del diritto. "Historia magistra vitae".
Fonte: di Gianfranco Lena/ Il Riformista, 4 luglio 2020
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