Altro compleanno
di Simone
Furfaro
Francesco Piccolo, nato a Caserta il 12 marzo 1964 (57 anni).
Scrittore. Sceneggiatore. Vincitore, tra l’altro, del Premio Strega 2014, col
romanzo Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), e di tre
David di Donatello, per le sceneggiature di La prima cosa bella (2010)
e Il capitale umano (2014) di Paolo Virzì e Il
traditore di Marco Bellocchio (2020). «Io voglio raccontare le cose
vere, non le cose giuste» • Primo dei tre figli di una famiglia borghese di ristoratori.
Il padre Corrado Piccolo, infatti, calciatore in gioventù nei campionati di IV
Serie e di Eccellenza e impiegato di banca, «sposò Anna Russo, il cui papà
Peppino aveva rilevato il ristorante Massa a metà degli anni Cinquanta,
portandolo al livello dei più celebrati ristoranti di Napoli. In piena sintonia
con l’esuberante simpatia di “don Peppino”, alla sua scomparsa affiancò la
moglie Anna e la cognata Lina nell’attività di ristorazione. […] Giovialone e
allegro, come papà stravedeva per i figli, che con la moglie Anna aveva
cresciuto “baciandoli soltanto di notte”, come ripeteva» (Franco Tontoli).
«Racconta di essere diventato comunista dopo la partita tra le due Germanie ai
mondiali del 1974. […] Il 77° minuto, quando segna Jürgen Sparwasser. “Avevo
dieci anni, ero con mio padre, eravamo due maschi che vedevano insieme i
mondiali. Quel giorno scoprivo di stare dalla parte dei deboli, della Germania
Est, mentre mio padre era dall’altra. Un gol in un mondiale ha segnato le
scelte di una vita”» (Raffaella De Santis). «La cosa pazzesca è che non solo io
sono diventato comunista per un gol, ma per un caso incredibile: perché, se
Sparwasser non avesse preso il pallone in faccia, non avrebbe segnato quel gol,
e io non mi sarei accorto di quello che avevo dentro» (a Valentina Desalvo).
Tra i quindici e i sedici anni il primo amore (non corrisposto) e le prime
prose. «Cercavo disperatamente di farmi amare da una compagna di scuola bella e
rivoluzionaria. La seguivo negli incontri del suo gruppo, dove mi guardavano
come un infiltrato, proprio mentre a casa mi dicevano che facevo il comunista
con i soldi di papà. Ebbi però la malaugurata idea di regalarle uno Snoopy di
peluche. Mi guardò con disprezzo e me lo sbatté sul petto, dicendomi: “Come ti
viene in mente? Anche il giorno di San Valentino noi siamo impegnati a fare
politica”. Fu un dolore immenso» (a Stefania Rossini). «“A sedici anni scrissi
un romanzo sulla mia compagna di banco: era un romanzo straziante sul mio amore
per lei ed era molto brutto, io ne ero cosciente, ma allo stesso tempo sentivo
questa grande felicità di scrivere nella stanza mia e di mio fratello, di
nascosto da lui perché mi vergognavo, e lì ho pensato per la prima volta che
avrei voluto scrivere per tutta la vita. […] Le cose che facevo a casa, di
nascosto, piano piano si sono allargate, e io ho cominciato a non andare più in
vacanza, così mentre i miei amici erano fuori mi sembrava di recuperare il
tempo perduto: un agosto ho visto tutti i film di Bergman, quello dopo ho letto
tutto Proust, poi ho visto tutto Hitchcock, ogni volta mi davo degli obiettivi
che riuscivo a raggiungere, ed era una cosa che mi dava euforia”. Ai
tuoi amici a Caserta dicevi: resto a casa perché devo leggere Proust? “Certo
che no, inventavo scuse: non ho soldi, devo andare a prendere la mia fidanzata,
devo aiutare mia madre”» (Annalena Benini). «Non ho mai pensato di diventare
scrittore, mai: io stavo a Caserta, vivevo una vita completamente diversa,
leggevo i classici o leggevo Moravia, vedevo la foto sull’Espresso di Moravia e
pensavo che Moravia stesse su Marte: sapevo che esisteva, ma che non mi avrebbe
mai riguardato. Ma quella cosa stranamente mi dava una grande euforia, […] era
talmente forte per me che ho preso una decisione un po’ folle: nella vita avrei
dovuto trovare un lavoro che mi permettesse di scrivere, ad esempio il
giornalista della cronaca sportiva del Mattino, perché volevo scrivere diari,
racconti, romanzi, ma senza pensare di fare lo scrittore. Mi rendevo conto che
ero molto scarso ma pieno di desiderio». «L’autore […] vive a Caserta fino ai
ventotto anni. Dopo la maturità scientifica al Diaz, si laurea in Lettere alla
Federico II con una tesi sulle teorie comiche nel teatro, relatore Franco
Carmelo Greco. Ma, all’ombra della Reggia, dove trovò stimoli
culturali? “Tre persone furono davvero importanti. Mia zia Rosa
Piccolo, che fu anche la mia professoressa di italiano gli ultimi due anni del
liceo: era severa di suo, con il nipote ancora di più, ma era attiva, spronava,
mi convinse persino ad abbonarmi alla stagione sinfonica; poi la mia compagna
di banco, colta e comunista, che mi fece studiare di tutto; e Attilio Del
Giudice, scrittore e all’epoca soprattutto regista, il primo con il quale
trovai il coraggio di chiacchierare delle mie velleità”» (Carla D’Alessio).
«“Io per varie vicissitudini familiari e per un rapporto difficile con mio
padre ho cominciato subito a lavorare e a fare l’università lavorando”. Cosa
facevi? “Ho fatto molte cose, in vari posti. Ho lavorato a Napoli,
ragazzo tuttofare in un ufficio. Poi ho lavorato in una concessionaria di auto
a Caserta. E poi per un bel po’ di anni ho lavorato nel basket. Giocando,
facendo l’allenatore, e poi scrivendone”» (Giuseppe Rizzo). «La sensazione che
scrivevo cagate un po’ valeva, e a un certo punto ho fatto una cosa tutta da
solo, senza ambizioni: ho detto “Va bene, se voglio scrivere devo essere più
bravo”, quindi ho smesso di scrivere. Facevo l’università e intanto lavoravo a
Napoli. […] Ho deciso che per un anno avrei solo letto, studiato e cercato di
crescere, grazie all’università anche, ma soprattutto grazie alle letture: ho
letto il triplo di quello che già leggevo, ho cercato di capire qualcosa di
più. […] In quell’anno […] ho letto i Taccuini di Fitzgerald,
fatti di frasi che lui appuntava, e allora mi sono comprato un quaderno
piccolissimo, e lì ho cominciato a scrivere delle frasi che mi sembrava che
arrivassero da qualcosa di più importante». «“Poi cominciai con il teatro,
monologhi comici soprattutto. Ma la vera svolta avvenne quando Enrico Campana
mi affidò una rubrica su Superbasket. Mi interessava scrivere di qualsiasi
cosa, e fare il giornalista di basket mi bastava. Cominciò anche a piacermi il
fatto che gli altri mi leggessero. Il passo successivo fu decidere di frequentare
un corso di scrittura creativa a Roma, e andarci significava aver già
cominciato a crederci”. Lì a Roma conobbe “due ragazzi” (Marco Cassini e
Daniele Di Gennaro) che stavano fondando una rivista letteraria distribuita via
fax, e Piccolo ne divenne il redattore. “Fu la molla che mi spinse
definitivamente a provarci, a tentare e a trasferirmi a Roma”. Era il ’93, e
gli eventi si succedettero velocemente: quello stesso autunno il suo primo
romanzo inedito, Diario di uno scrittore senza talento, arrivò
finalista al Premio Calvino; l’esperienza della rivista approdò alla creazione
di una casa editrice e nacque la Minimum Fax: il primo titolo che sfornò fu il
suo Scrivere è un tic, una raccolta di saggi sui metodi di
scrittura di grandi scrittori. Intanto collaborava al Manifesto, e divenne
anche docente di scrittura creativa: “In pochi mesi e con una serie di
coincidenze fortunate, dalla provincia mi ritrovai in un altro mondo, in cui
accadevano queste cose…”» (D’Alessio). «“Ho ricominciato a scrivere racconti su
cose lontanissime da me, che non parlavano né della realtà né di me, era una
specie di surrealismo di Caserta: un paio di occhiali, due onde che si
incontravano e si innamoravano, ma pian piano sono arrivato a scrivere cose più
vicine a me, e ho scritto i racconti che ha letto Domenico Starnone e che poi
sono diventati Storie di primogeniti e di figli unici, il mio primo
libro”. Pubblicato da Feltrinelli […] quando Piccolo aveva trentadue anni e
viveva già a Roma, lavorava per Minimum Fax, si era liberato, racconta adesso,
di quella “casertanità”. “A Roma ho capito che non dovevo spiegare nulla, che
potevo esprimere me stesso, che c’erano altri che vivevano così, e
improvvisamente perdere quella parte di me di casertanità mi liberava
dall’obbligo di vivere la vita in un altro modo: prima ero una persona un po’
spezzata, che si vergognava e però si struggeva, a Roma sono diventato una
persona unica, e questa cosa mi ha drogato, perché è stata una scoperta”»
(Benini). «Se ne andò da Caserta e arrivò a Roma a casa di una cugina soprano,
“non perché Caserta fosse degradata e io un disperato intellettuale gramsciano,
ma perché mi annoiavo: da provinciale mondano, facevo una vita da bar e da
discoteche e volevo semplicemente trovare il modo di scrivere: a casa ero
Gramsci, fuori ero Miguel Bosé”» (Benini). «Ma è vero che suo padre
corteggiava Maria Corti per facilitare la carriera letteraria del figlio? […]
“Lei può immaginare il devastante imbarazzo in cui caddi quando seppi che mio
padre faceva lo scemo con la professoressa Corti”» (Simonetta Fiori). «Com’è
stato l’impatto con l’ambiente editoriale? “Ne ero affascinato e
spaventato. A Roma […] ho capito subito che tra le regole c’era il mostrare di
essere scocciato dal tuo lavoro, di farlo con sufficienza. È una grammatica
molto romana. Che all’inizio ho fatto mia per adeguarmi. Ho impiegato parecchio
tempo a liberarmene, a darmi il permesso di tirare fuori la felicità di
scrivere”» (Raffaela Carretta). «Vuoi raccontarci come hai cominciato
l’esperienza cinematografica? “Dopo aver pubblicato il mio primo
libro, Storie di primogeniti e figli unici, hanno cominciato a
chiamarmi in molti, prima con delle proposte assurde, poi con un progetto che
mi piaceva, e al quale ho cominciato subito a lavorare. Immediatamente, mi sono
reso conto che la scrittura per il cinema era una cosa che sapevo fare, e che
mi piaceva. Il primo progetto, di conseguenza, ha portato ad altre proposte,
prima un po’ casualmente – perché dipende molto da chi ti chiama, all’inizio –,
pian piano con sempre maggiore regolarità, finché la scrittura per il cinema è
diventato un lavoro concreto che adesso affianco a quello letterario. Tanto che
oggi posso dire che il mio lavoro è costituito, in ugual misura, dal cinema e
dalla narrativa. Inoltre, occasionalmente, scrivo anche sui giornali, ma in
maniera libera, quando posso, quando riesco, quando ne ho voglia, quando me lo
chiedono. […] Prima scrivevo tante cose per Diario, per Il Mattino, prima
ancora per Repubblica Napoli, per il Corriere, avevo una rubrica di libri su
Amica, scrivevo per varie riviste, cioè mi davo da fare nel mio campo, perché,
ovviamente, non potevo vivere solo con i miei libri. Adesso, tutta questa roba
è stata sostituita dal cinema”» (Antonella Lattanzi). «Forse, se ho una
qualità, è quella di avere un senso critico verso me stesso. […] Una cosa
simile a quella degli inizi mi è successa anche dopo. Tra Allegro
occidentale e L’Italia spensierata avevo già detto a
Einaudi che gli avrei dato un libro, ma quel libro non gliel’ho mai consegnato.
Ho scritto un romanzo e non gliel’ho mai dato. Non l’ho proprio fatto leggere a
nessuno. Salvo che, successivamente, a qualche amico, che mi ha poi confermato
la mia impressione: che fosse buono ma che non mi facesse fare dei passi in
avanti. E, soprattutto, è stato il romanzo che mi ha fatto capire
definitivamente che la figura dello scrittore che deve scrivere un libro dopo
l’altro, anche libri che non lo toccano da vicinissimo, è una cosa che non mi
interessava tanto». Il romanzo abortito fu soppiantato nel 2008 da La
separazione del maschio (Einaudi), che «racconta i molti tradimenti
amorosi e il sentimentalismo fallito di un quarantenne come lui, con una chiara
e letteraria intenzione autobiografica» (Benini). Nel 2010 il primo grande
successo editoriale, Momenti di trascurabile felicità (Einaudi).
«Non si tratta di un romanzo e neanche di un saggio, ma del catalogo dei
piaceri minimi, che illuminano le nostre giornate. C’è spazio per tutto, tra
dolcezza e provocazione: “Ricordarsi dov’eravamo mentre leggevamo un libro; gli
sms dopo le 11 di sera che dicono: ‘Dove sei?’; quando è morto il canarino;
perdersi un concerto jazz; l’inizio del film porno, quando sono vestiti e non
si conoscono…”. […] Il libro, che mostra anche le sue debolezze – non riuscire
a stare a dieta, sentirsi figo con le donne, parcheggiare in seconda fila per
bere un caffè –, sembra un diario. È davvero autobiografico? “La
confusione con l’autobiografia è la mia cifra stilistica. Anche nei
precedenti La separazione del maschio e Allegro
occidentale giocavo con la sovrapposizione tra protagonista e autore.
Ma non è importante sapere se le cose siano andate realmente come le racconto.
Mi prendo la responsabilità delle storie che scrivo facendole passare per
mie”. L’ordine dei “momenti” è casuale. Non c’è una sequenza
cronologica o tematica. Come li ha montati? “C’è un ordine empatico.
Non so spiegare perché ogni trascurabile felicità sia collocata proprio in
quella parte del testo. […] È stato costruito per accumulo nel tempo. […] Anni
fa ho aperto un file in cui, ogni tanto, annotavo gli episodi
più luminosi. Lentamente il libro è diventato un’idea possibile”» (Annarita
Briganti). Nel 2014 la conquista del Premio Strega, con Il desiderio di
essere come tutti (Einaudi, 2013). «Possiamo chiamarla
un’autobiografia dei suoi primi 50 anni? “Possiamo”, risponde. I primi 30 stanno
nella prima parte, ai tempi di Berlinguer, gli ultimi 20 nella seconda, a
quelli di Berlusconi: perché “il desiderio di essere come tutti” è il desiderio
di conciliare la scelta del comunismo con le origini borghesi, la profondità
con la superficialità, la purezza con l’impurità, noi con gli altri. Piccolo
scrive, come sempre, in prima persona, ma il tasso di “messa a nudo” qui è
molto più alto del sesso della Separazione del maschio o delle
manie dei Momenti di trascurabile felicità. Qui c’è la scoperta di
essere comunista al 77° minuto di Germania Ovest-Germania Est, assieme alla
descrizione di una evacuazione sul water, piena di significati simbolici, nel
1974. Ci sono le serate in discoteca, assieme al pianto disperato davanti alla
tv che trasmette i funerali di Berlinguer, nel 1984. C’è l’incontro con
Chesaramai, compagna “superficiale” che diventa sua moglie, assieme alla
battuta a sfondo sessuale di Berlusconi in visita alla Reggia di Caserta, nel
1994. Ma la confessione si spinge molto oltre, ammettendo a un certo punto di
aver messo le corna e averle subite, di aver fatto download illegale,
di aver scommesso sulle partite di calcio, di aver sperato che l’immigrato
steso davanti al portone sotto casa si spostasse di civico e persino aver
desiderato un condono berlusconiano. […] C’è il rapporto, difficile,
con suo padre. “Il padre, che vota Msi e poi An, è l’opposto del
protagonista, eppure è la persona che il protagonista ama di più. Nel libro gli
dice: guarda che assomiglio a te più di quanto abbia detto da sempre. E questa
divisione, questa saracinesca che abbiamo messo tra noi, vale fino a un certo
punto, perché siamo vicini anche se la pensiamo in modo diverso”. […] Il
conflitto del protagonista è prima all’interno della famiglia, dove è un alieno,
poi universale: noi e loro, quelli che votano a sinistra e quelli che votano a
destra, Berlinguer e Berlusconi. “Il ‘desiderio di essere come tutti’
è appunto la voglia di essere comunità, noi che ci assomigliamo assieme agli
altri che non ci assomigliano. Io mi sono messo nella sinistra, che è il mio
mondo. L’idea sbagliata della ‘purezza’ ispirata da Berlinguer – ossia che si è
migliori, e si sta e si parla solo con quelli che la pensano come noi – è
fallimentare. Certo, non ‘sono Berlusconi’ come ‘sono Berlinguer’, ma dentro di
me ci sono dei pezzi di Berlusconi”» (Silvia Bombino). Dopo Momenti di
trascurabile infelicità (Einaudi, 2015) – «cose come gli addobbi
natalizi subito dopo le feste, la bellissima sconosciuta che ti chiede di
tenerle la mano in aereo e poi capisci che era solo perché aveva paura, il
bagno sporco di un locale con un altro che entra subito dopo di te, o il figlio
piccolo che arriva con la scatola del Lego mentre sei al computer: “Papà,
giochiamo?”» (Carretta) –, fu la volta de L’animale che mi porto dentro (Einaudi,
2018), «autobiografia letteraria di un maschio italiano, arrogante, adultero,
fiero portabandiera del coito ergo sum» (Vittorio Zincone). «La
struttura, la visione, il modo di agire del personaggio Piccolo si forma nei
giorni dell’infanzia a Caserta, da quando in seconda media c’è stata la ferita
d’amore, la prima, leggera eppure mai rimarginata; […] poi cresce, ci sono le
partite a basket con una memorabile trasferta a Battipaglia finita in rissa
dopo che già era stato sospeso per aver dato sfogo ai suoi istinti violenti, le
estati a Baia Domizia commoventi, attese anno dopo anno per guardare dal
muretto con gli amici più grandi le svedesi, rappresentazione reale e carnale
di sesso, gioia, vita. Il personaggio Piccolo poi diventa scrittore, scegliendo
le parole, le storie, il mezzo della scrittura per affermarsi, vince il premio
ambìto, lo Strega, e si sente onnipotente, anzi, dichiara esplicitamente: “Mi
sono creduto stocazzo”. […] Come ne Il desiderio di essere come tutti,
l’immaginario di eventi e storie fa da guida, sorregge il personaggio nel
comprendere se stesso, i propri atteggiamenti e scelte» (Pier Luigi Razzano). «Che
differenza c’è tra l’uomo de La separazione del maschio e
quello de L’animale che mi porto dentro? “Beh, l’uomo
de La separazione del maschio mi sembra che esprimesse più
potenza che fragilità. È un libro scritto a quarant’anni, nella stagione del
sentirsi potenti, del sentirsi stocazzo. L’animale che mi porto dentro è
il libro di un cinquantenne, quindi sul rendersi conto che l’essere stocazzo in
fondo siede sulla fragilità, e infatti si frantuma facilmente”» (David Frati).
Da ultimo, nel maggio 2020, ha pubblicato Momenti trascurabili. Vol.
3 (Einaudi), «un catalogo di pensieri sparsi e situazioni comuni che
fanno ridere anche quando affrontano temi seri e girano intorno a questioni
filosofiche essenziali come il perché della vita e della morte. […] Il libro si
apre con una schermaglia esistenziale. La moglie dice: “Prendiamo tutti i soldi
che abbiamo e andiamo in Polinesia: che ce li teniamo a fare, i soldi? E se poi
moriamo?”. E Piccolo: “E se poi moriamo, chi se ne importa, di essere andati in
Polinesia? Cioè, quando siamo morti, a chi lo diciamo, che siamo stati in
Polinesia?”» (De Santis). «In questo volume né felicità, né infelicità: i
suoi momenti sono semplicemente trascurabili. Contiene già tutto questo
aggettivo? “Sì, perché col tempo ho notato che questa distinzione è
sempre più labile, discutibile. Nella trascurabilità non c’è grande differenza
fra felicità e infelicità: spesso quello che ci dà allegria ci dà malinconia e
viceversa. Nella contingenza del presente, poi, abbiamo scoperto che il
trascurabile non è poi così trascurabile”» (Felice Sblendorio). In questi mesi
«sta lavorando alla sceneggiatura della terza stagione dell’Amica geniale e
a “una specie di romanzo”, che, assicura, non sarà sul coronavirus» (De Santis)
• Parallelamente all’attività di scrittore, svolge con successo anche quelle di
sceneggiatore cinematografico (My name is Tanino, La prima cosa bella, Il
capitale umano, Ella & John e Notti magiche di
Paolo Virzì; Il Caimano, Habemus Papam e Mia madre di
Nanni Moretti; Ovunque sei di Michele Placido; Agata e
la tempesta e Giorni e nuvole di Silvio
Soldini; Caos calmo di Antonello Grimaldi; Il nome del
figlio, Gli sdraiati e Vivere di
Francesca Archibugi; Momenti di trascurabile felicità e Lacci di
Daniele Luchetti; Il traditore di Marco Bellocchio) e
televisivo (L’avvocato Guerrieri di Alberto Sironi, dai romanzi di Gianrico
Carofiglio, per Mediaset; L’amica geniale di Saverio Costanzo,
dai romanzi di Elena Ferrante, per Rai e Hbo), nonché di autore televisivo, in
stretto sodalizio con Fabio Fazio (Quello che (non) ho su La7,
Festival di Sanremo 2013 e 2014 su Rai 1, Vieni via con me su
Rai 3), e teatrale (Momenti di trascurabile (in)felicità, 2017-2020, di
cui fu anche interprete, al fianco di Pif) • «Mi è successo […] di scrivere un
soggetto da solo per il cinema: mi è piaciuto, ma preferisco di gran lunga
farlo con altri. Nanni Moretti teorizza che tre sia il numero perfetto per
scrivere un film: in due è poco assembleare, in quattro troppo. Con Virzì, con
Nanni, con Soldini abbiamo scritto sempre in tre. Succede una cosa strana: si
crea una specie di centro che raccoglie le teste di tre persone. Non è la somma
di tre modi di vedere, sentire o scrivere, ma diventa una cosa altra, separata.
È come se confluissero lì tutte le cose migliori» (a Silvia Truzzi). «Le due
scritture convivono come due mondi paralleli – sono vicini ma non si toccano –
e danno linfa l’una all’altra. Dopo ogni periodo di scrittura cinematografica
ho voglia di rimettermi a fare narrativa con maggiori energie rispetto a prima.
[…] Le due cose occupano due spazi diversi. Gli elementi che le tengono insieme
sono la passione, il mestiere e quel po’ di talento per la scrittura. E,
soprattutto, l’idea che la scrittura abbia molte facce, molti aspetti da
sperimentare: il romanzo, il cinema, i racconti, il reportage… Io cerco di
muovere la scrittura lì dove si può» (a Maria Agostinelli). «Da quando lavoro
per il cinema ho scritto i miei libri migliori» (ad Antonio Tricomi). «È tra
gli autori del Festival di Sanremo targato Fazio. Nel curriculum di un uomo di
sinistra possono convivere il Premio Strega e le canzonette? “Guardo
Sanremo da quando ero un bambino: non mi è affatto antitetico. Mi piaceva e mi
sono divertito a farlo”» (De Santis). «“Sanremo per un italiano è la memoria.
Anche io sono cresciuto con quelle canzoni”. Quali? “Nada, il
Celentano di Chi non lavora non fa l’amore, la Zanicchi, Nicola di
Bari …”. Ti piaceva già il cinema? “Certo, c’era il primo De
Niro”. Dunque Nada e Taxi Driver? “E ti dico che mi piacerebbe pure
scrivere canzoni”» (Francesco Merlo) • Due figli, Camilla e Andrea, dalla moglie
Gabriella D’Angelo. «Ho incontrato una persona che, quando mi disperavo perché
Berlusconi aveva vinto le prime elezioni, mi ha detto “E che sarà mai!”. L’ho
sposata, facendomi aiutare ad attraversare la vita senza pesantezza» • «Io
tento sempre di non fare molto, imponendo l’idea scema che un artista non sa e
non deve caricare la lavastoviglie. Mia moglie e mia figlia mi accusano di
maschilismo e hanno ragione, ma io cercherei di non fare niente anche se fossi
femmina. Io non è che deleghi: io scanso. Le mie energie, le metto tutte nel
lavoro. A casa sono disordinato, quando scrivo sono precisissimo» (a Simonetta
Sciandivasci) • «Sono insonne da quando avevo 19 anni, di notte la mia vita è
un tormento: sono attraversato da pensieri, da un coacervo di nevrosi, paure,
dubbi. Mi macerano talmente tanto che la mattina mi sveglio con sollievo e
sento che la giornata sarà migliore» • «La mia squadra da bambino è stata la
Juventus. Io credo di aver tifato prima il Milan, da piccolissimo, perché il
mio idolo era Gianni Rivera, ma poi quando sono diventato più cosciente ho
tifato la Juve per due motivi: tutta la mia famiglia tifava la Juve e mio padre
tifava il Napoli. E anche perché tifare il Napoli significava soffrire e tifare
la Juve significava essere tronfi e vincitori, e credo questa potrebbe essere
stata una delle cose che mi ha convinto. […] Quando la Juve a Perugia perse lo
scudetto, io sentii una specie di distacco e mi accorsi che non mi dispiaceva,
e anzi un po’ mi faceva piacere. E quel giorno non decisi di non essere più
tifoso, ma presi atto che evidentemente non lo ero già più. Poi ero troppo
grande per cominciare a tifare in maniera seria qualche squadra. […] I miei
calciatori preferiti sono stati Rivera, Bettega, un po’ anche Tardelli, e
Platini più di tutti. […] Il calciatore che mi piace di più oggi, perché mi
sembra elegantissimo, fa sempre la cosa giusta, è un lottatore ed è
intelligente, è De Jong del Barcellona». «Meglio il calcio o il basket? Qual
è la differenza per lei? “Non è una domanda a cui possa rispondere. Il
calcio mi piace molto, è uno sport che ho imparato ad amare. Il basket ha a che
fare con la mia famiglia, con il mio Dna. […] Il basket mi appartiene a tal
punto che non mi sono mai chiesto se mi piace. Per quanto riguarda la mia famiglia,
ha fondato la Juvecaserta (si chiama così perché i miei zii erano appunto
tifosi della Juventus), mio padre ne è stato dirigente, i miei zii sono stati
giocatori, allenatori, general manager di quella squadra, e
quindi per noi il basket e la Juvecaserta sono stati qualcosa che ci riguardava
fin da piccoli. Era come andare a scuola, per me. […] Flavio Tranquillo […] ha
detto in tv pubblicamente che io ero il Magic Johnson di Caserta. Magic Johnson
è il mio mito in assoluto”. […] Qual è stata la sua partita migliore,
da giocatore o da allenatore? “La mia partita migliore da giocatore è
una finale di play-off con la Little Basket [altra squadra fondata dai
Piccolo, da cui il nome Little – ndr], perché segnai gli ultimi 11 punti e
fummo promossi; mi ricordo che una mia amica alla fine della partita mi chiese
di darle la maglietta per conservarla”» (Desalvo) • «Piccolo in passato ha
raccontato la sua adesione giovanile al comunismo pur appartenendo a una
famiglia di destra. Ha rivendicato l’appoggio a Walter Veltroni, quando è nato
il Pd, e nel recente passato alla leadership di Matteo Renzi»
(Zincone). Ciononostante, nel maggio 2020, intervistato da Gabriele Fazio per
l’Agi, ha dichiarato: «Se si votasse domani continuerei tristemente,
testardamente, ottusamente, a votare il Pd. […] È comunque il partito con cui
mi identifico di più, in ogni caso» • «“Berlinguer, che aveva avuto il grande
momento da statista con il tentativo di unire il Paese nel compromesso storico,
dopo il suo fallimento aveva lanciato l’alternativa democratica, cioè il
ripiegamento su se stessi con il culto dei valori perduti e il fastidio per il
progresso. Ci aveva così condannati a essere reazionari. […] Ma la colpa, più
che di Berlinguer, è di quanti hanno continuato a interpretare il suo sottrarsi
ai tempi come un’idea virtuosa». «In linea di massima, […] considero l’idea di
sentirsi diversi e migliori il vero cancro della sinistra, uno dei motivi per
cui si è ridotta a quasi niente. Essersi sentiti, come diceva Pier Paolo
Pasolini, un Paese migliore dentro un Paese peggiore, la considero una cosa
inaccettabile. […] Le primarie sono l’altro male assoluto. Hanno distrutto il
partito. La sintesi tra le diverse idee si forma attraverso un processo lungo,
cioè il congresso». «Se la sinistra non impara a coniugare la leggerezza e la
serietà, e quindi a rappresentare davvero tutti, resta elitaria e reazionaria».
«Davvero era meglio prima? Io sono un progressista, credo che oggi sia meglio
di ieri e che il meglio deve ancora venire». «Ho paura a dire “Non mi candiderò
mai”, perché se poi […] dovesse succedere qualcuno potrebbe rinfacciarmelo. Ma
oggi penso che il mio ruolo sia un altro: osservare e cercare di raccontare» •
«In quello che fa e che osserva c’è questo continuo senso di empatia, l’idea di
essere tutti insieme dentro il mondo (“anche dentro il mondo di Berlusconi”),
alla pari con gli avversari politici: i centri commerciali, i villaggi vacanze,
la televisione trash, l’Ikea, Domenica in, la morbosità delle
intercettazioni, Beautiful, il sesso dentro le cose politiche.
“Sono arrivato al liceo nel 1978, quando era appena finito tutto, un minuto
dopo che avevano chiuso le porte, per questo ho sempre vissuto la politica con
un’aria postuma: ho letto tutto il leggibile su quello che non ho visto, ma
resto un provinciale meridionale degli anni Ottanta”. Da provinciale
meridionale non disgustato del mondo, […] gli viene naturale smascherare lo
snobismo e il perbenismo, l’attitudine a provare orrore e senso di superiore
distanza per i comportamenti altrui della sinistra chic. “L’ho anche scritto
sull’Unità: non mi posso dimenticare che il settimanale di resistenza umana che
ho tanto amato, Cuore, nell’ultima pagina faceva una classifica delle cento
cose per cui vale la pena vivere. Questi italiani evolutissimi di sinistra che
facevano resistenza umana votavano ogni settimana, al primo posto, la fica.
Siamo diversi nel voto politico, ma non nelle ossessioni: il maschilismo
atavico e spaventoso che si imputa a quelli di destra non è diverso dal maschilismo
atavico e spaventoso di quelli di sinistra: […] sarebbe il momento di
accettarlo”» (Benini) • «Uno scrittore che sta attento ai conformismi
culturali, ovvero a non far male e non pescare la parte peggiore di sé, non è
uno scrittore fino in fondo. […] L’idea di raccontare il mondo come dovrebbe
essere, con le sue virtù umanitarie e la nettissima divisione fra ciò che
bisogna fare e ciò che è proibito, dal punto di vista letterario non mi
interessa. […] Io non sono contro la letteratura che cambia il mondo, ma sono
contro chi scrive letteratura con l’intenzione di cambiarlo, questo mondo. […]
L’indignazione è l’espressione di un pensiero già condivisibile. Questa cosa
qui, che dal punto di vista di un cittadino è più che degna, per uno scrittore
non è accettabile: uno scrittore deve pensare prima di tutto per sé stesso,
quindi far pensare agli altri, delle idee che fino a quel momento non erano
condivise in maniera lucida da tutti. Da molti anni, invece, in Italia si
esprimono pensieri banalissimi spacciati per qualcosa di importante: una
perdita di energia vitale per scrivere qualcosa di utile, in poche parole». «La
superficialità non è un valore se non sta accanto alla profondità, ma se
l’affianca è legittimata a stare al mondo. Noi tendiamo a scacciarla, a darle
un’accezione talmente negativa da provare vergogna nell’essere superficiali, ma
io credo fortemente che anche attraverso la superficialità si viva il mondo, lo
si comprenda». «I primitivi rischiavano la vita per procurarsi il cibo, ma
anche per cercare i coralli. L’essere umano è così: un miscuglio di profondità
e superficialità. Sono due aspetti che in genere convivono». «Quando scrivo
sono molto molto molto impermeabile al ruolo sociale che avrà il libro e
all’interazione che avrà con l’attualità. Io devo raccontare» • «Sono di quelli
che hanno paura che la psicoanalisi possa sottrarre qualcosa a questo modo di
affrontare i libri. Credo che tutti i “grumi” di una persona che scrive questo
tipo di libri debbano essere affrontati nei libri. Forse ho torto, ma sento
che, quando ho cose irrisolte, non devo risolverle: devo scriverle». «“Quando
ho scritto La separazione del maschio e L’animale che
mi porto dentro mi sono occupato di qualcosa che mi interessava a
fondo, e l’ho fatto condannandomi e assolvendomi. Lo sguardo che gli altri ti
impongono di avere, d’altra parte, è sempre uno solo: se parli della
bestialità, devi condannarla. E invece no: a me interessa dire che sono così,
non vorrei essere così, ma mi piace essere così, o almeno non mi dispiace del
tutto”. […] Le capita di litigare con le donne per quello che scrive? “Naturalmente
sì. Per molte però L’animale ha risposto a una loro richiesta
precisa: gli uomini devono raccontarsi. Il problema è che ci sono alcune donne
che dicono che gli uomini devono raccontarsi ed essere così come loro
desiderano che siano gli uomini”. […] “Il #metoo è l’esempio perfetto: siccome
la causa è giusta, allora chi la sostiene diventa intoccabile, viene esonerato
dalle considerazioni più complesse, va sostenuto e basta”» (Sciandivasci).
«Stare al mondo è molto più complicato che stare semplicemente dalla parte del
torto o della ragione» • «Se uno fa il mio lavoro non può mai pensare a chi si
offende, o prova dolore. Non è bello da dire, ma è così. E, soprattutto: nulla
della propria vita è rintracciabile in modo meccanico nei libri. Prendi pezzi
veri e li mischi col falso, rubi qualcosa agli altri e te lo attribuisci. È la
libertà da cui nasce l’egocentrismo e la spietatezza: è il tentativo di essere
follemente sinceri, ma soprattutto è letteratura» • «La scrittura è una
combinazione originale di sacra devozione e mentalità da impiegato di concetto.
[…] Io credo infatti che, così come si va a lavorare ogni giorno, e per forza,
allo stesso modo ci si debba comportare con la scrittura, anche ritagliandosi
uno spazio parziale, piccolo, ma quotidiano, […] perché, casomai, se non lo hai
intuito da solo, […] lo capisci lì dentro, dentro quella costanza, che è questo
il vero modo di scrivere, ed è lì dentro che capisci che la scrittura non è
inventare qualcosa, ma lavorare su qualcosa, fare in modo che l’invenzione
lavorata si compia, divenga qualcosa di sostanziale» • «Hai riti particolari
legati alla scrittura? “Mi sveglio alle cinque e mezzo, leggo,
accompagno mio figlio Andrea a scuola e poi scrivo all’incirca tutto il
giorno”. Prendi appunti su un quadernone, sullo smartphone…? “Su
fogli sparsi. Ma ormai faccio quasi tutto a computer. Per i romanzi, procedo
così: accumulo idee e le divido per argomento in grossi file. Butto
dentro letture, spunti… Quando mi accorgo che sto cominciando ad accumulare
materiale soprattutto su un unico argomento, capisco che è arrivato il momento
di cominciare il libro”. Ti rileggi gli appunti e parti? “No.
Per me non esiste la pagina bianca. Entro nel file, che è un caos con mille
cose dentro, mi ci immergo e il libro comincia a costruirsi, si lima, si
ripulisce, si monta. Insomma, vive”» (Zincone) • «Il mio problema è che io
penso poco alla mia vita: penso di più ai libri. […] Io passo attraverso crisi,
euforie, lutti come quello di mio padre, […] passo attraverso eccitazioni,
giornate bellissime con i figli, passo attraverso la tensione verso i figli
quando si ha paura che stiano soffrendo, e però sempre, nel giorno del dolore
grande e nel giorno della grande felicità, io comunque mi siedo e scrivo. Così
è strutturata la mia vita, e nulla riesce ad abbattermi su questo». «Io dentro
di me ho un padrone che mi dà ordini, e uno degli ordini è: se tu fai tutto
quello che avevi detto di fare puoi ascoltare la musica, altrimenti no. Fino a
quando non finisco tutto non posso ascoltare Renato Zero. Solo che poi tutto
questo mi porta a impazzire, e non ascolto semplicemente Renato Zero, ma faccio
Renato Zero nel mio studio da solo con il microfono in mano come gli
adolescenti, perché mi devo sfogare di questa liberazione. Questo è il mio
sistema di vita, si basa sulla rinuncia. […] Sono diventato una persona
saldamente rinunciataria rispetto a tanti piaceri della vita, perché il mio
piacere è quello: lavorare. […] Io apro gli occhi e lo scrivere mi ha preso
già, e lo porto con me finché chiudo gli occhi la notte, ma essendo un insonne
lo scrivere mi prende pure durante la notte. Da una parte lo sento padrone e
vorrei un po’ abbandonarlo, vorrei rilassarmi, ma dall’altra parte ci sono
aggrappato completamente, non riuscirei a vivere in nessun altro modo». «Faccio
lunghi elenchi di cose da fare, in cui metto tutto: quello che devo scrivere,
leggere, le persone a cui devo telefonare, posso scrivere anche “volere più
bene a…”, perché io mi do un compito per tutto, devo organizzare la mia vita in
modo da riuscire sempre a sapere quello che faccio e quello che non faccio,
metto a nudo la mia schizofrenia, in questi compiti settimanali e mensili metto
anche di andare avanti con gli appunti di un libro che non so nemmeno se
scriverò e se lo scriverò lo scriverò fra dieci anni, perché sento che devo
portare avanti insieme tutti i carrarmartini del Risiko. Insomma, il mio
dittatore è anche il mio gioco preferito». «So benissimo che io dentro questo
mondo interiore sono vivo, ma non so bene, a guardarmi da fuori, se lo sono
anche per gli altri: la mia famiglia, gli amici, le persone che mi stanno
vicino. Mi sento sempre insufficiente come padre e insufficiente come marito,
ho sempre l’impressione che si chiedano se ci sono veramente, se sono almeno un
po’ affidabile: non so se sia un difetto professionale o un difetto
esistenziale. So di avere questo cubetto di ghiaccio nel cuore, come ha scritto
Graham Greene, che davanti a ogni cosa e a ogni persona e a ogni situazione mi
fa dire soprattutto: scrivi». «Tutte le cose che nella vita non so fare, non so
esprimere, credo di poter provare a esprimerle attraverso i libri. Se non ho
espresso abbastanza amore verso mio padre credo di averlo risolto attraverso
delle cose che ho scritto nei libri: faccio finta di non sapere che questo non
vale. Dovrebbe valere la vita, ma che ci posso fare?» • «“Soffro tantissimo […]
quando esce un film a cui ho lavorato: sono a casa sul divano e intanto mi
immagino tutta la gente al cinema che non si diverte o che pensa ‘Che brutto
film’, e mi sento in colpa”. Quando esce un suo libro si tormenta meno, “perché
l’accoglienza scivola più morbida: ci vuole tempo, lo compri o non lo compri,
lo leggi a casa tua, magari pensi che sono un cretino ma lo trovo meno
doloroso, perché critichi soltanto me”» (Benini) • «Francesco Piccolo ha
un’anima pop, è un surfista della modernità. Si muove con disinvoltura tra
romanzi, cinema, televisione e nei suoi libri racconta la vita senza assoluti,
quella fatta di compromessi e piena di difetti. […] Dopo
l’incoronazione si sente ancora pop? “Spero fortemente di essere un
autore pop. È la mia storia. Mi piacciono i centri commerciali, le multisale,
Sanremo. E mi è piaciuto anche partecipare allo Strega”» (De Santis). «Lo
sceneggiatore del film più brutto di Nanni Moretti (Il caimano) e del
film meno bello di Paolo Virzì (My name is Tanino)» (Camillo Langone) •
«Nel tempo ho imparato ad avere un rapporto con le recensioni, belle o brutte
che siano, ma anche con gli attacchi personali, molto temperato. […] Io né mi
avvilisco né esulto. Non è che pensi che questa roba non sia importante, anzi è
importantissima nella vita di uno scrittore. Non ritengo trascurabili le recensioni
o i pensieri degli altri sulle mie cose. Però ho imparato a riconoscere le cose
sensate da quelle insensate. […] Credo che a questa abitudine mi abbiano
portato il cinema e la televisione, che hanno moltiplicato l’esposizione, e mi
hanno portato dei giudizi che oscillavano tra il genio e il cretino: e allora
capisci che non sei né l’uno né l’altro, e che le cose le devi prendere per
come arrivano» • «Chi sono i tuoi modelli? “Non vorrei sembrare
presuntuoso dicendo Ennio Flaiano. Anche lui scriveva per il cinema e per la
letteratura”. E anche lui somigliava fisicamente a un orso. “È
vero. C’è qualcosa …”. […] Di Flaiano ti manca il veleno. “Io
sono contento, lui era disperato”. Lui scriveva poco, tu sei
incontinente: non è facile immaginare un Sanremo di Flaiano. “E chi
può dirlo?”» (Merlo) • «La mia vera felicità corrisponde a quando ho pubblicato
un libro e le porte si richiudono per cominciare a scrivere qualcosa di nuovo.
Stare da solo immerso nella scrittura per anni è il mio vero momento di felicità».
«“Sono molto legato a tutto quello che ho scritto, ma non provo un sentimento
specifico: sono affezionato nel ricordo, ma non ci penso mai. Sia con i libri,
sia con i film. Penso sempre al ‘dopo’, mi concentro sul futuro: devo avere
sempre qualche progetto in cantiere”. […] È rimasto qualcosa del suo
sguardo da provinciale. “Tutto. L’essere scrittore e l’essere
provinciale per me coincidono. Ho proprio un atteggiamento provinciale. Lo
stato mentale del provinciale, non lo perdi mai: quello è il tuo punto di
vista, da lì nasce la tua visione”» (D’Alessio). «Ha vinto lo Strega e […]
il David di Donatello come sceneggiatore per Il traditore di
Bellocchio. Come mai insiste a raccontarsi come uno qualsiasi? “Il
problema è come ci si sente. Io continuo a sentirmi come uno di Caserta che da
un momento all’altro può essere rispedito da dove è venuto. So che potrebbe
risultare insincero, ma è vero. Nell’Animale che mi porto dentro ho
cercato di affrontare l’altro me stesso, quello che si sente stocazzo: in
realtà non riesco a staccarmi dalla mia immagine di ragazzo di provincia.
Lavoro ossessivamente, ho consapevolezza di quello che ho fatto, ma in fondo mi
pare ancora di essere un intruso”» (De Santis).



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