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giovedì 27 febbraio 2025

 

QUARTA PAGINA
«Io sono come i giapponesi:
osservo, imparo, copio»
Daniela Santanchè
Santanchè
di Pino Corrias
Il Fatto Quotidiano
Dunque devono essersi divisi il lavoro per coprire il vuoto d’aria di Giorgia. Lollobrigida Francesco, l’ex cognato all’acqua potabile, per farci ridere. Bau Bau Montarulli per renderci compassionevoli verso chi non ce la fa. Dany Santanchè, regina del me-ne-frego, per elettrizzarci di rabbia con il suo tono di voce sprezzante e di ammirazione per il suo fegato capiente quanto una delle sue numerose borse Hermès, che speriamo le valgano almeno un rimborso spese per tanta pubblicità controfattuale. L’arco costituzionale delle emozioni è al gran completo. Compreso l’ultimo soprassalto offerto dall’aula parlamentare tornata ai fasti sordi e grigi di Ruby nipote di Mubarak, ora che ha votato piena fiducia alla Santa ministra del Turismo – 236 sì, 134 no – che da una trentina d’anni passeggia sull’intero corpo sociale della nazione senza mai sfilarsi il tacco dodici: soffrite, disgraziati che siete, guardatemi e soffrite.
E in effetti, soffrendo per noi e per lei, la guardiamo e la raccontiamo dai tempi in cui scalava poltrone, divani, potere, dopo essersi scrollata di dosso la polvere della natia Cuneo – famiglia Garnero, anno 1961, babbo autotrasportatore – insieme a quell’altro bellimbusto di Flavio Briatore, suo socio d’avventura, anche lui impaziente di rotolarsi sulle pianure del jet-set, coltivare soldi, umiliare i perdenti, detestare la sintassi e i comunisti.
«Sì, io sono quella del Twiga, quella del Billionaire», ha detto l’altro giorno in aula, vestita come fosse una regina Rom, avvolta in stracci costosissimi, guardando con massimo disprezzo la platea di pallidi borghesucci scandalizzati dalla sua trionfante libertà di essere, esistere, spendere.
Ce la ricordiamo dagli albori, Daniela. Comparsa in Costa Smeralda con il suo primo marito, Paolo Santanchè, un chirurgo plastico che girava a bordo di un motoscafone chiamato “Bisturi”, scappato di lì a breve con il salvacondotto della Sacra Rota in tasca, lasciandole in eredità il cognome. Di nuovo libera, Dany navigò a piacer suo Milano nella piena luce degli anni Ottanta: «Io sono come i giapponesi: osservo, imparo, copio», fino a guadagnarsi la fama e il nome di Pitonessa. Prima mezza democristiana, poi mezza leghista e persino dipietrista, per poi virare verso i velluti di villa Berlusconi, sgomitante, arrembante, passando per le cure di Denis Verdini, altro campione della politica “sangue e merda” (copy Rino Formica) fino alla svolta (per ora) finale, la corte smandrappata di Giorgia Meloni, sempre scortata dal suo inseparabile scudiero, Ignazio La Russa, con cui per anni ha condiviso gli afrori notturni del Gilda, discoteca del generone romano, con aggregati di pupe a caccia di un po’ di champagne e di una dote.
Per farsi memorabile condusse una battaglia senza quartiere contro l’Islam, insultando le donne velate, molestandone una in diretta tv: «Rivendico con orgoglio di essere fascista e di volere cacciare a pedate i clandestini». Tutto per conquistarsi l’Alfa con lampeggiante blu e la scorta armata che fanno curriculum specialmente tra i gonzi dei salotti.
Evolve nel business, ramo farmaceutici, editoria, bio food, sposando l’imprenditore Caio Mazzaro. Vuole un figlio. Lo ottiene. Vuole l’impresa, fonda Visibilia che è comunicazione, giornali, mondanità, debiti che vanno e vengono. Soprattutto si accumulano, viste le inchieste per falso in bilancio e truffa aggravata all’Inps, ora arrivate al rendiconto dei processi.
Con Ignazio passa dal tempo libero alla politica, risciacquandosi con l’acqua di Fiuggi, dove la fiamma missina diventa Alleanza nazionale. Nel 2001 entra alla Camera dei deputati, adora Gianfranco Fini, ricambiata. Il suo secondo mentore è Luigi Bisignani, piduista in quota Gianni Letta, che la affida a Paolo Cirino Pomicino, un veterano dell’algebra economica, che proverà a insegnarle, inascoltato, la differenza tra le somme e le sottrazioni nei bilanci e che a consuntivo dirà: «Daniela è ammalata di potere, non di politica. E non conosce vergogna».
Anche il secondo marito dilegua, eclissandosi con Rita Rusić che ha appena rottamato Vittorio Cecchi Gori, il produttore. I rotocalchi e la tv la adorano perché erutta fiamme e garantisce ascolti. Odia le zecche rosse. Mostra il dito medio agli studenti in sciopero. Disprezza le «femministe dalla penna rossa». Esibisce la casa di quattro piani a Milano, la villa a Marina di Pietrasanta e quella a Cortina. Indossa gioielli e pellicce con l’aria di sentirsi plasticamente irresistibile: «Le donne sognano me o Rosy Bindi?».
Il terzo compagno è un tale Dimitri Kunz d’Asburgo che di mestiere fa il mago immobiliare, visto che il 12 gennaio 2023, a Forte dei Marmi, davanti al notaio compra alle ore 9:20 la villa del compianto Francesco Alberoni per 2,45 milioni di euro e 58 minuti più tardi, alle 10.18, la rivende a 3,45 milioni di euro per poi brindare al milione appena guadagnato con la partner dell’affarone, la signora Laura De Cicco, che poi sarebbe la fortunata moglie di Ignazio La Russa, incidentalmente diventato presidente del Senato. Embè?
La Santa dice di non saperne niente, non sono spiccioli di cui si occupa. E meno male, visto che tutti quelli che si è lasciata alle spalle, sette anni di rendiconti falsificati nei bilanci di Visibilia, secondo il Tribunale di Milano, più un passivo di 8,6 milioni in Ki Group, più 126 mila euro incassati dall’Inps senza averne diritto, sono i capisaldi delle accuse di cui dovrà rispondere, vedremo.
Inchieste, reati e processi che fanno vento a lei e a Giorgia che il 22 ottobre 2022 l’ha nominata ministro del Turismo contro il parere di molti, ma specialmente per fare un dispetto a Silvio Berlusconi che quella sdraio l’aveva promessa a Licia Ronzulli, l’infermiera.
In aula, l’altro giorno, Dany ha fatto la vittima. Ha parlato di «toghe politicizzate», di «ergastolo mediatico», di cicatrici «che non si rimargineranno mai», suscitando boati e risate a scena aperta, trattandosi della maggiore specialista di dimissioni altrui, chieste 53 volte a qualunque politico le sia capitato a tiro.
Solo alla fine ha lasciato intendere che sì, forse, chi lo sa, una volta rinviata a giudizio per la truffa all’Inps, quindi allo Stato, bontà sua penserà «in solitudine» alle proprie dimissioni. «E quel giorno – ha scandito – prevarrà il cuore sulla ragione». Fino ad allora non se ne parla, sono avvertiti i custodi dell’etica istituzionale, i cardiologi della politica e persino noi, vittime involontarie dei suoi tacchi.
Pino Corrias
QUINTA PAGINA
«La mia preferenza va alle sintesi,
alle forme concise,
alle iscrizioni funerarie
dell’Antologia»
Emil Cioran
Riassunto
di Paolo Di Stefano
Corriere della sera
Nell’ottobre 1982, sull’Espresso, Umberto Eco scrisse un elogio del riassunto. Riteneva che fosse più importante farlo che leggerlo, perché: «Fare riassunti insegna a condensare le idee. In altre parole insegna a scrivere». E a pensare. Per questo, il riassunto, come lo studio a memoria, sarebbe da esercitare a scuola. L’elogio di Eco era la premessa a una raccolta di dodici riassunti (in non più di 15 righe) di altrettanti capolavori della letteratura. E ora quell’antologia (con la premessa di Eco) viene riproposta da Henry Beyle, con acquerelli e acqueforti di Tullio Pericoli. A quel «gioco», riassumendo il Robinson Crusoe di Defoe, partecipò anche Italo Calvino. Il quale qualche giorno dopo, sulla Repubblica, ritornò sull’argomento per dire la sua sulle prove dei colleghi, che erano: Giovanni Mariotti (sulla Divina commedia), Luigi Malerba (Orlando furioso), Ruggero Guarini (Le affinità elettive), Giovanni Giudici (David Copperfield), Attilio Bertolucci (La certosa di Parma), Giovanni Raboni (La recherche), Piero Chiara (I promessi sposi), Cesare Garboli (I miserabili), lo stesso Eco (Ulisse di Joyce), Alberto Arbasino (Madame Bovary), Alberto Moravia (Delitto e castigo). Calvino promuoveva, oltre a sé stesso, il tentativo di Garboli. Che cosa intendeva Calvino quando parlava del riassunto? Il riassunto, secondo lui, presuppone un atto critico (di selezione) ma non è un saggio critico né un commento. Inoltre, nel sintetizzare la trama del libro da riassumere, il riassunto deve almeno evocarne «l’atmosfera stilistica». Calvino tentò di farlo in 1.284 battute (spazi inclusi) con Robinson, sforzandosi di mimare, per esempio, l’elencazione, l’attenzione al dettaglio e la concretezza di Defoe. Certo, sarebbe stata una follia per Raboni tentare la stessa operazione con la sterminata opera di Proust, riassunta eroicamente in 865 battute (sempre spazi inclusi). Chiara ha fatto una sintesi perfetta, senza però accennare allo stile di Manzoni. Moravia ha inserito il riassunto (impeccabile) in un mini-saggio, Malerba ha giocato, Mariotti anche. Arbasino ha voluto arbasineggiare, ma trascurando Flaubert. Il buon riassunto esige di andare all’essenziale, dunque impone di evitare le allusioni e le divagazioni. Per molti scrittori e/o critici il riassunto è quasi una psicoterapia per tenere a freno l’io debordante. Non poco.
Paolo Di Stefano
Un libro
a cura di Simone Furfaro
Tutti i giornali (più o meno)
Carlos García Gual, Breve apologia del romanzo storico, Graphe.it. «La questione del romanzo storico e della sua plausibilità è annosa. […] Carlos García Gual […] la pone in termini chiari e difficilmente contestabili. Sentite qua: “Il romanzo storico ha una reputazione notoriamente negativa sia tra i critici letterari che tra gli storici”. E poi: “Entrambi tendono a rimproverargli di essere un genere bastardo e ambiguo, nato dalla mescolanza o dalla combinazione (in formule variabili) di cronaca storica e finzione romanzesca”. Se gli storici non accettano di questo genere letterario il fatto di “non limitarsi a raccontare il passato attestato come vero”, i critici, invece, non sembrano tollerare che “il racconto di finzione” sia “basato sull’impalcatura della storia”. Carlos García Gual non ha dubbi: “I rimproveri sono giustificati, ma non per questo giusti”. […] Non è difficile trovare argomenti a sua giustificazione. Scrive Carlos García Gual: “Questo deve essere il primo punto della nostra difesa: il romanzo storico è finzione”. C’è poi un altro aspetto: si tratta d’un genere nato in simultanea con l’affermarsi delle nuove coscienze nazionali, per un’ascesa che ancora continua in vari Paesi dell’America Latina. Il romanziere poi gode di “una libertà di narrazione e di evocazione” che lo storico non può avere. Questo gli consente di “presentare come protagonisti persone comuni”, concentrandosi anche sulla loro vita privata: “di qui la grande importanza non solo delle vicende, ma anche della descrizione degli ambienti”. Ma c’è un’altra caratteristica che pone il romanziere in una condizione diversa da quella dello storico: se quest’ultimo “assume la posizione di testimone e critico imparziale, di osservatore onnisciente”, il romanziere rimane invece “più soggettivo” e “gode di grande libertà nel dare la parola a un personaggio o a un altro”. […] Dovremmo parlare poi del fatto che, a differenza dello storico, il romanziere “può dare voce ai vinti e agli emarginati per fornire un’altra versione degli eventi”. […] La libertà del romanziere di favoleggiare gli permette di “passare dallo spettacolare all’intimo, di trascendere i dati e di scavare nell’interiorità dei personaggi storici”, in un continuo esercizio di immaginazione. […] Resta certo un piccolo libro questo di Carlos García Gual: ma densissimo» [Massimo Onofri, Avvenire 27/2/2025].

Gli altri titoli recensiti. Gli asterischi segnalano i libri di cui Anteprima s’è già occupata.
• Beatrice Benicchi, Non per cattiveria, Gramma Feltrinelli [Ilaria Zaffino, la Repubblica 27/2/2025].
• Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, Einaudi [Claudio Amicantonio, Avvenire 27/2/2025]*.
SF

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