l Caffè di Gramellini
Non sapevo che stesse morendoC’è un corpo agonizzante per le strade di Torino, quello di Davide, un ragazzo caduto dalla bici in piena notte, probabilmente a causa di un malore. La telecamera posta all’incrocio riprende le tre reazioni tipiche dell’animo umano davanti a una persona sofferente e indifesa: indifferenza, cupidigia e cura. La prima auto, una jeep, non si accorge proprio di Davide e gli passa sopra. «Credevo fosse un dosso» dirà poi il guidatore. La seconda invece si ferma. Scendono due torinesi di vent’anni, si avvicinano a Davide, lo toccano per sincerarsi che non sia in grado di difendersi e poi rovistano nelle tasche finché non trovano il portafogli. Dopo averglielo preso, risalgono in macchina e sgommano via. Uno di loro, rintracciato grazie alla targa, si è giustificato così: «Non sapevo che stesse morendo». E nemmeno sembra attraversarlo il dubbio (e la vergogna) che derubare un ferito grave senza soccorrerlo sia quasi peggio che rapinare un sano o saccheggiare un cadavere.
È ormai l’alba quando sul posto si fermano un’altra auto e un furgone, guidati rispettivamente da Luca e Kelvin, che ha lavorato tutta la notte. Sono loro che prestano a Davide i primi soccorsi e chiamano l’ambulanza. Ai cronisti curiosi di sapere da quale serbatoio in disuso avessero attinto quelle riserve di umanità, entrambi i ragazzi hanno risposto che si trattava di «un dovere morale». Ed era talmente tanto tempo che non sentivo più risuonare la parola «dovere» che, vi giuro, mi è venuto da piangere.
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