1️⃣ PEZZO PER CRONACHE
Malagiustizia, carriere, archiviazioni: quarant’anni dopo il caso simbolo
Enzo Tortora, dall’alba al Plaza all’assoluzione: la storia che nessuno ha pagato di Ferdinando Terlizzi
SOMMARIO
Il 17 giugno 1983 è ancora buio quando Enzo Tortora viene arrestato all’Hotel Plaza di Roma. Le accuse sono devastanti: associazione camorristica e traffico di droga. Il volto rassicurante di “Portobello” diventa, nell’arco di poche ore, il simbolo di una presunta collusione tra spettacolo e criminalità organizzata.
Il blitz è firmato dal procuratore Felice Di Persia. Con lui, Lucio Di Pietro. L’istruttoria è affidata al giudice Giorgio Fontana. L’impianto accusatorio poggia quasi esclusivamente sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, in particolare Gianni Melluso, detto “il bello”. Secondo Melluso, Tortora sarebbe stato referente del clan per lo spaccio e destinatario di somme di denaro.
È l’epoca del trionfo del pentitismo giudiziario. La parola del collaboratore pesa più dei riscontri. I dubbi vengono accantonati in nome dell’urgenza repressiva.
Durante un interrogatorio, Fontana suggerisce a Tortora: «Lo dica che usava droga… non è mica un reato». Gli vengono negati gli arresti domiciliari nonostante le condizioni di salute, per la “pericolosità dell’imputato”. La custodia cautelare si trasforma in una pena anticipata.
Nel 1984 Tortora viene eletto al Parlamento europeo nelle liste radicali. Rinuncia all’immunità per affrontare il processo. È una scelta politica ma anche morale: difendersi da cittadino.
Il primo grado, celebrato a Napoli, si chiude nel 1985 con una condanna a dieci anni. Il pubblico ministero Diego Marmo lo definisce «cinico mercante di morte» e insinua che l’elezione europea sia frutto dei «voti della camorra». Le prove restano deboli, fondate su racconti contraddittori. Ma la sentenza arriva.
In appello l’impianto crolla. Le dichiarazioni dei pentiti si rivelano inattendibili. I riscontri non esistono. Emergono errori macroscopici, perfino casi di omonimia. Il 15 settembre 1986 Tortora viene assolto con formula piena. Il giudice Michele Morello, presidente del collegio, pronuncia una frase che farà discutere: «Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto». Per quella dichiarazione finirà sotto procedimento disciplinare, poi estinto per prescrizione.
Nel 1989 il Consiglio Superiore della Magistratura archivia ogni accusa verso i magistrati del caso. Solo poche voci dissenzienti, tra cui quella di Giancarlo Caselli, parlano di “sciatteria” e “gravi omissioni”. Le ispezioni volute dal ministro Giuliano Vassalli non producono sanzioni.
Le carriere proseguono. Di Persia diventa procuratore capo e membro del Csm. Di Pietro procuratore generale e poi aggiunto alla Direzione nazionale antimafia. Luigi Sansone presidente di sezione in Cassazione. Diego Marmo procuratore capo a Torre Annunziata e, nel 2014, assessore alla legalità a Pompei. Orazio Dente Gattola presidente di sezione. Angelo Spirito in Cassazione. Giorgio Fontana si dimette e diventa avvocato a Napoli, difendendo anche Melluso.
Nessuna toga ufficialmente sbaglia.
Nel 1987 Tortora torna a condurre “Portobello”. L’ingresso in studio è un rito civile. Applausi, commozione, riabilitazione simbolica. Ma il corpo è minato dalla malattia. Il 18 maggio 1988 muore per un tumore ai polmoni.
La sua vicenda resta il paradigma dell’errore giudiziario italiano: uso esclusivo di dichiarazioni non riscontrate, custodia cautelare sproporzionata, esposizione mediatica devastante, assenza di responsabilità disciplinare. Il sistema si è difeso. L’uomo no.
Quarant’anni dopo, la domanda è la stessa: se nessuno ha sbagliato, come è potuto accadere?
2️⃣ SCHEDA MANUALE
Per Il mestiere della cronaca giudiziaria
Caso Tortora: paradigma di errore investigativo e tunnel vision
1. Il contesto
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Arresto (1983) per associazione camorristica e traffico di droga.
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Accuse fondate prevalentemente su dichiarazioni di pentiti.
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Forte clima emergenziale e centralità del collaboratore di giustizia.
2. Indicatori di tunnel vision
3. Lezioni per il cronista giudiziario
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Non confondere ipotesi accusatoria con verità processuale.
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Distinguere tra dichiarazioni e prove.
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Analizzare sempre i riscontri indipendenti.
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Verificare eventuali errori di omonimia o incongruenze formali.
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Evitare titoli colpevolisti in fase cautelare.
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Seguire il processo fino alla fine: l’appello cambia spesso il quadro.
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Monitorare gli esiti disciplinari e istituzionali post-assoluzione.
4. Concetto chiave
Tunnel vision investigativa: processo cognitivo per cui investigatori e pubblici ministeri selezionano solo gli elementi coerenti con la tesi accusatoria iniziale, ignorando dati dissonanti.
Il caso Tortora resta manuale di studio per comprendere:
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rischio epistemologico del pentitismo non corroborato;
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fragilità dei sistemi di controllo disciplinare;
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responsabilità etica del cronista nel raccontare accuse non definitive.





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