Il caso Pelicot: la Francia sotto choc, il processo che interroga l’Europa di Ferdinando Terlizzi
1) Il fatto
Per quasi dieci anni, tra il 2011 e il 2020, Dominique Pelicot ha somministrato alla moglie Gisèle Pelicot potenti sedativi e ansiolitici, riducendola in stato di incoscienza. In quelle condizioni, secondo l’accusa, l’uomo avrebbe invitato decine di uomini conosciuti online a violentarla nell’abitazione coniugale di Mazan, nel Vaucluse.
Il meccanismo è stato scoperto quasi per caso nel 2020, quando Pelicot venne fermato per aver filmato sotto le gonne di alcune donne in un supermercato. La perquisizione del computer portò alla scoperta di centinaia di video e fotografie che documentavano gli abusi sistematici.
Il dato che ha sconvolto l’opinione pubblica francese è la serialità e la “normalizzazione domestica” del crimine: non un delitto d’impeto, ma un disegno reiterato, pianificato, organizzato con metodo.
2) Il processo
Il procedimento si è celebrato davanti al Tribunal judiciaire di Avignone, con un numero elevatissimo di imputati: oltre cinquanta uomini identificati grazie alle immagini e alle tracce informatiche.
Le imputazioni principali:
stupro aggravato,
complicità,
somministrazione di sostanze atte a ridurre la vittima in stato di incoscienza,
produzione e detenzione di materiale video degli abusi.
Elemento centrale del dibattimento è stato il consenso: la difesa di alcuni coimputati ha sostenuto di non sapere che la donna fosse drogata; l’accusa ha replicato evidenziando lo stato di incoscienza evidente nei filmati.
Dal punto di vista tecnico-probatorio, il processo ha mostrato la forza dell’evidenza digitale: video, chat, tracciamenti IP, cronologia di navigazione. Una lezione anche per il cronista giudiziario: oggi l’archivio informatico vale quanto – e talvolta più – della testimonianza.
3) I protagonisti
Dominique Pelicot, ritenuto l’organizzatore, figura centrale e dominus dell’intero sistema.
Gisèle Pelicot, la vittima, che ha scelto di non chiedere il processo a porte chiuse, rinunciando all’anonimato per dare pubblicità alla vicenda. Una scelta simbolicamente potentissima.
I coimputati, uomini di età e professioni diverse: operai, impiegati, pensionati. Non un “mostro isolato”, ma uno spaccato sociale inquietante.
4) Le condanne
Le sentenze hanno inflitto pene severe all’organizzatore e condanne differenziate agli altri imputati, proporzionate al grado di partecipazione e alla prova della consapevolezza.
Il quadro sanzionatorio, nel sistema francese, ha previsto:
pene detentive elevate per il promotore del sistema,
reclusioni pluriennali per i partecipanti riconosciuti responsabili di stupro,
pene più contenute per chi è stato ritenuto colpevole di reati minori o con attenuanti.
Il messaggio del tribunale è stato netto: la vulnerabilità indotta con sostanze è aggravante piena; l’assenza di consenso non può essere neutralizzata da una pretesa ignoranza colpevole.
5) I commenti
Il caso ha generato un’ondata di indignazione in Francia e nel resto d’Europa. Le associazioni femministe hanno parlato di “processo sistemico” alla cultura dello stupro.
Il presidente francese e numerosi esponenti politici hanno commentato la necessità di:
rafforzare la prevenzione contro la sottomissione chimica,
intensificare l’educazione al consenso,
potenziare il contrasto alla criminalità online.
L’opinione pubblica si è divisa solo marginalmente sui dettagli giuridici; la sostanza morale della vicenda ha trovato consenso trasversale.
6) I risvolti giuridici e sociali
a) Sottomissione chimica
Il processo ha riportato al centro il tema della “chemical submission”, cioè l’uso di psicofarmaci per neutralizzare la volontà della vittima. Un terreno che interroga anche l’ordinamento italiano.
b) Prova digitale
Chat, video, archivi cloud: il processo Pelicot è una lezione contemporanea di criminologia digitale. Senza quei file, probabilmente la verità non sarebbe mai emersa.
c) Responsabilità collettiva
Non un singolo autore, ma una rete. Questo modifica la narrazione: il male non è solo devianza individuale, ma anche complicità sociale.
d) Diritto al processo pubblico
La scelta della vittima di rendere pubblico il dibattimento apre un fronte etico: trasparenza versus tutela della riservatezza.
La centralità del consenso come categoria giuridica e culturale.
Il rischio di banalizzazione del reato attraverso piattaforme digitali.
La forza della prova tecnologica nel disvelare crimini reiterati.
È un processo che, come quelli che io amo raccontare nei miei saggi, supera il fatto di cronaca e diventa specchio di un’epoca.
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