Tutta da leggere l’intervista di Goffredo Buccini a Sergio Cusani, il finanziere condannato nell’inchiesta Mani Pulite, che ha scritto un’autobiografia.
Mani Pulite, cronaca e storia raccontate da Goffredo Buccini
A trent’anni dalle inchieste su Tangentopoli, con Il tempo delle mani pulite (Laterza 2021) Goffredo Buccini ripercorre con gli occhi di un giovane cronista gli eventi che vanno dall’arresto di Mario Chiesa alle dimissioni di Antonio Di Pietro. Anni densi che hanno travolto l’Italia tra attacchi di mafia, attentati nelle città, inchieste giudiziarie, crollo della classe politica, crisi economica e cambi di legge elettorale. Il giornalista del Corriere della Sera guarda in critica alla stagione di Mani Pulite. La cronaca giudiziaria è finita, dicevano i vecchi giornalisti nei primi anni Novanta. Adriano Solazzo del Corriere e Annibale Carenzo dell’ANSA su tutti. Sembrava che il nuovo Codice di Procedura Penale del 1988 avesse cambiato tutto. Il giudice istruttore era stato cancellato e polizia e carabinieri erano diventati occhi e mani del pubblico ministero, scrive Buccini. Che offre un ritratto impietoso della Milano dei primi anni Novanta, affaticata dal peso delle tangenti.
A farla da padroni erano personaggi come l’assessore all’Urbanistica di Paolo Pillitteri, Attilio Schemmari. O Antonio Natali, il padrino politico di Bettino Craxi, presidente della metropolitana milanese, poi incarcerato per tangenti. Buccini fa diversi mea culpa su come vennero riportarti gli eventi; spesso e volentieri con crudezza ed eccessi. «Dall’arresto di Chiesa in avanti abbiamo perso qualcosa di essenziale della nostra funzione, guardando troppo spesso in una sola direzione e non consentendo a tanti lettori moderati e non militanti di formarsi un’opinione davvero indipendente». Buccini racconta che le notizie arrivano da tante fonti. Il consorzio dei giornalisti al Palazzaccio era diviso in Corriere e Giornale contro Repubblica e gli altri. L’autore ricorda i colleghi del tempo. Lavorava a fianco di Peter Gomez, cronista di giudiziaria sotto Indro Montanelli. Seguivano poi i due neristi di Repubblica, Piero Colaprico e Luca Fazzo. Poi Marco Brando dell’Unità e Fabio Poletti di Radio popolare.
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L'ex magistrato Antonio Di Pietro (s) e Gherardo Colombo alla camera ardente allestita al Palazzo di Giustizia per l'ultimo saluto a Francesco Saverio Borrelli, Milano, 22 Luglio 2019. ANSA/FLAVIO LO SCALZO[/caption]Maurizio Losa della RAI, il più anziano tra i giornalisti al Palazzaccio, soprannominato “lo Zio”. E ancora: Filippo Facci dell’Avanti!, Paolo Brosio del TG4, Silvia Brasca e Andrea Pamparana del TG5. Paolo Colonnello del Giorno, Paolo Foschini di Avvenire, Michele Brambilla, corrierista vicino a CL. Ad inchiesta avviata arrivò anche un giornalista dal Messaggero di Roma, uno dei punti di riferimento di Buccini: Alessandro Sallusti. Tutti dirottati alla Procura di Milano allora presieduta da Francesco Saverio Borrelli, figlio d’arte non inviso ai vertici del PSI e con fama di galantuomo. Di tutt’altra pasta era Di Pietro, uomo avvolto da misteri, con un passato da operaio e una laurea tardiva. Poi segretario comunale, dunque poliziotto. Amico di Pillitteri che lo chiamava Ninì. «Le sue carenze umanistiche lo hanno spinto anima e corpo verso la tecnologia». Buccini conobbe Di Pietro nel 1987 nell’ambito dell’inchiesta sulle patenti facili.
Già allora Tonino sgobbava come un mulo nella stanza 254 del Palazzo di Giustizia. Non era ancora nessuno. Fino al 17 febbraio 1992. Il giorno dopo, Ettore Botti mentore di Buccini, gli ordinò di andare al Palazzaccio. «Hanno preso uno grosso, ma chissà se parla». Il “grosso” era Chiesa, il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio colto “con le mani nella marmellata” mentre intascava una tangente da sette milioni. Di Pietro gli stava addosso da quando aveva raccolto delle prove a partire da un caso di diffamazione. Arrestato dal capo dei Carabinieri Roberto Zuliani, il “Kennedy di Quarto Oggiaro” finì al San Vittore. Noto come “Signor dieci per cento” per le tangenti che imponeva su ogni appalto dell’ospizio, rispondeva direttamente al leader del PSI. Aveva anche aiutato Bobo Craxi ad entrare in Consiglio Comunale a Milano. I primi anni Novanta erano i tempi in cui la Lira è sotto attacco.
«I soldi scarseggiano e si sta rompendo il patto tra imprenditoria e politica che ha garantito tangenti e appalti», ricorda Buccini. «Gli italiani si risvegliano impoveriti dalla sbornia di clientelismo assistenziale e debito pubblico degli anni Ottanta». A partire dalle confessioni di Chiesa il sistema politico milanese basato sul rapporto tra imprenditori e politici locali iniziò a collassare. Con Mani Pulite emerse un sistema di tangenti che prevedeva la spartizione delle somme in proporzione al peso elettorale delle forze politiche. 25% alla DC, 25% del PSI, 25% dei partiti minori e 25% al PCI-PDS. L’inchiesta si estese a macchia d’olio su tutta la Lombardia. Quando Laura Sala, ex moglie di Chiesa, in rotta con il marito che lesinava sugli alimenti, rivelò ai pm i conti segreti in Svizzera, tramite il legale Nerio Diodà Di Pietro mandò a dire a Chiesa che «l’acqua minerale è finita».
Si riferiva al fatto che aveva trovato i due conti elvetici, denominati Fiuggi e Levissima. A inizio marzo 1992 Craxi scaricò Chiesa; un “mariuolo”. Scattò la reazione di orgoglio del Presidente della Baggina. Di fronte a Di Pietro e a Italo Ghitti, GIP, parlò del sistema ospedaliero lombardo, delle aziende edili, di manutenzione di forniture. Fece nomi importanti: Giovanni Manzi del PSI, presidente della Sea e Roberto Mongini della DC, vice. Coinvolse anche Epifanio Li Calzi, già sindaco di Cesano Boscone e assessore pidiessino. Chiesa raccontò di avere dato soldi a Carlo Tognoli e a Pillitteri. Il giorno delle elezioni nazionali il Quadripartito aveva ancora la maggioranza in Parlamento, ma la DC scese per la prima volta sotto il 30%. Vennero bocciati nomi quali Guido Carli, Tina Anselmi, Leopoldo Elia, Guido Bodrato, Giacomo Mancini, Emanuele Macaluso, Nino Andreatta e Gianfranco Pasquino. Astensionismo record.

Uno dei primi segnali di insofferenza nei confronti della classe politica. Un segnale di antipolitica era stato dato anche in occasione del referendum di Mario Segni nel 1991 sulla preferenza unica. Nelle elezioni del 1992 si affermarono Umberto Bossi della Lega al Nord e Leoluca Orlando de La Rete al Sud. Nel frattempo, Mani Pulite andava avanti. Borrelli affiancò a Di Pietro Gherardo Colombo – cattolico di sinistra, di famiglia borghese, che aveva scoperto con Giuliano Turone gli elenchi della P2 a Castiglion Fibocchi – e Piercamillo Davigo – raffinato giurista con fama di incorruttibile magistrato, ammirato anche dai missini meneghini quali Riccardo De Corato e Ignazio La Russa. Buccini ricorda che si creò anche un pool di giornalisti, oltre che a quello dei magistrati. «Ci diamo regole semplici. Nessuna notizia sarà occultata ma ciascuna verrà verificata almeno due volte, non avendo l’assillo che un giornale concorrente la pubblichi anzitempo».
Un consorzio che inevitabilmente fece il gioco della piazza in visibilio per l’opera di investigazione dei magistrati. «Di Pietro facci sognare», si diceva sotto il Palazzo di Giustizia. Basilio Rizzo, Nando Dalla Chiesa, Sabina Guzzanti, Gianfranco Fini, appartenenti a sensibilità politiche diverse, espressero coralmente il sostegno per il pm molisano. Alle questioni di corruzione e politica si intrecciarono poi quelle di mafia. Il 23 maggio 1992 ci fu la Strage di Capaci: allora un parlamento ingessato stava cercando di eleggere il successore di Francesco Cossiga al Quirinale. Marco Pannella propose di uscire dall’impasse con Oscar Luigi Scalfaro. Di lì a poco a Palazzo Chigi arrivò Giuliano Amato, braccio destro di Craxi. Si fece strada, nel frattempo, la “dottrina Davigo”. Ovvero, arresto e confessione come elementi necessari per spezzare il vincolo tra tangentisti, politici e imprenditori, scrive Buccini.
Un avviso di garanzia, enfatizzato in maniera sensazionalistica dai giornalisti, suonava come una sentenza preventiva. Ne arrivò una anche al socialista Sergio Moroni e diverse al segretario amministrativo della DC, Severino Citaristi. Scapparono invece Manzi e l’architetto Silvano Larini, vicino a Craxi. «In passato la maggioranza dell’opinione pubblica era assai ostile agli uomini in toga», scrisse Giulio Anselmi, al tempo vicedirettore del Corriere. «L’opinione pubblica ha individuato in Di Pietro e nei suoi colleghi che conducono le inchieste sulle tangenti i vendicatori per anni di soprusi, di corruzione, di inefficienza». Oltre al metodo di far cantare gli imputati al banco finirono anche il concetto di obbligatorietà dell’azione penale e la separazione delle carriere. Elementi che avrebbero fatto polemica negli anni a venire. Nell’inchiesta di Mani Pulite entrarono anche il socialista Gianni De Michelis, ex titolare della Farnesina e Salvatore Ligresti, il Re del mattone.
Su Di Pietro s’iniziarono a fare illazioni in merito ad un presunto torbido passato. Rino Formica disse che Craxi arriva in mano un poker d’assi contro il pm. Che frequentava il socialista Sergio Radaelli e il dc Maurizio Prada, poi arrestati. Il pool finì sotto attacco per il suicidio di Moroni. Il deputato bresciano aveva lasciato al Presidente della Camera Giorgio Napolitano una lettera in cui denunciava il pesante clima mediatico-giudiziario. «Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole». Quello di Moroni non è stato l’unico suicidio durante Mani Pulite.
Il 23 maggio si uccise col gas di scarico dell’auto il funzionario della USL Franco Franchi. Il 18 giugno con un colpo di pistola, l’ex segretario socialista di Lodi Renato Amorese. Destino analogo il 27 luglio per Mario Majocchi, dell’associazione costruttori. Craxi reagì: se la prese con il pool, colpevole di aver «creato un clima infame». Rispose Gerardo D’Ambrosio, vice di Borrelli: «Il clima infame l’hanno creato loro! Noi ci siamo limitati a perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida». Fece eco Davigo: «Le conseguenze dei delitti devono ricadere su chi li ha commessi, non su chi li ha scoperti». Continua Buccini: «In autunno la cronaca giudiziaria passa un po’ in secondo piano dopo sei mesi abbondanti di fuochi d’artificio. L’inchiesta cala, dalle prime pagine torna nelle cronache locali». Alla DC arrivò Mino Martinazzoli; al Corriere Paolo Mieli.
Il 15 dicembre l’ANSA uscì con la notizia attesa da mesi: Craxi raggiunto da un avviso di garanzia. In seguito, si dimise dalla segreteria del PSI dopo quasi diciassette anni. Destino analogo per Claudio Martelli, suo vice e delfino. Craxi rappresentava l’autonomia socialista e la necessità di farsi strada tra DC e PCI, le cosiddette due chiese, negli anni Ottanta. Accusò i magistrati e gli avversari politici di volerlo eliminare dalla scena politica, ribadendo al contempo che tutti erano coinvolti nel sistema delle tangenti. Dopo gli errori del caso di Enzo Tortora, quando si decise di limitare l’uso degli schiavettoni, nel 1993 le manette medievali comparvero attorno ai polsi di Enzo Carra, portavoce di Arnaldo Forlani. «Anche la Gestapo otteneva risultati in questo modo», disse. Nel frattempo, si costituì anche Larini, dopo un anno di latitanza tra viaggi barca a vela e spiagge esotiche.

È attraverso di lui che i finanziamenti illeciti arrivavano in Piazza Duomo, studio del segretario socialista. Larini svelò anche l’esistenza di un conto segreto presso l’UBS di Lugano, numero 633369. Il “Conto Protezione”, su cui anni prima Colombo e Turone erano già incappati perquisendo il covo di Licio Gelli. Mani Pulite stava dissanguando la classe politica nazionale. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso cercò di abbozzare un pacchetto di misure che depenalizzasse il reato di finanziamento illecito: il “colpo di spugna”. «La classe politica responsabile di un sistema di tangenti ha deciso di assolvere sé stessa», disse D’Ambrosio in risposta alla misura, che poi cadde. Da Palermo arrivò il primo avviso di garanzia a Giulio Andreotti per rapporti con la mafia. Anche il segretario del Partito Liberale Renato Altissimo si dimise. Luca Leoni Orsenigo della Lega diede spettacolo alla Camera sventolando un cappio in faccia i colleghi.
L’immagine degna di una rivoluzione di sangue. Il 29 aprile dopo l’ennesimo arrivo di avvisi di garanzia in uscita dal suo alloggio romano al Raphaël di Roma, a Craxi vennero lanciate delle monetine. Il motivo della rabbia popolare era l’assoluzione parlamentare del segretario psi, che costò anche la dimissione dei ministri pidiessini Augusto Barbera, Vincenzo Visco e Luigi Berlinguer e del verde Francesco Rutelli dal neonato governo di Carlo Azeglio Ciampi. Quella sera, a Roma con Craxi, c’era anche l’amico e imprenditore Silvio Berlusconi. Con il fedele Marcello Dell’Utri, il Cavaliere stava intavolando il progetto di creare una nuova creatura politica di fronte alla desertificazione dei partiti tradizionali. Sebbene sembrassero indagati soltanto i partiti moderati dell’arco costituzionale, nel 1993 arrivò anche il turno del PDS. Primo Greganti, era una figura centrale dei meccanismi di finanziamento del partito, ribattezzato “Compagno G”, venne arrestato.
Tuttavia, non parlò e le indagini sui finanziamenti all’ex PCI rimasero su un binario morto. Buccini ricorda come l’estate del 1993 sia stata terrorizzante. Un blackout a Palazzo Chigi fece temere un colpo di Stato in stile sudamericano. Poco prima si tolsero la vita Gabriele Cagliari, già presidente dell’ENI e Raul Gardini, già capo della Ferruzzi. Emerse dunque la “madre di tutte le tangenti”, la mazzetta Enimont. Si aprì così il processo nell’autunno 1993 attorno a Sergio Cusani. «Napoletano, salito a Milano per fare la Bocconi, entrato quasi subito nei giri della finanza che conta, ha mollato la laurea per scalare più in fretta la città rampante del craxismo». Il passaggio all’uninominale scandito dal Mattarellum prevedeva la fine ufficiale del sistema dei partiti.
Nell’ambito del processo sfilarono in tribunale Craxi, Forlani, Martelli, Altissimo, Citaristi, Bossi, Giorgio La Malfa e Paolo Cirino Pomicino. Il processo iniziò il 28 ottobre 1993. Il tribunale era presieduto da Giuseppe Tarantola, intransigente nei confronti della giustizia-spettacolo. Il processo Cusani venne filmato in diretta e si snodò in puntate come una serie tv. La classe politica venne esposta al pubblico ludibrio. In fase di dibattimento Di Pietro si lasciò andare ad intercalari dialettali quali i mitici “pane al pane”, “e vivaddio”, “che c’azzecca?”. A difendere Cusani, il grande antagonista di Tonino, l’avvocato Giuliano Spazzali. «Coltissimo comunista non pentito, già avversario di ceppi e celle dai tempi del processo “7 Aprile” contro Toni Negri e l’Autonomia operaia, già legale militante di Soccorso Rosso», scrive Buccini. Ad eccezione di Craxi, che non perse l’aria di sfida durante l’udienza del processo Enimont, i big della politica naufragarono.
«La posizione di Craxi è la solita: tutti sapevano, ma si trattava e si tratta solo di finanziamento illegale, la politica ha un costo e chi finge di non saperlo è un sepolcro imbiancato». Sul calare del 1993, persisteva la sensazione che il PDS l’avesse fatta franca. Non è così, almeno per la corrente migliorista. Spiega Buccini: «Il PCI ha attinto a fonti di finanziamento estere almeno fino a metà anni Settanta. A differenza degli imprenditori “laici”, i cooperatori […] non hanno parlato al primo tintinnar di manette […] perché motivati […] ideologicamente: e questo ha impedito a Di Pietro […] di risalire troppo la corrente». Il Cavaliere scese in campo nel gennaio 1994. Fece appello ai moderati affinché si unissero contro la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Creò una coalizione al Nord con la Lega e una al Sud con il Movimento Sociale di Fini.
I nove minuti di videomessaggio che iniziarono con il celebre «L’Italia è il paese che amo» andò in onda il 26 gennaio 1994 e cambiò la politica italiana nei trent’anni a venire. Il movimento politico del Cavaliere, Forza Italia, vinse le elezioni. Inaspettatamente, il primo partito, con il 21% dei consensi; la Lega poco sotto al 9 e Fini a quasi il 14%. Il Polo delle Libertà a Nord e quello del Buongoverno a Sud hanno dato i frutti sperati per il Cavaliere. La maggioranza risicata al Senato consente al centrodestra di eleggere presidente a Palazzo Madama Carlo Scognamiglio. Nei primi mesi di governo Bossi fece il diavolo a quattro e non andava d’accordo con gli alleati. Giuseppe Tatarella del MSI suggerì al Cavaliere che Di Pietro sarebbe stato un ottimo ministro degli Interni, ma dietro pressioni di Borrelli, il PM declinò l’offerta.
Con l’arrivo dell’oramai Seconda Repubblica comparvero anche personaggi controversi. Tra cui Cesare Previti, «entrato delle grazie di Berlusconi per avergli fatto acquistare a prezzo stracciato villa San Martino ad Arcore dall’indifesa marchesina Casati Stampa», dirottato da Guardasigilli a ministro della Difesa. Il ministero della Giustizia passò dunque ad Alfredo Biondi. Il vecchio avvocato liberale mise le mani avanti. I giudici di Milano potevano stare tranquilli; «sarò uno dei loro, una sentinella molto attenta in modo che non debbano mai immaginare che ci sia un’interferenza dell’esecutivo o di chiunque nella libertà delle loro decisioni». Nel frattempo, Craxi decise di espatriare ad Hammamet, al riparo dalle indagini giudiziarie. A De Michelis e Martelli erano già stati ritirati i passaporti. L’apice della tensione tra magistratura e politica arrivò il 13 luglio.
Mentre gli italiani guardavano la semifinale dei mondiali contro la Bulgaria, il Consiglio dei ministri passava un decreto-legge che riduceva l’uso della custodia cautelare in carcere per i reati dei colletti bianchi (finanziamento illecito, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta corruzione e concussione). A pronunciarsi contro il decreto, per voce di Di Pietro, in tv il pool spiegò che il “Salvaladri” «non consente più di investigare efficacemente i delitti su cui abbiamo finora investigato». Buccini ricorda qualcosa che nel marasma dell’epoca venne dimenticato. La dichiarazione dei pm «conterrebbe in effetti una clamorosa confessione a sua volta: la conferma che […] l’indagine si è avvalsa e nutrita dell’uso misurato delle manette, senza le quali pare non si riesca a combattere i ladri nel nostro Paese». In seguito, il decreto venne ritirato, ma Berlusconi venne raggiunto dall’avviso di garanzia.
In dicembre, Di Pietro si vide costretto a dimettersi. Bossi ritirò il proprio sostegno a Berlusconi in dicembre. Al governo andò il tecnico Lamberto Dini. Buccini prova a riassumere le occasioni perdute della stagione di Mani Pulite. «La Seconda Repubblica, quella di Berlusconi e di una rivoluzione liberale ridotta a mera rivolta contro le regole a colpi di leggi ad personam, s’è schiantata nel ridicolo […]: la Terza è per ora una mediocre finzione, come finto è anche il passaggio tra l’una e l’altra, che in Paesi seri viene scandito da novità costituzionali». Sarebbe opportuno «smettere di chiedere ai magistrati di supplire alle nostre carenze, invocandone l’intervento salvifico dove non siamo capaci di riformarci come corpo sociale e politico, per poi dolerci delle loro invasioni di campo». Gherardo Colombo (Lettera a un figlio su Mani Pulite) ha rivisto questo aspetto in maniera critica.
«All’inizio delle indagini, le prove coinvolgono persone molto in alto, con cui quasi nessuno si può identificare: il sindaco […], un ministro, un parlamentare. E allora sono tutti concordi nello stigmatizzare comportamenti e individui […]. La gente abbraccia la nostra indagine, quasi mitizzandoci come salvatori della patria. Questo entusiasmo della società civile aiuta ad acquisire le prove […], anche perché chi ha commesso quel tipo di reati sente l’ostilità dell’opinione pubblica ed è portato a collaborare. Via via che l’inchiesta prosegue, però, le prove ci portano a scoprire la corruzione di persone comuni, con le quali non è difficile identificarsi […]. A questo punto una fetta consistente di cittadini comincia a preoccuparsi e a chiedersi: “Ma questi giudici […] vogliono venire a vedere quello che faccio io? Se lo tolgano dalla testa”». Una verità scomoda, che pochi accettano oggi, anche perché questo vorrebbe dire assumersi le proprie responsabilità.

Amedeo Gasparini
Chi è Sergio Cusani? Vediamo gli studi, la carriera e le principali vicende che hanno caratterizzato la vita del finanziere intermediario della tangente Enimont
Sono passati 30 anni dall'inchiesta Mani Pulite che piombò sul mondo politico, imprenditoriale e finanziario. Sergio Cusani fu uno dei grandi protagonisti, che da subito si reputò colpevole del malaffare del nostro Paese. Di lui si diceva che avesse una mente molto raffinata, che fosse riservato fino all’estremo e per questo alla fine pagò anche per altri, scontando in carcere fino all'ultimo la sua pena.
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Il colpevole. Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente, i potenti visti da vicino[/caption]Sergio Cusani: biografia
Sergio Cusani è nato a Napoli il 4 agosto 1949 dal padre Gabriele, che era un ricco imprenditore nell'industria dei metalli non ferrosi. Terminati gli studi superiori, si iscrisse all'Università Luigi Bocconi di Milano, ma non riuscì a conseguire la laurea. Da giovane militò nel Movimento Lavoratori per il Socialismo, un gruppo di estrema sinistra dell'epoca e fu anche coinvolto nell'omicidio di Roberto Franceschi, per cui andò a processo e fu assolto per insufficienza di prove.
Nel frattempo si inserì negli ambienti della Borsa milanese, lavorando per il famoso agente di cambio Aldo Ravelli, che stravedeva per lui considerandolo talento brillante e dalla mente raffinata. Ravelli era amico del padre di Sergio Cusani e i rispettivi figli studiavano insieme alla Bocconi. Un giorno Gabriele Cusani telefonò a Ravelli e gli chiese di prenderlo in ufficio per insegnargli il mestiere.
Da subito il Re Mida della Borsa ne fu colpito. "Avevo piena fiducia in lui, era sveglio, rapido a capire, riservato; in poco tempo aveva conquistato la mia fiducia e quando non ero in ufficio mi sostituiva al meglio" dichiarò in un'intervista al giornalista Fabio Tamburini nel 1995 prima della sua dipartita. Cusani lavorò in quello studio per 10 anni, prima di diventare consulente finanziario della famiglia Ferruzzi, avendo rapporti stretti prima con Serafino Ferruzzi, poi con il genero Raul Gardini e infine con Carlo Sama.
Sergio Cusani: la tangente Enimont
I guai giudiziari per Sergio Cusani iniziarono quando scoppiò lo scandalo della maxi-tangente di 150 miliardi di lire che Raul Gardini pagò a diversi politici per favorire la vendita di Enimont, dopo il fallimento della joint venture tra Montedison di cui era a capo ed ENI, creata proprio da Gardini nel 1988. La partnership tra i due colossi dell'industria italiana durò poco, per via di molte divergenze a livello strategico. Nella joint venture entrambi detenevano una quota del 40%, mentre il 20% era flottante. A un certo punto ENI tentò la scalata cercando di accaparrarsi il 20% delle azioni quotate nel mercato, il che generò il disappunto di Gardini e la decisione di cedere all'ente di Stato la sua parte del 40%.
La tangente pagata ai politici, transitata attraverso lo IOR, la Banca del Vaticano, serviva per agevolare le operazioni di vendita ma richiedeva come contropartita una defiscalizzazione generale delle plusvalenze realizzate con l'attribuzione di parte delle attività a Enimont. L'intermediario che si occupava di far arrivare il denaro ai partiti corrotti era proprio Sergio Cusani.
L'arresto di quest’ultimo avvenuto nel 1993 e il processo che si tenne a Milano condotto dal Pubblico Ministero Antonio Di Pietro fu un autentico terremoto che fece tremare l'intero palazzo della politica italiana. Furono molti i personaggi di spicco coinvolti e accusati di corruzione, tra cui il leader del Partito Socialista Bettino Craxi, il Segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani, il Tesoriere della DC Severino Citaristi e il numero uno della Lega Nord Umberto Bossi.
Il 28 aprile del 1994 arrivò la condanna in primo grado per Cusani a 8 anni, confermata in Appello il 7 giugno 1997 e divenuta definitiva in Cassazione a 5 anni e 10 mesi il 21 gennaio 1998. Tra tutte le persone che furono condannate, il finanziere rampante fu quello che scontò la pena più pesante, ma per la procura costui fu uno scoglio, in quanto ammise tutti i suoi reati, ma mantenne la riservatezza assoluta nell'indicare altri colpevoli. Su questo aspetto ha ereditato molto da Aldo Ravelli. "Per me la riservatezza è una seconda pelle, l'ho imparato lavorando con Aldo Ravelli, che mi diceva di non tradire mai il mandato dei propri clienti", ha riferito Cusani durante il processo.

Sergio Cusani oggi
Il 30 marzo 2001 Cusani ha finito di scontare la sua pena e il 9 luglio del 2009 il Tribunale di Milano lo ha dichiarato riabilitato da ogni incapacità ed effetto penale derivanti da precedenti condanne. Dopo la condanna e il carcere, Cusani ha lasciato il mondo della finanza, tagliando i ponti con il passato e dedicandosi a progetti di volontariato e di recupero per i detenuti.
Tuttavia, non ha trovato pace per quella brutta storia, sostenendo di non chiedere perdono perché lui stesso fa fatica a perdonarsi. "So che quando sarà, me ne andrò con un pesante fardello. Sono consapevole di avere una responsabilità personale che non può essere in alcun modo sottaciuta. Ancor più perché avevo tutti gli strumenti per capirlo", ha dichiarato al Convegno dell'Associazione nazionale magistrati sui testimoni di Mani Pulite organizzato nel mese di febbraio di quest'anno.

Sergio Cusani: «Arrivando a San Vittore pensai di farla finita. Di Pietro è stato trattato come un vecchio straccio»
L'ex manager: «Mani Pulite? Non accettavo il "se parli, esci". Sul referendum solo insulti e bugie. Fermiamoci». «Ho scritto un'autobiografia perché quelli che non c’erano, i ragazzi, sappiano ciò che è successo»
Sergio Cusani, trent’anni e passa dopo Mani Pulite, un’autobiografia. Perché?
«Perché quelli che non c’erano, i ragazzi, sappiano ciò che è successo».
E perché quel titolo, «Il Colpevole»? C’è un filo di vanità, di autocompiacimento? Lo ammetta, su.
«Macché. Io sono stato arrestato, incarcerato in via preventiva, processato, condannato, poi ho fatto il carcere definitivo. Lei come lo chiamerebbe uno così?».
Non saprei. Qualcuno oggi si definirebbe capro espiatorio, magari vittima, i tempi sono tanto cambiati…
«E quello, sì, sarebbe autocompiacimento. Io sono solo un pregiudicato».
Al netto della condanna penale e dei fascicoli giudiziari, verso cosa o verso chi si sente colpevole?
«Vede, non è un problema di colpa. È un problema di responsabilità. Mi sono assunto le mie responsabilità fino in fondo. Ma solo le mie. Qualcuno aveva provato a scaricarmi addosso anche le sue...».
Quando nel 1993 esplose la storia dell’Enimont, con la «madre di tutte le tangenti» pagata da Raul Gardini per liberarsi dall’abbraccio mortale dei partiti, lei diventò il volto dello scandalo, il finanziere dei salotti buoni che aveva strutturato la mazzetta, «Sergino». Mentre tutti facevano a gara a confessare, lei tenne duro.
«Non accettavo il metodo, diciamo così... merceologico: se parli, esci»
Di Pietro la portò a processo quale imputato unico, torchiando come testimoni i segretari dei partiti. E «Sergino» si fece la galera.
«Tra cautelare e definitivo, 5 anni circa, un dettaglio».
Oggi, lei chiude il suo libro condividendo una famosa frase di Saverio Borrelli del 2011: «Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale». Perché?
«Perché è una frase coraggiosa. E in bocca a un grande magistrato come Saverio Borrelli assume un suo peso».
(E qui Cusani estrae con malcelata emozione una lettera ricevuta da Borrelli il 24 gennaio 2010, con le condoglianze e «un abbraccio» per la morte di sua madre, accarezzandola come un certificato di riabilitazione: «Non molti pregiudicati hanno una lettera del genere dal capo di una Procura, eh?»).
Quella frase di Borrelli descriveva davvero la realtà? L’Italia è diventata peggiore?
«Non so quanto ci fosse di provocazione intellettuale, ma certo era piena di amarezza».
Di recente Mattarella è dovuto intervenire al Csm per placare i toni nello scontro tra politica e magistratura. Perché, dopo tre decenni, la giustizia è rimasta terra di fazioni che ora si massacrano sul referendum?
(Cusani sospira) «Domanda difficile. Sul referendum le dico: hic manebimus optime, qui resteremo benissimo. Chiaro, no?».
Proprio per nulla!
«Quando un dibattito su una questione così delicata si trasforma in insulti e bugie, io dico hic manebimus optime».
Ma cosa c’entra?
«Non capisce? Qui stiamo benissimo, perché dobbiamo cambiare? Piuttosto che infognarci in tante fandonie...».
Lei ha da sempre un certo margine di ambiguità quando parla, ammettiamolo.
«Ma come, non le è chiaro? Se un tema così delicato si trasforma in insulti o balle, io dico fermi tutti. E poi, sono un pregiudicato. Vuole che mi metta in cattedra?».
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Il colpevole. Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente, i potenti visti da vicino[/caption]Mi arrendo. Veniamo alla sua storia, che comincia con Gardini. Lei sembra avere per lui affetto vero. Poi descrive le differenze profonde con il suocero, Serafino Ferruzzi, creatore del gruppo. Erano già due Italie inconciliabili, quelle?
«No, ma erano due personalità completamente diverse. Serafino veniva da una famiglia umile, ha costruito le cose passo dopo passo. Raul era in competizione continua con lui. Aveva intuito, fretta. Voleva bruciare la vita».
La scalata a Montedison?
(Cusani ride) «Un’operazione inventata. Una “giocata”…».
Sin dall’inizio della joint venture Enimont, si sente il peso della politica?
«No. La cosa aveva una sua logica. Mettere insieme due chimiche che da sole non potevano reggere. E quindi fare un’operazione di accorpamento, che andava gestita».
Invece, pubblico e privato non funzionarono assieme…
«I dirigenti della chimica di Stato non ci stavano con i tempi di Raul, che decideva la mattina e operava la sera».
Nella vicenda della defiscalizzazione dell’operazione entra in ballo il famoso miliardo portato da Gardini a Botteghe Oscure. Lei però non ne parla nel libro.
«Perché non ne ho contezza, non c’ero».
Ma cosa sapeva?
«Non sapevo, non ricordo. Andarono per verificare con la sinistra l’impegno a trasformare in legge il decreto-legge relativo».
Lei capisce che Botteghe Oscure restano così un punto… oscuro. Che idea si fece?
«Non ho elementi per dire che il Pci-Pds fosse coinvolto».
Il Psi era il suo mondo politico di riferimento. Cosa pensò del discorso di Craxi alla Camera del 3 luglio 1992?
«Centrava il punto con coraggio. Certo non si poteva considerare solo Craxi responsabile di tutto».
Lei parla nel libro di Agnelli e della sua «mossa del cavallo», che poi sarebbe il famoso discorso, in Confindustria, di apertura ai magistrati. Per gli imprenditori fu un segnale?
«Assolutamente sì. Lui doveva dimostrare alla Procura di Milano — che aveva arrestato già un po’ di dirigenti Fiat — che aveva capito. E riconosceva ruolo, potere e funzioni della magistratura. Con questo metteva in sicurezza il gruppo. I due poteri, magistratura e grande impresa, si erano parlati. È il momento della svolta».
Gardini capisce che, se non paga i politici, possono colpirlo in tutte le attività del gruppo, si arrende e decide di dare «la paghetta al sistema». È così?
«Sì. Me lo disse: devo difendere il fatturato che rimane al gruppo Ferruzzi. Aveva capito che il potere politico era più forte».
Era sotto ricatto?
«Non è questo il tema. È come quando fai a braccio di ferro e capisci la forza dell’altro. Voglio essere più esplicito. Raul aveva un programma fantastico, si sarebbe tenuto l’Enimont e anche le sue aziende. Chi lo ha bloccato?».
Il giudice Diego Curtò, poi condannato per corruzione?
«Bravo. E Curtò era il sistema».

Il 23 luglio 1993 ci sono i funerali del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, suicida in carcere. Si uccide Gardini. E lei viene arrestato. Cosa ricorda?
(Lunga pausa) «Ancora il principio di responsabilità. Ho capito subito che di tutta questa vicenda, con tanti morti, rimanevo io a sopportare tutto il peso. Ho avuto un momento di smarrimento quando mi hanno portato dal carcere di Opera a San Vittore, una punizione per non aver collaborato coi magistrati. Vidi la Luna, le chiesi se non fosse il caso di farla finita. Poi pensai ai miei figli, scelsi di vivere. La mattina dopo mi accorsi che avevo parlato con un faro della cinta muraria. Eppure resto convinto sia stata la Luna, il cielo, a farmi prendere la decisione giusta».
Il suo avvocato storico, Giuliano Spazzali, un personaggio straordinario, è morto di recente. Ci sarebbe stato l’imputato Cusani senza Spazzali?
«C’è stato Spazzali perché c’è stato Cusani. Giuliano non avrebbe accettato la mia difesa se io fossi stato un imputato diverso».
Ha mai rimpianto di essersi fatto tanta galera per un atteggiamento processuale così… sfidante?
«Non era sfidante. Se mi avessero chiamato come testimone, avrei raccontato tutto. Ma non con quel do ut des, quello scambio no».
Come va con Di Pietro? Lei scrive che, dopo, lo hanno trattato come «un vecchio straccio».
«Ed è così. Io non ho rancori. Ringrazio Di Pietro per il necrologio su Spazzali. E, se viene alla presentazione del mio libro, vado a stringergli la mano».
Perché lasciò Mani pulite, secondo lei?
«Per capitalizzare, immagino».
Lei, in permesso dal carcere, incontrò Andreotti: lo descrive con ammirazione.
«Era acuto, meticoloso. Craxi mi disse che era stato il suo miglior ministro».
Belzebù o vittima dei pm?
«Non ne ho idea. Ma esibire le relazioni di servizio delle scorte al processo fu geniale. La parola dei carabinieri contro quella dei mafiosi pentiti, che dubbio c’era?».
C’era un Cusani militante dell’estrema sinistra e un Cusani finanziere nei salotti buoni. In carcere si… riconciliano?
«In parte sì. Paradossalmente il carcere è stato quasi una liberazione. Ho avuto a che fare con una umanità povera e sofferente».
Lei ha lavorato molto per i detenuti. Abbiamo prigioni sovraffollate e flagellate dai suicidi. Come si risolve?
«Non sbattendo un migrante in Albania. Lo risolvi vedendo le persone non come vuoti a perdere ma come risorse. Dando opportunità».
Com’è stata l’Italia di Berlusconi?
«Mah, Berlusconi… posso raccontarle come lo aiutai a comprare la Standa da Gardini. Si incontrarono, si fecero un sacco di sviolinate reciproche… Volevo fargli risparmiare un paio di centinaia di milioni di lire ma lui voleva comprarla subito, a ogni costo, la prese a mille miliardi. Mi voleva pagare la parcella coi quadri di casa sua: conoscevo la sua casa e i suoi quadri, avevo delle... perplessità. Ne parlai a Confalonieri. Mi arrivò in studio un assegno il giorno dopo, settecento milioni. Lire, ovviamente. Poca cosa rispetto al volume dell’affare, ma Fedele fu un signore».
Com’è l’Italia di Meloni?
«Non lo so. Confusa».
Come è cambiata la corruzione dai suoi tempi?
«Oggi, più che sui quattrini è basata sul potere».
Qual è stata la malattia della magistratura in questi trent’anni?
«Eh, la mia condizione non mi permette di fare il grillo parlante. Gliel’ho detto: sono un pregiudicato, mi capisca».


Il colpevole. Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente, i potenti visti da vicino
cusani sergio
Disponibilità: Prenotabile
(uscita prevista il 26/02/2026)

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