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venerdì 6 marzo 2026

 

A: FERDINANDO TERLIZZI <ferdinandoterlizzi37@gmail.com>

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venerdì 6 marzo 2026
Riflessioni sul tirannicidio, la macchia di Cesare, libri antichi e modernissimi, Barocco forever, la grandezza di Jessie Buckley, il ritorno di Peaky Blinders, la Playlist
GGG
editorialista
di   Gianluca Mercuri

Bentrovati. Ecco il menu del weekend.

Tirannicidio Voi avete provato orrore per l’uccisione di Khamenei? Avete gioito? Avete provato un brivido di orrore o un moto di sollievo? Alessandro parte da qui per una ricostruzione storica e filosofica della questione che si riassume in questa domanda: è lecito, ed efficace, uccidere un tiranno?

Cesaricidio È il prototopo del tirannicidio, la morte di Caio Giulio Cesare? La domanda è suggestiva ma Luciano Canfora si sofferma su un altro aspetto della biografia del gigante romano: lo sterminio dei Galli, che secondo Simone Weil fu addirittura il paradigma ispiratore di Hitler. Di certo la violenza e la continua ricerca di denaro furono i motori dell'ascesa di Cesare. Quella di Canfora è una delle tantissime Lezioni del Corriere, che vi portano a passeggio nello scibile in un modo impareggiabile: le trovate tutte qui.

Libri e schermi C'è chi dice che gli schermi digitali stanno distruggendo l'attenzione e finiranno così per distruggere la cultura. Eppure, spiega uno che i lettori li conosce bene, visto che lavora in una biblioteca universitaria, potrebbero essere invece perfetti per amplificarla, anche se a qualcuno non conviene. Ne parla Luca. 

La fabbrica dei libri A proposito di editoria: chi è stato il primo editore della storia? Una risposta l'ha data Massimo Sideri nella sua newsletter One more thing (ci si iscrive qui). A quanto pare, tocca andare indietro di qualche millennio.

L'eternità del Barocco Ovvero, come i canoni berniniani modellano tutta la nostra civiltà, spiegato da Roberta Scorranese nel suo Capolavoro.

Un po' di cinema Più di un po', in realtà. Con Paolo Baldini che spiega perché Jessie Buckley è la star del momento, e stravincerà l'Oscar. E con il  ritorno di Peaky Blinders, ma stavolta con un filmone da grande schermo prima dello sbarco su Netflix. Tom Shelby ci mancava e Cillian Murphy, che l'Oscar intanto l'ha stravinto anche lui, aggiorna la sua icona con un tocco di immortalità.

E poi la musica Con Gorillaz e Bonnie Prince, Alessandro aggiunge due pezzi alla nostra Playlist, arrivata a 227 branili trovate tutti qui.

Buona lettura, buon ascolto e buon weekend (qui il meteo).

Rassegna filosofica
È lecito (e utile) uccidere un tiranno? È giusto gioire per la morte di Khamenei? Rispondono Hobbes, Bobbio e Gideon Levy
editorialista
Alessandro trocino

«Noi uccidiamo per costruire un mondo ove più nessuno ucciderà» - I Giusti - Albert Camus

Si può essere contenti per la morte di un uomo? La domanda sembra retorica, ma proviamo ad applicarla più nel concreto: si può essere contenti per la morte di Adolf Hitler? Per la morte di Josep Stalin? E per quella dell’ayatollah Khamenei?

Molti di noi lo sono stati, quando le bombe di Donald Trump hanno sventrato il quartier generale del tiranno iraniano e hanno fatto scempio del suo corpo. Anche persone insospettabili: capi di Stato, politici progressisti, gente dotata di grande umanità e sensibilità. Di fronte all’uccisione del dittatore, hanno provato sollievo, se non proprio gioia. Anche cristiani, gente di fede, timorati di Dio che sanno a memoria i comandamenti, compreso il quinto: «Non uccidere».

Già, la Bibbia. È patrimonio comune - anche dei laici - l’ammonimento caritatevole e un po’ autolesionista: «Porgi l’altra guancia». Ma poi c'è quell’altro (Vangelo secondo Matteo): «Chi di spada ferisce, di spada perisce». Se poi apri il Deuteronomio, trovi: «Israele vai, distruggi il tuo nemico, sradica le sue cose. Della popolazione che conquisterai riduci in schiavitù le donne e i bambini e uccidi tutti i maschi»Sergio Quinzio, raffinato biblista, nel bellissimo «Radici ebraiche del moderno» ha raccontato senza infingimenti la violenza di certe parti dell’Antico Testamento, dove Jahwè è un Dio guerriero, che in più di cento passi ordina di uccidere e che, in un salmo scomparso dai breviari, fa dire ai deportati di Babilonia: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la roccia».

Ma il cristianesimo, in queste centinaia d’anni, ha edulcorato e ridimensionato questi passaggi sanguinari e drammatici e ci ha tramandato l’immagine di un Dio buono, misericordioso, il Dio evangelico che, appunto, porge l’altra guancia e rispetta la sacralità della vita umana. Noi, che pure siamo atei o laici, ci siamo abbeverati a questa cultura e il ripudio della violenza è diventato un patrimonio comune, uno dei valori di quella Europa che consideriamo inconsistente, e che non lo è, almeno su questi aspetti.

Eppure, il tirannicidio nasce nell’antica Grecia, con l’uccisione di Ipparco e di Ippia. Da allora si è aperto un dibattito infinito sulla liceità morale del tirannicidio e sulla sua opportunità politica. Il tiranno è chi esercita il potere assoluto con la violenza e con l’arbitrio. Neutralizzarlo, significa eliminare il male. Ma già Thomas Hobbes ci avvertivail «tiranno» non esiste; questa è la parola che le persone usano per indicare i regimi che non vogliono. I monarchici dicono che la democrazia è tirannica, per i democratici il tiranno è il re. Immanuel Kant, durante la rivoluzione francese, diceva che chiunque abbia solo un minimo di umanità non può che essere scosso da un «brivido di orrore» di fronte all’esecuzione solenne di Carlo I in Inghilterra e di Luigi XVI in Francia.

Voi avete provato orrore per l’uccisione di Khamenei? Avete gioito? Avete provato un brivido di orrore o un moto di sollievo?

Può darsi che la sua uccisione non abbia provocato particolari fremiti. Perché ai nostri occhi era il Male. E perché non ne abbiamo visto il corpo. La violenza invisibile, nascosta, ha un impatto minore sulle nostre coscienze. Non abbiamo visto le foto delle 108 bambine straziate dalle bombe americane in Iran. La cosa non ci piace, naturalmente, ci disturba. Però, in fondo, è scivolata via tra le altre, come una delle tante notizie di guerra.

Norberto Bobbio si è interrogato a lungo sul tirannicidio. Avevano ragione i congiurati a cercare di uccidere Hitler? Aveva ragione l’anarchico Gaetano Bresci a eliminare Umberto I, che con Bava Beccaris era responsabile per la strage del pane? Il filosofo spiegava che la regola è quella biblica, «Non uccidere», ma che come ogni regola può avere eccezioni. E ricordava il dramma di Albert Camus, «I giusti», che abbiamo messo in exergo: «Noi uccidiamo per costruire un mondo ove più nessuno ucciderà». Però non finiva lì. C'era la replica della compagna di chi la pronunciava: «E se così non fosse?». Se, cioè, uccidere per scopi nobili non portasse poi al risultato voluto ma, peggio, aumentasse la catena delle violenze e delle vendette? Se fosse inutile o, peggio, controproducente? Ci saremmo arrogati un diritto divino, senza legittimità e senza risultato. Il principio morale non può che andare insieme all’obiettivo che ci si propone. Ma l’obiettivo è un’intenzione, una speranza. Da mettere sul piatto della bilancia con la realtà e con le aspettative. E con la propria coscienza.

Gideon Levy, giornalista israeliano, ha scritto sul quotidiano Haaretz un pezzo straordinario, il 22 giugno di quest’anno, quindi ben prima dell'uccisione di Khamenei. Il titolo è questo: «È legittimo uccidere un capo di Stato?». Bisogna riportare l’incipit per intero, per capire bene: «È legittimo discutere dell'assassinio della guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei? È legittimo uccidere un capo di Stato? In tal caso, quale capo di Stato è un obiettivo legittimo e quale no? E chi lo decide? Chi può dire che Khamenei possa essere assassinato ma Benjamin Netanyahu no? Che Vladimir Putin possa essere ucciso, ma non Donald Trump? Quale di questi rappresenta un pericolo maggiore per il mondo? Dipende tutto da chi guarda».

Levy rompe un tabù, fa uno straordinario sforzo di astrazione e di oggettività. Si mette al di fuori e cambia punto di vista. Si giustifica un tirannicidio dicendo che con la morte di un uomo, si evita l’uccisione di molti altri. Se Hitler fosse stato ucciso, forse, non ci sarebbero stati sei milioni di ebrei uccisi e non ci sarebbe stata la seconda guerra mondiale. Ma allora, eliminando Putin («eliminare» è termine ipocrita, sta per uccidere) non si sarebbe evitato il massacro dei soldati russi e ucraini di questi anni? Il parallelo è pericoloso e potrebbe andare avanti per molti capi di Stato e generali. Non si sarebbero forse evitate Hiroshima e Nagasaki, eliminando Harry Truman? Solo che le cose si complicano. Perché le atomiche furono sganciate per evitare un nuovo massacro di americani nella battaglia finale con i giapponesi. Questa contabilità della morte è opinabile. Dipende, come diceva Levy, dall’occhio di chi guarda.

Levy parla proprio di Netanyahu per concludere che ogni tirannicidio è sbagliato: «Le richieste di assassinio di capi di Stato non sono legittime da nessuna parte. Il nostro Netanyahu è ora responsabile dell'uccisione di decine di migliaia di persone a Gaza. È lecito invocare il suo assassinio per salvare i resti della nazione lì? Molti israeliani pensano anche che sia un tiranno, che stia distruggendo il Paese e rovinando la democrazia israeliana, che sia l'ebreo più spregevole della storia e una serie di altri insulti – eppure nessuno, si spera, immagina nemmeno di discutere del suo assassinio».

Torniamo agli Stati Uniti. Cinquant'anni fa, nel febbraio del 1976, il presidente Gerald Ford firmò l'Ordine Esecutivo 11905, che stabiliva che «nessun dipendente del governo degli Stati Uniti dovrà impegnarsi, o cospirare per impegnarsi, in assassini politici». Ford era rimasto impressionato dall’omicidio del suo amico John F. Kennedy, ma ancora di più dall’aver saputo che la Cia stava cercando di assassinare Fidel Castro. L’opinione pubblica fu informata dei progetti dei servizi grazie ai servizi del giornalista investigativo Seymour Hersh (qui c’è «Cover up», un bellissimo documentario sulla sua storia). Un anno dopo, Ford firmò l'ordine.

La storia americana, poi, non seguì questa traccia, come racconta Tim Naftali sull’Atlantic. Ci furono molti complotti e molti assassini, molti regimi sanguinari sudamericani e non, sostenuti da Nixon, con l’aiuto dell’eminenza nera Henry Kissinger, e da molti altri presidenti. In realtà i successori di Ford, Jimmy Carter e poi Ronald Reagan, ampliarono la definizione di Ford, dicendo che «nessuna persona impiegata o agente per conto del governo degli Stati Uniti potrà commettere o cospirare per commettere assassinio». E questo li mise nei guai. Quando Reagan cercò di uccidere Gheddafi, bombardando la sua residenza, l’amministrazione si giustificò dicendo che l’obiettivo era il comando, non la persona del comandante. Clinton mise Saddam Hussein tra gli obiettivi dell’operazione «Desert Storm», anche se non fu presa una decisione di uccisione mirata. E anche quando si pose il problema di Osama Bin Laden, il presidente ebbe molte remore, per evitare di colpire innocenti, insieme al capo di Al Qaeda. Scrive l’Atlantic: «Clinton aveva autorizzato un'azione letale contro Bin Laden solo se non fosse stato possibile catturarlo, complicando così le missioni e lasciando la Cia nell'incertezza se avesse ricevuto l'ordine di rapire bin Laden o di eliminarlo».

Dopo l’11 settembre la situazione cambiò. L’opinione pubblica era ormai favorevole a prendere di mira singoli terroristi. Il Congresso autorizzò George W. Bush a «usare tutta la forza necessaria». E la tecnologia, con l’arrivo dei droni, consentiva di individuare, seguire e uccidere singoli individui. Nel 2011, il presidente Barack Obama utilizzò la tecnologia per uccidere Anwar al-Awlaki, un cittadino statunitense residente in Yemen. Le stragi di innocenti o di civili cominciarono a essere definite «danni collaterali». Nel 2020, Donald Trump autorizzò l’uccisione dell’iraniano Qassem Soleimani. Gli Stati Uniti non erano in guerra con l’Iran, ma decisero ugualmente di eliminarlo. Gli «omicidi mirati» sono diventati la regola. Israele è ricorso spesso alla tecnologia per colpire anche fuori dal suo territorio. Trump ha catturato Maduro, sterminando decine di guardie del corpo.

La nozione di tirannicidio è ormai inservibile, perché la definizione è troppo ampia. Si ricorre sempre più spesso a questa sorta di pena di morte decisa non da un tribunale ma da un presidente. Se sul piano dei principi e della morale abbiamo detto, resta da capire l’efficacia. Scrive Naftali: «Uccidere un leader straniero implica un calcolo strategico con probabilità di riuscita discutibili. Un regime non è un pollo; decapitarlo non ne provoca necessariamente la morte dopo un breve ballo. In effetti, nell'era moderna, nessuno stato di polizia è mai morto per semplice assassinio». E il rischio di ritorsione, cioè che altri regimi decidano di prendere di mira leader occidentali o «non tiranni» diventa altissimo, una svolta infranto il tabù. E si torna a Hobbes: il tiranno non esiste, siamo tutti i tiranni di qualcun altro. C’è una parte giusta, certo, e noi lo siamo per definizione. Ma se questa può bastare come giustificazione morale (può bastare?), l’efficacia, come abbiamo visto, è molto discutibile. Anche se fosse: davvero pensiamo che sia giusto gioire per la morte di Khamenei?

Le Lezioni del Corriere
Lo sterminio che macchia la grandezza di Cesare
editorialista
Luciano Canfora

Caio Giulio Cesare, rampollo di una famiglia di antica nobiltà patrizia, nacque nell'anno 100 a.C. e morì nel 44 a.C., controvoglia. È stato una vera e propria meteora nella storia della Repubblica romana. Gli è stato addebitato un po' di tutto, compreso l'abbattimento della Repubblica. Personalmente ritengo che il declino sia cominciato molto prima, forse con l’ingombrante protagonismo della famiglia degli Scipioni nella classe dirigente – oppure molto dopo, a seconda dei punti di vista. Chiarito l’equivoco, la colpa che a Cesare spetta – a dire di Plinio il Vecchio, grande scienziato romano della dinastia Flavia morto durante l’eruzione del Vesuvio – fu la conquista della Gallia, definita «un genocidio».

«Il genocidio gallico»

In Gallia, Cesare intraprese una sanguinosa campagna militare durata anni. Si stima che la guerra comportò la morte di circa un milione di persone, se non di più. Una cifra esorbitante, che Plinio denunciò come «un'offesa al genere umano». Ancora: probabilmente in forza delle sue simpatie politiche, Plinio sottolineò la differenza con Pompeo, «che aveva conquistato tutto l’Oriente senza tuttavia compiere misfatti di tale portata».

Se a Cesare è incontestabilmente riconosciuta una limpidità ineguagliata in tutta la letteratura romana, nondimeno gli viene rimproverata – eticamente e politicamente – la conquista della Gallia e l’espansione fino allo sbarco in Britannia. Qual è stato il senso di questa guerra? Nel Commentarii de Bello Gallicola conquista da parte della Repubblica romana sembra una fatalità quasi inevitabile, senza che ne venga addotto un perché.

La violenza di questa campagna militare è strumentale, faceva parte della strategia di Cesare per accrescere il suo potere politico. La sua espansione territoriale ha avuto una funzione ben precisa: acquisire un peso politico pari a quello di Pompeo, che aveva conquistato l'Oriente. Un'operazione non encomiabile sul piano etico, che dimostra grande cinismo politico – almeno secondo la nostra sensibilità contemporanea. In quegli anni, va detto, l'imperialismo era considerato un fatto naturale e più che giustificabile.

Il nodo della vicenda cesariana

In alcune interpretazioni storiografiche, la conquista della Gallia e la «latinizzazione» dei Celti vengono viste come tappe prodromiche alla creazione della Francia moderna. In un paragone inconsistente vengono fatte equivalere l’operazione di Cesare all’ellenizzazione del mondo iranico da parte di Alessandro Magno. Ma va sottolineato che l'impero creato da Alessandro fu una mescolanza di culture, mentre la conquista della Gallia ha comportato la distruzione di una civiltà, quella gallica, sommersa dalla cultura conquistatrice romana.

In un saggio mirabile, la grande pensatrice del Novecento Simone Weil interpreta la conquista romana come modello per la ferocia della politica di espansione hitleriana in Europa. Secondo Weil, Cesare ha distrutto una civiltà della quale non abbiamo potuto appurare la grandezza - dato che non ha lasciato testimonianze scritte. Ci illudiamo - scrive la filosofa francese - di considerare i Galli come barbari, riducendo tutto a una visione molto limitata.

La carriera politica di Cesare: dall’ascesa alle Idi di marzo

Cesare ebbe una carriera politica fulminante. Era imparentato con Caio Mario da intrecci matrimoniali, ed è stato perseguitato da Silla durante la sua giovinezza. Successivamente, divenne leader dei populares. Una famosa frase a lui attribuita da Plutarco recita così: «Mi avete respinto, quindi ho scelto la parte popolare». Non possiamo stabilire se l'abbia detta realmente, certamente indica una sua scelta di campo che gli costò molto, poiché divenne uno dei principali seguaci di Mario.

Dal punto di vista economico, Cesare era in rovina e si era indebitato pesantemente. In un romanzo incompiuto, Gli affari del signor Giulio CesareBertolt Brecht descrive molto bene questo aspetto. Cesare si indebitò con Marco Licinio Crasso, il più ricco di Roma e con lui stabilì, insieme a Pompeo, il cosiddetto Primo Triumvirato. Si tratta di un'alleanza informale fra tre potentati: Cesare, il grande politico, Pompeo, il grande conquistatore, e Crasso, il grande capitalista. Insieme dominarono la Repubblica. Alcuni potrebbero dire che la Repubblica fosse già morta in quel momento, ma la verità è che non è mai morta del tutto.

L'alleanza tra i tre durò fintanto che ci fu un interesse comune a cementarla. Cesare fu eletto console nel 59 a.C. e gli venne assegnata la provincia della Gallia, dalla quale iniziò a costruire il suo potere. Quando Crasso morì nella battaglia di Carre, il Triumvirato rischiò di crollare. Nonostante ciò, Cesare cercò fino all'ultimo di negoziare con Pompeo. Da grande politico qual era, capì che Pompeo, molto meno abile di lui sul piano politico, si era lasciato manovrare dalla fazione senatoria, a lui avversa. Così scoppiò una guerra civile che durò anni. Alla fine, Cesare sconfisse sul campo le fazioni pompeiane, ma fu ucciso dai congiurati il 15 marzo del 44 a.C.

Rassegna tecno-culturale
Non credete a chi vi dice che sarà uno schermo digitale a uccidere la cultura
editorialista
Luca Angelini

Quanti di voi non hanno sentito dire, almeno una volta, che gli schermi digitali saranno la morte definitiva della lettura e della cultura? Perché distraggono, spingono a restare in superficie anziché scavare, frammentano l'attenzione invece di concentrarla. Carlo Iacono un paio di cose sulle abitudini di lettura le sa, visto che fa il bibliotecario alla Charles Sturt University nel Nuovo Galles del Sud, in Australia. E, su Aeon, prova a far capire perché, a suo avviso, stiamo sbagliando bersaglio.

«Questa narrazione - ammette - ha una semplicità seducente. Gli schermi stanno distruggendo la civiltà. I bambini non riescono più a pensare. Stiamo assistendo al crepuscolo della mente alfabetizzata. Un recente saggio di James Marriott su Substack ha proclamato l'avvento di una "società post-alfabetizzata" e ci invita ad accettarlo come un fatto compiuto». Iacono non nega che il problema ci sia, ma è convinto che la sua radice non affondi negli schermi digitali che hanno preso il posto della carta. «La posizione declinista si basa su un errore di categoria: trattare la "cultura dello schermo" (screen culture) come un fenomeno unitario con proprietà cognitive intrinseche. Come se lo stesso dispositivo che fornisce esche algoritmicamente curate alla rabbia e l'opera completa di Shakespeare fosse di per sé il problema, e non invece il modo in cui decidiamo di utilizzarlo. Prendete una semplice osservazione. La stessa persona che non riesce a leggere un romanzo può guardare un video di tre ore sul declino dell'Impero Ottomano. Lo stesso adolescente che presumibilmente ha una scarsa capacità di attenzione può mantenere per ore la concentrazione su un gioco analizzando una storia complessa attraverso più linee narrative, coordinandosi con i compagni di squadra, adattando la strategia in tempo reale. Questa non è una conoscenza di livello inferiore. È una conoscenza diversa. E la differenza non è lo schermo. È l'ambiente».

Detto in modo più esplicito: «La frammentazione non è correlata agli schermi in generale, ma a specifici modelli di progettazione: sistemi di notifica, programmi di "ricompensa", scorrimento all'infinito (infinite scroll). Queste sono scelte fatte da aziende specifiche per specifiche ragioni economiche. Non sono proprietà intrinseche del mezzo».

Se pensate che anche Iacono ce l'abbia con Big Tech avete perfettamente ragione: «Ricerche dimostrano che le piattaforme di social media sfruttano gli stessi meccanismi psicologici che rendono il gioco d'azzardo una dipendenza. (...) Questo non perché gli schermi siano intrinsecamente distruttivi per l'attenzione. Ma perché le piattaforme dominanti sono state deliberatamente progettate per frammentare l'attenzione al servizio degli introiti pubblicitari».

Non soltanto gli schermi digitali in sé non sono, per Iacono, una minaccia per la cultura. Potrebbero esserne - e per molti già lo sono - un amplificatore. È una delle cose che ha imparato dal suo posto di lavoro: «In biblioteca, osservo le persone navigare tra le informazioni in modi che sarebbero sembrati impossibili alle generazioni precedenti. Per una ricerca che un tempo richiedeva settimane di lavoro d'archivio ora bastano ore. Ma a cambiare non è solo l'efficienza. È la natura stessa della sintesi a trasformarsi. Le idee oggi si muovono attraverso più canali contemporaneamente. Un documentario fornisce risonanza emotiva e dimostrazione visiva. La sua trascrizione consente la precisione necessaria per individuare un argomento specifico. Una newsletter ne analizza le implicazioni. Un podcast permette alle idee di maturare durante il tragitto casa-lavoro. Ogni modalità contribuisce con qualcosa che le altre non riescono a trasmettere. Questo non è declino. È espansione».

Però è vero che in tanta abbondanza ci si può smarrire. E per non perdersi bisogna dotarsi di una bussola. O, meglio, di una strategia. Anche quello Iacono l'ha imparato osservando chi frequenta la sua biblioteca: «Ciò che mi colpisce di più è la differenza tra chi ha imparato a costruire quelli che chiamo "contenitori per l'attenzione" – spazi e pratiche delimitati in cui diventano possibili diverse modalità di coinvolgimento – e chi non l'ha fatto. La distinzione non riguarda l'intelligenza o la disciplina. Riguarda l'architettura ambientale. Alcuni hanno imparato a guardare documentari con un quaderno, ad ascoltare podcast durante le passeggiate quando la mente può vagare produttivamente, a leggere libri cartacei in spazi volutamente silenziosi, lasciando il telefono a casa. Non stanno rifiutando la tecnologia. La stanno coreografando. Altri stanno annegando, tentando di pensare in modo costante in ambienti progettati per impedirlo. Stanno seduti con i computer portatili aperti, sette finestre sullo schermo che competono per l'attenzione, notifiche che scorrono da tre app diverse, telefoni che vibrano ogni pochi minuti. Cercano di leggere materiale serio mentre combattono una battaglia persa contro la psicologia comportamentale usata su larga scala (da chi, l'avrete capito, ndr). Credono che la loro incapacità di concentrarsi sia un fallimento personale piuttosto che un problema di progettazione. Non si rendono conto che stanno cercando di pensare in uno spazio ottimizzato per impedire il pensiero».

Iacono dice di aver imparato un'altra cosa dal suo punto di osservazione privilegiato: l'alfabetizzazione, la capacità di comprensione, non riguarda soltanto la decodifica di un testo, ma anche, e forse soprattutto, la capacità di costruire e navigare ambienti in cui la comprensione diventa possibile. «Pensate a coloro che amano gli audiolibri ma hanno difficoltà con il testo stampato. Per anni, gli educatori hanno detto loro che avevano difficoltà di apprendimento, intendendo con ciò difficoltà che impedivano loro di apprendere attraverso l'unico vero metodo riconosciuto. Ma non sono loro ad avere difficoltà di apprendimento. È l'insegnamento ad avere una disabilità: non può adattarsi a diverse architetture neurologiche. Date loro lo stesso testo in formato audio e improvvisamente la "disabilità" (all'apprendimento, ndr) svanisce. Le idee che erano opache sulla pagina diventano trasparenti nel suono. Non perché l'audio sia superiore al testo, ma perché particolari neurologie elaborano il linguaggio parlato in modo più fluido rispetto ai simboli scritti. (...) Lo schema che osservo ripetutamente è questo: quelli che "non riescono a concentrarsi" sui testi tradizionali riescono a mantenere una concentrazione straordinaria quando lavorano con modalità diverse. Hanno difficoltà con i libri di testo di filosofia, ma imparano tantissimo quando possono ascoltare lezioni prendendo appunti visivi, discutere idee in gruppi di studio o scrivere andando su e giù per la stanza. Questo non è deficit. È differenza. E la nostra responsabilità è costruire ambienti in cui questa differenza diventi una risorsa piuttosto che un ostacolo».

Non è quello che hanno intenzione di fare i soliti sospetti di Silicon Valley e dintorni, per i quali, come abbiamo visto, l'attenzione è una merce da vendere al miglior offerente e al maggior numero di offerenti. Ma l'errore peggiore che possiamo fare, secondo Iacono, è pensare che non ci sia altro da fare che arrendersi ai più forti: «Ciò che più mi preoccupa della posizione declinista non è la diagnosi, ma la conclusione. I commentatori che si lamentano della società post-alfabetizzata spesso identificano gli stessi colpevoli che identifico io. Riconoscono che le aziende tecnologiche, per usare le parole di Marriott, "lavorano attivamente per distruggere l'illuminazione umano", che gli oligarchi della tecnologia "hanno tanto interesse nell'ignoranza della popolazione quanto il più reazionario autocrate feudale".
E poi si arrendono. Come dice ancora Marriott: "Niente sarà più lo stesso. Benvenuti nella società post-alfabetizzata".
Questa è la mossa che non riesco a seguire. Chiamare per nome i responsabili e poi trattare l'esito come inevitabile significa fornire loro una copertura. (...) Il fatalismo, per quanto splendidamente espresso, serve proprio gli interessi che condanna. Le aziende tecnologiche vorrebbero farci credere che ciò che stanno facendo all'attenzione umana sia semplicemente l'inevitabile risultato del progresso tecnologico, piuttosto che qualcosa che stanno facendo a noi, qualcosa che potrebbe, con sufficiente volontà politica, essere fermato. La nostra incapacità di concentrarci non è un fallimento morale. È un problema di progettazione. Cerchiamo di pensare in ambienti progettati per impedirci di pensare. Cerchiamo di sostenere l'attenzione in spazi progettati per distruggerla. Stiamo combattendo contro algoritmi esplicitamente ottimizzati per farci continuare a scorrere, non a imparare. La soluzione non è la disciplina. È l'architettura. (...) E se, invece di rimpiangere un'immaginaria età dell'oro del testo scritto puro, iniziassimo a progettare seriamente per avere profondità in tutte le modalità? Ogni video potrebbe essere corredato da una trascrizione che permetta di fare ricerche. Ogni articolo potrebbe offrire diversi punti di accesso per diversi livelli di attenzione. I nostri dispositivi potrebbero riconoscere quando stiamo cercando di pensare e proteggere quel pensiero. Le scuole potrebbero insegnare agli studenti a tradurre tra le diverse modalità così come un tempo insegnavano la traduzione tra le diverse lingue».

Le stesse biblioteche possono essere la prova provata che un'altra strada è possibile: «La biblioteca del futuro non è un magazzino di libri. È una palestra per l'attenzione. È il luogo in cui le comunità si riuniscono per praticare diverse modalità di comprensione. La sala di lettura rimane sacra, ma è affiancata da cabine di registrazione, laboratori di visualizzazione e spazi collaborativi dove le persone imparano a tradurre idee tra formati diversi. Le biblioteche diventano il luogo in cui si impara non solo a leggere, ma a muoversi fluentemente tra tutti i modi in cui gli esseri umani condividono significati».

Le ultime righe di Iacono sono un'iniezione di coraggio per i tanti che si trovano alle prese con idee che viaggiano su piattaforme diverse e provano a mettere un po' d'ordine: «Il futuro appartiene a chi saprà muoversi tra tutte le modalità senza perdere l'equilibrio. A chi sa leggere in profondità quando serve profondità, scorrere in modo efficiente quando l'efficienza conta, ascoltare in modo attivo durante il tragitto casa-lavoro e osservare con occhio critico quando le immagini trasmettono un concetto. Non si tratta di consumare di più. Si tratta di scegliere consapevolmente. Ci troviamo a un punto di svolta. Possiamo scivolare verso un mondo in cui il pensiero riflessivo diventa un bene di lusso, dove solo i privilegiati hanno accesso alle condizioni che consentono un pensiero profondo. Oppure possiamo costruire qualcosa di senza precedenti: una cultura che preserva i migliori doni cognitivi della stampa, abbracciando al contempo le possibilità di un mondo in cui le idee viaggiano attraverso la luce, il suono e l'interazione. La scelta non è tra libri e schermi. La scelta è tra habitat che coltivano il potenziale umano e piattaforme che catturano l'attenzione umana. (...) I tuoi pronipoti non leggeranno meno di te. Leggeranno in modo diverso, come parte di una sinfonia più ricca di significati. Che questa sinfonia suoni come musica o come rumore dipende interamente dalle scelte che facciamo in questo momento sulla forma dei nostri strumenti, sulla struttura delle nostre scuole e sulla progettazione delle nostre giornate. I lamentosi eleganti offrono un elogio funebre. A me interessa di più la lotta».

«Pubblico, vogliamo parlarti chiaro», scriveva 150 anni fa il fondatore del Corriere della SeraEugenio Torelli Viollier. Il Corriere, oggi, non è più, come allora, soltanto di carta stampata. Ma l'ambizione di parlar chiaro rimane. Con ogni mezzo che aiuti a farlo.

Rassegna letteraria
Umberto Eco, i classici e il primo editore della storia
editorialista
Massimo Sideri

Umberto Eco nel domandarsi cosa rendesse un libro dell'antichità un classico si rispondeva così: la sopravvivenza. In effetti nessuno oggi può garantire che non esistesse qualcuno più bravo a scrivere, per esempio, di Sofocle con il suo: «Dove fuggire? Dove, essendo fuggiti, restare?»Distruzioni, incendi, guerre o il peggiore dei nemici: la sfortuna. Se è vero che l'umanità è stata a un passo dall'estinzione (tra 930 mila e 815 mila anni fa la popolazione dei nostri antenati ominidi crollò del 99% a poche centinaia di individui a causa di una improvvisa era glaciale) per molti libri lo stesso fenomeno deve essere accaduto diverse volte, almeno fino all'avvento della stampa a caratteri mobili (non a caso è una delle suggestioni de Il nome della rosa). Ricordiamo che lo stesso Aristotele, che tra il XIII e il XVII secolo dominò la cultura attraverso lo «ipse dixit», uno strumento censorio contro le nuove idee, venne in realtà recuperato nel pensiero occidentale solo attraverso i filosofi arabi come Averroè. Senza quell'incidente di percorso all'intreccio tra le due culture magari oggi non lo citeremmo così tanto.

Comunque, quali che siano le fondamenta di questa teoria dei «classici», tra di essi c'è stato sicuramente L'Almagesto di Claudio Tolomeo, un testo che, scritto all'incirca nel 150 dopo Cristo, ha definito per oltre un millennio le conoscenze sull'architettura dell'Universo e dunque sulle gerarchie anche sociali. Ora una sua singola copia, rimasta nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze sepolta dal tempo, ha aperto una finestra nel tempo. Solo di recente uno studioso dell'Università Statale di Milano, Ivan Manara, ha scoperto un particolare che la rende ancora più unica: le annotazioni a margine di questa copia de «L'Almagesto» di Galileo Galilei.

Quelle poche note (fondamentali per istruire i passaggi intermedi che portarono Galilei a supportare la teoria copernicana spostando letteralmente la Terra dal centro dell'Universo) ci suggeriscono una cosa fondamentale nell'era dei testi prodotti dall'AI generativa: le parole scritte si pesano, non si contano (famoso commento sulle azioni e i titoli di Borsa di Enrico Cuccia, sicuramente vero per la sua Mediobanca, che in effetti si sposa molto meglio con il linguaggio). Pensate a quelle minute di Galilei: poche parole che ora sono più importanti della copia di Tolomeo che le contengono.

Un'altra prova della forza di gravità che alcune parole scritte possono produrre su carta e papiri la si trova in questi mesi al Museo Egizio di Torino: si tratta di un reperto straordinario in mezzo a tanti altri, che è appena stato prestato dalla Biblioteca Nazionale di Parigi all'istituto diretto da Christian Greco. Si tratta di un Libro dei morti, quello di Merit. Immaginate di poter entrare nel mondo degli scribi dell'antico Egitto. Un mondo dove la scrittura era così potente da alimentare anche delle dinastie. «Kha e Merit - così li descrive il museo - erano una coppia appartenente alla classe scribale egizia, vissuta circa 3.500 anni fa a Deir el-Medina. Questo villaggio si trova sulla riva occidentale del Nilo, di fronte all’attuale Luxor (l’antica Tebe), tra la Valle dei Re e la Valle delle Regine, in una zona desertica. Qui vivevano gli artigiani e gli operai incaricati di costruire e decorare le tombe dei faraoni durante il Nuovo Regno (circa 1539–1077 a.C.). Se di Merit sappiamo molto poco – nei testi a nostra disposizione viene definita semplicemente “signora della casa” – di Kha conosciamo il titolo di “direttore dei lavori”, ovvero responsabile della progettazione e della costruzione delle tombe reali. Tra i suoi datori di lavoro vi furono i faraoni Tutmosi III e Amenhotep II. La loro tomba fu scoperta intatta nel 1906 dall’allora direttore del Museo Egizio, Ernesto Schiaparelli, e gran parte del corredo fu trasferito al Museo, dove è tuttora conservato nella sala 7 del percorso espositivo».

Già questo basterebbe per alimentare lo stupore. Ma c'è molto di più armandosi di pazienza. Lo studio di questo documento mostra tracce di quella che potremmo definire la «nascita della proto-editoria». Una affermazione che richiede una spiegazione. Sappiamo bene che con questo termine dobbiamo fare un lungo viaggio nei secoli e atterrare a Venezia dove è nato il «copyright», anche questo concesso sempre con eccessiva generosità alla storia inglese grazie alla spendibilità linguistica della sua lingua. Il diritto d'autore che tanto fa discutere oggi nell'era di Internet si fa risalire spesso al Copyright Act di Londra del 1710. In realtà in quell'anno venne solo introdotto il termine copyrightGli inglesi, dunque, possono reclamare il copyright sull'uso della parola copyright. Perché di fatto il «privilegio di stampa» concesso a Venezia sin dal tardo Quattrocento era già una protezione dell'opera letteraria. Ma al lavoro dell'editore, oltre alla stampa a caratteri mobili e all'innovazione del privilegio di stampa, mancava ancora un pezzo: il libro «tascabile», opera senz’altro dell’ingegno di Aldo Manuzio. Manuzio fu in sostanza il primo stampatore ad inventare il lavoro dell’editore. Le sue stesse ansie erano quelle che oggi ha ogni editore moderno. Sono esilaranti i suoi scritti in cui ricorda come fosse ossessionato da presunti scrittori che volevano vedere stampata la propria opera: già a quel tempo gli italiani erano malati di grafomania (alcune cose non cambiano: siamo ancora uno dei Paesi con meno lettori pro capite ma più libri pubblicati, nell'ordine dei 60 mila titoli all'anno). Nella sua stanza c’era un cartello con su scritto: «No disturbeme che per cosse utili». Il paradosso è che la bulimia libraria vede proprio Manuzio tra i possibili colpevoli. In sostanza possiamo riconoscergli l’invenzione del tascabile, cioè del libro che si può portare fuori di casa. Prima di Manuzio gli incunaboli, nome con cui si fa riferimento ai testi stampati di quell’epoca, erano grossi blocchi da tenere su un leggio ligneo. Manuzio lo rese trasportabile, oggi si direbbe “mobile”. Se gli incunaboli erano i computer da scrivania, i cosiddetti desktop, i libri del Manuzio furono gli smartphone.

Peraltro il successo in vita dell’editore fu enorme: è documentato un giorno del 1508 in cui Erasmo da Rotterdam portava a stampare proprio nella sua bottega al sestiere di San Paolo i suoi «Adagia». Per inciso un classico. Dunque, l'editore moderno, distinto dallo stampatore, risale a pochi secoli fa.

Eppure, tornando al documento di Merit la sua importanza è che iniziamo a trovare già nel mondo degli scribi i primi atteggiamenti editoriali. La caratteristica che si intravede anche a occhi nudi è che il libro dei morti di Merit, come altri, era una sorta di «prestampato». Era già stato preparato nelle sue parti generali, mentre si vede che i passaggi in cui compare Merit sono stati aggiunti dopo e con stile di scrittura diverso. Questo lascia supporre che ci fosse una sorta di fabbrica di questi documenti che venivano preparati prima per poi essere venduti e completati al bisogno. D’altra parte, il Libro dei morti di Kha, sempre al Museo di Torino, è lungo venti metri. L'altra caratteristica di questo documento è la presenza di un altro indizio del mondo editoriale, anzi la sua peste: i refusi. Nel papiro si vede che nell'aggiungere all'ultimo momento lo scriba si deve essere sbagliato, confondendo Kha e Merit o non completando le formule di trasmutazione. Per inciso, dipende proprio da queste formule il modo di dire «avere il sangue blu». Il blu egizio, una delle prime tecnologie artificiali, permetteva con un tetra silicato di rame di produrre il prezioso colore. Con un procedimento lungo e costoso. Motivo per cui nelle antiche riproduzioni egizie solo i faraoni o le divinità appaiono con la pelle blu. Nel libro dei morti si dice che nella trasmutazione da uomo a divino il sangue dei faraoni diveniva blu (secondo un'altra spiegazione possibile il modo di dire deriverebbe in realtà dal fatto che i nobili non lavorando la terra avevano la pelle bianca e le vene del collo dunque apparivano blu).

Resta solo una suggestione da affrontare: cosa ne sarebbe degli scribi oggi con una tecnologia capace di generare testi? Già Keynes nel 1930 scriveva di disoccupazione tecnologica: l’innovazione avrebbe spinto fuori dal mercato alcuni lavori, per farne emergere altri, come era già accaduto con il petrolio e l’olio di balena del capitano Achab di Moby Dick, le lampadine di Thomas Edison e le candele, le automobili di Ford e le carrozze. L’economista di Cambridge, nel suo articolo intitolato Le prospettive economiche per i nostri nipoti, immaginava cosa sarebbe accaduto un secolo dopo, nel 2030. Ci siamo, quasi: siamo i pronipoti di Keynes. Le cavie del suo esperimento mentale.

Quali siano queste professioni del futuro — proprio come aveva anticipato Keynes — è oggi una delle domande chiave della nostra società a cui è molto difficile dare una risposta certa. Visto che stiamo progettando concretamente di andare a vivere sulla Luna e poi su Marte potremmo pensare che gli architetti spaziali come Valentina Sumini avranno un posto nel mercato futuro dell’occupazione. Anche la salute avrà un peso enorme: è facile immaginare che gli esperti di pandemie e di spillover, il salto di specie tra pipistrelli, pangolini e homo sapiens, torneranno sempre utili in questo secolo.
La sostenibilità è un altro dei consigli da dare ai più giovani: diventerà sempre più rilevante nella complessa gravità della CO2 che zavorra la moderna società globalizzata.

Viviamo in un secolo lungo di scienza e tecnologia. Tuttavia, tra i possibili lavori del futuro ce n’è anche uno discreto, insospettabile e potenzialmente accessibile a tutti: lo scriba. A oltre duecento anni esatti dalla miracolosa comprensione dei geroglifici, una lingua rimasta sepolta per millenni, e della stele di Rosetta da parte di Jean-François Champollion, l’impoverimento semantico su cui sarebbe troppo facile dare un giudizio è un fatto, quali che ne siano le cause (i social network? Whatsapp? La sempre maggiore distanza dai libri e dalle fonti della cultura considerata troppo dogmatica solo perché verificata?). Appassitasi la stagione degli acronimi inglesi e dell’anglicorum alla Wall Street, della devastazione della grammatica in cambio della velocità di comunicazione, quello che resta — tra un emoji e l’altro con cui abbiamo standardizzato e banalizzato anche la complessità delle emozioni a tutto svantaggio dei nostri figli — è una scarsa capacità di costruire periodi anche in una semplice e-mail. I report sono ormai dei bullet points, gli eventi in stile Ted una serie di immagini rette da uno storytelling tribale, le call su Zoom un singhiozzo cerebrale. Come nel mito della caverna abbiamo iniziato a scambiare le ombre monocromatiche per la realtà delle immagini: giochiamo ogni giorno con i format del linguaggio pensando che possano compensare una cecità nell’analisi grammaticale e logica. Potremmo anche scovare in questo decadimento atomico della scrittura i segreti dell’ascesa del populismo, se non fosse un tema molto più complesso. Come sappiamo in questo quadro già desolante negli ultimi anni è piombata l'intelligenza artificiale generativa malata anch'essa di grafomania.

Con il risultato che si stanno appiattendo le distanze: anche chi non sapeva scrivere un’e-mail oggi si mostra capace di apparenti virtuosismi linguistici. Con un caveat: schemi che si ripetono e che nel tempo diventeranno sempre più evidenti. Ed è in questo mondo post-scrittura che nemmeno i migliori sceneggiatori di fantascienza erano riusciti a prevedere (anche in Blade Runner di Ridley Scott Harrison Ford in una scena sfoglia un giornale), chi conosce ancora l’arte della divulgazione e i misteri della sintassi ritornerà ad essere come uno degli scribi dell’antico Egitto, silenziosi e potenti.

È sempre così: il futuro è un distillato tra un'imprevedibile piega degli eventi e un insospettabile riemergere di ciò che qualcuno aveva già scritto e che noi non avevamo ascoltato.

Rassegna dell'arte / Capolavoro
Non più linee, ma pieghe, non razionalità ma energia: perché il Barocco è una metafora del nostro tempo
editorialista
Roberta Scorranese

Quando, nel 1665, il Re Sole convinse Papa Alessandro VII a «prestargli» per qualche mese Gian Lorenzo Bernini, l’allora artista più acclamato e famoso del Seicento giunse in Francia e mise subito le cose in chiaro: «Che non mi si parli di nulla che sia piccolo», precisò a Paul Fréart de Chantelou, suo accompagnatore. Perché Bernini era un «gigante» in tutti i sensi: non solo nelle sculture a grandezza naturale (per esempio, il David della Galleria Borghese), non solo nelle architetture sontuose come il Colonnato di San Pietro, ma anche nelle opere più ridotte, come i busti e le teste grottesche, la sua energia procede attraverso un movimento in crescendo, come una spirale che si gonfia e si espande verso un esito imprevedibile. 

Ed è forse questa la natura stessa del Barocco, al centro della nuova mostra dei Musei di San Domenico a Forlì: con il sottotitolo «Il Gran Teatro delle idee», l’esposizione mette al centro non tanto un’antologia di artisti del Diciassettesimo secolo, ma illumina piuttosto un’idea, un concetto, uno strumento critico che, partendo dall’arte, indica un’interpretazione della modernità. Fino a riagganciarsi al secolo scorso, quando la rilettura del Barocco portò a traiettorie guidate dall’inquietudine e, dunque, a Bacon o Boccioni. Il Barocco, infatti, è stato un preludio dei tempi più recenti.

Restiamo a Bernini, soffermandoci sull’opera in mostra, il Busto del Laocoonte in marmo, conservato nella Galleria Spada di Roma. 

Esponente di spicco della cultura controriformata, Bernini assorbì la sensibilità papalina dell’epoca: le figure dovevano suscitare emozioni forti, santi e beati venivano rappresentati in posture sofferenti, spesso con volti e membra emaciate. Corpo e spirito, insomma, dovevano fondersi in un’unica vertigine di dolore, redenzione, pietà, gloria. E così, nel Laocoonte, Bernini restituisce la sofferenza del veggente greco che muore stritolato da due enormi serpenti: il volto contratto in una smorfia di dolore, i capelli che «partecipano» lasciandosi scompigliare da una lotta invisibile, la fronte solcata da profonde rughe. 

La figura «cresce» in un moto dell’animo, sembra quasi prendere vita, esattamente come la cupola di Sant’Ignazio a Roma, opera di Andrea del Pozzo, magnifico esempio del trompe-l’œil barocco, dove le figure sembrano letteralmente uscire dalle pareti per scendere a sedersi tra i banchi dei fedeli. 

E così si arriva al cuore dell’arte di Bernini (e di molti altri esponenti del Barocco): il confine tra le arti viene superato, così come quello «tra arte e natura», come aveva notato nel 1934 uno storico dell’arte, Erwin Panofsky, il quale per spiegare il Barocco prese come esempio un’altra opera di Gian Lorenzo Bernini, la Cattedra di San Pietro, e scrisse: «Sculture in bronzo, marmo e stucco si fondono tra loro e con l’architettura del coro in uno spettacolo quasi visionario». È stato poi un filosofo del secolo scorso, Gilles Deleuze, a codificare la modernità del Barocco, prendendo come esempio la piega, elemento ricorrente dell’arte seicentesca. In un raffinato saggio ispirato al filosofo Gottfried Leibniz, Deleuze si spinge fino a identificare la piega, costante e ripetuta all’infinito, come una metafora del nostro tempo, dove nulla è piatto, nulla è lineare, e tutto si concatena in una curvatura continua (come ci ha insegnato la fisica del Novecento). 

Nel Barocco la piega smette di essere un elemento accessorio — come poteva essere per esempio nella statuaria greca classica — e diventa invece un’espressione autonoma, con dignità teorica. È il simbolo di una nuova energia svincolata dalla «linea», portatrice di una nuova armonia, non più basata sulla razionalità rinascimentale (Piero della Francesca, per esempio), bensì sui punti di vista che si moltiplicano, sullo spazio che si dilata e procede «a ondate», come avverrà poi in Francis Bacon, oppure in un crescendo di movimenti, come intuirà il futurista Umberto Boccioni. Ecco perché il legame con l’arte del secolo scorso non è assurdo, anzi, potremmo azzardare un contatto con il presente: non è forse questo un tempo in cui a tenere banco sono gli ingegneri del caos? 

Rassegna cinematografica
Da Hamnet a La sposa!: perché Jessie Buckley (strafavorita per l’Oscar) è un’attrice cosmica
editorialista
Paolo Baldini

Ci sono attrici bravine, brave, bravissime. Presenze magnetiche, talenti nascosti, affabulatrici irresistibili. Poi però ci sono le attrici cosmiche: quelle che attraversano un dato momento della loro carriera con prove formidabili, una dietro l’altra. Non capita a tutte, e per qualcuna lo stato di grazia dura solo un istante. Pensate a Meryl Streep, Cate Blanchett, Jodie Foster, Kate Winslet, Olivia Colman. 

L’esempio più recente di attrice cosmica? L’irlandese Jessie Buckley, 36 anni, un figlio nato nel 2025, strafavorita per l’Oscar, protagonista di due film importanti come Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao, in cui è la moglie di Shakespeare (Paul Mescal), mater dolorosa di fronte al dramma della perdita di un figlio, e La sposa! di Maggie Gyllenhaal, in cui è la moglie di Frankenstein, o meglio della triste Creatura (Christian Bale) nata dagli esperimenti del dottor Victor Frankenstein.

Per Hamnet Buckley si è trasformata nella selvatica Agnes, dal profetico intuito, in totale simbiosi con la natura, di cui conosce i segreti e a cui affida malumori ed euforie. Molti la considerano una strega dei boschi. In realtà, è solo un’orfana in cerca di affetto che scopre di essere una madre perfetta per i suoi tre figli: la primogenita Eliza e i gemelli Hamnet e Judith. Quando il ragazzo si ammala di peste bubbonica per salvare la sorella e muore, il dramma esplode. Shakespeare è a Londra a inseguire la gloria e il matrimonio con Agnes si sbriciola. Secondo il romanzo di Maggie O’Farrell da cui il film è tratto la riconciliazione diventa possibile solo quando il Bardo trova la forza di esprimere il suo dolore scrivendo Amleto.

La sposa! è invece una rielaborazione punk-pop del mito di Frankenstein, pensando - più che al romanzo ottocentesco di Mary Shelley - al film del 1935 di James Whale con Boris Karloff ed Elsa Lanchester. Una rilettura in chiave femminista, un viaggio on the road ambientato nei crudi Anni Trenta tra Chicago, New York e Kansas City. In entrambi i casi, Buckley si dimostra un’attrice oltre gli standard. Del resto, è stato un talent scout eccezionale come Steven Spielberg a imporla per Hamnet, di cui è produttore con Sam Mendes. Il talento di Buckley, a detta di tutti, era talmente evidente che qualcuno le diceva: come mai non hai ancora vinto un Oscar.

Dall’esordio in Beast (2017) al ruolo in La figlia oscura, ancora con Maggie Gyllenhaal alla regia, la sua carriera è stata un crescendo artistico senza interruzioni. Bastava attendere e l’attrice cosmica avrebbe preso il treno giusto.

Buckley ha già vinto il Golden Globe e le comari di Hollywood si dicono certe che vincerà a mani basse. Lei, Jessie, è una che non si risparmia. Il suo primo amore è stata la musica, come ha ammesso nelle interviste: «Musica e letteratura. Ho sempre amato passeggiare per Bloomsbury, a Londra e fermarmi davanti alle case degli scrittori famosi. Al test di ammissione alla Royal Academy ho portato brani di poesie e romanzi classici. Mia madre era musicoterapeuta. Ho studiato arpa, pianoforte e clarinetto». 

Nel 2021 è stata protagonista nel West End londinese di una versione teatrale di CabaretDice di aver vissuto il suo ruolo in Hamnet come un viaggio interiore a contatto con la natura: «Nel film mi chiamo Agnes, ma il riferimento storico è Anne Shakespeare. Alla fine delle riprese ho scoperto di essere incinta». Dice che i modelli a cui si ispira sono Maggie Smith, Judi Dench, Emily Blunt, Helena-Bonham Carter, Kate Winslet. Universo british

Rassegna cinematografica/2
Tom Shelby contro Hitler: torna Peaky Blinders, da serie a filmone
editorialista
Gianluca Mercuri

L'avevamo lasciato sul cavalllo bianco mentre fuggiva da tutto. Non per paura, sono gli altri ad aver paura di lui. È che proprio Tom Shelby voleva scappare una volta per tutte da sé stesso e dai suoi demoni, senza dare ai tanti nemici (in prima fila i parenti serpentissimi) la soddisfazione di ammazzarsi. La tentazione l'aveva avuta, giusto perché una finta diagnosi l'aveva dato per spacciato. La novità clamorosa era che gli fosse passata la voglia di vendicarsi. Il che lasciava pensare che la storia fosse davvero finita: senza vendette, che Tom Shelby è?

Invece Peaky Blinders ritorna, e stavolta in formato film, col sottotitolo The Immortal Man, appunto. Chi lo ammazza infatti, Tom Shelby. E chi ammazza ormai Cillian Murphy, che si rimette la coppola dello zingaro-gangster dopo aver perfezionato la gloria imperitura con l'Oscar 2024 e la stratosferica interpretazione di Oppenheimer, in fondo lo stesso spartito - un uomo che provoca molte morti tra mille tormenti interiori, vuoi con il crimine vuoi con la scienza applicata alla guerra - e che in un modo o nell'altro trascina il pubblico dalla sua parte perché il suo male è intermittente e comunque un destino, non una scelta.

Sì, se c'è un contributo definitivo al lessico cine-televisivo attribuibile alle sei stagioni seriali di Peaky Blinders, è la classificazione del gangster come eroe tragico (copyright Aldo Grasso, che in questo senso ha sottolineato la stretta parentela con opere come Gangs of New York e Boardwalk Empire). C'è gangster e gangster naturalmente: perché si tifi per lui bisogna che il criminale abbia un solido alibi socio ambientale - e dunque la sua diventa (anche) una storia di riscatto individuale e collettivo contro l'arroganza dell'eterna upper class di qualsiasi contesto - e ogni tanto pensi non solo agli affari suoi ma anche a qualcosa di identificabile come il bene comune.

E che bene più comune ci può essere della salvezza della patria minacciata da un nemico mortale? Il nostro eroe l'avevamo già visto risorgere criminalmente dai traumi della Prima guerra mondiale, quando - tra corpo-a-corpo terribili e gas letali nelle trincee francesi - si era gudagnato la riconoscenza della Nazione e il futuro arruolamento al servizio di Churchill in persona (un Churchill ammirato dal talento guerriero di Tom ma non indulgente sul lato delinquenziale). Perché Peaky Blinders  è crime, poliziesco, thriller ma anche spy story, con intrecci che coinvolgono l'intero ventennio interbellico, dai bolscevichi ai fasciobritish ai nazisti, passando per l'Ira irlandese e tutte le mafie possibili dei ruggenti Venti e dei catastrofici Trenta.

Qui, nel film, ritroviamo Tom nell'anno fatale 1940, isolato in una villona e lontano da tutti, voglioso solo di raccontare la sua versione di quei decenni in un'autobiografia in cui riversare tutto il dolore per le donne amate e perdute, la prima moglie Grace e la figlia Ruby. Troppo noioso, e infatti la guerra lo riavvolge irresistibilmente in tutte le sue varianti, di mafie e di Stati.

A risvegliare Tom dal torpore solipsistico pensa naturalmente una donna di fascino, interpretata da Rebecca Ferguson: è da lei che viene a sapere che Erasmus - il figlio imbecille e degenere avuto da giovanissimo da un'altra Rom, prima di partire per il fronte - comanda adesso la seconda generazione dei Peaky Blinders con uno slancio patriottico pari a zero, anzi: tendente al puro tradimento, in combutta con i non pochi simpatizzanti britannici di Hitler che vogliono facilitare l'invasione tedesca con una crisi economica iniettata dalla diffusione capillare di soldi falsi. 

Ci pensa Tom a sventare il complotto, come se sapesse che il nazismo proverà a sterminare anche i Rom ma senza bisogno di saperlo, perché Shelby sa distinguere il male della Storia da quello personale e la lotta all'uno gli serve a redimersi dall'altro. E se qualcuno dubita delle sue capacità - «Who the faaaaaack is Tommy Shelby? Chi caaaaaazzo è Tom Shelby?» gli grida un incauto avventore - glielo spiega in un modo che non potrà dimenticare, nella dinamica da pub ereditata dai saloon dei western in cui lo spettatore affezionato a certi stilemi giustizialisti non può che ritrovarsi con un ghigno soddisfatto anche dopo decenni.

Peaky Blinders - The Immortal Man (ancora con lo showrunning magistrale del grande Steven Knight) sbarca ora nei cinema e dal 20 marzo su Netflix. La saga, per quanto riguarda Tom, dovrebbe chiudersi qui. Ma il gigante dello streaming e la Bbc preparano due serie-sequel, con i prossimi nipotini del Peaky, e Murphy tra i produttori. La sfida sarà essere all'altezza di Tom, il canone moderno del gangster dannato.

Rassegna musicale / 75
La Playlist della settimana: il viaggio indiano dei Gorillaz e la resistenza collettiva di Bonnie Prince
editorialista
Alessandro Trocino

Oggi due dischi bellissimi. Ogni tanto succede, ma raramente, quindi godeteveli. Li trovate qui, nella playlist della Rassegna, 227 brani.

Gorillaz - «The mountain» - «Delirium»

GG

È un oggetto strano - sempre che la musica digitale possa considerarsi un oggetto - questo nuovo album dei Gorillaz. Parla di morte, ma non è triste, semmai è pieno di quella malinconia consolatoria a cui ci ha abituato Damon Albarn (Blur). Ed è ambientato in India. Un disco lungo, complesso, bello, al quale collaborano più di venti artisti, alcuni dei quali, già defunti, come Dennis Hopper. Dai tempi dei Beatles, ma sicuramente anche prima, l'India è il rifugio di chi è in crisi, ha smarrito il senso e lo cerca nella contemplazione. Albarn ha perso il padre, e un po' di se stesso, e ha disperso le sue ceneri a Varanasi (flash, «Varanasi baby», Afterhours). L'album è sfuggente, contaminato, corale, ascetico e pop, cantato in inglese, hindi, arabo, spagnolo e yoruba. Un viaggio spirituale stratificato, come si usa dire oggi. Sì, c'è il sitar, come nel brano iniziale. Chi ha visto «The Disciple», di Chaitanya Tamhane (presentato a Venezia 2020), sa che la musica indiana è micidiale, estenuante, ma dopo la prima metà di quel film scatta qualcosa, e arriva la bellezza nella ripetizione, nella distanza. Qualcosa di simile accade in «The mountain», la canzone che apre il disco, che comincia con sitar e bansuri (il flauto) che promettono male e poi magicamente ci avvolge in un'atmosfera sognante, bellissima, con la voce di Dennis Hopper che riecheggia nell'aria. In playlist mettiamo però «Delirium», malinconia in purezza che sfocia in delirium.

Bonnie Prince «We are together again» - «Why is a lion?»

BB

SentireAscoltare lo chiama un album che parla della «resistenza gentile della comunità». E di sicuro è unalbum gentile, di quella gentilezza ferma, consapevole, matura, di chi ne ha viste molte e sa che non serve urlare, guerreggiare, serve rincantucciarsi, magari starsene da soli, in posa da piccioni (ricordate «Birdy?»), per poi guardarsi intorno, sorridere e produrre questi piccoli atti di ribellione quieta. Spiega Will Oldham, che poi è Bonnie Prince: «Iniziamo in piccolo, continuiamo in piccolo, come semi di quercia o come le miscele di sperma e uova mischiate dai genitori di personaggi influenti fin dall'alba dei tempi. Pianta queste canzoni nel cervello della tua anima, nel cuore della tua esistenza e gli alberi cresceranno, daranno frutti, prospereranno e nutriranno». Non lo sappiamo, forse è un'illusione, uno slogan stupido per promuovere l'album, ma nella resistenza collettiva, in quella, ci crediamo e questa musica quieta ci dà una forza incredibile. Abbracciamoci, dunque, e che la forza sia con noi

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