| | Rassegna cinepolitica | | Perché la serie su Tortora non è un manifesto del «sì» al referendum | |
| | Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora, nella serie «Portobello»)
Marco Bellocchio è comprensibilmente infastidito dalla possibile trasformazione della sua grande serie su Enzo Tortora, «Portobello» (su Hbo Max dal 20 febbraio), in un manifesto per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Dovremmo dire in un manifesto per il «sì», visto l’ex compagna del giornalista, Francesca Scopelliti, è presidente del comitato «Cittadini per il Sì» e anche la figlia Gaia è convintamente per il sì (anche se ha rifiutato presidenze per non essere strumentalizzata). E Bellocchio? Non si esprime, naturalmente. Perché, possiamo solo supporre, non vuole fare un torto alla famiglia Tortora, che ha collaborato alla serie, e non vuole arruolarsi in una compagnia di giro (per lo più governativa) che non è in linea con le sue sensibilità politiche. Se dicesse che vota no, farebbe anche un torto alla famiglia radicale, che Bellocchio ha frequentato a lungo e che convintamente segue la linea pannelliana della «giustizia giusta», dal referendum sulla responsabilità civile in poi. Se si schierasse per il sì, infine, ridurrebbe la sua serie, che è un meraviglioso racconto su una certa Italia, una grande serie al livello di quella su Aldo Moro «Esterno notte», in un manifestino ideologico, da usare strumentalmente in vista del referendum. Marco Bellocchio
Ma noi non siamo Bellocchio e possiamo parlarne liberamente. E soprattutto possiamo trarre dalla serie (riserviamo ad altri momenti un giudizio estetico) e dalla storia di Tortora qualche riflessione utile. Appena usciti dall’anteprima un collega giornalista ci ha subito detto: «Ecco, questa serie è perfetta per i sostenitori del sì». Non eravamo d’accordo, e dopo rapido dibattito, neanche lui. Però è un dato di fatto che a un primo livello l’enormità degli errori giudiziari di quella storia sembra tirare la volata a chi vuole «punire» il potere giudiziario, ridimensionando il ruolo dei magistrati. C’è, per esempio, nella campagna di Scopelliti un sapore di rivalsa (comprensibile, essendo la compagna della vittima): «Voglio fare questo grande regalo a Enzo, morto di malagiustizia». «Questa giustizia può colpire anche te», è uno slogan dei promotori del sì. E spesso si dice: con il sì, mai più casi Garlasco (l’ha detto la premier), Zunchedda e Tortora. Mai più errori giudiziari, dunque. Ma il caso Tortora davvero non sarebbe ripetibile se ci fosse la separazione delle carriere? E c’è una relazione diretta con il referendum? Mettendo da parte ogni reazione istintiva, epidermica, e ogni allergia ai giudici, al loro potere, ai loro errori e alla loro presunta irresponsabilità, non pare proprio. All’epoca nelle Aule vigeva il processo inquisitorio. Fu anche sull’onda del caso Tortora che l’Italia varò una grande riforma, il codice di procedura penale del 1989, ispirato da Giuliano Vassalli e Gian Domenico Pisapia, che introdusse il sistema accusatorio. Il processo finalmente si basò sul confronto paritario tra le parti, accusa e difesa, davanti a un giudice terzo. Si decise che la prova si doveva formare nel dibattimento e non prima. E che le indagini preliminari non sarebbero più servite a istruire il processo. Se la domanda è se il caso Tortora potrebbe ripetersi, la risposta è probabilmente no. Non perché non siano più possibili errori giudiziari: quelli sono inevitabili, anche nel migliore dei sistemi. Ma non potrebbe accadere nei modi che la serie ricostruisce perfettamente. All’epoca i difensori (Raffaele Della Valle e Alberto Dall'Ora) erano all’oscuro delle accuse e ne vennero a conoscenza solo dai giornali. Non poterono leggere il famoso biglietto dell’omonimia, quello sequestrato alla fidanzata di un camorrista in cui c’era scritto non «Enzo Tortora», ma «Enzo Tortona», grossista di bibite. Identità confermata poi, per puro odio personale e schizofrenia paranoide, dal dissociato Giovanni Pandico (un gigantesco Lino Musella). I legali non potevano vedere il numero di telefono scritto sotto e quindi rendersi conto che non corrispondeva a quello di Tortora. Non potevano sapere chi erano i pentiti che lo accusavano, né capire perché. Adesso, alla fine delle indagini preliminari c’è l’obbligo di depositare gli atti, la discovery, e i difensori sanno tutto. Non solo, possono condurre loro stessi delle indagini. Le regole del giusto processo, introdotte nel 1989, e poi codificate nel 2001, hanno formalizzato questa parità tra le parti. E dal 2006 vige anche la regola del Bard (Beyond Any Reasonable Doubt), per cui i giudici possono condannare solo se la colpevolezza dell’imputato è accertata al di là di ogni ragionevole dubbio. Applicazione dell’antica massima «in dubio pro reo». Romana Maggiora Vergano (Francesca Scopelliti) e Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora)
E dunque, perché la storia di Tortora dovrebbe spingerci a votare sì al referendum? Scopelliti ha detto: «Se Enzo fosse vivo sarebbe per la separazione delle carriere. Io immagino che sia qui e ci parli e ci spinga a votare. Questo non è un referendum di destra né di sinistra, è igiene pubblica. Se vogliamo abbattere questo governo ci penseremo alle Politiche. I governi vanno, la Costituzione resta». Ma perché il fantasma di Tortora dovrebbe essere a favore della riforma? Forse perché separa le carriere e dunque rende meno dipendenti i pm dai giudici? Perché colpisce le correnti dei magistrati, con il sorteggio? Perché indebolisce il potere della magistratura, con il doppio Csm? Perché sottrae ai magistrati la definizione degli illeciti delle stesse toghe e la assegna a un’Alta Corte? All’epoca i primi giudici diedero ragione ai pm. Diego Marmo, il pm che condusse l’accusa insieme a Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, definì Tortora «un cinico mercante di morte». Michele Morello, consigliere della Corte d’Appello di Napoli e relatore della sentenza, gli diede torto. Eppure facevano parte dello stesso Csm e andavano a pranzo negli stessi ristoranti di Napoli. Marmo, nel film, ostenta complicità, dando per scontato che il collega gli darà ragione: «Ci metterai poco a fare l’appello». Morello ricominciò da capo il processo, ricostruendo tutte le testimonianze e facendo cadere le accuse. Non c’è stato bisogno di separare le carriere e i Csm per avere sentenze diverse e posizioni diverse tra pm e giudici nei diversi gradi di giudizio. La conferma dell'assoluzione arrivò poi anche dalla Cassazione. E a smentire un atteggiamento corporativo e monolitico della magistratura, c'è anche la posizione dell'epoca di Magistratura democratica, la corrente di sinistra, che contestò il processo provocando lo scioglimento della giunta dell'Anm. C’è un’altra tara che fa parte di quel periodo storico, e di cui c’è qualche strascico anche oggi. Sono i maxi processi, inaugurati proprio allora. Le retate, che hanno un grande impatto mediatico, consentono notorietà ai giudici, in diretta proporzionalità con l’importanza degli arrestati. Ai difensori di Tortora che protestano, nel film il procuratore capo di Napoli, Francesco Cedrangolo, dice: «Questi arresti ce li chiedono i cittadini e sono una risposta al pessimismo atavico di chi dice che a Napoli non cambia mai niente». E ancora: «Questo è un processo con 800 imputati. Ci perdonerete qualche imprecisione». E l'«imprecisione» uccise Tortora, facendolo finire in carcere e distruggendolo fisicamente e psicologicamente. A contribuire al risultato ci fu anche la regola, allora ammessa dalla Cassazione, secondo la quale bastava la testimonianza concorde di tre pentiti per fare una prova («Basta la parola - ironizza un difensore - come negli spot dei lassativi»). Oggi, per fortuna, non è più così. Servono riscontri reali, non bastano più le parole dei pentiti. Tortora finì stritolato dalla furia purificatrice dei magistrati, pur mossi da nobili intenti (la lotta alla camorra), che però si trasformò in un accanimento («Il giudice non può ammettere di avere sbagliato»). Erano accecati da «un’idea missionaria della giustizia», come scrive Bellocchio nelle note di regia. Un accanimento richiesto a furor di popolo. Non si possono non collegare le scene che si vedono nella serie - con i 28 milioni di spettatori adoratori di Tortora che si trasformano in accusatori feroci, urlando insulti -, in quello che è accaduto dopo, con Bettino Craxi, le monetine e il giustizialismo cieco. Anche il mondo dell’informazione ebbe una parte di primo piano in questo assassinio giudiziario. Il mostro fu sbattuto in prima pagina, con le manette bene in vista, e quasi tutti si appiattirono sulle tesi dell’accusa. Da Sergio Saviane a Camilla Cederna. Tra i pochi a opporsi ci fu Enzo Biagi - e con lui Giorgio Bocca , Vittorio Feltri e Leonardo Sciascia -, che coraggiosamente scrisse un pezzo dal titolo semplice e per allora rivoluzionario: «E se Tortora fosse innocente?». Anche il Corriere ebbe la sua parte di responsabilità e nella serie si vede un articolo di Adriano Baglivo, che accusò falsamente il conduttore di essersi intascato i fondi raccolti per i terremotati. Baglivo e il direttore Alberto Cavallari furono poi condannati per diffamazione. I magistrati che sbagliarono, invece, non furono affatto puniti e, anzi, fecero carriera. Lino Musella (Giovanni Pandico)
Tortora fu vittima anche della guerra di camorra. E la domanda che risuona spesso nella serie - «ma che interesse avrei a dire una bugia?» -, è la domanda che riecheggia nel sottotitolo della serie: «Colpevole fino a prova contraria». Come Tortora doveva provare di essere innocente (e non viceversa), così i pentiti chiedevano, e ottenevano, di essere creduti sulla parola, fino a prova contraria. E intanto, sulla pelle di Tortora, si giocava una battaglia più grande, quella tra la Nuova camorra organizzata di Cutolo e gli scissionisti, che si accusavano a vicenda. Tortora fu lasciato solo anche dalla politica. Con la Democrazia cristiana che voleva una maxiretata come scalpo per placare l'opinione pubblica, indignata da certi traffici e certe collusioni con la camorra (vedi il rilascio dell'assessore dc rapito dalle Br Ciro Cirillo, dopo una trattativa con Raffaele Cutolo). Doveva essere un processo che sarebbe passato alla storia, ispirato e voluto da una politica che controllava i palazzi dei tribunali. Altro argomento per i sostenitori del no al referendum: un sì di certo non renderebbe più indipendenti i magistrati. Tortora fu stritolato anche perché era un liberale: votava Pli e non aveva santi e protettori in nessuna delle due parrocchie dominanti dell’epoca, Dci e Pci. E neanche nell'altra grande Chiesa, quella ufficiale, che diffidava di lui, in quanto laico. E, per inciso, non era neanche massone e piduista, il che all'epoca non giovava. Bellocchio non fa un santino di Tortora. C’è un momento bellissimo in cui un terrorista compagno di cella fa un monologo straordinario. Gli dice: «Credevi di essere un amico del popolo. Ma loro erano schiavi. E ti hanno mandato in galera, perché volevano un capro espiatorio. Non credere di essere innocente. Non ti fregava niente dei loro guai. Sei peggio dei criminali, hai fottuto le loro speranze, sei un imbroglione di massa. Volevi solo difendere il tuo successo». Tortora risponde a tono: «Voi avete fallito e le masse non vi hanno seguito. Io non volevo cambiare il mondo». Ma è vero che il giornalista non piaceva a molti, per il suo linguaggio ampolloso, per certa retorica, certo moralismo, certa paccottiglia strappalacrime da buoni sentimenti. Camilla Cederna, colpevolista, scriveva così: «Non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto». Scrive Bellocchio nelle note di regia: «Tortora era antipatico a una potente classe intellettuale che vedeva con disprezzo e grande invidia questa sua enorme popolarità, di un liberale che non veniva dal popolo e che era un borghese molto presuntuoso». Il momento dell'arresto di Enzo Tortora, condotto in carcere in manette
Per chiudere, chi ha sostenuto lodevolmente l’eredità morale di Enzo Tortora, chi ha tenuto alta la sua battaglia per una «giustizia giusta», ora si trova fianco a fianco nei comitati per il sì con quella parte politica che si finge garantista, ma poi chiede le manette facili e gode se i detenuti non respirano. Politici che chiedono a gran voce più custodia cautelare, più manette e pene più alte. Il caso Tortora, in fondo, non è anche e soprattutto il sacrificio di un uomo sull’altare del giustizialismo più bieco, quello che prima ti sbatte in galera e poi, dopo, forse, valuta se ci sono le prove e ti riabilita quando è ormai troppo tardi? | |
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