mercoledì 17 febbraio 2010

(14) Con i tuoi articoli, puoi dare la copertura a chi specula e si arricchisce

ai danni della collettività, puoi spingere a far carriera, in magistratura, in polizia, finanza, carabineri e negli apparati Statali, in politica... e tuttavia tutti ti odiano. Ma la passione per il “mestieraccio” è una cosa che tieni nel sangue, è questione di Dna. Piero Ottone, scrittore e giornalista, direttore, tra l’altro, del ”Corriere della Sera”, nel suo “Preghiera o Bordello” spiega: “Quando veniamo a sapere qualche cosa che ci sembra interessante, quando assistiamo ad un evento fuori del comune subito sentiamo il bisogno di raccontarlo. Perchè mai? Non ne traiamo alcun vantaggio concreto. Non ci guadagniamo nulla, non chiediamo nulla in cambio. Forse ci esponiamo, raccontando, a un rimprovero, a un pericolo; forse metteremo qualcuno in difficoltà. Eppure non sappiamo resistere raccontiamo lo stesso”.

“Raccontiamo” - continua Ottone - “perchè col racconto entriamo in contatto con altre persone, stabiliamo un rapporto, sfuggiamo alla solitudine, non siamo più soli: anche per questo ogni essere umano sente il bisogno di comunicare. E poi raccontando stabiliamo il rapporto con gli altri alle nostre condizioni, attiriamo su di noi la loro attenzione. Almeno per la durata del racconto, diventiamo protagonisti, come attori alla ribalta, siamo al centro del mondo; anche se non ne abbiamo alcun vantaggio concreto, proviamo soddisfazione”.

Un giorno, negli anni Sessanta, mentre seguivo un processo in Corte di Assise, ( si trattava di una pericolosa cosca, imperante nella “Svizzera della camorra” tra Sparanise e Pignataro Maggiore, accusata, tra l’altro, di aver ferito un ufficiale dei carabinieri, in un conflitto a fuoco, avvenuto nel corso della cattura di un latitante ), fui avvicinato da un individuo il quale senza mezzi termini mi disse: ”Vuie site o’ giurnalist? Tinite a Skoda rossa...? abbarate a vuie!... rimane zumpate e n’aria...”.

Ebbi paura! Ma la mia incoscienza mi fece continuare nel lavoraccio di cronista giudiziario. Sono finito in galera... per la mia caparbietà ad attaccare anche alcuni magistrati, politici corrotti, pentiti e camorristi di ogni risma.
Ed è certamente anche per questo che è scattato nei miei confronti il cosiddetto “fumus persecutionis”. Spiego di che si tratta, per coloro i quali, per loro fortuna, non hanno mai avuto a che fare con giudici e avvocati. Fumus persecutionis è un’espressione giuridica con cui si indicano le azioni compiute dai magistrati che non siano dettate dall’applicazione della legge o dalla ricerca della verità, ma solo dall’intenzione di nuocere a qualcuno.
Ma non sempre il “fumus persecutionis” è però tale. A volte è anche strumentale. Spesso viene usato per ribaltare situazioni di comodo e corruttele varie o per ammantare di perbenismo decisioni inique. Sono stato, infatti, testimone oculare, anegli anni Settanta, della corruzione di un giudice, il quale, dopo aver incassato una bella mazzetta di cento milioni, consegnata personalmente dal Presidente dell’Unicoop, in una valigetta ”24ore”, nella Hall dell’hotel Ambasciatori di Roma, ebbe la spudoratezza di scrivere, successivamente, nella sentenza istruttoria di assoluzione, che - “Pasquale Lillo, era stato perseguitato dalla Procura e dai giudici del Tribunale di S. Maria C.V”. Lillo - arrestato per ordine del P.M. Vincenzo Scolastico - per truffa all’Aima - venne assolto poi dalla sezione istruttoria di Napoli, diretta da quel magistrato che era stato corrotto.

E ritorniamo a noi... anzi a me. Ma non solo con le minacce, hanno tentato di fermarmi, ma anche con veri e propri agguati. Nella notte del 3 novembre del 1987, mentre ero in una Mercedes, nella zona di Teano, in compagnia di Antonio Diana e Claudio Caterino, la vettura su cui viaggiavo fu crivellata di colpi che per fortuna non mi ferirono. Ero armato, ma non reagii. Forse se lo avessi fatto mi avrebbero ucciso. Ma anche con altri metodi, compreso gli arresti, hanno cercato di farmi fuori, di mettermi a tacere, di mettermi il bavaglio!
E non solo ed in più di una occasione. Nel giugno del 1978, per esempio, quando ero direttore della tv libera Can.57 ( fondata da Alfredo Malasomma, Pasquale Pannone, Peppe e Pietro Scialli, con collaboratori del calibro di Fausto Mesolella, Pino Marino e Vittorio Giaquinto ), e l’imprenditore Giovanni Maggiò volle acquistarla, mi licenziarono in tronco. Al mio posto era destinato Federico Scialla. L’avvocato Ciro Centore, (all’epoca, credo, il più accreditato amministrativista della zona ), con un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, mi fece reintegrare nel posto di lavoro.

( In galera, in galera 14° - Continua

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