martedì 9 febbraio 2010

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FUGA DI 2 BOSS DAL BUNKER
DEL TRIBUNALE


Si stavano avviando, senza speranze, al carcere a vita. Troppe accuse, tanti ergastoli in arrivo per quei due componenti del direttivo di don Carmine. Due irriducibili, con decine di morti sulla coscienza, che non avevano voluto saperne delle proposte di collaborazione loro rivolte dai magistrati. Sembravano, anzi, quasi rassegnati a restare in carcere per sempre. Poi, in una giornata di inizio estate, nella cosiddetta aula bunker del Tribunale di Salerno ( in realtà, una ex palestra di una scuola, alla periferia della città, proprio a ridosso della tangenziale e di terreni agricoli ), il colpaccio, organizzato da tempo. Da un cunicolo scavato sotto le gabbie per i detenuti nell’ aula, i due, coperti dagli altri cinque imputati, arrivarono all’esterno e si eclissarono con dei complici in attesa. Fu una beffa. Nel cunicolo, oltre ad alcuni involucri di merendine, gli inquirenti trovarono un bigliettino con la scritta: Grazie di tutto e ciao ciao. Due killer-capi, con il loro potenziale di rancori, ansia di violenta vendetta e potere, erano di nuovo liberi…!”.

Dunque, il secondino temeva che io scappassi, come i due boss, perchè, purtroppo, lui era abituato ad avere a che fare - come dice Fabrizio De Andrè, nella famosa canzone “Don Raffaè con: “quattro infamoni, briganti, cornuti e lacchè”. Purtroppo devi convivere - tu che sei incensurato e galantuomo - con assassini, rapinatori, specialisti in estorsioni ed esplosivi, falsari, sequestratori di persona. E questo è il male che fanno poliziotti, carabinieri, finanzieri, secondini, pubblici ministeri e affini. Ripeto! Di tutta l’erba un fascio! E’ così che si perde la credibilità di ogni istituzione. Questo per rimarcare il fatto di come si vive all’interno di un carcere – specialmente – in quello più zozzo d’ Italia: costruito da oltre cento anni e adibito prima a caserma e poi a carcere.

Giancarlo De Cataldo, magistrato e affermato scrittore, ( autore, tra l’altro, del notissimo “Romanzo criminale” ), che ha una certa competenza di carcere, essendo stato giudice di sorveglianza a Frosinone, dove aveva la sua competenza sia per il carcere di Paliano, ( dove sono detenuti pericolosi criminali pentiti della camorra e della mafia, e sia “dissociati” delle Br ), e sia per quello di Cassino, dove io come è noto sono stato detenuto per quasi un anno, nel suo “Minima Criminalia”, parlando del carcere in generale, ha tra l’altro, scritto:
“... il carcere, insomma, ancora una volta, cambia meno della società che lo circonda, e, ancora una volta, tende a isolarlo. Il carcere di questa “Minima Criminalia” è il carcere di ieri, ma anche il carcere di sempre. Non siamo riusciti - chiosa ancora De Cataldo - a inventarci niente di meglio di questo contenitore di rabbia e di illusioni. Non ancora, almeno. Abbiamo il dovere di continuare a operare, se non per migliorarlo, perchè almeno non diventi peggiore di com’è”.

“Il carcere con i suoi carcerati” - come ha scritto più volte Igino Cappelli - “sono, del gran pasto della giustizia, gli avanzi”.
Il grande Francesco Carnelutti - dal canto suo - nel “Le miserie del processo penale” ha tra l’altro scritto: “La condanna non significa punto la fine del processo: essa vuol dire, al contrario, e a differenza dell’assoluzione, che il processo continua: solo la sua sede si trasferisce dal tribunale al penitenziario. Quello che si deve capire è che anche il penitenziario è compreso, con il tribunale, nel palazzo di giustizia. E’ un’idea questa tutt’altro che chiara anche nella mente dei giuristi; ma deve essere chiarita nell’interesse della civiltà. Il giudice, con la sentenza di condanna fa la diagnosi e prescrive la cura: anche la cura, dunque, è opera di giustizia; o tale opera deve arrestarsi quando ha accertato che uno è un delinquente senza curarsi di fare quanto è possibile affinché torni un uomo onesto?”.

( In galera, in galera – 5 continua )

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