sabato 27 novembre 2010

IL TERZO LIBRO DI GIUSEPPE GAROFALO PER L’EDITORE TULLIO PIRONTI



L’EMPIA BILANCIA


TOSATORI DI MONETE E DI GIUSTIZIA


Uno spaccato sulla Storia del Regno di Napoli ai margini di un processo al direttore del Banco dello Spirito Santo del 1747, accusato di tosare monete – Chi tosava le monete era condannato a morte… chi tosava le leggi veniva, spesso, elevato a grado di giureconsulto… - La strenua difesa dei suoi avvocati e i retroscena per scongiurare il “taglio della testa”. Le arringhe difensive e i documenti originali nel drammatico e arguto racconto uscito dalla penna avvelenata del noto penalista sammaritano.






S. Maria C.V. - Uscirà ai primi di dicembre, per i tipi di Tullio Pironti, il terzo libro di Giuseppe Garofalo, noto penalista sammaritano, dall’attività professionale intensa, e autore di due libri di successo, Teatro di Giustizia (Tullio Pironti, 1996) e La Seconda Guerra Napoletana alla Camorra, (Tullio Pironti, 2005). In questa nuova opera “L’Empia Bilancia”, con sottotilo “Tosatori di monete e di giustizia”, l’autore pone sotto gli occhi del lettore vizi antichi e difetti nuovi della bilancia della giustizia. Con linguaggio semplice si muove tra la legislazione antica e moderna con l’agilità e la disinvoltura di chi conosce i ferri del mestiere.


L’Autore – in seguito ad accurate ricerche - ha ricostruito l’andamento della giustizia nel regno di Napoli. Ne è venuto fuori un quadro inedito e curioso che tuttavia non si distacca molto dai mali che oggi affliggono i palazzi di giustizia. I tribunali, per esempio, erano gestiti a “costo zero”, si dovevano mantenere a spese degli imputati e dei giudici. Un intero capitolo è dedicato alle attività del boia ( curioso il particolare del rifiuto del boia di non tagliare la testa ad una “scartellata”, accusata di veneficio, perché portava jella); “a Napoli - dice Giuseppe Garofalo – la giustizia si reggeva su 2 forche fisse. Una in Piazza Mercato, dove i rei si impiccavano per il collo e l’altra a Castelcapuano, dove si impiccavano per la borsa”. Un altro capitolo è dedicato al manuale del perfetto “inquisitore”.






Nella sinossi Garofalo spiega. “Due regole: per comprendere un delitto occorre conoscere il delinquente e il suo mondo. Per comprendere un processo occorre conoscere il giudice e il suo mondo”. L’Autore si è sforzato di applicare entrambe le regole. Il libro “L’Empia Bilancia – Tosatori di monete e di giustizia” non è la revisione di un processo, ma solo il tentativo, per quanto possibile, di rivisitare l’uso della bilancia della Giustizia. Il lettore, per sua esperienza o conoscenza, rileverà se pesi, pesatori, tosatori e bilancia oggi in uso siano cambiati, e come, o siano sostanzialmente rimasti quali erano, malgrado il decorso di quasi tre secoli. Nel libro si parla anche del regime carcerario del Regno di Napoli, dei pentiti dell’epoca, delle chiamate di correità e del doppio binario processuale.






“La scelta del processo Starace – dice Giuseppe Garofalo – “è dovuta, oltre che alla sua risonanza, al particolare momento della sua celebrazione (1744 - 1754). Erano gli anni in cui sulla giustizia soffiava un vento di discredito e contestazione. Lo aveva sollevato qualche anno prima il napoletano Giuseppe Aurelio Di Gennaro con la Repubblica Jurisconsultorum. Lo aveva seguito Ludovico Antonio Muratori con De’ Difetti della Giurisprudenza. Poi gli aveva dato fiato ancora Di Gennaro con Delle Viziose Maniere del Difendere le Cause nel Foro. Avevano tentato di smorzarlo i napoletani Giuseppe Pasquale Cirillo e Francesco Rapolla, entrambi titolari della cattedra di diritto all’università e il primo anche segretario della Giunta per la compilazione del Codice. Tentativi risultati vani: giudici, avvocati, dottori, giuristi, scrivani, erano finiti tutti a pezzi, accusati di non «maneggiare rettamente le bilance della giustizia». A Castelcapuano si erano salvati i portieri, ma solo perché non se ne era parlato”.






Ecco in breve il fatto. Gaspare Starace, cassiere maggiore del Banco dello Spirito Santo di Napoli, fu arrestato e processato dalla Gran Corte della Vicaria e dalla Real Camera di S. Chiara per spaccio di zecchini tosati (scarsi di peso), uso di bilancia e pesi truccati, abusivo esercizio di finanziamento, reati punibili con la pena di morte. La descrizione delle fasi e dei tempi dell’annoso processo ha richiesto il richiamo della legislazione sulle monete, sui banchi, di eventi storici, giudiziari e di cronaca collegati a coloro che, a vario titolo, si occuparono o ebbero a che fare con la vicenda giudiziaria.






Un elenco nutrito: il re Carlo di Borbone, il capo del governo Gioacchino Montealegre, il ministro della Giustizia Don Bernardo Tanucci, i giudici, i testimoni, gli investigatori, gli avvocati, i carcerieri. Una folla di personaggi che si mosse per il Palazzo e per Castelcapuano, secolare teatro di giustizia napoletana, in un sistema legislativo-giudiziario che di frequente l’autore confronta con quello attuale traendone conclusioni che il lettore giudicherà se giuste o non. Il racconto della vicenda giudiziaria si snoda con un crescendo emotivo. Si avvia con una descrizione distaccata dei personaggi, dell’ambiente, degli usi giudiziari, per giungere a descrizioni di situazioni altamente drammatiche.





















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